domenica 26 aprile 2009

PIETER PAUL RUBENS - Vita e opere (Life and Work)



AUTORITRATTOPIETER PAUL RUBENS
Pittore fiammingo
Immagine alta risoluzione
Pixel 1094 x 1500 - Kb 390



Pieter Paul Rubens nacque il 28 giungo 1577 a Siegen, in Germania, da un avvocato calvinista fuggito dalla sua città natale, Anversa.

Dopo la morte del padre, Pieter Paul e i fratelli tornarono con la madre, Maria, ad Anversa dove il giovane compì la sua formazione presso le botteghe del Van Noort (1593) e del Van Veen (1594 - 1598).

Nel 1598 risulta già iscritto fra i maestri della Gilda di San Luca.

Nel maggio del 1600 Rubens partì alla volta dell'Italia per compiere un lungo viaggio di studio.

Dopo una sosta a Venezia il pittore si stabilì a Mantova, alla corte del duca Vincenzo Gonzaga, che lo assunse come ritrattista.

Negli anni 1601 - 1602 Rubens fu a Roma, sotto la protezione del cardinale Alessandro Montalto, dove ottenne la prima commissione pubblica: tre pale d'altare: "Esaltazione della Croce"..., "Gesù coronato di spine"..., "Erezione della Croce", per la cappella di Sant'Elena in Santa Croce di Gerusalemme, oggi a Grasse-les-Cannes, Hópital.

Rimasto in contatto con il Gonzaga, Rubens alternò l'attività pittorica agli incarichi diplomatici e politici.

Nel 1603 fu inviato a Madrid per consegnare al re di Spagna e al duca di Lerma alcune copie da celebri opere di Raffaello.

Nel 1605 Rubens terminò le tele per la chiesa della Santissima Trinità di Mantova, poi si stabilì a Roma dove rimase fino al 1608, quando dipinse il suo capolavoro italiano: l'Adorazione dei pastori di Fermo.

Dal 1609 Rubens fu al servizio della corte dei Paesi Bassi.

Nell'ottobre del 1609 Rubens aveva sposato Isabella Brant, che morirà nel 1626.

Nel 1621 Maria de' Medici, reggente di Francia, lo chiamò a Parigi per affidargli la decorazione di una galleria nel Palazzo del Luxembourg con 22 tele rappresentanti la vita della regina.

Nel 1630 si sposerà con Hèlène Fourment.

Rubens morì di gotta ad Anversa nel maggio del 1640.



AUTORITRATTO CON LA PRIMA MOGLIE (Self-portrait with his first wife) - Pieter Paul Rubens


AUTORITRATTO CON LA MOGLIE (1609-1610)

Pieter Paul Rubens (1577 - 1640)
Pittore fiammingo
Alte Pinakothek di Monaco
Tela cm 174 x 132
Alta risoluzione CLICCA IMMAGINE



L'opera raffigura il pittore con la prima moglie.


Le due figure hanno dimensioni monumentali e invadono quasi tutta la superficie del quadro: Rubens, appena rientrato dal lungo viaggio in Italia, dimostra di aver fatto propria la lezione del Rinascimento italiano.

Le espressioni dei due sposi sono dolci, le loro mani intrecciate in un gesto affettuoso.

Entrambi vestono abiti preziosi, all'ultima moda, e indossano alti copricapi.

Il ruolo dei due personaggi è definito dalle loro posizioni: Isabella è accoccolata sul prato e ha un'aria remissiva; il pittore è seduto in posizione più elevata e tiene la mano sinistra sull'elsa di una spada.

Il paesaggio che si apre intorno a loro potrebbe assumere il significato di "giardino d'amore".


L'OPERA

Il quadro fu eseguito senza dubbio subito dopo il matrimonio dell'artista, celebrato nell'ottobre del 1609, forse destinato ai genitori della moglie.

La Alte Pinakothek di Monaco conserva anche l'AUTORITRATTO DEL PITTORE CON LA SECONDA MOGLIE, Hèlène Fourment, eseguito nel 1631.



GIOVANNI PASCOLI - Vita e opere

  
Prima di divenire famoso come "cantore delle piccole cose" era stato fervente internazionalista e del socialismo egli conservò sempre l'amore per gli umili e l'aspirazione a un mondo migliore.

