mercoledì 7 ottobre 2009

MARTIN LUTERO - La Riforma luterana nella storia


Il gruppo dei riformatori dipinto da Cranach
Da destara a sinistra:
Melantone, Crucigero, Jonas, Erasmo, Bugenhagen, Lutero, Spalatino, Foster


Le rivendicazioni e le legittime a­spirazioni delle masse popolari ven­nero così duramente stroncate dalla reazione feudale. Naturalmente il popolo era profondamente deluso del comportamento del professore di Wittenberg e si sentiva amaramente tradito; questo soprattutto in quelle regioni che erano state il tea­tro dell'insurrezione e della guer­ra contadina. Lutero veniva aperta­mente bollato come “servo dei prin­cipi”. Invece nelle regioni che era­no rimaste tranquille, la Riforma continuò a progredire per molto tempo ancora e ciò soprattutto nel­la Germania Nord-occidentale e nei distretti baltici. Ma anche in que­ste regioni fu gradualmente spoglia­ta del suo significato rivoluzionario­borghese e la riforma religiosa finì per diventare, nelle mani dei prin­cipi vittoriosi, un'arma preziosa da impiegare per conseguire il rafforzamento dei loro Stati e renderli ancor più indipendenti dalle autori­tà centrali dell'Impero. In fondo il problema essenziale sul quale con­vergevano e si scontravano gli op­posti interessi, era di natura squisi­tamente economica: si trattava di decidere se gli ingenti beni della Chiesa cattolica in Germania dove­vano essere destinati a dare l'avvio all'accumulazione primitiva del ca­pitale oppure a rafforzare e conso­lidare quegli Stati principeschi di o­rigine feudale la cui esistenza rap­presentava un grave ostacolo all'u­nificazione nazionale e quindi al pro­gresso. Questo problema, fondamen­tale per lo sviluppo successivo del­la storia tedesca, fu purtroppo risol­to in modo negativo sui campi di battaglia della guerra dei contadi­ni.
Naturalmente il movimento che rivendicava una serie di riforme in senso borghese non poteva essere cancellato dalla faccia della terra: non a caso esso era riuscito a scuo­tere tutta la Germania e le sue ra­dici erano molto profonde. Tuttavia una borghesia ancora troppo debole e poco evoluta non era certo in gra­do di impedire che la dottrina di Lutero ed il suo insegnamento ori­ginario che essa aveva entusiastica­mente accolto come la “propria i­deologia”, venisse deformata e messa al servizio degli interessi dei principi tedeschi.
Questa situazione non poteva non ripercuotersi sulla stessa personali­tà di Martin Lutero: il grande cam­pione che aveva sostenuto un'epica lotta contro Roma e che si era vi­gorosamente opposto ad ogni appro­fondimento politico e sociale della sua Riforma con tutti i mezzi di cui disponeva e grazie alla posizione di prestigio raggiunta alla corte elet­torale di Sassonia, si stava ormai trasformando sempre più in un “uo­mo di chiesa”. Ogni tanto egli espri­meva severi giudizi morali nei con­fronti di qualche singolo principe o di qualche signorotto, ma in gene­rale si può dire che egli proseguì perfino la sua polemica con Roma in modo ‘allineato’ e conforme a­gli interessi ed alle necessità del momento dei principati tedeschi. La vittoria dei principi sul grande mo­vimento popolare della Riforma si rispecchiò anche nei successivi inse­gnamenti di Lutero: egli scrisse che esistevano secondo lui ben pochi ve­ri cristiani sufficientemente coscien­ti da poter vivere senza la guida di un'autorità; perchè in realtà gli uomini nella loro stragrande maggioranza sono fondamentalmen­te malvagi ed hanno bisogno della costrizione e della minaccia delle pene stabilite dalle autorità per non uscire dalla retta via e precipitare nel peccato. Così l'insegnamento di Lutero si discostò in modo sempre più accentuato da quella ottimistica fiducia nel “libero esame” e nel­la forza redentrice del Vangelo che era stata alla sua base, per ridur­si ad una predicazione che esortava l'uomo, visto in una luce profonda­mente pessimista, al rispetto della legge ed all'obbedienza. Ed è signi­ficativo il fatto che numerosi stori­ci reazionari fanno risalire a que­sta evidente involuzione di Lutero, quella che secondo loro è “la vera Riforma”.

