domenica 10 maggio 2009

ADDIO ALLE ARMI (A Farewell to Arms) - Ernest Hemingway




ADDIO ALLE ARMI

Ernest Hemingway

Editore Mondadori

Collana - Oscar Mondadori

Traduzione di Fernanda Pivano



Nella primavera del 1916 ci furono molte vittorie contro gli Austriaci e in agosto, attraversato il fiume, gli Italiani si stabilirono a Gorizia. Pochi chilometri più in là si combatteva sulle montagne; erano montagne difficili da conquistare: gli Austriaci le tenevano saldamente e quando venne l'inverno non si era ancora fatto un passo avanti. Quando la neve bloccò l'offensiva, sul fronte italiano si ebbe un periodo di stasi; a molti fu concessa una licenza: bisognava approfittare di quella temporanea tranquillità.


Anche Frederick Henry, giovane tenente americano aggregato all'esercito italiano, ottenne la sua licenza. Aveva svolto per parecchi mesi un buon lavoro nei servizi sanitari, al comando di quattordici autoambulanze per il trasporto dei feriti, e si meritava un premio. Il maggiore medico e gli altri ufficiali di Sanità lo stimavano molto e lo consideravano uno dei loro; Henry portava la loro stessa divisa, amava l'Italia, e parlava l'italiano abbastanza bene. Il tenente Rinaldi, giovane e simpaticissimo medico napoletano, considerava Frederick un vero amico; dividevano la medesima stanza e facevano cassa comune, fraternamente.

Quando il tenente Henry ritornò dalla licenza, Gorizia era ancora quasi intatta; forse gli Austriaci non l'avevano bombardata nella speranza di riprendersela presto. Da parte italiana si stava organizzando l'offensiva sul fiume Isonzo e anche Frederick ebbe subito il suo da fare: il maggiore lo incaricò di allestire gli ospedaletti da campo e preparare le autoambulanze per il momento dell'attacco. In città era stato installato qualche nuovo ospedale; in una grande villa circondata da un vasto giardino c'era l'ospedale inglese, molto bene attrezzato.

Il tenente Rinaldi informò Frederick che c'erano anche delle bellissime infermiere inglesi; una soprattutto spiccava, miss Barkley, addirittura meravigliosa... "Voglio condurti da lei".. disse Rinaldi a Frederick.

Miss Barkley era davvero molto bella: alta e bionda, aveva la pelle abbronzata e gli occhi grigi. Portava con disinvolta eleganza la sua uniforme di infermiera. Frederick Henry ritornò a trovarla, ma da solo.
Rinaldi aveva capito di non attirare le simpatie dell'inglesina e aveva lasciato il posto al "pupo". Così chiamava affettuosamente il suo amico Frederick, tanto più alto di lui.

Il tenente Henry era un bel ragazzo, riusciva simpatico a tutti e la sua audacia con le donne era di una estrema naturalezza, Catherine Barkley si trovò innamorata di lui quasi senza accorgersene e in principio ne fu spaventata; intuiva che Frederick non aveva nessuna idea di amarla; per lui era il gioco di sempre, in cui il cuore non c'entrava per nulla. La sera precedente all'attacco sull'Isonzo, il maggiore comandò al tenente Henry di partire con quattro autoambulanze e recarsi nel luogo prestabilito, che era vicinissimo al fiume ma abbastanza al riparo. Frederick passò con le ambulanze davanti all'ospedale inglese: non voleva partire senza salutare Catherine Barkley. Fino alla sera prima aveva dato poca importanza alla cosa, ma ora sentiva che gli era impossibile allontanarsi senza dirle almeno "addio".

"No - disse lei - non addio" ... "Bene"... rispose Frederick; si allontanò e poi si voltò a salutarla ancora. Le mandò un bacio sulla mano. Lei stava ferma sugli scalini e sorrideva. Era bellissima.


La prima esplosione, forte come un fracasso di locomotiva in partenza, colse di sorpresa il tenente Henry e i suoi uomini; il terreno del ricovero tremò. Non era un ricovero scavato in profondità. Alla seconda esplosione, Henry
vide una vampata, come se si spalancasse lo sportello di un altoforno, poi si sentì scagliare fuori e un attimo dopo si ritrovò disteso sulla schiena, su un terreno sconvolto. Qualcuno lì vicino si lamentava ad alta voce.

