martedì 24 marzo 2009

L'incendio del Reichstag - La provocazione politica (The burning of the Reichstag -The political provocation)

La provocazione politica


  
II clima di torbida tensione che negli anni '70 gravava sulla vita del nostro paese, clima reso ancora più pesante e più torbido dalle ricorrenti voci di colpi di Stato reazionari, favoriva una vera e propria proliferazione di provocazioni politiche che, a tutti i livelli, tendevano ad aggravare le tensioni sociali e a colpire le conquiste dei lavoratori e delle forze democratiche. II sinistro fragore delle bombe di piazza Fontana a Milano, era troppo recente perché non si doveva prendere atto che in Italia operavano gruppi che avevano tutto l'interesse ad aggravare le tensioni e ad addossare alla classe operaia la responsabilità di atti 'criminali' che colpivano i sentimenti dell'opinione pubblica nazionale e favorivano il costituirsi di "blocchi d'ordine" reazionari.
II processo di queste provocazioni era, si può dire, classico. Si infiltravano agenti provocatori in questa o quella organizzazione di sinistra (e le continue rivelazioni sulla presenza nei gruppetti anarchici o in quelli della cosiddetta sinistra extraparlamentare di poliziotti travestiti o di vecchi fascisti 'convertitisi' agli ideali della 'rivoluzione' avevano un valore davvero emblematico) e si cercava di spingerla a compiere atti tali da provocare un aggravamento della tensione e un riflusso a destra della vita politica nazionale. Quando non si riusciva a coinvolgere direttamente qualche esponente delle organizzazioni prese di mira, allora si procedeva direttamente e si attribuiva il colpo, sulla base di prove e testimonianze prefabbricate, all'organizzazione presa di mira.

La storia è piena di provocazioni del genere. Basterà ricordare, per quanto si riferisce all'Italia, l'attentato del Diana che venne attribuito agli anarchici ma i cui retroscena non sono mai stati chiariti, e "l'attentato" del 31 ottobre 1926 contro Mussolini in visita a Bologna. L'attentato servì a far sopprimere tutte le organizzazioni politiche e sindacali che ancora restavano in vita, a far dichiarare la decadenza dal mandato di tutti i parlamentari dell'opposizione, e a far promulgare le "leggi eccezionali per la difesa dello Stato" che, fatto significativo, erano già pronte prima dell'attentato.
La più clamorosa e classica provocazione politica, quella che è stata più densa di conseguenze, è stata senz'altro l'incendio del Reichstag di Berlino il 27 febbraio 1933. Molto opportunamente, quindi, mentre non sono ancora del tutto svaniti i fragori delle bombe di Milano, l'editore Feltrinelli ha pubblicato l'eccellente libro che Edouard Calic ha dedicato, appunto, all'incendio del Reichstag e alle vicende che da quella provocazione presero le mosse e portarono alla instaurazione della dittatura nazista (EDOUARD CALIC, L'incendio del Reichstag, Milano, Feltrinelli, 1970, pag. 280).
II Calic ha realizzato una ricerca eccezionale per la sua ampiezza e profondità: ha studiato oltre 30.000 pagine di documenti e di verbali del processo e una bibliografia considerevole; ha consultato centinaia di testimoni ed esperti ancora viventi; ha incontrato i familiari di Marinus van der Lubbe, il cosiddetto "incendiario del Reichstag", e Blagoi Popov che, insieme a Vassili Tanev e a Georgi Dimitrov, venne accusato dell'incendio e fu uno dei protagonisti del processo di Lipsia. II risultato è una ricostruzione dettagliata della provocazione nazista che elimina ogni possibile dubbio sulla diretta e personale responsabilità nell'ideazione, nell'organizzazione e attuazione del crimine di Hitler, Göring, Goebbels, e delle S. A.
"Basandomi su documenti e testimonianze dirette incontestabili - ha scritto il Calic -, io consegno tutto al pubblico: spetta al lettore farsi una opinione oggettiva sui veri criminali, gli istigatori dell'incendio, gli esecutori dei preparativi, gli oscuri complici che hanno acceso simultaneamente i focolai che in pochi minuti dovevano trasformare il Reichstag in un gigantesco braciere".