Caterina von Bora
Nel giugno del 1525, in un perio­do quindi in cui infuriava più spie­tata la reazione seguita all'insurre­zione contadina, Lutero si sposò con una ex monaca, Caterina von Bora. Da quel momento l'influente profes­sore sassone, trasferitosi in un edi­ficio già appartenuto al convento di Wittenberg, iniziò una vita da per­fetto borghese lavorando diligente­mente alla stesura ed alla revisione delle sue opere e prediche senza trascurare mai nessuno dei suoi mol­teplici doveri e incarichi. Caterina gli diede sei figli, ma egli accolse nella sua spaziosa casa anche nu­merosi trovatelli ed alcuni parenti. Inoltre, seguendo un'usanza allora molto in voga, affittò alcune stan­ze a studenti provenienti da altre città, ricavandone così un piccolo u­tile. Qualcuno di questi studenti eb­be l'opportunità, frequentando la ca­sa di Lutero, incontrandolo spesso a tavola o nell'intimità e ascoltan­do dalla sua viva voce osservazioni e commenti, di tracciare degli schiz­zi molto realistici del celebre per­sonaggio. Schizzi che pubblicati, so­prattutto negli anni che vanno dal 1531 al 1546, ebbero già nel XVI secolo grande successo e diffusione.
Martin Lutero non divenne mai ricco; gli editori dei suoi scritti ac­cumularono invece una fortuna. Va anche detto che limitarsi a vedere il Lutero di quel periodo nella lu­ce idilliaca del « buon padre di fa­miglia p (immagine questa che sarà ampiamente sfruttata dalla lettera­tura religiosa conformista nei perio­di successivi), sarebbe un grave er­rore. In lui non albergava soltanto, l'anima del teologo, ma anche quel­la dell'ideologo borghese che vede­va nelle autorità e nei principi i più validi protettori della sua riforma e delle sue idee religiose. E' per questo che a un dato momen­to Lutero sente il bisogno di dare una solida struttura organizzativa alla sua chiesa che egli intende con­trollare mediante frequenti “visite apostoliche”, mediante la supervi­sione sull'elezione dei pastori e me­diante l'istituzione di una precisa e accurata contabilità. Egli promosse anche l'istituzione di Concistori du­rante i quali giuristi e teologi di chiara fama dovevano stabilire le nuove norme della vita ecclesiasti­ca e scolastica o risolvere problemi religiosi ancora controversi sotto la presidenza del pastore dell'Univer­sità di Wittenberg. Tra i compiti di questi Concistori c'era anche la pro­mulgazione di tutte quelle norme morali che fossero giudicate utili per “mantenere gli uomini sulla ret­ta via della legge”.
Queste direttive di Lutero non fu­rono però accettate da tutti; anzi sollevarono notevoli perplessità e molta diffidenza. Il che non mancò di suscitare l'indignazione del Mae­stro il quale dovette accontentarsi di applicarle solo nei territori e nel­le comunità in cui il suo prestigio e la sua autorità erano indiscussi. Sorse così una vera e propria Chie­sa luterana con una sua ortodossia e una sua dogmatica che, quanto a cavillosità, intolleranza e litigiosità non aveva nulla da invidiare alla Scolastica medievale. Anche sul ter­reno politico Lutero si avvicinò sem­pre più sulle posizioni conservatri­ci di quegli strati dell'alta borghe­sia, alleata dei principi, che vede­vano in una ulteriore evoluzione, anche parziale, dei rapporti sociali un nemico da temere e da combat­tere con ogni mezzo.
