mercoledì 4 marzo 2009

LE GRANDI BAGNANTI 1 (Large Bathers 1) - Paul Cézanne

LE GRANDI BAGNANTI - 1 (1898 - 1905 circa)
Paul Cézanne (1839 - 1906)
Pittore francese
Museum of Art di Filadelphia
XIX - XX secolo
Olio su tela cm. 208 x 249

Risoluzione foto: Pixel 2500 x 1816 - Mb 2,40

CLICCA SOPRA IMMAGINE


Le bagnanti sono appena disegnate, risolte con rari e distanti tocchi di ocra.
La falsa monotonia di questo tono si alterna al grigio e al celeste chiaro, cosicché la combinazione appare agli occhi dello spettatore con una sintesi cromatica straordinariamente armonica.
Il modo con cui Cézanne ha steso il colore, lasciando scoperte piccole parti di tela, rende la tecnica ad olio, quasi per magia, così tenue e trasparente da sembrare un delicato acquerello.
Le donne, che appaiono come esili figure, sono disposte in maniera molto simile alle altre versioni della serie dedicata a questo soggetto; ma qui i tronchi degli alberi convergono verso il centro della composizione, creando una sorta di caverna dentro la quale le bagnanti trovano riparo e protezione.
Aldilà di questo intimo e fresco gineceo si apre un dolcissimo paesaggio, distante, ma spiritualmente vicino alle modelle.

Malgrado le grandi dimensioni, l'armonia con la quale Paul Cézanne modula gli elementi cromatici e compositivi, ne fa un'opera molto sobria; un equilibrio di sintesi a cui l'artista giunse dopo una lunga ricerca consumata all'interno del suo piccolo atelier ad Aix in Provenza.
Il grande dipinto, solitamente definito come il "testamento finale della ricerca di Cézanne", segna una tappa importante per l'evoluzione dell'arte.
Esso è il seme dal quale nacquero le Avanguardie storiche.


Questo capolavoro proviene dalla Collezione Wilstach.
Sin dagli ultimi anni del XIX secolo, Filadelphia ebbe sensibili collezionisti; fu grazie alle loro donazioni che sorse il primo Museo pubblico della città, nel quale trovarono posto dipinti, sculture ed acquerelli suddivisi per scuole.
Il Museum of Art fu inaugurato in occasione dell'Esposizione per il Centenario della Dichiarazione d'Indipendenza, nel 1876, e qui dapprima trovarono posto esempi d'arte decorativa e artigianato orientale e, dal 1890, per volontà testamentaria della signora Wilstach, anche i dipinti.



CÉZANNE ACQUERELLISTA

La vasta produzione di acquerelli, la meno conosciuta dell'arte di Paul Cézanne anche perché dispersa in Collezioni Private, è stata rivalutata solo dopo una mostra tenutasi a Londra nel 1946.
Eppure, l'artista si dedicò con particolare passione a questa tecnica.
Solitamente nei suoi acquerelli forma e colore sono appena descritti e, aldilà della loro capacità costruttiva, l'elemento su cui punta maggiormente l'arista è quello lirico ed emozionale, che comunque resta sempre molto controllato.
Gli acquerelli sono stati definiti "la pura distillazione dell'effettiva sostanza dei più complessi dipinti ad olio".


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IL CAPPOTTO (Coat) - Nikolaj Vasil'evic Gogol'


IL CAPPOTTO
Nikolaj Vasil'evic Gogol'
*2005 - Editore Fermento
Collana - Percorsi della memoria
Genere - Letterature Straniere








