mercoledì 7 ottobre 2009

MARTIN LUTERO - L'inizio della riforma protestante


Martin Lutero, monaco agostiniano
Disegno del 1520 di Lucas Cranach il giovane
Dal 1514 era in corso in Germania una nuova grande e ‘campagna’ per la vendita delle indulgenze; l'acqui­sto di queste indulgenze aveva il po­tere di “cancellare qualsiasi peccato” come aveva sottolineato lo stesso Papa con tutta la forza della sua autorità. Gli introiti di questa campagna di ven­dita delle indulgenze dovevano servi­re per la costruzione della Basilica di San Pietro a Roma. In realtà però una parte delle somme incassate veniva impiegata dal più zelante sostenitore del decreto papale, il principe arcive­scovo di Magonza e Magdeburgo Albrecht, amministratore apostolico di Halberstadt, per pagare gli ingenti debiti da lui contratti con i banchieri Fugger. La famosa banca di Augusta aveva infatti anticipato a questo ram­pollo degli Hohenzollern delle forti somme mediante le quali egli aveva potuto comprare dalla Curia romana le numerose cariche ricoperte realiz­zando un cumulo di attribuzioni e di poteri altrimenti vietati dal diritto ca­nonico e che facevano di lui il più al­to e influente rappresentante della chiesa in Germania. I Fugger avevano pensato di fare un ottimo investimen­to: in questo modo infatti, se da una parte erano garantiti sulla restituzio­ne dei prestiti dalle ricche prebende di cui Albrecht avrebbe goduto, dalla altra avevano un'occasione unica per estendere la loro già grande influenza legando al loro carro il più alto espo­nente religioso della Germania.
La vendita delle indulgenze era una pratica già da secoli in uso nella chie­sa cattolica. Da un punto di vista teo­logico essa giustificava il presunto po­tere che avevano le indulgenze papali di liberare gli acquirenti dai loro pec­cati, con il seguente argomento: la Chiesa Cattolica aveva accumulato nel corso dei secoli un'enorme quantità di meriti atti ad assicurarle in quanti­tà illimitata la benevolenza, la mise­ricordia e la grazia di Dio. Questi me­riti le provenivano soprattutto per o­pera di Gesù, suo fondatore, degli a­postoli, dei martiri della fede e della infinita schiera dei santi. Il Papa; co­me rappresentante di Cristo e della Chiesa era anche il depositario di tut­to questo tesoro di misericordia e di divina indulgenza e quindi ne poteva disporre liberamente. Il peccatore a­veva quindi la possibilità di essere li­berato dai suoi peccati accedendo a questo tesoro di misericordia custodi­to dalla Chiesa stessa, cioè versando una adeguata offerta in base a un ta­riffario elaborato dall'autorità eccle­siastica. Se il peccato era piccolo, l'of­ferta lo estingueva completamente, se invece era molto grande, l'offerta serviva ad abbreviare i tormenti del Purgatorio; tuttavia un'offerta molto più cospicua poteva cancellare anche un peccato molto grave ed evitare al colpevole più abbiente anche il sog­giorno abbreviato in Purgatorio.
Questo « sacro traffico » fu con l'an­dar del tempo, sempre più sfruttato e perfezionato dalla Chiesa: le esigen­ze finanziarie della Curia romana au­mentavano continuamente e a Roma non si faceva certo una gran fatica a cercare sempre nuovi pretesti per ven­dere e collocare la “santa merce”. In base ad un'ordinanza papale del 1476 divenne perfino possibile comperare la liberazione dal purgatorio per per­sone già defunte! Nonostante che le critiche e le mormorazioni nei con­fronti di questo squallido mercato cre­scessero, gli affari andavano a gonfie­vele. I predicatori, incaricati di propagandare la vendita delle indulgenze, battevano il paese e soprattutto le cam­pagne, promettendo non solo la liberazione dalle pene stabilite dalla Chie­sa ma anche la liberazione da ogni pec­cato in cambio di una adeguata offer­ta di denaro. Uno dei più abili venditori di indulgenze papali fu il domenicano Giovanni Tetzel di Pirna; egli riuscì a raccogliere ingenti somme, parte delle quali affluirono nelle casse vaticane per finanziare la politica dei papi rinascimentali. Agenti della Ban­ca Fugger sorvegliavano da vicino la operazione e si facevano premura di controllare che almeno una parte del­le offerte dei credenti affluisse nelle casse dell'Arcivescovo di Magonza.
