venerdì 13 febbraio 2009

GUAI AI VINTI (Vae Victis) - Annie Vivanti

GiustificaGUAI AI VINTI
Annie Vivanti
1956 - Mondadori Editore - Milano
Collana - Il Girasole
Biblioteca economica Mondadori


Il 4 agosto 1914 Chérie Brandès compì diciotto anni.
In quella stessa mattina, luminosa di sole, l'esercito tedesco si riversò sul Belgio neutrale, avanzando inesorabile come una marea e seminando ovunque spavento e rovina.
La casa del dottor Claudio Brandès, il fratello di Chérie, si trovava nel paesino di Bomal, a meno di trenta chilometri dagli avamposti dell'esercito invasore. Lì, il cannone non si era sentito ancora e nessuno poteva immaginare che i tedeschi fossero già così vicini. Luisa, la giovane moglie di Claudio Brandès, era rimasta sola nella sua bella e grande casa, con la figlia Mirella e la cognata Chérie. Claudio era partito il giorno prima, destinato a un'ambulanza da campo.
Mirella aveva soltanto undici anni e non poteva rendersi conto di quanta tragica diventasse, di ora in ora, la situazione del Belgio..., con infantile incoscienza, pretendeva che i diciotto anni della zietta Chérie fossero festeggiati "almeno un pochino".

"Va bene, cara - disse in un sospiro Luisa. - Fino a domani non penseremo alla guerra".

Nel pomeriggio, furono invitate le amiche di Chérie: sembravano allegre e spensierate, ma i loro sorrisi erano tenue velo all'inquietudine e allo spavento.
Verveine, una ragazza graziosissima e vivace, sedette al pianoforte e invitò le altre a cantare.
Attraverso le finestre spalancate, le loro giovani voci si spandevano nell'aria, invadendo la strada silenziosa.
Florian Audet, che arrivava a cavallo dal paese, le udì ancora prima di giungere alla porta del dottor Brandès. Veniva a salutare Chérie, prima di raggiungere il suo reparto sul fronte della Mosa, dove i Belgi avrebbero disperatamente tentato di fermare l'esercito tedesco. Floria amava Chérie, ma non aveva mai osato parlarle del suo amore.
Fu Luisa che scese ad aprirgli la porta. Vide il viso stravolto del giovane e impallidì, sgomenta...

"Che cosa accade?"... domandò ansiosamente, a voce molto bassa.

"Luisa, il Belgio è invaso in ogni punto..., dappertutto è devastazione e strage. Posso fermarmi soltanto pochi minuti, perché entro stasera debbo trovarmi a Visé. Dovete essere coraggiosa. Ascoltate ciò che vi dico e obbedite. Lasciate Bomal domattina all'alba e raggiungete Bruxellles, per la via di Namur. Non dovete passare per Liegi, assolutamente! Se qui non trovate un veicolo andate a piedi fino a Namur. Avete capito?"

Sì, Luisa aveva capito e fu presa da un tremito convulso.

"Mio Dio! Pietà di noi!"... singhiozzò.

Florian le circondò col braccio le esili spalle e la baciò con fraterna tenerezza su una guancia.

"Su, coraggio, Luisa! Ora salite dalle ragazze, avvertitele del pericolo e mandatele subito a casa. E... vi prego, dite a Chérie di scendere".

Poco dopo, Chérie era davanti a lui..., nel suo vestito bianco, con la lieve sciarpa che le ondeggiava intorno alle spalle, sembrava una visione da sogno. Florian la trasse a sé, le alzò il viso pallido e guardò con dolorosa intensità quegli occhi azzurri e profondi.
Com'era bella e innocente! Un brivido terribile lo scosse, quasi un presentimento, che per un attimo lo agghiacciò, togliendogli tutto il suo coraggio.
Doveva lasciarla! Lasciarla sola ad affrontare forse la brutalità e la violenza.

"Chérie! - disse con voce rauca - Chérie!

Lei non parlava..., lo guardava soltanto, e c'erano amore e fiducia nel suo sguardo. Florian se la strinse al petto con tenerezza infinita, poi si staccò bruscamente, senza parlare, e corse fuori. Le lacrime che gli velavano gli occhi non gli lasciavano vedere la strada.