Nel 1529 il langravio Filippo d’Assia, preoccupato per la scissione che si andava delineando in campo pro­testante indebolendolo gravemente, e temendo una reazione cattolica che avrebbe danneggiato i suoi in­teressi, decise di farsi promotore di un tentativo di conciliazione tra i due indirizzi principali in cui si era divisa la Riforma: quello di Lutero, strettamente legato agli interes­si dei principi tedeschi, e quello Dicembre 1522 dello svizzero Zwingli che esprime­va invece gli interessi di una borghesia radicale e repubblicana. No­to per inciso che questo secon­do indirizzo verrà successivamente ripreso da Calvino e, portato alle sue estreme conseguenze, rappresen­terà la base sociale della sua lotta vittoriosa contro la Controriforma cattolica. Il langravio propose quindi ai rappresentanti delle due tenden­ze di incontrarsi a Marburgo per discutere ed appianare le loro di­vergenze teologiche e politiche e per elaborare una linea d'azione comune. La Conferenza di Marburgo durò quattro giorni. Apparentemen­te essa era dedicata alla discussio­ne del problema della Comunione, sul quale Lutero aveva dei punti di vista estremamente intransigen­ti, ma in realtà l'argomento di fon­do era rappresentato dalle differen­ze tra Riforma borghese e repub­blicana e Riforma legata ai princi­pati e quindi la Conferenza non portò ad alcun risultato pratico. Nel 1536, cinque anni dopo la morte di Zwingli, il teologo Martin Butzer propose un compromesso ai lutera­ni facendo loro delle notevoli con­cessioni. Fu così possibile sottoscri­vere il cosiddetto “Concordato di Wittenberg” che portò ad un avvi­cinamento, del resto transitorio e formale, tra le due opposte conce­zioni.
Nel 1530 l'imperatore Carlo V ap­profittò della convocazione della Die­ta di Augusta per predisporre nuo­ve manovre contro i protestanti. Es­si furono invitati a mettere per i­scritto in modo sintetico i loro principi e le loro convinzioni in modo che una commissione di esperti potesse esaminarli. I luterani depo­sitarono i principi teorici che costi­tuivano il loro credo ufficiale sotto forma di uno scritto dovuto soprat­tutto a Melantone e intitolato “Con­fessione di Augusta”. Lutero che, ufficialmente era sempre al bando dell'Impero, non potè partecipare alle discussioni e nemmeno presen­tarsi alle riunioni. Comunque, per poter seguire più da vicino l'anda­mento dei lavori, egli si trasferì, per tutta la durata della Dieta, nel­la fortezza di Coburgo situata ai confini meridionali dell'Elettorato di Sassonia e intrattenne una fitta corrispondenza con i partecipanti. I cattolici replicarono alla dichiara­zione di fede protestante con una “Confutazione” e invitarono minac­ciosamente i ‘miscredenti’ a sotto­mettersi entro un anno all'autorità della Chiesa. Ma non si giunse ad una lotta aperta neanche questa vol­ta: il pericolo rappresentato dall'a­vanzata dei Turchi e la lega tem­pestivamente stretta a Smalcalda dai principi protestanti indussero gli ol­tranzisti cattolici a più miti consi­gli. Il risultato fu un nuovo compromesso raggiunto nel 1532 e cul­minato nel “gentlemen agreement” di Norimberga.
Il testo della “Confessione di Au­gusta”, quello della sua “Apologia”, il “Grande Catechismo” ed il “Pic­colo Catechismo” e infine la “Di­chiarazione di Smalcalda” rappre­sentano gli strumenti principali dell’organizzazione della Chiesa protestante in funzione della sua allean­za coi principati tedeschi, della sua sudditanza agli interessi particolari dei singoli Stati e della dogmatiz­zazione dell'insegnamento di Martin Lutero.
Verso la fine della sua vita il Ri­formatore, impressionato dal vigo­re e dalla crescente vitalità della reazione cattolica, cercò di scatena­re una nuova ondata di energiche lotte contro il papato romano; ma ormai erano definitivamente tramon­tati i tempi in cui egli era univer­salmente riconosciuto come il capo e la guida della borghesia e delle masse popolari. Anzi, la sua vecchia­ia fu amareggiata dall'esistenza di numerose tendenze centrifughe nell’ambito della Chiesa da lui creata e dal progressivo ripudio di molti suoi insegnamenti da parte di di­scepoli e seguaci i quali sviluppa­rono per conto proprio e con indi­rizzi diversi nuove idee sullo Stato, sul Vangelo e sulla morale dando origine e diatribe senza fine e ad una vera e propria « polverizzazio­ne » del protestantesimo in un nu­mero sempre crescente di sette e di scuole.