Lutero, dopo le sue meditazioni del 1516 e ancor più dopo quelle del feb­braio 1517, era decisamente contrario all'abuso delle indulgenze. Per di più, attraverso le confessioni dei suoi pe­nitenti, aveva saputo dell'atteggiamento mercantile del domenicano Tetzel che, nella vendita delle indulgenze si comportava appunto come un volgare imbonitore. Benchè, per questioni di competenza territoriale, il monaco do­menicano non potesse predicare nella Sassonia elettorale, turbe di cittadini di Wittenberg, attratti dalla fama e dall'oratoria del frate, si recavano in massa a Scharen, nell'Elettorato di Brandeburgo o a Zerbst, nella cir­coscrizione di Magdeburgo, per lucra­re le “sante indulgenze”.
Spinto dalla sua concezione perso­nale della spiritualità e della religione, ma, interpretando inconsciamente le e­sigenze ancora in gran parte inespres­se della società del suo tempo, Martin Lutero compilò in lingua latina 95 te­si contenenti le sue idee sulla peniten­za e sulle indulgenze, per proporle co­me argomento per una disputa acca­demica. Il 31 ottobre 1517 egli affisse una copia delle sue tesi sulla porta del­la chiesa del castello di Wittenberg che normalmente veniva usata anche come “albo murale” per gli avvisi ed i comunicati dell'Università. Altre co­pie furono da lui inviate all'arcivesco­vo di Magonza e al vescovo di Brandeburgo e, qualche giorno dopo anche ad alcuni amici di Norimberga e di Erfurt dai quali voleva ottenere un giu­dizio.


LE 95 TESI DI LUTERO

Lutero espose nelle sue tesi la sua nuova concezione sulla penitenza in cui questa veniva considerata come un atteggiamento normale e quotidiano che doveva accompagnare il credente per tutta la vita ed aiutarlo nella sua lot­ta contro il peccato; essa non aveva niente a che fare con il “sacramento della penitenza amministrato dalla ge­rarchia ecclesiastica”. Il papa, in vir­tù dei suoi poteri spirituali poteva can­cellare o mitigare solamente quelle pe­nitenze e quelle pene che egli stesso aveva istituito o approvato quando e­rano state proposte dai suoi rappre­sentanti o dai suoi canonisti. Ma in nes­sun caso egli poteva pretendere di li­berare le anime dal purgatorio: dove­va limitarsi a pregare per loro. Anche perchè un peccatore sinceramente pen­tito dei suoi peccati doveva coraggio­samente affrontare il suo giusto casti­go senza tentare di sottrarsi alle pene previste. Soltanto con questo atteggia­mento, comprovante il suo profondo pentimento, egli poteva sperare nel­la misericordia divina e nel perdono anche senza lucrare alcuna indulgenza. Con la vendita delle indulgenze quindi “la gente veniva indegnamente illusa con la rosea convinzione di aver riscat­tato i suoi peccati con un po' di dana­ro... e veniva propagandata una con­cezione della vita spirituale che si po­teva così riassumere: non appena le monete tintinnano nelle casse della chiesa, i peccati sono perdonati e l'a­nima può andarsene dal purgatorio”.