IL CAPPOTTO fu scritto da Gogol' durante il suo lungo soggiorno in Italia.
Protagonista della vicenda è un povero scrivano, un certo Akakij Akakjevic Bascmac'kin: e già basta questo nome, che l'autore stesso definisce goffo, ad indicare che si tratta di un autentico povero diavolo, dimenticato dalla fortuna.
Egli è la persona più insignificante e meschina che si possa immaginare: è onestissimo, questo sì, ma ahimè non brilla certo per intelligenza. C'è solo una cosa che Akakij riesce a fare: copiare in bella i documenti dell'ufficio in cui lavora; ad altro egli non pensa neppure, e del resto il suo stipendio è talmente misero da non consentirgli alcuna possibilità di evasione.
Un bel giorno, Akakij decide di farsi un cappotto nuovo, in sostituzione di quello vecchio ormai letteralmente consunto; e nonostante le sue debolissime risorse economiche, egli riesce nel proprio intento.
A questo punto, gli pare ormai di aver toccato il settimo cielo per la gioia.
Ma la sua soddisfazione dura ben poco, perché alcuni malviventi lo derubano del suo tanto atteso cappotto nuovo.
La situazione precipita: Akakij cerca aiuto, o almeno comprensione, nel suo prossimo, ma urta contro un muro di egoismo e di indifferenza: finché, incapace di reagire, il povero scrivano muore, solo e privo di conforto come sempre era vissuto.
Ma le cose non si fermano qui: Gogol' ci riserva un finale a sorpresa, di sapore surrealistico, che ristabilisce in chiave puramente ironica la giustizia, quando ormai è troppo tardi affinché Akakij possa goderne i vantaggi.

Sotto il disinvolto andamento della lettura di questo romanzo non è difficile cogliere tutta l'amarezza e l'indignazione che ispirano l'autore, e che si manifestano soprattutto nelle impietose descrizioni dei personaggi altolocati con cui Akakij viene in contatto.
Gogol' gioca molto su questo contrasto tra la lievità dello stile e la serietà del contenuto..., vivacità del dialogo e istrionesca descrizione degli ambienti e dei comportamenti. Ed è proprio il povero Akakij la vittima principale dello spirito umoristico dell'autore, in coerenza con questa sua impostazione, che consiste nel concentrare il massimo di comicità nei punti più penosi e malinconici della vicenda: si notano nel nostro misero impiegatuccio, l'impaccio nel parlare, la timidezza nei rapporti umani l'inguaribile debolezza nei momenti decisivi.


Nikolaj Vasil'evic Gogol' (1809 - 1852) è uno tra i più noti ed amati scrittori della grande letteratura russa dell'Ottocento.
Ancora giovane, egli si impose alla critica per il suo talento, che gli valse l'amicizia dei maggiori letterati del tempo. Gli fu anche attribuita una cattedra di storia all'università di Pietroburgo, ma dopo solo un anno egli lasciò l'incarico, non sentendosi tagliato per questo tipo di studi. Preferì invece recarsi all'estero, ed iniziò una serie di peregrinazioni che lo spinsero tra l'altro a soggiornare a lungo in Italia.
Quando morì aveva abbandonato già da tempo l'attività creativa, in seguito ad una profonda crisi mistica, che lo indusse persino a distruggere il manoscritto della seconda parte de LE ANIME MORTE, il romanzo rimasto incompiuto che costituisce il suo capolavoro.



Nel romanzo de IL CAPPOTTO benché a tutta prima ciò non appaia ai nostri occhi, perché le sue opere sembrano animate da una fresca ventata di umorismo. In lui circola una ricca e gradevolissima vena satirica, che trae spunto dalle visi delinea la contorta e indecifrabile psicologia di Gogol',olente contraddizioni della società russa della prima metà dell'Ottocento, ancora legata a schemi rigidamente feudali (si pensi che la servitù della gleba venne abolita soltanto a partire dal 1861).
Nel mirino di Gogol' entrano un po' tutti: funzionari corrotti e arroganti, aristocratici oziosi e prepotenti, impiegati abituati all'ipocrisia, poveri diavoli rassegnati a patire soprusi di ogni genere.
Naturalmente, la simpatia dell'autore va a questi ultimi, il che può far sorgere l'impressione che egli fosse spinto da ideali politici progressisti; ma ciò non è del tutto vero, anche se le sue preoccupazioni morali e sociali furono indubbia,mente sincere.
A Gogol' interessava soprattutto scandagliare l'animo umano: la descrizione del comportamento dei personaggi concreti, immersi in una precisa società ed in una precisa cultura, non era che un pretesto, o meglio il necessario supporto. E ciò vale anche per il modo con cui i fatti ed i personaggi vengono illustrati: apparentemente egli sembra restare fedele ad una tecnica di rappresentazione realistica, ma in pratica attua una continua e sistematica deformazione grottesca del reale, aprendo in esso squarci fantastici, che talvolta paiono proiettare veri e propri incubi.

