mercoledì 7 ottobre 2009

MARTIN LUTERO - Lo scontro tra i Papisti e i Luterani


La sfida di Lipsia tra Karlstadt e Lutero


Il 12 ottobre del 1518 ebbe luogo nella casa dei Fugger il primo incontro tra Lutero e i plenipotenziari della Cu­ria. Il cardinale Caetani, che aveva partecipato in veste di legato Ponti­ficio a una Dieta imperiale tenutasi ad Augusta, esortò il monaco agosti­niano a riconoscere i suoi errori, a rin­negarli e ad astenersi da ogni azione suscettibile di recar danno alla Chiesa. Ma Lutero non si piegò. Passò anzi al contrattacco impegnando immediata­mente il sapiente generale dei Domenicani in una discussione teologica nel corso della quale ebbe occasione di esporre e di sottolineare con vigo­re ancor maggiore le sue idee e le sue convinzioni. Soprattutto egli sosten­ne senza mezzi termini la sua assolu­ta certezza che il peccatore potesse ottenere il perdono divino anche sen­za la mediazione del papa perchè, per ottenere questo perdono, non occorre­va la somministrazione di alcun sacra­mento dal momento che, secondo lui, bastava aver fede nella possibilità di salvarsi.
L'atmosfera della riunione divenne ancor più tesa quando il “miserabile monaco mendicante” ebbe l'ardire di tacciare di presunzione il papa il quale reputa la sua autorità superio­re a quella della Bibbia e del Conci­lio, e di correggere con aria trionfante alcuni involontari errori commessi dal cardinale durante la dotta disputa. I tentativi di conciliazione fatti dal timoroso Staupitz non ebbero alcun successo. Lutero rimaneva irremovi­bile. Dalla sua bocca non uscì la mi­nima ritrattazione! In queste condi­zioni una sua ulteriore permanenza ad Augusta diventava veramente pe­-ricolosa. In fondo, il generale dei do­menicani poteva, di fronte al manca­to pentimento e alla mancata ritratta­zione “del noto eretico”, farlo arre­stare e tradurre a Roma per il proces­so. E' per questo che i due consiglieri sassoni persuasero Lutero a fuggire la notte stessa dalla città per sottrar­si alla pericolosa vicinanza del cardi­nale.
Dopo il suo ritorno a Wittenberg, Lutero si aspettava giorno per giorno di ricevere la bolla papale di scomu­nica e pertanto si preparava a emi­grare in Boemia oppure in Francia.
Federico il Saggio che aveva già una volta rifiutato l'estradizione di Lutero a Roma, era sottoposto a continue pressioni della Curia che lo solleci­tava da una parte a por termine all'at­tività sediziosa di Lutero, dall'altra ad assecondare i piani della diploma­zia vaticana.
Nel 1519 morì l'imperatore Massimiliano I senza esser riuscito ad assicu­rare al nipote la successione al trono imperiale. Per la Curia quindi ebbe inizio un periodo di trattative e mer­canteggiamenti in vista della designa­zione del nuovo imperatore e queste trattative, durate lunghi mesi, rive­stivano ovviamente un'importanza mol­to maggiore di quelle relative all'istru­zione del processo canonico contro Lutero che, di fronte alle esigenze della alta politica, passò naturalmente in secondo piano.
Intanto una polemica letteraria sor­ta tra Andrea Karlstadt e Giovanni Eck aveva spinto questi due personag­gi ad organizzare una pubblica dispu­ta sulle loro contrastanti idee. Il pro­fessore di Ingolstadt aveva approfit­tato dell'occasione per impostare le sue tesi in modo violentemente pole­mico nei confronti di Lutero, e il su­scettibile monaco di Wittenberg non poteva certo restare indifferente di fronte a questa pubblica presa di po­sizione contro di lui nè esimersi dal partire al contrattacco sfidando a un duello oratorio il suo denigratore. Ac­compagnato da una scorta di 200 stu­denti dell'Università “Leucorea” ar­mati, Lutero si recò quindi insieme a Karlstadt a Lipsia, dove, nella sala maggiore del castello di Pleissen eb­be luogo un memorabile scontro ora­torio che durò quasi tre settimane e si svolse alla presenza del principe Giorgio, del ramo albertino della Ca­sa di Sassonia.