Bisogna tuttavia precisare che nel­le sue 95 tesi Lutero non si era ancora spinto tanto avanti; non c'era stata ancora la definitiva rottura ed egli era profondamente compreso del suo ran­go di Dottore in Teologia il quale i­niziava una polemica piuttosto appas­sionata sul pentimento e sulla peniten­za soltanto “per amore della verità” e perchè preoccupato di contribuire allo sviluppo di una coscienza morale responsabile ed autosufficiente nello uomo. Tuttavia in quel momento, ca­ratterizzato da un crescente movimen­to di opposizione nei confronti della politica della Curia romana, la criti­ca allo spettacolare smercio delle “san­te indulgenze” e la coraggiosa sintesi degli argomenti contro questa indegna pratica contenuta nelle tesi di Lutero, anche se espressa in forma teorica ed attenuata, ebbe un effetto assai più profondo di quanto pensasse il suo au­tore e suscitò degli echi e delle conse­guenze che andavano molto al di là delle sue intenzioni. Tradotte sul pia­no pratico, le sue tesi in fondo poteva­no anche significare per esempio che chi non aveva proprio tanti soldi da buttar via, poteva anche tenerseli per i bisogni della sua famiglia piuttosto che gettarli dalla finestra acquistando l'indulgenza. Oppure: perchè il papa non si costruiva la Cattedrale di San Pietro con i propri soldi anzichè con quelli dei poveri cristiani, dal momen­to che i suoi tesori erano molto più ricchi di quelli leggendari di Creso? Il fatto è che in quel momento il ri­sparmio era diventato una necessità assoluta per la realizzazione dell'accu­mulazione primitiva da parte della borghesia tedesca in ascesa e l'insof­ferenza nei confronti della spoliazio­ne sistematica perseguita dalla chiesa e dalle gerarchie ecclesiastiche in Germania aveva raggiunto una fase esplo­siva e si era estesa anche alle masse popolari contagiate dalle allettanti ideologie borghesi. Nelle 95 tesi di Lutero di celavano infatti le premesse, anche se non ancora chiaramente de­lineate, per edificare una “chiesa più a buon mercato” che si adattasse al­le esigenze dei tempi nuovi e della nuova realtà sociale, che rispondesse alle aspirazioni della grande maggio­ranza della popolazione.
L'invito di Lutero rivolto ai suoi col­leghi professori per iniziare una dispu­ta sulle 95 tesi, non ebbe alcun seguito. All'inizio soltanto l'università di Karlstad si dichiarò pronta alla discussio­ne, ma ben presto la piccola Wittemberg fu letteralmente frastornata dalla eco che la pubblicazione delle tesi aveva suscitato in tutta la Germania.
Verso la fine del 1517 Lutero apprese, incredulo e profondamente commos­so che a Norimberga, a Lipsia ed a Basilea le sue tesi erano state ristampa­te e tradotte in lingua tedesca. Nei primi mesi del 1518 un enorme nume­ro di copie tedesche erano già in cir­colazione in tutta la Germania e veni­vano avidamente lette e commentate.


LA LOTTA CONTRO LA CHIESA DI ROMA

Una veduta della città di Augusta


Le tesi affisse a Wittenberg riapri­vano infatti la lotta contro il nemico capitale dell'evoluzione nazionale e del progresso sociale in Germania: es­se scatenavano delle forze lungamen­te compresse e stavano producendo una vera e propria reazione a catena. Tutte cose che Lutero non aveva af­fatto previsto. Il primo assalto condot­to contro una consuetudine della chie­sa papista aveva scosso contempora­neamente i fondamenti ideologici del feudalesimo dal momento che erano state poste in discussione le basi teo­logiche e quindi giuridiche dalle qua­li entrambi traevano giustificazione; so­prattutto veniva scosso il principio del­la loro universalità e della loro immu­tabilità. L'azione di Lutero è stato il se­gnale d'inizio dei grandi conflitti sociali del XVI sec. che “hanno coinvolto in un unico vortice tutti i ceti sociali scuo­tendo fin dalle fondamenta l'impero germanico” (Engels).