Era Passini, uno dei suoi soldati; lo riconobbe alla luce di un razzo accesosi all'improvviso sopra di loro. Si stirò, si contorse e riuscì finalmente a liberare le gambe, ma si accorse subito che non potevano servirgli: era stato ferito e non gli riusciva assolutamente di rimettersi in piedi.

Ora Passini non gemeva più. Il tenente Henry strisciò fino a lui, gli toccò il viso e si accorse che era morto... "Oh, Dio, - disse - fammi uscire di qui!".

Pochi minuti dopo si sentì sollevare per le ascelle e per le gambe... "Sono Manera. - udì - Siamo andati a cercare un portaferiti ma non c'è. Come sta, tenente?".

"Dove sono Gordini e Gavuzzi?"... "Gordini è al posto di raccolta a farsi bendare. Gavuzzi le tiene le gambe. Si tenga al mio collo, tenente".

Il tenente Henry fu sommariamente medicato in un ricovero del pronto soccorso. Era ferito gravemente a tutte e due le gambe; il ginocchio destro non c'era quasi più. Qualche ora dopo, mentre ancora infuriava il combattimento, lo caricarono su un'ambulanza inglese e lo portarono al più vicino ospedale da campo. Vi rimase per molti giorni, disteso sulla schiena nel lettino stretto, in una lunga corsia piena di letti simili al suo, sempre tutti occupati. Poi decisero di mandarlo all'ospedale americano che era stato installato da poco tempo a Milano; lì avrebbe potuto essere operato al ginocchio, fare una cura di raggi X e la meccanoterapia. Rinaldi andò a salutare il suo amico Henry.... "Oh, pupo bello, - disse - che cosa farò quando te ne sarai andato?... Senti, ho una sorpresa per te. La tua inglese. Sai? L'inglese che andavi a trovare la sera all'ospedale? Va anche lei a Milano. Va con un'altra all'ospedale americano".

Il tenente Henry partì la mattina presto e il viaggio, penosissimo, durò quarantotto ore. Miss Barkley giunse all'ospedale americano il giorno dopo. Quando Catherine si avvicinò sorridente al suo letto, gli sembrò di non avere mai visto una ragazza così bella. Senti che era felice, veramente felice di rivederla. Comprese in quel momento di essere innamorato di lei.
Catherine guardò verso la aperta, vide che non c'era nessuno e allora si piegò su di lui e lo baciò. Frederick la tenne stretta a lungo; non gli pareva possibile di averla lì con sé e si sentiva pazzo di gioia.

"Tesoro, non sei stata magnifica a venire qui?... Devi rimanere. Oh, sei stupenda"... disse. Non aveva voluto innamorarsi di lei, non aveva voluto innamorarsi di nessuna donna, ma adesso si era innamorato davvero e non c'era più scampo.


Il dottor Valentini, maggiore medico e abilissimo chirurgo, operò Henry al ginocchio e riuscì a rimetterlo in piedi. Quell'estate fu straordinariamente bella per Frederick e Catherine. Frederick poté presto camminare con le grucce ed egli e Catherine andavano fuori insieme al Parco in carrozza e poi a pranzo in Galleria, al Biffi o al Grande Italia. Poi prendevano una carrozza davanti al Duomo per ritornare all'ospedale. Frederick si sedeva fuori, sul balcone della sua stanza, con la gamba su una sedia, e si stava a guardare le rondini sfreccianti nel tramonto, mentre aspettava che Catherine terminasse il suo lavoro di infermiera. Quando lei arrivava era come se fosse stata via molto tempo e si abbracciavano stretti.

Frederick voleva sposarla e in cuor suo la considerava già sua moglie, ma Catherine temeva che appena sposata l'avrebbero allontanata dall'ospedale, secondo il regolamento.

"Ma caro, mi manderebbero via... Mi manderebbero a casa e saremmo separati fin dopo la guerra".