I protagonisti della disputa furono Lutero ed Eck i quali esposero e rias­sunsero in modo molto dotto e vivace le loro opposte tesi; tra il pubblico, seguiva con particolare attenzione i loro argomenti un giovane Magister, Thomas Müntzer.
Lutero demolì le presunte origini divine su cui si voleva basare il potere assoluto dei papi; von Eck replicò che questa sua presa di posizione met­teva Lutero pericolosamente vicino al­le eresie di Wycliff e di Huss; Lutero allora gli rispose che alla base delle dottrine di Jan Huss e degli hussiti c'erano delle idee profondamente cri­stiane e perfettamente accettabili dai veri credenti. Eck, in modo apertamen­te provocatorio, ricordò allora a Lutero che il Concilio di Costanza, con­vocato per giudicare l'eresia di Huss, si era concluso con la condanna al ro­go del riformatore. Lutero gli rispose duramente dicendo che, prima, egli avrebbe dovuto dimostrare che i Con­cili non possono sbagliare e che non hanno mai sbagliato. Dopo questa au­dace affermazione -di Lutero, l'abile Eck potè trionfalmente concludere la disputa dicendo: « Se Lutero sostie­ne che un Concilio di padri della Chie­sa legittimamente costituito e regolar­mente convocato possa sbagliare o ab­bia sbagliato in materia di fede, vuol dire che egli cerca semplicemente di contrabbandare tra di noi il paganesi­mo e l'ateismo. Perciò è perfettamente superfluo che io perda altro tempo per dimostrare la sua evidente ere­sia ».
La disputa di Lipsia segnò la rot­tura definitiva tra Martin Lutero e la Chiesa papale e fu proprio questa cla­morosa rottura a fare della Riforma l'i­deologia e il potente impulso della pri­ma fase della rivoluzione borghese. L'attacco a fondo condotto dall'ereti­co professore di Wittenberg contro il centro spirituale del mondo feudale, e i suoi primi appelli, compilati con chiarezza e senza mezzi termini, suscitavano tra le masse popolari una risonanza e un’adesione sempre più vaste. Anche i più famosi umanisti, tra i quali va ricordato soprattutto Erasmo da Rotterdam, cominciavano a interessarsi sempre più vivamente alle idee e all'opera del monaco ri­belle. Idee luterane circolavano sempre più frequentemente tra le mas­se e la teoria stava per trasformarsi in una grande forza materiale. Da quel momento gli scritti di Lutero ri­prodotti e continuamente ristampati in quantità fino allora mai viste, in­cominciarono a esser letti, commenta­ti e discussi in quasi tutte le famiglie. Le idee dell'audace monaco valicava­no anche i confini e si diffondevano in Svizzera, in Olanda, in Francia e perfino in Spagna e in Italia. A Wittemberg arrivavano numerosi studen­ti stranieri attirati dalla fama di Lutero e del circolo umanistico di Filippo Melantone. La piccola università “Leucorea”, grazie all'impostazione moderna impressale dal contributo umanistico di Melantone, grazie alla protezione accordatale dallo Spalatino e, soprattutto, grazie agli stretti legami che essa manteneva con il mo­vimento , della Riforma, fu per molti anni, nonostante la modestia dei suoi mezzi, la scuola più frequentata di tut­ta la Germania.
Il 1520 fu un anno decisivo per l'e­voluzione e per il rafforzamento del movimento riformatore. Fu infatti questo l'anno in cui Lutero attaccò più duramente la chiesa papale e com­pilò i suoi più efficaci manifesti e ap­pelli, in cui trovò in Filippo Melantone il collaboratore più fedele e il più geniale teorico del Protestantesimo, in cui ottenne anche l'appoggio della piccola nobiltà.