Il movimento contro l'ingerenza e lo sfruttamento di Roma che a quel tempo era fomen­tato da molteplici interessi comuni ai più diversi strati della popolazione, entrò in una nuova fase. La Riforma, nata dal fertile terreno di una crisi nazionale e nutrita dalle tesi di Martin Lutero, spianò la via e costituì la scintilla della prima rivoluzione bor­ghese in Germania, la “rivoluzione N. 1 della borghesia” (Engels). Nel corso successivo degli avvenimenti Lutero spingerà ancora più a fondo il suo attacco contro la chiesa di Roma e fornirà l'ideologia per giustificare la prima grande rivolta della borghesia eu­ropea e delle masse popolari contro il sistema feudale.
La prima denuncia contro Lutero fu presentata alla Santa Sede da un incaricato dell'Arcivescovo di Magonza. Il monaco agostiniano venne infatti accusato di “diffusione di tesi errate”. Più tardi ci fu una reazione ancor più pericolosa degli odiati do­menicani che, fin dall'alto Medio Evo avevano il monopolio dell'inquisizio­ne e della persecuzione contro gli eretici per cui erano chiamati dal po­polo con il significativo soprannome di “domini canes” (i cani del Signore) ottenuto scomponendo opportunamen­te la loro denominazione latina. In un ordine del giorno emesso dall'univer­sità di Francoforte sull'Oder, dipen­dente dall'Elettorato del Brandeburgo, essi accusarono apertamente Lutero di eresia. Questo fatto era suffi­ciente, secondo le leggi del tempo, per iniziare contro di lui un regolare pro­cesso canonico.
Nel frattempo il famigerato Giovanni Tetzel, con l'aiuto del professo­re di teologia di Francoforte Corrado Wimpina, aveva compilato e pub­blicato 95 contro-tesi da opporre a quelle di Lutero. Questi rispose con il suo primo scritto tedesco, il “Ser­mone sulla remissione dei peccati e sulla Grazia”, nel quale egli precisa­va il suo pensiero e la portata della sua polemica in aggiunta alle “Reso­lutiones” che egli aveva scritto per il­lustrare le sue 95 tesi.
Intanto Lutero aveva trovato un nuo­vo avversario nel Dottor Johann Eck, un teologo di Ingolstadt, il quale nel suo opuscolo “Obelisci” aveva taccia­to il monaco di Wittenberg di hussismo accusandolo apertamente di es­sere un eretico convinto. Anche il do­menicano Tetzel non perdeva tempo: egli pubblicò infatti altre 50 tesi con­tro Lutero scagliandosi anche contro l'Elettore di Sassonia da lui accusato di proteggere il pericoloso eretico. Lutero partì al contrattacco con uno scrit­to intitolato "Libera discussione sulle indulgenze papali e sulla remissione dei peccati" notevole perchè in esso, per la prima volta egli esprime senza riserve e senza giri di parole il suo pensiero sull'argomento, usando in più un linguaggio colorito e popolare­sco; caratteristica questa che accompa­gnerà poi tutti i suoi scritti rendendo­ne ancor più facile ed efficace la let­tura tra le più larghe masse del popo­lo tedesco. Tetzel poteva calunniare e maltrattare lui, Lutero, come voleva però “era intollerabile e insopporta­bile che lui grufolasse tra i versetti delle Sacre Scritture... con lo stesso stile di una troia che immerge il gru­gno in un sacco di ghiande... Quando simile gente che non ha capito niente della Bibbia e che non conosce bene nè il tedesco nè il latino si scaglia in modo tanto accanito e vergognoso con­tro di me l'unica sensazione che pro­vo è quella di udire il raglio del più tonto dei somari... Io me ne sto qui a Wittenberg con la coscienza tranquil­la: sono il dottor Martin Lutero mona­co agostiniano e chiunque può trovarmi. Se qualche illustre inquisitore o cacciatore di streghe e di eretici a­vesse voglia di venire qui a spaccare le pietre in quattro o ad annusare il nostro ferro, sappia che sarà bene ac­colto, che troverà tutte le porte aper­te, potrà girare dove più gli aggrada e trovare alloggio gratuito secondo quanto ha benignamente disposto e promesso il nostro illustrissimo Prin­cipe Elettore di Sassonia”. Così per la prima volta il polemico monaco agosti­niano e professore di teologia citava in uno scritto anche il suo Principe che, d'altra parte, fin dal marzo 1518 gli aveva fatto discretamente perve­nire il suo incoraggiamento a conti­nuare senza paura per la strada intra­presa. Questa preziosa protezione, ot­tenuta tramite i buoni uffici e le sot­tili argomentazioni dello Spalatino, doveva ben presto risultare estrema­mente efficace anche sul piano pratico.