Ad una di quelle riunioni che gli internazionalisti bolognesi organizzavano clandestinamente nella trattoria dell'ex garibaldino Buggini (e a cui spesso partecipavano coi più bizzarri travestimenti per eludere la sbirraglia di Nicotera) una sera d'autunno del 1876 Andrea Costa si presentò accompagnato da un giovane esile, biondo, di bell'aspetto, con due occhi celesti colmi di fanciullesco stupore. Quel giovane era "Zvani", Giovanni Pascoli, che sarebbe divenuto qualche anno più tardi uno dei più dolci poeti della lirica italiana. Ma il futuro autore delle Myricae e dei Canti di Castelvecchio, il compositore degli eruditi carmi latini a cui più volte toccherà l'alloro del concorso di Amsterdam, allora era soltanto uno studente spaesato venuto dalla Romagna con i soldi contati per le tasse e per la pensione, con un vestituccio fuori moda da piccolo borghese di campagna e con un grande bisogno di affetto e di comprensione che lo aiutassero a sperare in una vita diversa dalla sua, misurata sino a quel giorno dai lugubri rintocchi della campana funebre.
Nato l'ultimo giorno di dicembre del 1855, quarto di dieci figli, nella ricca tenuta della Torre che il padre Ruggero amministrava per conto dei principi Torlonia, si allontanò ben presto dalla vecchia casa sulle rive del Rio Salto per seguire i corsi delle scuole medie portando con sè il ricordo della sua infanzia libera e avventurosa, offuscato dalla visione di due sorelline defunte.
Il 10 agosto 1867, mentre trascorreva le vacanze nel collegio degli Scolopi ad Urbino, lo raggiunse improvvisa la notizia dell'uccisione del padre, freddato a tradimento per rivalità d'affari da un sicario sconosciuto, mentre tornava da un mercato con la sua «cavallina storna».
L'anno dopo, altre due tombe si aprivano nel cimitero di San Mauro per accogliere le spoglie della sorella Margherita, la primogenita, e della madre, Caterina Allocatelli, schiantata in breve tempo da tanti dolori.
Rimasto pressocchè privo dì mezzi, terminò alla meglio gli studi liceali tra Urbino, Rimini, Firenze e Cesena, afflitto dal lutto, per un altro fratello rapito frattanto al suo affetto.
Nel '74, con una borsa di studio vinta per concorso, si iscrisse alla facoltà di Lettere dell'Ateneo Bolognese, che Carducci soggiogava con la sua voce fascinosa di maestro e di poeta, e frequentò assiduamente le lezioni fino a quando - nel '76 - la morte non gli strappò l'ultimo fratello, Giacomo, guida e sostegno della famiglia,
Giusto in quei tempi tutta Bologna stava appassionandosi alle vicende degli internazionalisti imolesi, e più d'una volta egli dovette mescolarsi alla folla che faceva ressa nelle aule del Palazzo di Giustizia per cercare un incoraggiamento in quelle parole piene di fiducia nell'avvenire, che Costa lanciava come una sfida verso i giudici. Terminato il processo i due romagnoli si incontrarono e divennero amici. Pascoli aderì poi ufficialmente al movimento internazionalista durante un'assemblea clandestina organizzata nella casa di un popolano bolognese di Porta Mascarella. Non appena Costa riprese le pubblicazioni del Martello chiamò l'amìco nella redazione (allestita nella cucina di un sarto) e fu proprio in uno dei primi numeri di quel settimanale che lo studente di San Mauro, il quale curava abitualmente la rubrica di politica estera, pubblicò una poesia - La morte del ricco - di assai modesto valore artistico, ma che tuttavia ebbe grande popolarità per il suo contenuto aspramente polemico e quel tono melodrammatico, esasperato nel grido dell'ultima quartina...

"Venga 1'esecutor!
Dubbio, t'avanza
fissalo col tuo grande
occhio sbarrato!
Costui d'un'altra vita ha la speranza:
che muoia disperato!