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LE SILENCE DE CARRACHE - Domenico Zampieri - DOMENICHINO

LE SILENCE DE CARRACHE (1605)
Domenico Zampieri - DOMENICHINO
Pittore italiano
Museo del Louvre di Parigi
XVII secolo
Tela cm. 34 x 47


Questo dipinto è una copia, con varianti, di un originale di Annibale Carracci; elementi tipologici e stilistici consentono di collegarlo con l'attività giovanile di Domenichino e precisamente con i primi anni del suo soggiorno romano, durante il quale collaborò ai più importanti cicli pittorici commissionati al Carracci, tra cui quello della Galleria Farnese.
Mettendo a confronto le due versioni, appare evidente che Domenichino è ben lungi dal limitarsi ad una pedante imitazione dell'originale ed offre una personale interpretazione del classicismo romano del Diciassettesimo secolo, inaugurato dal Carracci stesso.
Questo orientamento dell'artista riduce purtroppo l'eccezionale portata emotiva del soggetto, nel quale traspare la consapevolezza che ha la Vergine del tragico destino a cui andrà incontro il figlio.
Nel SILENCE di Hampton Court il Carracci si esprime ricorrendo ad un linguaggio pittorico impregnato di un morbido chiaroscuro, ereditato da Correggio e adatto alla resa di un soggetto intimistico e devozionale come questo.
Domenico Zampieri, il Domenichino, invece, avvolge la sua composizione in una luce uniforme che inonda il corpo del Bambino addormentato, che così assume una plasticità raffaellesca.
L'artista disegna con rigore i contorni delle figure e ne blocca i movimenti; si sofferma a descrivere l'acconciatura della Vergine, indugia con qualche tocco di luce sui teneri ricci del San Giovannino, posa sul tavolo delicati fiori bianchi, per ricercare un purismo accademico che è alla base della sua arte.
Il classicismo del Diciassettesimo secolo trova nel Domenichino il suo interprete più intellettuale, che utilizza un disegno infallibile per costruire una monumentale composizione delle masse plastiche.
L'artista così scriveva al prelato Giovan Battista Agucchi, suo amico e mecenate...

"Il disegno dà l'esistenza, non c'è niente che abbia una forma fuori dai suoi contorni precisi".


Il dipinto di Annibale Carracci, che fu utilizzato come modello dal Domenichino, è conservato nelle collezioni reali di Hampton Court in Inghilterra.
Questa copia venne acquistata nel 1671 da Jabach per la collezione di Luigi XIV.


IL CLASSICISMO DI DOMENICHINO

Nel panorama della riforma classicista dominante a Roma nel primo trentennio del Seicento, l'arte di Domenichino ebbe un ruolo fondamentale per il rapporto con le teorie artistiche elaborate dal prelato Giovan Battista Agucchi, rapporto che costituisce una felice congiunzione tra la tradizione classica e pagana dell'antica Roma e il classicismo di Raffaello nella sua maturità.
Infatti parallelamente alle teorie dell'Agucchi, il classicismo di Domenichino si fonda sul metodico e rigoroso studio di Raffaello e dell'antichità classica, teso alla ricerca della bellezza ideale: da questo deriva al pittore la chiarezza dell'impaginazione, simile ai fregi classici, la purezza del colore e la resa composta dei sentimenti.
Queste qualità, che trovano ulteriore espressione nelle STORIE DI SANTA CECILIA, affrescate in San Luigi dei Francesi a Roma tra il 1612 e il 1615, rimarranno costanti anche nella tarda produzione più retorica e barocca.


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PAESAGGIO CON ERCOLE E CACO (1622 - 1623) - Domenichino (Domenico Zampieri)



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