Così passò quella calda estate. Alla fine di agosto Frederick smise le grucce e Catherine non poté più uscire con lui, non era più necessario che si facesse ancora accompagnare da un'infermiera. Gli fecero una cura per riattivare l'articolazione al ginocchio operato e alla fine dell'estate fu in grado di camminare quasi bene.

Ora usciva da solo, ma girava pochissimo per la città; aveva voglia soltanto di rivedere presto Catherine e niente altro lo interessava. Alla fine di settembre giunse una lettera del Comando: il tenente Henry doveva ritornare al fronte. La guerra, dopo le speranze dell'estate andava male; sulla Bainsizza e sul Carso erano caduti decine di migliaia di soldati. Venivano richiamati al fronte anche gli ufficiali che ancora non potevano essere dichiarati ben guariti dalle precedenti ferite.

In ottobre, pochi giorni prima della sua partenza per Gorizia, seppe che Catherine attendeva un bimbo.

"Non devi preoccuparti. - disse Catherine - Tutti hanno bambini, è una cosa naturale".
"Sei magnifica".
"No, non è vero".

Volle accompagnarlo alla stazione la sera della partenza. Era una sera piovosa e fredda; l'estate sembrava già lontana come fosse appartenuta a un altro periodo della vita... "Arrivederci. - disse Frederick - Abbi cura di te e della piccola Catherine".

"Arrivederci, caro"... Si sporse dalla carrozza che si allontanava e Frederick vide il suo viso attraverso la pioggia. Restò immobile a guardare la carrozza finché svoltò.

In quel terribile autunno si scatenò l'offensiva austro-tedesca sul fronte italiano e quando il nemico spezzò le linee italiane a Nord, verso Caporetto incominciò la ritirata. I Tedeschi e gli Austriaci irruppero dal Nord e scesero per
le valli verso Cividale e Udine. Il tenente Henry e i suoi uomini continuarono per ventiquattro ore, sotto la pioggia, a evacuare i feriti dagli ospedali da campo sparsi nei villaggi dell'altipiano. In mattinata passarono l'Isonzo e giunsero a Gorizia con le autoambulanze vuote. Caricarono tutto il materiale ammucchiato all'ingresso dell'ospedale e proseguirono verso Pordenone. Sulla strada principale incontrarono le colonne dei soldati e dei cannoni in lentissima marcia.

Il tenente Henry decise di districarsi dalla colonna e portarsi con le autoambulanze su una via più sgombra, tagliando per i campi. Ma non riuscirono a fare molta strada: le tre macchine rimasero impantanate nel terreno fangoso e cedevole e non fu più possibile smuoverle. Frederick e i suoi uomini dovettero abbandonarle e proseguire a piedi, sotto la pioggia sempre più fitta. Riuscirono a ricongiungersi alla fiumana della ritirata e camminarono quasi alla cieca per tutta la notte, verso il Tagliamento. Vi giunsero poco prima dell'alba. Il fiume era in piena e l'acqua sfiorava le tavole del ponte gremito di folla.
All'estremità del ponte, Henry vide un gruppo di ufficiali e di carabinieri che scrutavano nella calca e ogni tanto gettavano in faccia a qualcuno la luce delle lampade a pila. Ricordò che proprio quella mattina si era parlato di spie e sobillatori tedeschi mescolati all'esercito in ritirata. La storia gli era parsa inverosimile, ma ora sentiva che tutto poteva accadere. Quando passò davanti al gruppo degli ufficiali e dei carabinieri, si accorse che qualcuno di loro segnava a dito proprio lui. Poi un carabiniere si mosse e attraversò la colonna.
Frederick comprese che, a causa della sua pronuncia straniera, potevano crederlo un tedesco in uniforme italiana. Non avrebbero esitato a fucilarlo. Si lasciò quindi condurre dai carabinieri senza opporre resistenza, in silenzio. Nessuno poteva aiutarlo: in quella calca spaventosa aveva perduto anche i suoi uomini. Fu spinto in un campo vicino al fiume, dove era già un gruppo di prigionieri. Appena entrato nel gruppo, Frederick si chinò, corse a testa bassa verso il fiume e vi si gettò. L'acqua era gelida, ma lui rimase sotto, nuotando il più rapidamente possibile, perché era sicuro che gli stavano sparando addosso. Emerse dall'acqua con la testa soltanto quando non ne poté più; vide una trave che galleggiava davanti a lui, la raggiunse e si aggrappò, lasciandosi trascinare dalla corrente. Quando osò voltarsi indietro a scrutare nell'aria buia, vide che la riva era già lontana.