I domenicani, dimostrando la loro consueta perfidia, anzicché inoltrare alle superiori gerarchie il testo conte­nente le 95 tesi, avevano trascritto una predica pronunciata da Lutero sulla dubbia legittimità delle disposizio­ni ecclesiastiche sulle indulgenze, vi avevano abilmente interpolato alcune frasi staccate tolte dai suoi preceden­ti scritti e avevano spedito il tutto al Generale del loro Ordine, il cardinal Caetani che, naturalmente aveva tro­vato il testo così manipolato ancor più compromettente e chiaramente eretico. Come se non bastasse, poco dopo, il consultore papale per le que­stioni riguardanti la Fede, il domeni­cano Silvestro Prieras, in una sua di­chiarazione ufficiale aveva scagliato la maledizione della Chiesa sulle Tesi di Lutero giudicate "errate, maliziose ed eretiche". Dopo queste autorevoli prese di posizione, Martin Lutero era diventato non solo per i domenicani e per la Curia ma anche per la mas­sima autorità politica, l'imperatore Massimiliano I, un “eretico notorio” contro il quale, secondo la prassi del tempo, bisognava agire al più presto e con la massima severità. Perciò l’E­lettore di Sassonia ricevette l'ordine dalla Corte imperiale di spedire sotto buona scorta il monaco ribelle a Roma per esservi interrogato e processa­to.
Ma per fortuna tra l'imperatore e l'elettore di Sassonia non correva af­fatto buon sangue ed i loro rapporti erano molto tesi. Federico il Saggio, soprannominato in modo ancor più ap­propriato dai suoi contemporanei "la volpe sassone", durante le trattative per designare l'imperatore che doveva succedere a Massimiliano, si era rifiu­tato di mettere il suo voto elettorale a disposizione del candidato imperia­le che era Carlo I re di Spagna, nipo­te dello stesso Massimiliano. Il suo comportamento era stato seguito con la massima attenzione dalla diplomazia vaticana: Roma infatti non aveva cer­to alcun interesse che il trono imperia­le andasse al ramo spagnolo degli Asburgo perchè in tal modo gli stati del­la Chiesa si sarebbero trovati comple­tamente circondati sia a Nord (Italia settentrionale) che a Sud (Regno di Napoli) dai territori asburgici con no­tevole pericolo per l'indipendenza po­litica e per la possibilità manovriera del potere temporale papale.
La Curia quindi aveva tutto l'interes­se di mantenere cordiali rapporti con l'Elettore di Sassonia; anzi essa cer­cò° in tutti i modi, con un sottile lavo­rio diplomatico, di farlo proclamare e riconoscere come candidato ufficiale al trono imperiale al posto di Carlo I.
Questa particolare congiuntura poli­tica e le strane alleanze che essa pro­dusse, si ripercossero favorevolmente anche sul processo canonico dell'ereti­co di Wittenberg e rappresentarono la sua salvezza. A Federico il Savio non fu difficile ottenere dal Vaticano che Martin Lutero venisse interrogato non a Roma ma in Germania e non secondo la prassi 'giudiziaria' bensì in modo ‘paterno’. Fornito di salva­condotto e di lettere di presentazione, Martin Lutero si recò allora nella li­bera città imperiale di Augusta dove trovò ad attenderlo due ferratissimi Consiglieri del suo Principe Elettore, incaricati di dargli ogni aiuto.


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