* * *

Gli Inglesi fecero generosamente a gara nell'accogliere i profughi belgi..., al Consolato belga arrivavano ogni giorno, a centinaia, le offerte di ospitalità per quei poveretti, così dolorosamente provati dalla guerra.
Luisa, Chérie e Mirella trovarono rifugio preso la famiglia Witaker, in una bella casa circondata dal verde, vicino a Londra.
Pallide e silenziose, vestite di nero, avevano un aspetto lugubre, quasi spettrale. I loro occhi erano cupi profondi, senza ombra di sorriso..., sembrava circondarle un'atmosfera misteriosa e terribile, che turbava chiunque le avvicinasse.
Mirella, più delle altre, metteva spavento..., guardava fisso, con lo sguardo impietrito, folle, e non parlava.
Da più di un mese, dopo quell'orribile notte del 4 agosto, era diventata muta e neppure sembrava in grado di afferrare il significato o il suono delle parole altrui. Non riconosceva Luisa né Chérie..., i loro singhiozzi, le loro disperate invocazioni non riuscivano a scuoterla dalla sua apatia. Sembrava che non facesse più parte di questa vita.

Un giorno, arrivò un messaggio di Florian..., apparve nella colonna degli annunci, sulla prima pagina del Times, tramite la Croce Rossa. Diceva di essere sano e salvo, di aver veduto Claudio, che stava ne egli pure.
Luisa e Chérie si abbracciarono, piangendo di gioia. Ma quella notte Luisa non poté chiudere occhio un minuto.
Mirella doveva guarire, prima che Claudio la vedesse!
Egli non doveva sapere ciò che era avvenuto la notte del 4 agosto, a Bomal. Non si poteva dirglielo..., mai! Gli si sarebbe spezzato il cuore, se avesse saputo. E Luisa pregò. Pregò piena di fede e di speranza, per molti giorni. Poi pregò piena d'angoscia e di disperazione, per molte settimane...
Poi, non pregò più!
Le morbide linee del suo volto si trasformarono..., sembravano scolpite nella pietra. Era penetrata in lei la certezza di una nuova sventura. Non vi era più dubbio, più nessuna speranza. Novembre! Il terzo mese era passato. Avveniva ciò che lei aveva temuto più della morte..., era madre.
Attraverso la tortura, l'odio, la violenza, la vita si era radicata in lei e fioriva. Mio Dio! Che cosa fare? Doveva liberarsene..., liberarsene o morire. Ossessionata, quasi pazza, durante le notti insonni Luisa si figurava il suo incontro con Claudio, quando egli fosse tornato. Come avrebbe potuto dirgli... No! Era meglio morire. E Chérie? Da qualche tempo le sembrava mutata, diversa... quei lineamenti tirati, quegli occhi cerchiati di viola non erano dovuti soltanto al dolore. Era possibile che quell'atroce sventura avesse colpito anche lei? Luisa non osava interrogare Chérie per non costringerla a ricordare, proprio ora che sembrava più serena. Lei sapeva, perché lo provava ogni notte, quale martirio fosse rivivere nella memoria quelle ore terribili...


* * *

Chérie era completamente ignara di quanto le era accaduto. Svenuta per terra per il terrore, aveva subito la violenza senza esserne cosciente. Qualche volta, con un brivido di spavento, anche lei si sforza di ricordare..., vede gli occhi chiarissimi dell'ufficiale tedesco ubriaco..., quegli occhi non si staccavano dal suo viso..., si sente bruciare la pelle. Ecco, è questa l'ultima cosa che ricorda. Poi il mondo si riempie di indescrivibile orrore, di tortura, di strazio. Ma è come un sogno. Chérie non sa ben definire ciò che prova. E' una sensazione strana..., le sembra, a volte, di non essere più la stessa persona..., come se in quella notte di terrore, mentre lei era svenuta, la sua anima le fosse stata uccisa.
O forse la sua anima era rimasta al suo paese, a Bomal, nella casa devastata e deserta? Non voleva parlarne a Luisa, per non darle altro dolore. Pensava commossa agli occhi di lei, che la scrutavano..., desolati occhi, pieni di ansiose domande.

Dopo una notte tremenda, durante la quale le era sembrato di perdere la ragione, Luisa si decise..., ora non aveva più dubbi, non poteva aspettare ancora.

"Chérie, - disse, attirandosela vicino - debbo parlarti"... Si portò la mano alla gola, sentendosi soffocare. Non trovava più le parole né la voce.
"Sei certa, Chérie, sei certa, tu, di essere come prima?".

Chérie la guardava sbigottita, e tremava.

"Io - continuò Luisa piangendo - non sono come prima. Debbo andare in una clinica, a Londra..., lì mi cureranno, mi guariranno".... E si coprì il viso con le mani.