Non aveva mai dubitato di cavarsela, ma quando finalmente giunse a Milano riconobbe che una buona dose di fortuna l'aveva assistito. L'acqua gelida del fiume aveva cancellato la sua pena, il suo impegno di soldato e la collera per l'ingiusto sospetto che l'aveva colpito. Ora voleva liberarsi della sua divisa; sentiva che la sua parte era finita. Secondo il codice militare egli era un disertore, ma anche di questo non gli importava: desiderava soltanto raggiungere Catherine e vivere con lei. Il portinaio dell'ospedale americano gli disse che miss Barkley era andata a Stresa, due giorni prima. Frederick, procuratosi un vestito borghese e una valigia con pochi indumenti, raggiunse Stresa quel giorno stesso e fissò una stanza, ampia e luminosa, al Grand Hòtel, dove il barman gli era amico.

"Sono in licenza di convalescenza e attendo qui mia moglie. - disse - Deve arrivare oggi stesso.". Gli bastò mezz'ora per trovare Catherine. Quando ella lo vide il viso le si riempì di luce. Non riusciva a crederci. Anche il mattino dopo, quando si svegliò nella grande stanza e vide Frederick accanto a sé, le parve di sognare. Non osava credere a tanta felicità. Pochi giorni dopo, con una barca procurata dal barman, Frederick e Catherine riuscirono a raggiungere il territorio svizzero. Fu una dura impresa: Frederick remò per tutta una notte sulle acque turbolente del lago; remò senza fermarsi mai per trentacinque chilometri, fino a sentirsi sfinito, con le mani piagate e tutto il corpo dolente, spezzato dalla fatica. Quando giunsero a Brissago, la prima cittadina svizzera dopo il confine italiano, era ormai giorno e cadeva una pioggia sottile, che velava appena le case bianche dietro gli alberi della riva.

"Non è bella questa pioggia? - disse Catherine - Non c'è mai stata una pioggia simile in Italia. È una pioggia allegra".

La sua voce tremava di felicità. Andarono ad abitare in un villaggio sopra Montreux, in casa dei coniugi Guttingen, una coppia simpaticissima e ospitale. Dalla finestra della loro stanza, Frederick e Catherine vedevano il lago di Ginevra e i monti oltre il lago, sulla riva francese. Andavano spesso a Montreux scendendo a piedi per il monte, lungo una strada che tagliava i campi. In città passeggiavano tenendosi a braccetto, comperavano libri e riviste, si fermavano a guardare le vetrine. Erano felici. Avevano entrambi la sensazione di vivere un meraviglioso periodo della loro vita... "Sposiamoci, subito"... diceva Frederick.
"No. È troppo imbarazzante, adesso... Non mi sposerò in questo stupendo stato matronale".
"Non sei matronale.".
"Oh, si, lo sono, caro..."
"Quando ci sposiamo?".
Appena sono di nuovo magra. Da Montreux ritornavano al loro villaggio in montagna col treno elettrico e giungevano in tempo per la cena, che consumavano da soli nella loro stanza ben riscaldata. Qualche volta, di notte, Frederick pensava al fronte e a quelli che aveva conosciuto lassù: Rinaldi, il maggiore, il cappellano e tanti altri. Ma non indugiava a lungo sui ricordi: non aveva voglia di pensare alla guerra. Voleva pensare a Catherine, a se stesso, al bambino che stava per nascere.