Tanto più necessaria appare un'opera come questa, in quanto, ancora nel maggio 1968, un tribunale di Berlino Ovest ha inflitto una condanna postuma al cosiddetto "incendiario del Reichstag" Marinus van der Lubbe, basandosi esclusivamente su elementi dell'inchiesta poliziesca e della istruzione giudiziaria fabbricati e deposti negli archivi dagli agenti e dai giudici del III Reich.
« "Ancora oggi alcuni storici si sforzano di dimostrare come il Reichstagbrand fu solo il gesto temerario di un piromane e che i giudici di Lipsia non potevano emettere una sentenza diversa. E' dunque un dovere nei confronti del popolo tedesco, ingannato, illuso, rivelare tutto sul crimine che, se all'indomani dell'incendio ha dato 5,5 milioni di voti al Führer (elezioni del 5 marzo 1933) è costato in seguito altrettanti morti. I loro cadaveri, che costellarono la terra dalla Normandia ai pendii del Caucaso, dai ghiacci del Grande Nord alle sabbie del Sahara, reclamano ancora, implacati: "Non vogliamo che la nostra morte sia stata inutile! La verità! Noi esigiamo la verità!"».
Ma non meno necessaria è quest'opera, perché, al di là del preciso episodio storico, essa offre una testimonianza di eccezionale valore, sulla tecnica della provocazione politica, sui risvolti tenebrosi di espisodi come quello delle bombe di Milano, sulla necessità di far sempre luce sulle provocazioni, per impedire che i criminali le sfruttino per vincere le elezioni (come nel caso di Hitler) o per ricomporre formule di governo logorate dal moderatismo e dall'inettitudine.
II 30 gennaio 1933, a conclusione di una nuova crisi di governo, il presidente della Repubblica di Weimar, maresciallo von Hindenburg, conferiva l'incarico di presiedere il governo al Führer del Partito nazionalsocialista, Adolf Hitler.
Hitler giungeva al potere in condizioni non certo ideali. II governo che era stato chiamato a presiedere, era un governo di coalizione che non poteva contare su una sicura maggioranza parlamentare. Nelle elezioni del novembre 1932, il Partito nazionalsocialista aveva perso 2 milioni di voti e, anche insieme ai conservatori, non era riuscito a superare il 45 per cento dei suffragi. In queste condizioni Hitler avrebbe potuto governare solo facendo ricorso a decreti presidenziali, il che lo avrebbe trasformato in uno strumento del presidente Hindenburg.
Per conquistare il potere assoluto i nazisti avrebbero dovuto eliminare l'opposizione parlamentare. Dal momento che non era ancora possibile ottenere questo risultato con la violenza (troppo forti erano ancora le organizzazioni della classe operaia, mentre l'esercito non dava garanzia di affidamento) era indispensabile assicurarsi una solida maggioranza parlamentare. Perciò il neo cancelliere decise di sciogliere il Reichstag e di indire nuove elezioni per il successivo 5 marzo. Per ottenere questo risultato - visto il livello raggiunto dalle fortune elettorali del nazismo, Hitler aveva bisogno di qualcosa che galvanizzasse i suoi uomini, intimorisse l'elettorato moderato facendolo votare per i nazisti, e consentisse una offensiva 'legale' contro il sempre temibile Partito comunista tedesco e contro i socialdemocratici.
"La politica anticomunista condotta con i metodi classici non aveva portato a risultati tangibili. Al contrario, i comunisti avevano aumentato i loro voti fra il luglio e il novembre 1932. Bisognava quindi a qualsiasi prezzo squalificare i capi comunisti accusandoli davanti alla nazione di aver deciso un'insurrezione armata contro il sistema democratico e così intimidire una parte degli elettori comunisti e socialisti".
L'incendio dei Reichstag, divampato nella serata del 27 febbraio 1933, proprio alla vigilia delle elezioni del 5 marzo, fornì il pretesto per accusare i comunisti del crimine e per presentare all'opinione pubblica moderata i nazisti come unico baluardo contro il 'terrore' comunista.