In quegli anni l'umanista italiano Lorenzo Valla era riuscito a dimostra­re che la cosidetta « Donazione di Costantino », su cui il papato aveva basa­to la giustificazione giuridica del suo diritto di esercitare un :potere tempo­rale al quale tutti gli altri Stati do­vevano essere sottoposti, non era al­tro che un falso storico. Nel 1519 il polemico umanista von Hutten aveva pubblicato in Germania lo scritto del Valla, ben lieto di poterlo utilizzare co­me un'arma nell'accanita lotta che egli conduceva contro la chiesa papale nella quale egli aveva individuato il nemico più pericoloso dell'evoluzione nazionale del popolo tedesco. Nel trattato del Valla, Lutero potè così trovare una sia pur tardiva giustificazione a quanto egli aveva affermato durante la disputa di Lipsia e cioè che l'autori­tà papale non traeva origine dalla vo­lontà e dai decreti del Signore. Sol­tanto che ora egli si spingeva molto più lontano: fortemente scosso dalla violenta campagna scatenata contro di lui e dall'odio che il clero ortodos­so gli dimostrava, logorato dall'incer­tezza e dall'attesa della scomunica e delle sanzioni papali, egli arrivò ad­dirittura alla conclusione che il papa­to romano non fosse altro che l'incar­nazione dell'Anticristo. Tanto che in una serie di repliche scritte contro Prierias, egli dichiarò apertamente questo suo nuovo convincimento sot­tolineandolo con vigore ancora mag­giore in certi suoi scritti pieni di ran­core nei confronti di quei curialisti che avevano condannato le sue tesi.
Nel corso di una polemica con il fran­cescano Alfeld, di Lipsia, Lutero scris­se un opuscolo intitolato “Sul papato di Roma, contro un ben noto sostenito­re della Curia romana a Lipsia”, in cui ribadì che il primato dei ponte­fici e l'intera gerarchia ecclesiastica erano istituzioni anticristiane. Per di più sottolineò ancora una volta la pro­gressiva spogliazione subita dalla Germania ad opera della chiesa papale.
Da ogni parte si chiedevano a gran voce riforme. Lutero, che era ormai diventato la personalità più popolare della Germania, non poteva certamen­te rimanere sordo di fronte a questa enorme pressione che veniva dal bas­so. Necessariamente egli fu costretto a porsi il problema di chi dovesse mettersi a capo di questo irresistibi­le movimento realizzando quelle forme che tutti auspicavano. Ed egli rispose a questo problema in modo tale da dimostrare di essere in realtà il por­tavoce dell'alta borghesia del suo tem­po; lo fece in uno scritto dal titolo significativo “Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca sul migliora­mento delle condizioni dei cristiani”. In esso egli esortava i potenti e i governanti tedeschi ad assumere la direzione della lotta contro Roma e di promuovere e proteggere tutti quei necessari mutamenti che si sarebbero irresistibilmente verificati nella na­zione tedesca. Lutero inoltre rivolge un vibrante appello alla “nobile nazio­ne tedesca” perchè respinga la tiran­nide romana e chiede la convocazione di un concilio nazionale organizzato dai governanti tedeschi.
In questo, che è il più ‘tempora­le’ dei suoi scritti, egli propone inol­tre uno schema di riforme da appli­care alla chiesa e ad alcuni settori del­la vita laica, riforme dettate ovvia­mente dalle necessità della nascente borghesia. Tant'è vero che nel suo sche­ma di società ideale il posto premi­nente va ai ceti più abbienti per i qua­li sono riservati anche notevoli privi­legi religiosi. Tuttavia Lutero non ri­conosce alcuna idea astratta e precon­cetta della religiosità: è per questo che anche il diritto canonico diventa inutile e va eliminato in blocco. La consacrazione e l'investitura sacerdota­le deve essere sostituita dall'elezione, da parte della comunità cristiana, di un lettore che diffonda e commenti le parole del Signore. Soltanto in caso di controversie tra le varie comunità si potrà ricorrere al consiglio di una personalità religiosa più autorevole che in nessun caso però potrà appro­fittare del suo prestigio per influire su questioni mondane. La maggior par­te delle feste religiose e dei pellegri­naggi deve essere abolita, gli ordini mendicanti devono essere soppressi, le assoluzioni in cambio di danaro ri­gorosamente proibite mentre il nu­mero delle feste di precetto deve essere ridotto. Quasi tutti i monasteri ed i conventi devono essere chiusi o tra­sformati in ospedali o in scuole.