Fu in quel istante che Chérie sentì, vicino al suo cuore, un brivido, come un fremito meraviglioso, un lievissimo frullare di ali. Balzò in piedi e guardò Luisa con gli occhi allucinati, enormi, le mani strette al petto.

"Luisa!Che cosa sento? E' come un palpito, una stretta, qui... come se avessi un altro cuore, vicino al mio... "

Livida, con gli occhi pieni di lacrime, Luisa la guardava..., poi la strinse a sé, con disperata tenerezza.

"Chérie, - disse - mio povero angelo innocente, tu sei madre!"

"Madre! - la voce di Chérie era un soffio - Madre... io!" ... E rimase immobile, piena di stupore, le mani strette alò petto.

"Chérie, non temere! Ti salerò da questa vergogna"... disse Luisa..., ma Chérie non ascoltava, non udiva...

Era tesa a cogliere il fremito della sua creatura non ancora nata.
Non sentiva vergogna né dolore..., soltanto quel brivido nuovo, quel palpito di vita. Inutilmente Luisa supplicò e pianse..., Chérie si rifiutò di accompagnarla a Londra.
Avrebbe preferito morire, piuttosto che uccidere la piccola creatura che era in lei.
Quando, un mese dopo, Luisa ritornò, si trovò di fronte a una uova Chérie, quasi estranea, nella sua tragica, matronale dignità. Con un singhiozzo di appassionata pietà, Luisa le corse incontro e le tese le braccia.

* * *

In gennaio, a profughi belgi rifugiati all'estero giunse un comando perentorio del governatore tedesco di Bruxelles: tutti coloro che possedevano in Belgio case o terreni dovevano immediatamente ritornare in patria e reclamare i loro beni alle autorità tedesche, se volevano evitare la confisca.
Luisa decise di ritornare a Bomal, sebbene le desse una pena profonda il pensiero di riportare a casa Chérie in quelle condizioni.
Che cosa avrebbe detto la gente che le conosceva? Quel "figlio di tedesco" sarebbe stato (Luisa lo sentiva) una fonte perenne di vergogna e di umiliazioni.
Chérie accettò con gioia la decisione di ritornare a casa..., non le importava della gente..., c'era in lei una nuova pace, una nuova serenità, la serenità di chi non ha altra missione che l'attesa.
Giunsero a Bomal dopo un viaggio terribile, attraverso l'Olanda e le Fiandre. Trovarono la loro casa in uno stato pietoso..., piatti, bottiglie e bicchieri rotti erano sparsi dappertutto. Spariti i quadri, l'argenteria e ogni altra cosa di valore. Materassi e coperte ingombravano i pavimenti..., cassetti e armadi erano stati svuotati e il loro contenuto rovesciato per terra. Ma, pur devastata e profanata, era sempre la loro casa. Qui, dieci giorni dopo il loro ritorno, Chérie diede alla luce il suo bimbo. Luisa provò subito, per quella povera creaturina, un'avversione quasi morbosa, che invano si sforzava di nascondere. Quando Chérie sollevava il bambino dalla culla per allattarlo, Luisa fuggiva in un'altra stanza, per non vedere, per non essere indotta a maledire.
Chérie aveva intuito l'avversione della cognata per il suo bambino, e se ne disperava. Tutti l'avrebbero odiato così? Lo guardava con appassionata tenerezza, se lo stringeva al petto, mormorandogli le parole più dolci. Era impossibile negare che fosse bello come un cherubino, pensava Chérie..., come si poteva odiarlo?
Avrebbe voluto mostrare il suo bimbo a Mirella e veder nascere l'ombra di un sorriso su quel viso impietrito. Mirella non era ancora rientrata nella sua casa. Luisa l'aveva affidata a un'amica, a Bomal..., la vedeva ogni giorno, ma ancora non aveva trovato il coraggio di ricondurla lì, dove il terrore le aveva fatto perdere la ragione.