In marzo decisero di trasferirsi a Losanna dove era l'ospedale che avevano scelto per la nascita del bimbo. Lasciarono i Guttingen con rincrescimento e promisero che sarebbero ritornati a primavera inoltrata, col piccolo. Rimasero per tre settimane in albergo. Catherine preparava il corredino del nascituro e girava per i negozi, eccitata e lieta come per i preparativi di una festa. Spesso uscivano in carrozza per la campagna, ed era bellissimo nelle giornate miti. Tutto era stupendo per loro. Sapevano che il bambino non poteva tardare e questo dava a tutti e due una specie di fretta, come se dovessero affrettarsi a vivere la loro vita. Una notte, verso le tre, Frederick condusse Catherine all'ospedale: i dolori erano già forti, eppure lei li sopportava bene e si sforzava coraggiosamente di sorridere. Ma a mezzogiorno le cose stavano ancora allo stesso punto. Catherine aveva ora un aspetto stanchissimo, stravolto.

"Non sono buona a niente, caro. - disse - Mi dispiace tanto. Pensavo che sarebbe stato così facile...".
Frederick ebbe paura... "Ma se morisse? Non morirà... Sta soltanto male. Dopo si dirà come stava male, e Catherine dirà che non stava poi tanto male".
Verso sera l'ostetrico decise di praticare il taglio cesareo, perché diventava pericoloso attendere ancora. Il bimbo nacque morto: forse si era intervenuti troppo tardi. Ma Catherine non lo seppe. Non fece in tempo a saperlo: morì poche ore dopo l'operazione. Le sue ultime parole furono per Frederick, che piangeva disperatamente accanto a lei.
"Non preoccuparti, caro. Non ho paura..."...


VALORE DELL'OPERA


Quando nel 1929 uscì "Addio alle armi", l'arte di Hemingway aveva già dato buoni frutti, ma è con questo romanzo di guerra e di amore che lo scrittore americano raggiunse il capolavoro.
Guerra e amore sono per Hemingway due temi di uguale importanza e hanno nel libro uno svolgimento quasi parallelo. Contro le fosche immagini della guerra si stagliano luminose le immagini della vicenda d'amore quasi un'affermazione di vita contro la morte. Ma Hemingway è cosciente che alla morte non si sfugge. Da un momento all'altro la "trappola" scatterà e sarà impossibile sfuggirle.
Anche Frederick e Catherine pagheranno duramente la breve felicità che hanno avuta. Si erano fatti la loro isola in mezzo a un mare in tempesta, si erano illusi di sfuggire alla sorte comune dimenticandola, ma nessuno può sfuggire al proprio destino. Morte per Catherine e disperata solitudine per Frederick a questo dovevano inevitabilmente giungere, questo era stato decretato per loro.



Il pessimismo di Hemingway rispetto alla vita non risparmia nessuno dei suoi personaggi. Nemmeno quelli che, come Frederick Henry e Catherine Barkley, sembrano avere tutti i numeri per essere dei vincitori. Sono invece come tutti gli altri, soggetti a una legge che è più forte di ogni cosa, anche dell'amore.
I1 personaggio di Catherine così appassionato, così appassionato, sincero e dolce, non lo si dimentica tanto presto; è la più bella figura di donna creata da Hemingway. Egli ne fa un ritratto così vivo che vien fatto di pensare che gli sia stato suggerito dal ricordo struggente di un'esperienza realmente vissuta dallo scrittore.

La superiorità di Hemingway rispetto agli scrittori americani del suo tempo sta soprattutto nello stile. Un modo di scrivere che ha fatto scuola e che moltissimi scrittori hanno cercato di imitare.
Gran parte della letteratura successiva al 1930 subì l'influenza di Hemingway e specialmente i giovani furono magnetizzati dal suo stile rapido e secco, così limpido e incisivo nel rappresentare le cose e nel creare una atmosfera.
Uno stile in cui realtà e poesia raggiungono spesso la fusione perfetta.
In molte pagine di questo romanzo il dialogo ha un ritmo veloce, che non lascia respiro; ma ogni parola sembra contenerne molte altre, tanto è piena di significato.
Dietro le parole stanno pensieri e sentimenti, il chiuso dolore che si potrebbe esprimere soltanto con urla di disperazione e d'angoscia.
Nell'intensa semplicità dei dialoghi, nelle frasi brevi, scarne, martellanti, si avverte una tensione portata all'ultimo limite di resistenza.
Al di là di quel limite si perde il proprio controllo. E l'eroe di Hemingway, non può perderlo.