Alla causa dell'Internazionale il giovane poeta si votò con tutto l'amore di cui era capace dedicandovi non soltanto delle mediocri poesie.
Allorchè Costa fu costretto a emigrare per sottrarsi a un ennesimo arresto, lui, pur tanto povero (di quegli anni scriverà: mangiavo solo nel sogno - svegliandomi al primo boccone) offrì all'amico i suoi risparmi sino all'ultimo centesimino. E sarà ancona lui che il 7 luglio del '79 ricostituirà insieme a Lolli e agli ex garibaldini Buggini e Leonessi, la sezione bolognese dell' Internazionale dispersa da una ventata di reazione poliziesca. Quelli erano í tempi in cui Zvani, scrivendo a Rimini all'amico e benefattore Domenico Francolini (marito della Contessa Lettimi e acceso internazionalista) non dimenticava mai di aggiungere in calce alla lettera quello spavaldo "Zoca e manèra" (Ceppo e mannaia) motto degli anarchici romagnoli.
Nel settembre del '79 - durante una manifestazione di protesta dei socialisti bolognesi di fronte alle prigioni ove erano stati rinchiusi altri imolesi per aver protestato contro la condanna di Passanante, l'attentatore di Umberto I - Pascoli fu arrestato e trattenuto in carcere per due mesi nell'attesa del processo. Nella solitudine della cella, la sua mente - troppo scarsamente nutrita di studi politici e, forse incapace di concepire una organica interpretazione dei fenomeni storici - fu travolta da una cupa disperazione, e Pascoli cominciò, a ripiegarsi su se stesso, lasciando che i suoi ideali di ribellione e di giustizia si stemprassero in un generico sogno umanitario e in un utopistico e ambiguo pacifismo sostenuto dalla fede, fin troppo ingenua ed inerme, di poter vincere con la bontà e la rassegnazione tutti i mali del mondo.
La sua crisi interiore, acuita dalla sofferenza e dalla mala sorte, fu la crisi di tutta la classe a cui apparteneva che, dopo aver accettato romanticamente le prime idee progressiste e le prime lotte del lavoro, si lasciò prendere al laccio dal trasformismo assuefacendosi a quelle rinunce che la condussero a intristire nel più squallido e furfantesco politicantismo.

Giovanni e Maria
Uscito dal carcere Zvani abbandonò definitivamente le lotte politiche, col rimpianto di aver perso irrimediabilmente l'amicizia degli uomini che gli erano più cari. Riprese gli studi, ottenne la laurea con la lode e, sempre accompagnato dalla sorella Maria, cominciò il suo vagabondaggio di professore governativo da Matera, a Massa, a Livorno, a Bologna, a Messina, a Pisa e, infine, ancora a Bologna sulla cattedra lasciata vacante dal Carducci e da cui egli tenne lezione sino al giorno della sua morte (6 aprile 1912).
Negli ultimi anni il pensiero di Pascoli subì una costante involuzione in senso decisamente borghese; il poeta che aveva inneggiato all'attentatore di Umberto I, non parve imbarazzato nel rivolgere espressioni di tenero ossequio a Casa Savoia, e salutò in versi le prime imprese dell'Italia in Africa.
Comunque, fra tante incertezze e tante debolezze, quel suo ideale giovanile continuò a levitargli la fantasia, e le sue pagine migliori, insieme a quell'amore per le «piccole cose» celebrato o ironizzato dalla critica, conservano intatto un riflesso del suo sincero affetto per il mondo degli uomini semplici, per la loro fatica e i loro sogni, per tutto ciò che di buono e di vero e di pulito vi è nella vita a cui si accosta con un sentimento privo della smanceria e della stucchevolezza degli ultimi scrittori romantici.
Questo è, appunto, il clima morale delle composizioni esteticamente più pregevoli, di Myricae, dei Canti di Castelvecchio e dei Primi Poemetti che si andrà affievolendo nei Nuovi poemetti e in Odi ed Inni sino a scomparire nei Poemi conviviali e nei Poemi italici, composti con un abilissimo ma artificioso accademismo sempre propenso a scivolare nella fastosa vuotaggine della retorica.
Tuttavia non sarà mai abbastanza apprezzata la silenziosa e pur radicale rivoluzione che questo provinciale ha condotto per sprovincializzare la poesia italiana, per spezzare gli arcadici o aristocratici schemi della letteratura dell'ultimo Ottocento e riportarla veristicamente in contatto con la natura, con sentimenti più umili ma anche più spontanei e sinceri.
Per raggiungere questa «verità» Pascoli riversò nelle sue pagine la lingua umile e dimessa di tutti i giorni, le cadenze del discorso familiare più comune, senza rifiutare neppure le voci del gergo popolaresco e contadino pur di conservare la fresca immediatezza del suo discorso poetico. E pur restando fedele alla tecnica delle rime, di cui conosceva tutti i riposti segreti, usò con tanta spregiudicatezza ritmi impensati e singolari strutture delle strofe, restituì una così originale libertà alla parola, che si è autorizzati a considerare Pascoli come il primo poeta della lirica italiana moderna.
Da lui presero le mosse tute le a scuole » e le mode letterarie che vennero poi, dal crepuscolarismo al futurismo, all'ermetismo al neo-realismo, anzi si può dire che persino i poeti che se ne dichiararono avversi dovettero fare, in un modo o nell'altro, i conti con l'esperienza pascoliana. (Come pensare a Gozzano senza riandare a "La servetta di monte" e a "La Piada", a certo Montale senza riudire gli asciutti nitidissimi accordi di "Lavandare" e di "Novembre", e alla stessa magica avventura della parola dannunziana senza lo scossone dato al dizionario da Zvani?).
Si pensi alle mirabili terzine de Il vischio...