Ma un giorno Luisa, presa da una folle speranza, si decise a riportare Mirella a casa. La fanciulla, tenuta stretta per mano da sua madre, oltrepassò silenziosamente il cancello e camminò nel "suo" giardino, lungo lo stretto sentiero che aveva accolto i suoi primi passi e che, per anni, lei aveva percorso ogni giorno.
Niente... sul suo viso non passò un fremito. Luisa si fermò, senza respiro. Poi quasi di peso, trascinò Mirella fino alla ringhiera a cui l'avevano legata, davanti alla porta drappeggiata di rosso.
In quella stanza, Chérie si era rifugiata col suo bambino e vi trascorse molte ore, quasi isolata dal resto della casa.
Mirala guardò la tenda rossa. Ma subito ne distolse gli occhi, con un gesto appena accennato di difesa. Poi, più nulla..., il suo viso ritornò assente.
Le labbra non articolarono alcun suono.
Sua madre si sentì morire, perché si era attaccata con tutte le sue forze a quest'ultima speranza che le rimaneva.
Quella notte Luisa pianse a lungo, invocando Claudio, suo marito, pianse finchè, finalmente vinta dalla stanchezza, si addormentò.
Mirella non dormiva.
Immobile nel buio, ascoltava qualcosa che lentamente, faticosamente si risvegliava nella sua mente intorpidita..., la memoria.
Lieve e sicura come una sonnambula, scese dal letto e attraversò la camera.
Percorse lentamente il lungo corridoio buio, si avvicinò alla scala.
Una sola immagine, gigantesca e terribile, occupava la sua coscienza..., una porta rivestita di rosso.
Giunta davanti a quella porta, Mirella indietreggiò fino alla ringhiera e vi si addossò tremando, lo sguardo fisso sulla tenda rossa, nell'attesa spasmodica che qualcosa avvenisse.
A un tratto, la tenda si mosse, si aprì lentamente.
Nel vano della porta, illuminata dai raggi della luna, apparve Chérie, col suo bimbo fra le braccia. Portava una lunga veste bianca e i lunghi capelli biondi le ornavano le spalle.
Stava immobile, come una visione.
Mirella cadde in ginocchio, le braccia tese a quell'apparizione bianca e luminosa..., era la Madonna, col Bambino Gesù..., ella conosceva bene quella dolce figura. Ricordava anche le parole di saluto e di preghiera, ma non riusciva a pronunciarle...
Sentì che qualcosa le si spezzava in gola e un grido acutissimo uscì dalle sue labbra, finalmente dischiuse.
Poi, giungendo le mani, Mirella gridò...

"Ave Maria! Gratia plena"... disse con voce chiara, rivolta alla visione che ora avanzava, sorridendo e piangendo, verso di lei.

Udito quel grido, Luisa fu sulla scala in un lampo e all'ultimo pianerottolo si arrestò.
Vide Mirella inginocchiata davanti a Chérie, udì la voce limpida della sua figliola, che pronunciava dolcemente le parole della preghiera.
Luisa cadde in ginocchio accanto a Mirella, alzò verso Chérie il volto bagnato di lacrime e pronunciò le parole che per tanti giorni l'odio aveva impedite...

"Sii benedetta... tu! E il tuo bambino!".


UNA PAGINA DEL LIBRO

Chérie si era alzata col piccino in braccio. Trepida venne a inginocchiarsi ai piedi della cognata.
"Luisa! Luisa!... Non puoi amarci un poco? Che cosa ti abbiamo fatto, Luisa? Che cosa ti a fatto di male questo povero piccolo essere, perché tu debba odiarlo così? Non è per me, vedi, non è per me che imploro la tua pietà, il tuo affetto. Io posso vivere disprezzata e odiata, perché so, perché capisco... Ma per lui t'imploro, per lui! Che entra nella vita credendo di essere come tutti gli altri bambini, credendo che tutti lo ameranno... Ah, per lui ti supplico, t'imploro... una parola di tenerezza, Luisa, una parola di benedizione!".
Aveva afferrato con mano tremante l'orlo della veste di Luisa, e si chinava a baciarlo piangendo.
"Luisa, se tu mettessi mano sulla fronte e dicessi... Iddio ti benedica!... credo che ne morirei di felicità. Non puoi dirle, Luisa, queste tre parole che tutti dicono, anche ai più poveri, anche ai più reietti? ... Iddio ti benedica!... Che cosa ti costa? Questa piccola preghiera, la più breve di tutte... dilla, dilla per lui!...".
Silenzio. Luisa non si mosse.
"Luisa. - singhiozzò disperata Chérie - pensa, pensa ai giorni di dolore che verranno per me e per lui. E non vuoi fargli un augurio? Non vuoi che Dio lo salvi e lo benedica?... Ah, Luisa, è troppo triste, è troppo crudele che nessuno, nessuno abbia mai invocato una benedizione sopra un bambino così derelitto e disgraziato!"