In "Addio alle armi", rivivono molte delle esperienze di guerra realmente vissute dallo stesso Hemingway che, nel 1916, non ancora ventenne, si arruolò come autista per il trasporto dei feriti nel nostro esercito. Si comportò valorosamente e fu gravemente ferito a Fossalta di Piave. Da quei ricordi nacquero, dieci anni più tardi, le bellissime pagine che rievocano la guerra del 1915-18, i nostri soldati, Milano, Udine e Gorizia di quegli anni.

Guidato da un'ispirazione intensa e lucida, Hemingway riuscì a presentare con arte vigorosa le sue esperienze giovanili. Dopo dieci anni, poté finalmente parlarne con obiettività, ma è evidente che egli recava nel suo spirito le cicatrici incancellabili di una bruciante esperienza.
E forse è incominciata di lì la tragica concezione della vita, presente in tutte le sue opere; quell'amara filosofia che è caratteristica dei personaggi dei suoi libri, così dolorosamente simili allo stesso Hemingway.


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DAMA CON TAMBURELLO VESTITA ALLA TURCA (Turkish woman with a tambourine) - Jean Étienne Liotard

DAMA CON TAMBURELLO VESTITA ALLA TURCA (1738 circa)
Jean Étienne Liotard (1702 - 1789)
Pittore svizzero
Musée d'Art et Histoire di Ginevra
Tela cm 63,5 x 48,5

CLICCA IMMAGINE alta risoluzione
Pixel 1771 x 2400 - Mb 2,07


Si tratta del ritratto di una sconosciuta fanciulla che, nonostante sia abbigliata alla turca e sia in un ambiente arredato all'orientale, ha tratti somatici tipicamente europei.

Intenta a suonare un grande tamburello, la giovane, seduta su dei cuscini ricoperti da preziose stoffe seriche, assume una posa abbastanza rigida che lascia pensare a un ritrattò eseguito in studio..., considerando che l'opera venne dipinta immediatamente dopo il ritorno di Liotard dall'Oriente, è possibile supporre che abbia qui fatto indossare alla sua modella uno dei tanti abiti acquistati durante quel viaggio.

Questo genere di ritratti segnarono la fortuna di Jean Étienne Liotard perché riscuotevano grande successo presso le corti europee, in particolare conquistava le donne, affascinate dall'abbigliamento e dalle acconciature orientali che adottavano canoni formali diametralmente opposti a quelli occidentali.


L'OPERA

II dipinto è una replica autografa della versione originale, firmata e datata, che si trova in una collezione privata di Zurigo..., una ulteriore replica autografa si trova all'Ashmolean Museum di Oxford.

Già nella Collezione Hezeltine di Londra, il dipinto qui raffigurato nel 1939 venne acquistato dagli Amici del Musée d'Art et Histoire di Ginevra, destinato ad arricchire la copiosa collezione di opere di Liotard lì conservata.



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JEAN ÉTIENNE LIOTARD


JEAN ÉTIENNE LIOTAR

Pittore svizzero


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Jean Étienne Liotard nacque a Ginevra nel 1702, gemello di Jean Michel, futuro incisore, in una famiglia di modeste condizioni finanziarie a causa del coinvolgimento del padre nel fallimento della Compagnia del Mississipi.
Sappiamo che intorno al 1721 il giovane artista fece un apprendistato presso il miniaturista Daniel Gardelle e due anni dopo, trasferitosi a Parigi, nella bottega di Jean B.Massé.

Al seguito del marchese Puysieux, neo eletto ambasciatore francese a Napoli, Liotard nel 1735 s'imbarcò alla volta dell'Italia.

L'occasione si rivelò preziosa per studiare e girare le maggiori città d'arte della penisola, e qui, a Roma, l'artista conobbe Lord Besseborough, amatore d'arte, che lo invitò a seguirlo in Grecia e a Costantinopoli dove soggiornò a lungo.

Le suggestioni orientali travolsero Liotard che prese l'abitudine di tracciare a lapis o a sanguigna le sue sensazioni ed emozioni su di un taccuino.