Martin Lutero, dopo aver a lun­go sopportato i tormenti di doloro­se malattie, morì il 18 febbraio 1546 nella sua città natale di Eisleben durante il viaggio di ritorno da Mansfeld a Wittenberg.
Con la pubblicazione delle sue Te­si Martin Lutero diede, l'avvio, nel 1517, alla prima rivoluzione borghe­se con la quale ebbe inizio in Europa il periodo di transizione tra il regime feudale e quello capita­listico e in Germania l'avvento di una nuova era per il popolo tede­sco. L'aspirazione iniziale della bor­ghesia moderata ad una Chiesa na­zionale e indipendente da Roma fi­nì per acquistare delle caratteristi­che sociali sempre più profonde gra­zie all'apporto della borghesia ra­dicale, delle classi contadine e ple­bee. Essa sfociò quindi nella guer­ra tedesca dei contadini, che rap­presentò il culmine della prima ri­voluzione borghese ed il primo im­portante assalto delle masse popola­ri contro il sistema feudale univer­salmente imperante. Lutero ha il grande merito storico di aver dato un'ideologia a questo complesso di forze che si accingevano ad affron­tare una lotta di classe di portata universale: come interprete e cam­pione della borghesia possidente e­gli si pose decisamente e coraggio­samente alla testa di questo vasto movimento di opposizione inizian­do una titanica lotta contro il cen­tro spirituale del sistema feudale. Infatti, togliendo alla chiesa papale ogni legittimità prioritaria “per di­ritto divino” con argomenti fonda­ti e tratti dalla stessa teologia, e­gli toglieva contemporaneamente o­gni giustificazione ideologica al si­stema feudale patrocinato e indica­to da Roma come il sistema socia­le ‘ottimale’ e più consono alle necessità politiche della Santa Se­de. Non solo, ma, su un piano eco­nomico, con il suo ritorno allo spi­rito evangelico puro; cioè non de­formato dalla legislazione canonica successiva, egli giustificava la se­colarizzazione dei beni ecclesiastici che non apparivano più come “pro­prietà di Dio affidata alla sua Chie­sa”, ma come un'ingiustificata ric­chezza accumulata in spregio all'in­segnamento di Gesù Cristo. Con queste idee e col respingere il prin­cipio di autorità invocato dalla Chie­sa a protezione dei suoi interessi tutt'altro che spirituali, Lutero ave­va messo a disposizione della bor­ghesia un'ideologia adeguata alle sue necessità. Inoltre egli era riu­scito a stimolare e a dare coscien­za ad un movimento nazionale sen­za precedenti: soprattutto con la traduzione della Bibbia che compor­tava l'acquisizione di una nuova di­gnità da parte della lingua tede­sca, che ormai non poteva più es­sere considerata solo un “dialetto locale” di fronte al colto latino, la lingua universale del sistema feuda­le universale fondato quasi mille an­ni prima sull'alleanza stretta tra il papato e Carlo Magno.