COMMENTO ALLA PAGINA

Annie Vivanti può qualche volta esagerare di tono, indulgere a qualche romanticheria, ma il suo stile ha sempre la freschezza della cronaca viva, un'immediatezza e una forza quasi elementari.
In questa pagina, più che mai, risaltano le qualità che anche i critici più severi le hanno riconosciuto..., una sensibilità ricca e profonda, una notevole potenza descrittiva.
La preghiera che Chérie, la madre fanciulla, rivolge a Luisa ha un toccante accento di verità.
Soltanto chi ha vissuto pienamente e profondamente, così come Annie Vivanti la visse, l'esperienza della maternità, può giungere a una espressione così trepida, commossa, autentica del sentimento materno.


VALORE DELL'OPERA

Durante la prima guerra mondiale del 1914-1918, gli eccessi commessi dagli invasori tedeschi in Belgio sollevarono dappertutto indignazione e proteste.
Il romanzo di Annie Vivanti volle essere una partecipe, commossa e poetica testimonianza di tante lacrime versate di nascosto, di un tormento che spesso il pudore impedì di confessare.
Il romanzo uscì nel 1917, col titolo latino di "Vae victis"... Guai ai vinti, le brevi e minacciose parole pronunciate anticamente dal barbaro Brenno, vincitore dei Romani..., ma la tragica vicenda di Luisa e di Chérie aveva già avuto la sua prima elaborazione nel dramma "L'invasore", scritto nel 1915 e rappresentato con grande successo.
E' una storia colma di dolore, eppure tutta vibrante di una profonda fede nella vita.
Infatti, al di sopra della vergogna, della ripugnanza e dell'orrore, trionfa il sentimento della maternità, splendidamente espresso nella figura dolcissima di Chérie, che desta simpatia e tenerezza immediata.
Nella candida Chérie, martirizzata con tanta infamia, l'istinto materno sboccia rigogliosamente e grida forte i suoi diritti..., l'amore per il figlio non ancora nato è una viva e alta protesta contro l'odio che dilania e divide gli esseri umani e cancella in loro la pietà.
Divenuta madre, Chérie non sa più distinguere tra vinti e vincitori, non sa più odiare..., e neppure le importa che il suo bambino sia il "figlio del nemico". E' soltanto il "suo" bambino..., qualcosa di puro e di innocente che Dio proteggerà.

Nelle ultime pagine del romanzo, la tragica figura di Chérie diventa un simbolo, una pura immagine poetica..., essa è la Madre, umana e divina insieme. Così la vedono gli occhio di Mirella..., così la vede Luisa, in cui l'istinto materno era stato soffocato dall'orrore. A Luisa si rivela, attraverso Chérie, la miracolosa forza di un istinto materno che nemmeno le umiliazioni più atroci riescono a spegnere.

Nasce così, da un'opera evidentemente scritta sotto l'impulso dell'indignazione e del dolore, una luminosa visione della vita, piena di gentile carità e di ottimismo.
C'è, qua e là, qualche accento un po' troppo romantico, è vero, ma non disturba, perché l'autrice non perde mai il senso della realtà.



BREVE BOGRAFIA

Annie Vivanti (1868-1942) era poco più che ventenne quando diventò di colpo celebre con un libretto di poesie, presentato in modo lusinghiero da Giosuè Carducci.
Era bionda, bella, affabile. Con quei suoi luminosi occhi "glauchi e azzurri" (così la definì il poeta) fece girare la testa perfino a Carducci, già anziano quando la conobbe.

Nata in Inghilterra, da padre italiano e madre tedesca diceva che il suo paese era tutto il mondo. Sempre irrequieta, viaggiò moltissimo, in ogni continente.
Ciò non le impedì di essere una madre tenerissima per la figlia Vivien, nata dal suo matrimonio col patriota e irredentista John Chartres, col quale fu sempre affettuosamente solidale.
Annie Vivanti era squisitamente donna, in quel suo modo prepotente di affermare la propria femminilità..., per questo i suoi romanzi hanno un fascino tutto particolare, che il tempo non ha guastato.


ALTRE OPERE

I DIVORATORI (1911) - E' il primo romanzo importante, scritto dopo l'esperienza della maternità. "Divoratori" sono i figli, che si prendono tutte le cure e i pensieri della madre.

CIRCE (1912) - E' l'affascinante biografia della principessa Tarnowska.

ZINGARESCA (1918) - Piacevolissima raccolta di articoli e bozzetti, in cui l'autrice narra le varie e numerose esperienze della sua vita nomade.


VEDI ANCHE . . .

ANNIE VIVANTI - Vita e opere



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