Tornato in patria, nel 1743, dopo un breve soggiorno presso il principe di Moldavia, si trasferì a Vienna al servizio di Francesco d'Asburgo, da lui ritratto nel 1744 (Braunschweig, Herzog Anton Ulrich Museum).

Benché la sua pittura non fosse particolarmente apprezzata dall'ambiente accademico, Liotard ebbe molto successo presso le corti europee, tanto da ricevere continue commissioni.

Ormai ricco e famoso, la voglia di girare l'Europa lo portò dapprima a Venezia. dove conobbe la famosa pastellista Rosalba Carriera e nel 1746 a Parigi, dove eseguì il "Ritratto di Luisa" (1750, Stupinigi, Palazzina di caccia), tornando a Ginevra solo nel 1753.

La grande retrospettiva allestita nel 1773, alla Royal Academy di Londra segnò l'ultima tappa del successo di Liotard..., le ultime commissioni giunsero solo dal suo amico protettore, l'imperatore Francesco d'Asburgo, e ormai quasi del tutto ignorato, l'artista si spense a Ginevra il 12 giugno 1789.


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AMI-JEAN DE LA RIVE (1758 circa) Jean-Étienne Liotard


CRISTO DERISO (The Mocking of Christ) - Matthias Grünewald



CRISTO DERISO (1503)


Matthias Grünewald

Pittore tedesco

Alte Pinakothek di Monaco

Tavola cm 109 x 73,5




Alta risoluzione
CLICCA IMMAGINE
Pixel 1724 x 2500 - Mb 2,05









La scena del "Cristo deriso" si svolge in uno spazio non definito su uno sfondo scuro.
Il Cristo non è raffigurato al centro del quadro, come si usava all'epoca, ma seduto, spossato, nell'angolo sinistro; questa composizione rende già di per se stessa la sensazione del tremendo dolore del Cristo: la testa, coperta da un panno e reclinata sul petto, esprime tutta la prostrazione e la disperazione di quel momento della Passione.

La derisione delle guardie viene accompagnata dai rulli di tamburo e dal suono del flauto di un musicante, che si trova a sinistra, dietro Cristo, rafforzando così il senso del dolore per l'oltraggio.
Ma c'è più che la semplice rappresentazione dell'episodio evangelico, come dimostra l'uomo, in fondo al centro, che pieno di compassione e bontà parla con calma e in modo conciliante con una delle guardie che invece rimane indifferente.
Quest'uomo pietoso, che la Scrittura non menziona, e che per la prima volta appare in una raffigurazione della Passione, serve da esempio allo spettatore e da esortazione a imitarlo.

Così il quadro diventa un'immagine di devozione e, tramite la contemplazione, invita a partecipare alla sofferenza di Cristo.
Proprio per facilitare un diretto contatto emozionale Grünewald ha sottolineato il dolore e il tormento del Salvatore, così come la crudeltà delle guardie.
La descrizione degli oltraggi che Gesù deve subire è tratta dai misteri della Passione, che a quell'epoca venivano raffigurati molto spesso.


L'OPERA

Il Cristo deriso è la prima opera certa di Grünewald.
La datazione, novembre 1503, si trovava in origine nell'angolo sinistro del quadro, ma nel 1910 fu eliminata perché considerata un'aggiunta postuma.
Esistono cinque copie di questo dipinto; una di queste mostra lo stemma della famiglia von Cronberg e ciò fa supporre che inizialmente la tavola sia stata concepita per commemorare Apollonia von Cronberg, morta il 27 dicembre 1503.


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La vita di MATTHIAS GRÜNEWALD

MATTHIAS GRÜNEWALD


Matthias Grünewald vissuto fra la fine del '400 e l'inizio del '500 (Matthis Gothardt Neithardt) è uno dei più importanti pittori tedeschi, con i suoi contemporanei Albrecht Dürer e Lucas Cranach il Giovane.

È un artista che rispecchia due epoche, le sue opere risentono dello spirito del Medioevo e del Rinascimento.

Nacque a Würzburg, probabilmente tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80.