"Non li ricordi più., dunque, i mattini
meravigliosi? Nuvole ai nostri occhi
rosee di peschi, bianche di susini;

...o a quell'Addio alle rondini..., o a quella chiusa di Novembre...

"Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E' l'estate,
fredda, dei morti....".

... o al ...

"cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene..."

...o all'idillio de "La mia sera", e verrà spontaneo un accostamento ai celebrati poeti dei giorni nostri che hanno attinto a piene mani motivi e movenze da questo filone poetico.
Purtroppo il ricordo quasi ossessionante della tragedia familiare si sovrappone costantemente all'onda dolcissima dei suoi versi intorpidendoli con un cupo pessimismo, né il poeta riuscì quasi mai a sottrarsi alla suggestione di quella "Voce" che lo faceva ricadere in se stesso in un fondo malinconico e limaccioso senza via d'uscita e senza speranza. Ne "Il Mendico" confessa tristemente...

"Ho errato seguendo le foglie
che il vento sospinge per gioco,
sostando non più che alle soglie,
per poco
tra l'ira dei cani...
Non vidi che nero, non ebbi
che fiele, ma grato non sono:
ti lodo per ciò che non ebbi;
che non abbandono".

E' il tema della rinunzia su cui tornerà ne "L'ora di Barga"...

"Lascia che guardi dentro il mio cuore
lascia che viva nel mio passato,
se c'è sul bronco sempre quel fiore,
io trovi un bacio che non ho dato!
Nel mio cantuccio d'ombra romita
lascia ch'io pianga sulla mia vita".

Quel bacio diede mai, che mai egli ebbe il conforto stimolante di un amore di donna.
Ma il suo amore per l'umanità, seppur confuso nelle contraddizioni di un cervello più disposto alle intuizioni che al raziocinio, e d un cuore più sensibile alle tenerezze degli abbandoni che ai richiami della lotta, il suo amore per l'umanità - dicevo - non lo abbandonò un istante. E precisando che la sua poetica (già delineata nella teoria del Fanciullino che vive in ogni artista per rivelargli l'anima delle cose) scriveva...

"Così il poeta vero,senza farlo apposta... è come si dice oggi socialista, o come si avrebbe a dire, umano... Così la poesia non ad altro intonata che a poesia, è quel che la migliora e rigenera l'umanità...".

Una lezione, anche questa, che il ribelle sognatore degli anni andati - a cui non era bastato l'animo per resistere alle insidie e alle debolezze del suo tempo - ha lasciato in eredità come un messaggio ai veri poeti, agli uomini di cultura che sarebbero venuti dopo di lui.


PERCHÉ NOSTRA?