L'incendio era appena divampato che già Göring, accusava i comunisti di esserne i responsabili e 'rivelava' che l'incendio della sede del Parlamento doveva servire come segnale per lo scatenamento di un'insurrezione comunista. In tutta la Germania vennero arrestate migliaia di persone, comunisti, socialisti, intellettuali di sinistra. Nella sola Berlino ne vennero arrestati oltre 1.200. All'interno stesso del palazzo in fiamme venne fermato un uomo, un muratore olandese, Marinus van der Lubbe, che venne accusato di essere responsabile dell'incendio. Nei giorni successivi vennero arrestati il deputato comunista tedesco Torgler, e tre comunisti bulgari Blagoî Popov, Vassili Tanev e Georgi Dimitrov.
L'emozione sollevata dall'incendio del Reichstag fu enorme. Tuttavia i nazisti non ottennero i risultati che avevano sperato. Le elezioni del 6 marzo diedero loro il 44 per cento dei voti con un aumento del 10 per cento rispetto alle elezioni precedenti. II Partito nazionalista tedesco di Hugenberg ottenne dal canto suo l'8 per cento dei voti. II blocco nazisti-nazionalisti poteva quindi contare sul 52 per cento degli elettori e sulla maggioranza nel Reichstag. Tuttavia i risultati erano stati assolutamente insoddisfacenti nella capitale, Berlino, dove comunisti e socialdemocratici, nonostante il terrore scatenato contro di loro e l'accusa di aver incendiato il Reichstag, riportarono una schiacciante vittoria con il 53 per cento dei voti. I nazisti avevano ottenuto solo il 31 per cento dei voti. Come ha notato il Calic "anche con i conservatori Hitler non raggiungeva che il 40 per cento. I berlinesi si erano quindi pronunciati per il 60 per cento contro il governo di coalizione, e il 69 per cento aveva votato no al nazionalsocialismo". Inoltre i nazisti, pur potendo contare sulla maggioranza assoluta, insieme ai nazionalisti, restavano pur sempre condizionati dall'atteggiamento di questi ultimi e non avevano la maggioranza necessaria per poter modificare la costituzione. La soluzione a quest'ultimo problema venne trovata impedendo ai deputati comunisti di partecipare ai lavori del Reichstag e dichiarandoli decaduti dal loro mandato.
Sostanzialmente, quindi, l'incendio del Reichstag aveva risposto alle aspettative dei nazisti. Parlando in consiglio dei ministri la mattina successiva all'incendio Hitler aveva dichiarato apertamente, secondo quanto riporta il verbale, che "il momento psicologico del confronto è giunto. Non c'è ragione di attendere oltre. II Partito comunista si è dimostrato deciso all'estremismo. La lotta contro di esso non dovrebbe dipendere da motivazioni giuridiche. Dopo l'incendio del Reichstag egli [Hitler] non dubita più che il governo del Reich raggiungerà ora il 51 per cento alle elezioni".
II primo risultato, quello di conquistare la maggioranza parlamentare e di mettere fuori legge il Partito comunista era raggiunto. Ora si trattava di consolidare il successo infierendo contro il Partito comunista, che si andava riorganizzando nella clandestinità, con un processo clamoroso che avrebbe dovuto rivelarne la natura criminale e i fini terroristici. Questo processo avrebbe dovuto anche servire a combattere le e 'calunnie' dell'estero. Dal momento che nessuno aveva mostrato di essere convinto che gli incendiari erano stati i comunisti, un clamoroso processo avrebbe dimostrato la colpevolezza dei comunisti.
Questo secondo obiettivo venne tentato con il processo di Lipsia contro van der Lubbe, Torgler, Dimitrov, Popov e Tanev. Tuttavia questa volta le cose non si svolsero secondo i disegni dei nazisti. Se processare con successo van der Lubbe e Torgler era cosa possibile, non era certo possibile ottenere lo stesso risultato contro Georgi Dimitrov e i suoi compagni bulgari. I nazisti che fino ad allora avevano dimostrato una notevole abilità nel portare avanti la loro provocazione, commettevano ora l'errore di far venire alla luce del sole la loro macchinazione.