Al problema della scuola e dell'edu­cazione che per la prima volta viene indicato come uno dei doveri fonda­mentali dello Stato, Lutero ammette una grandissima importanza, tanto da stendere dei dettagliati piani di stu­dio sia per le scuole inferiori che per quelle superiori. I principi della sua riforma erano quindi diretti a favo­rire il consolidamento dell'alta borghe­sia nell'ambito degli Stati principeschi.
Nell'ottobre del 1520 Lutero pubbli­cò “De captivitate babylonica eccle­siae” (Sulla cattività babilonese del­la chiesa); il nucleo centrale di questa opera contiene una confutazione del­la dottrina dei sacramenti con la qua­le la chiesa romana giustificava teo­logicamente la speciale posizione di privilegio - riservata ai suoi preti. Di tutti i sette sacramenti, Lutero ne ac­cetta solo tre: il Battesimo, la Peni­tenza e l'Eucarestia in quanto essi fa­voriscono il rafforzamento dei lega­mi spirituali e sociali che uniscono ogni comunità di cristiani. Tutti gli altri, la Cresima, l'Ordine Sacro, il Matrimonio e l'Estrema Unzione, ven­gono respinti in quanto istituiti dai preti con lo scopo ben preciso di in­fluenzare la vita privata degli uomi­ni. Il credente può stabilire diretta­mente il contatto con Dio e, se vuol farlo, non ha bisogno della mediazione del prete. Con questo scritto tutta la organizzazione ecclesiastica con le sue schiere di chierici veniva svuota­ta di ogni contenuto e non aveva più alcuna ragione di esistere.

Durante i suoi sermoni, Lutero toc­cò spesso alcuni aspetti pratici della vita borghese. Egli insegnò così che non bisognava tollerare alcuna forma di mendicità e che per eliminare la povertà bisognava praticare la virtù del risparmio, bandire ogni inutile lus­so ed ogni spreco anche nel mangiare e nel bere, che bisognava chiudere le case di tolleranza; che Dio andava o­norato soprattutto svolgendo con peri­zia e diligenza il proprio lavoro e ac­quistando una abilità sempre maggio­re nella propria professione. La valo­rizzazione del concetto di professi­one (notiamo che il corrispondente ter­mine tedesco “Beruf” è stato conia­to proprio da Lutero utilizzando il verbo “berufen sein” che significa “essere chiamati” a fare qualcosa di importante anche da un punto di vi­sta spirituale), il riformatore si fece promotore di una nuova etica del la­voro. Con la sua battaglia contro il disprezzo in cui veniva fino a quel momento tenuto ogni tipo di lavoro « profano », egli contribuì a creare u­na coscienza borghese.
Queste idee erano naturalmente de­stinate a suscitare una vasta risonan­za. Esse rappresentavano, anche se Lutero non poteva averne coscienza, l'esatta trasposizione teologica delle aspirazioni che, in quel -periodo di grandi cambiamenti economici e so­ciali, animavano gli strati più evolu­ti della società e in particolare l'alta borghesia che, all'alba della prima ri­voluzione borghese, si trovava anco­ra alla testa delle masse popolari in lotta per il progresso. Gli insegnamen­ti di Lutero affondavano le loro radi­ci nelle necessità reali della società del XVI secolo impegnata in un labo­rioso processo di passaggio dai rappor­ti di produzione feudali a quelli ca­pitalistici. Lutero fornì alle forze che operavano questa trasformazione la più efficace ideologia religiosa.
Dopo l'elezione dell'imperatore, la Curia aveva ripreso il processo cano­nico contro Lutero e cercava di acce­lerare i tempi. Dopo che un'apposita commissione, studiato in modo sbriga­tivo il caso, ebbe espresso in modo piuttosto superficiale il suo parere, il dottor Eck potè raggiungere papa Leo­ne X, impegnato a cacciare il cinghia­1e nella sua tenuta della Magliana, e sottoporgli l'abbozzo della bolla di sco­munica “Exsurge Domine”. Questa bolla è compilata in uno stile molto immaginoso e comincia con le seguen­ti frasi: « Sorgi o Signore e salva i tuoi. beni... perchè ci sono delle volpi che stanno devastando la tua vigna... e le Tue viti vengono abbattute da un feroce cinghiale uscito dalla fore­sta... » E più avanti: « La nostra mis­sione pastorale non deve più essere inquinata dal mortale veleno dell'er­rore. Non possiamo tollerare oltre che la serpe velenosa strisci nei campi del Signore. I libri di Martin Lutero che compongono questo cumulo di errori, devono essere quanto prima giudica­ti e bruciati ». All'eretico fu imposto di ritrattare i suoi errori entro 60 gior­ni, trascorsi i quali egli sarebbe stato inesorabilmente e automaticamente colpito dalla scomunica.