Il feudalesimo che come sistema sociale era ormai vecchio e fracido, doveva essere prima scosso nei suoi fondamenti teologici; soltanto in u­na fase successiva poteva essere messo in discussione e respinto co­me forza politica e sociale. Perchè in quei tempi la critica teologica dei principi religiosi era, come dis­se acutamente Marx, “la base di o­gni critica”.
Nel 1843-44 Karl Marx scrisse sul significato storico della Riforma luterana questo giudizio, che posso considerare definitivo…

“Da un punto di vista storico, la emancipazione teoretica ha avuto per la Germania uno specifico si­gnificato pratico. Il passato rivolu­zionario della Germania è infatti e­minentemente teoretico ed è rappre­sentato dalla Riforma protestante. Allora la rivoluzione partì dal pen­siero di un monaco, successivamen­te da quello del filosofo”.

Anche se Lutero si schierò più tardi contro ogni evoluzione della Riforma in senso radical-borghese o contadino-plebeo, anche se il pro­testantesimo concluse la prima rivo­luzione borghese da esso stesso su­scitata con un compromesso di classe, stipulato tra la borghesia ed il potere principesco lasciandosi as­servire dagli interessi particolari dei singoli Stati, pur tuttavia il movi­mento suscitato dalla Riforma die­de un enorme impulso allo svilup­po del popolo e della nazione tedesca.
Insieme alla Riforma luterana sor­ge per la prima volta e per impul­so della giovane borghesia e delle masse popolari, un movimento cul­turale a carattere nazionale e di di­mensione nazionale che costituirà la base di partenza dell'evoluzione cul­turale tedesca. Nel campo delle ar­ti figurative, gli artisti tedeschi si liberano dagli schemi e dai temi sacrali tipici del Medio evo per de­dicarsi, nel periodo della Riforma, ad un nuovo tema molto più reali­stico: l'uomo. Sono di quell'epoca i primi ritratti di ricchi borghesi com­missionati ad artisti di vaglia. Ma la rivoluzione nel campo dell'arte non si limita a questo: un numero senza fine di pittori, di grafici, di incisori piccoli e grandi (tra questi ricorderemo Grunewald) si dedica­no con sempre maggiore frequenza a descrivere l'uomo comune, l'uo­mo della strada, i suoi atteggiamen­ti e le sue abitudini e per di più partecipano attivamente alla lotta mettendo la loro arte e la forza persuasiva della loro “propaganda visiva” al servizio delle aspirazioni nazionali e sociali del popolo te­desco. L'influenza dei fogli volanti scritti in tedesco, violentemente po­lemici nei confronti della situazio­ne esistente ed efficacemente illu­strati da disegnatori e incisori lega­ti alla causa del popolo, fu grandis­sima e costituì un mezzo potente di propaganda delle nuove idee tra le masse popolari. Anche la musica subì un profondo rinnovamento: lo stesso Lutero scrisse un grande nu­mero di corali ispirandosi e attingendo al patrimonio delle canzoni popolari e questa forma musicale sarà ripresa e portata alla sua mas­sima perfezione da Schütz, Bach e Händel e costituirà l'espressione di una cultura musicale borghese, del tutto indipendente da quella delle corti principesche. L'influenza eser­citata da Lutero sull'evoluzione del­la lingua tedesca non si limita poi alla traduzione della Bibbia ed all’elaborazione di un “tedesco colto”.
Lutero raccolse infatti dalla viva voce del popolo vocaboli, modi di dire, proverbi che egli inserì nelle sue poesie, nelle sue prediche, nel suo catechismo e nella sua mirabi­le traduzione delle favole di Esopo acquistando così un merito enor­me ed incancellabile nel campo del­la lingua e della letteratura tede­sca. La Riforma diede anche un grande impulso allo sviluppo del sa­pere e dell'organizzazione scolasti­ca, soprattutto per merito di Melantone il quale pianificò e fece adot­tare una nuova costituzione scolasti­ca di tipo statale ed un riordina­mento delle università in cui fu in­trodotto lo studio della storia tede­sca. Moltissime furono poi le nuo­ve università fondate nei territori che avevano aderito alla Riforma e ciò comportò un allargamento della vita culturale, una sua evoluzione in senso nazionale e l'adozione dei principi sanciti dall’Umanesimo. Tant'è vero che Federico Engels scrisse che “senza la Riforma protestante tedesca... l'evoluzione culturale europea sarebbe stata di una desolante unilateralità”. Tutti questi fermenti culturali portarono in epoche successive alla formazio­ne della letteratura e della filosofia classica tedesca.
Con la Riforma e con la Guerra dei Contadini il popolo tedesco ha portato a compimento un compito storico che è stato di grande impor­tanza anche per tutto il resto d'Europa. La prima rivoluzione borghe­se in Germania fu ben presto segui­ta da numerose altre rivoluzioni borghesi in vari altri Stati europei i quali riuscirono a realizzare il pas­saggio dal feudalesimo al capitali­smo grazie alle loro particolari con­dizioni economiche ed al progresso raggiunto dalla loro classe borghe­se. Seguendo gli insegnamenti origi­nari di Lutero e per lottare più ef­ficacemente contro la Controrifor­ma cattolica, Calvino elaborò un'i­deologia che si adattava ad una bor­ghesia molto più matura di quella tedesca e che fu di enorme impor­tanza per lo sviluppo degli Stati na­zionali nell'Europa Occidentale. Ne­gli Stati scandinavi, la Bibbia ven­ne tradotta nelle lingue nazionali sull'esempio di quanto aveva fatto Lutero e il luteranesimo fu eleva­to al rango di religione di Stato contribuendo al consolidamento del­le monarchie nazionali. La Riforma iniziata da Lutero finì così per ac­quistare un'importanza mondiale.
La pubblicazione delle Tesi avvenu­ta nell'ottobre 1517 segnò quindi u­na svolta decisiva sulla storia del mondo esattamente come 400 anni dopo, nell’ottobre 1917, segnarono una svolta decisiva nella storia del mondo le cannonate dell’incrociatore “Aurora”. In entrambi i casi, a Wittenberg nel 1517 e a Leningrado nel 1917 l'uomo faceva un passo avanti sulla strada della sua libera­zione.


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