Sono queste le famose parole con cui Pascoli ricordò le persecuzioni sferrate dalla reazione contro gli internazionalisti, che venivano arrestati e condannati per associazione di malfattori
« Roma era da poco nostra. Nostra perché? Per che se non per bandire al mondo la parola della giustizia e della libertà? E si cominciava così col dichiarar sospetto di malfare o addirittura malfattori quelli che a Roma risorta chiedevano le tavole della nuova legge, la luce dei nuovi diritti da insegnare ai popoli? ».


VEDIO ANCHE . . .


GIOVANNI PASCOLI: la poesia del "fanciullino"

CARMINA (Pomponia Grecina) - Giovanni Pascoli
 
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MANARA VALGIMIGLI

MANARA VALGIMIGLI

STUDIOSO e EDUCATORE


Il nome di Manara Valgimigli si è reso particolarmente popolare nell'ultimo dopo-guerra per le ripetute edizioni teatrali dei tragici greci, in particolare di Eschilo, da lui interpretati e tradotti: lavoro attentissimo e delicato, cui hanno contribuito oltre ad una conoscenza filologicamente e poeticamente profonda della lingua madre, una sicura sensibilità moderna e un autentico talento di scrittore.

Un altro pubblico, non meno vasto, ha conosciuto il Valgimigli collaboratore delle terze pagine, autore di rare ma cristalline prose di arte o erudite, raccolte in successivi volumi ("Uomini e scrittori del mio tempo"..., "Il mantello di Cebete"..., "La mula di don Abbondio"..., "Carducci allegro"..., ecc.): la cui tematica ci ha rivelato un lettore e critico di poesia antica e moderna che accompagna a un'illuminata metodologia una ricca umanità.

Ma il pubblico più autentico di Manara Valgimigli è stato certo quello dei suoi scolari, cui egli ha dedicato cinquant'anni di insegnamento dapprima nelle scuole medie, quindi nelle Università di Messina, di Pisa e di Padova.

Formatosi alla scuola di Carducci - come Pascoli, come Severino Ferrari - egli ha serbato nella sua opera di critico e di maestro un sicuro equilibrio fra le varie suggestioni della cultura umanistica della prima metà del secolo..., la retorica dannunziana, la pedanteria della filologia tedesca, le correnti letterarie e filosofiche trascorse fra le lue guerre non hanno intaccato la purezza interpretativa di questo critico poeta.

Valgimigli ha tenuto corsi di insegnamento e curato pubblicazioni fondamentali sui due poemi omerici, sui tragici, sui lirici, sui dialoghi di Platone, su Aristotele ecc. Le sue edizioni critiche, le traduzioni, i penetranti commenti ne hanno fanno il maggior grecista italiano del suo tempo.

Ma mi permetto di ricordare le doti particolari che hanno fatto di Manara Valgimigli uno dei rari maestri ed educatori della fine del secolo scorso: egli è stato veramente e sempre un libero pensatore durante e dopo il fascismo, il suo culto della poesia ha radici autentiche e disinteressate; nella professione dell'insegnamento egli ha dato prova di un'esemplare onestà, assiduità di lavoro e rigore di metodo.

Le lezioni di Valgimigli avevano spesso il tono di una mirabile interpretazione musicale: sarebbe stato impossibile dissociarvi la partecipazione ispirata e creativa del maestro dal valore obiettivo della ricerca dello studioso.
Egli dunque non va onorato solo come un grande grecista, ma come un educatore che ha insegnato a centinaia di giovani la via per scoprire nei suoi valori più intimi la bellezza della poesia, congiunta a quanto di più nobile essa offre all'uomo.



Manara Valgimigli (che è nato San Pietro in Bagno, presso Forlì, il 9 luglio del 1876 ed è morto a Vilminore di Scalve il 27 agosto del 1965), ha diretto la Biblioteca Classense di Ravenna e ha curato l'edizione dell'epistolario carducciano; egli ha militato per un lungo tempo nel Partito Socialista Italiano, e durante la guerra ha anche subito il carcere fascista.
Nel 1954 gli è stato attribuito il Premio Fila, destinato a "un'intera vita spesa al servizio dell'arte".
Poche volte un premio fu così meritato.
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