Lutero cercò per l'ultima volta di raggiungere una soluzione di compro­messa indirizzando al papa uno scrit­to intitolato “Sulla libertà di ogni cri­stiano”. In questo scritto egli enun­cia il principio dei “due regni” in ba­se al quale i cristiani hanno l'obbligo di obbedire solamente a quelle auto­rità che rappresentano il “regno ter­reno”, cioè lo Stato. Soltanto spiritua­le è invece il secondo regno, cioè l'as­sociazione dei cristiani desiderosi di risolvere i problemi della fede e della anima. Essi sono uniti in una chiesa “invisibile” e sono responsabili sol­tanto di fronte a Dio e a Lui solo de­vono piena obbedienza. La teoria dei “due regni” e il dovere per ogni cri­stiano di obbedire alle autorità poli­tiche costituite, rappresenta il primo rifiuto di Lutero a ogni decisivo cam­biamento nelle gerarchie sociali che potesse essere richiesto dalle masse popolari.
I legati pontifici Aleander ed Eck, incaricati di divulgare la bolla papale e di far bruciare gli scritti di Lutero, incontrarono notevoli difficoltà. Mol­to spesso il boia gettava deliberata­mente nel fuoco le opere degli scrit­tori scolastici e degli antiluterani al posto di quelle dell'eretico condan­nato.
Per effetto dell'emozione prodotta in lui dalla bolla, Lutero scrisse di getto una violenta replica indirizzata al papa e l'intitolò “Contro la bolla dell'Anticristo”. Per di più, in rispo­sta all'ordine di bruciare i suoi scrit­ti, che aveva vivamente impressiona­to e indignato tutti gli uomini di buon senso, Lutero invitò i professori e gli studenti con i loro parenti ed amici, nonchè la popolazione di Wittenberg, a compiere un atto simbolico di gran­de efficacia. Così il 10 dicembre 1520 sullo spiazzo destinato alle esecuzio­ni situato davanti alla torre di Elster, furono dati alle fiamme i libri di di­ritto canonico, i decreti del papa, gli scritti dei nemici di Lutero - soprat­tutto quelli di Eck e di Hieronymus Emser - e infine una copia della bol­la di scomunica.
La notizia di questa nuova sfida lan­ciata da Lutero suscitò un'enorme impressione in tutta la Germania ed ebbe un grandioso successo propagan­distico. Il monaco di Wittenberg di­venne automaticamente l'eroe della lotta tra la nazione tedesca e Roma, e il movimento da lui promosso ac­quistò una forza tale da non poter più essere in alcun modo contenuto. L'u­niversità di Wittenberg si schierò com­patta con il suo professore di teologia colpito dal bando di scomunica. Intor­no a Lutero si era formato un grup­po di valenti collaboratori, tra i qua­li primeggiavano uomini come Nico­la von Amsdorf, Caspar Cruciger, Ju­stus Jonas e Giovanni Bugenhagen. U­na vasta corrente letteraria e un'agi­tazione politica delle più disparate tendenze contribuivano a diffondere in modo ancor più capillare tra il po­polo le dottrine de “L’Usignolo di Wittenberg” (così infatti lo definì nel 1523 Hans Sachs in una sua celebre poesia). L'appoggio ormai palese e sco­perto dell'Elettore di Sassonia e l'evi­dente e crescente popolarità raggiun­ta in tutti i ceti sociali e nelle masse popolari, misero Martin Lutero al ripa­ro da ogni vendetta della Curia, gli diedero un'assoluta sicurezza morale e resero del tutto inefficace la bolla di scomunica “Decet Romanum Pon­teficem” che rimase perciò lettera mor­ta e non ebbe alcuna conseguenza pratica.


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