II processo di Lipsia rappresenta un modello di processo politico che, come disse Dimitrov in uno dei suoi interventi, avrebbe dovuto rappresentare un esempio per tutti i militanti rivoluzionari. Da un capo all'altro esso fu dominato dalla personalità eccezionale di Georgi Dimitrov che implacabilmente e con coraggio estremo seppe denunziare il carattere provocatorio e dell'incendio del Reichstag e del processo stesso.
Lo stesso giornale nazista "Leipziger Neueste Nachrichten" fu costretto ad ammettere che "Dimitrov si dimostra, in ogni circostanza, un notevole psicologo. Per venire a capo di questo imputato vulcanico, che salta sui microfoni posti davanti a lui, e ne abusa, il dottor Búnger ha il suo daffare. Senza sosta Dimitrov, prendendo a testimoni i corrispondenti stranieri, cerca in questi una eco alle sue parole. Per poco che si getti un'occhiata sulla stampa estera, ci si accorge che ne ha trovata".
L'incendio dei Reichstag è servito ai nazisti per realizzare i loro torbidi progetti e per colpire il Partito comunista; i beneficiari ne sono i nazisti ed è fra di loro che vanno ricercati i responsabili: questa la linea difensiva adottata da Dimitrov. Per smantellare il fragile castello dell'accusa, Dimitrov concentra la sua attenzione sulla personalità del presunto incendiario...
"Chi è van Lubbe? Un comunista? Assolutamente no! Un anarchico? No! E' un operaio declassato, è un relitto ribelle della società, una creatura di cui si è abusato, che è stata utilizzata contro la classe operaia. No, non è comunista! Non è anarchico! Non un solo comunista al mondo, non un solo anarchico si comporterebbe davanti alla corte come ha fatto van der Lubbe. Gli anarchici commettono spesso degli atti insensati ma, davanti ai giudici, rivendicano sempre le proprie responsabilità e spiegano i loro scopi. Se un comunista facesse qualcosa dì simile, non tacerebbe davanti alla corte quando quattro innocenti sono sul banco degli accusati al suo fianco. No, van der Lubbe non è un comunista, né un anarchico - è lo strumento di cui ha abusato il fascismo! Certo, il disgraziato di cui si è abusato, che è stato utilizzato a scapito dei comunismo, non può aver niente in comune né con il presidente della frazione comunista al Reichstag né con i comunisti bulgari".
Van der Lubbe è solo il miserabile Faust, che è stato manovrato a suo piacere da un Mefistofele che è riuscito a scomparire dopo aver perpetrato il crimine. Ma questo Mefistofele se non ha ancora un nome, ha delle precise connotazioni politiche: non può essere che un fascista.
II momento culminante del processo si ha con il confronto tra Göring, presidente e ministro degli interni del governo prussiano, e Dimitrov, il rivoluzionario comunista. Dimitrov riuscì a smantellare il castello di accuse del suo avversario, lo mise con le spalle al muro, e lo costrinse a perdere il controllo dei propri nervi.
Dimitrov e i suoi compagni bulgari vennero assolti, van der Lubbe fu invece condannato a morte e ucciso. II processo di Lipsia rappresentò però una grandissima sconfitta per il nazismo. Certo, la provocazione fatta con l'incendio dei Reichstag era riuscita: Hitler aveva conquistato il potere assoluto e i comunisti erano stati posti fuori legge. Ma il processo di Lipsia servì a smascherare la provocazione nazista e a denunciare i veri responsabili dell'incendio.
Quello di Lipsia è stato un processo esemplare. Ad una provocazione studiata nei minimi particolari, i comunisti hanno saputo opporre una coraggiosa denuncia che ha costretto i loro nemici a chiudere in sordina, al più presto, la partita.
Recenti avvenimenti italiani, presentano strane rassomiglianze con l'incendio del Reichstag.
II libro di Edouard Calic, rappresenta quindi uno strumento di grande importanza per comprendere a fondo la tecnica della provocazione politica e per indicare quale via bisogna seguire per smascherare e sconfiggere ogni forma di provocazione reazionaria.


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L'INCENDI DEL REICHSTAG - Un pretesto per colpire i comunisti


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