Dal 1510 fu al servizio dell'arcivescovo di Magonza, Uriel von Gemmingen, come pittore di corte, consigliere e architetto.

Dal 1511 seguì i lavori di trasformazione del palazzo dell'arcivescovo Johannisburg ad Aschaffenburg sul Meno.


Verso il 1512 Grünewald intraprese la realizzazione del monumentale altare di Isenheim, nei pressi di Colmar, per il monastero di Sant'Antonio; in realtà si trattava di un ospedale, più che di un monastero, dove i monaci curavano i malati colpiti da una misteriosa malattia caratterizzata da tumori, ulcere e febbre alta.

Il pittore cercava i suoi modelli terrificanti nella camera dei morti.

Dal 1516, per circa dieci anni, fu al servizio del cardinale Albrecht di Brandeburgo a Magonza, ma dovette lasciare il posto di pittore di corte durante la rivolta contadina del 1525, forse a causa delle sue simpatie verso i ribelli.

Trascorse così gli ultimi anni prima a Francoforte, poi a Halle, dove morì il 31 agosto del 1528.


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CRISTO DERISO - Matthias Grünewald


FILOSOFIA E SENSO COMUNE (Ciascuno per sé Dio per tutti) - Francesco Guicciardini

FILOSOFIA E SENSO COMUNE
Ciascuno per sé Dio per tutti

Francesco Guicciardini (1483-1540), ancorché di pochi anni più giovane di Machiavelli, già non sembra della stessa generazione. Senti in lui il precursore di una generazione più fiacca e più corrotta della quale egli ha scritto il vangelo nei suoi "Ricordi". Guicciardini ha le stesse aspirazioni del Machiavelli..., una libertà bene ordinata, l'indipendenza e l'autonomia delle nazioni, l'affrancamento del laicato..., senonché, per me, altro è opinare, altro è operare. Il consiglio che egli ti dà è: pensa pure come preferisci, ma fa come ti torna utile; la regola della vita deve essere infatti l'interesse proprio, il "particulare".

Il Guicciardini biasima l'ambizione, l'avarizia, la mollizie dei preti e il dominio temporale ecclesiastico, ama Martin Lutero... ma per il suo particulare è necessitato ad amare la grandezza dei pontefici e a servire i preti e il dominio temporale. Insomma, il dio del Guicciardini è il suo particolare, ed è un dio non meno assorbente che il Dio degli asceti o lo Stato del Machiavelli. Tutti gli ideali scompariscono. Ogni vincolo religioso, morale, politico che tiene insieme un popolo è spezzato... Questo (per il Guicciardini) non è più corruzione contro la quale si gridi: è saviezza, è dottrina predicata e inculcata, è l'arte della vita.

Sulla scena del mondo non rimane dunque che l'individuo, indifferente o ostile agli altri individui, squallidamente solo nella sua presunzione di essere tutto e di valere tutto. Bisogna però intendersi sulla natura specifica di questo individualismo: quello che genericamente si definisce "individualismo" è infatti una tendenza o direzione spirituale tutt'altro che univoca.
C'é l'individualismo "eroico", aristocratico, "superomista", legato ormai per tradizione al nome di Nietzsche..., c'é l'individualismo intimista, introvertito, ripiegato su sé stesso di chi si isola dal mondo e dagli altri uomini coltivando - a vuoto - la propria problematica interiore..., e c'é infine l'individualismo tutt'altro che romantico, gretto, opaco, privo di valori, di chi erige una fitta siepe attorno all'orticello delle proprie faccende personali e bada solo a che esse vadano nel più soddisfacente dei modi.

Se appena ci volgiamo intorno, ci accorgiamo che "l'uomo del Guicciardini" è stato tirato, per così dire, in un gran numero di esemplari, spessa assai peggiori dell'originale. Persone che aspirano solo a coltivare il proprio "particolare", piene di fastidio, di scetticismo o di timore verso tutto ciò che supera le dimensioni e la portata del loro privato nucleo di egoismo, ne incontriamo ogni giorno e ad ogni passo. Sono persone apparentemente rispettabili e molto "ammodo" che disdegnano tutto ciò che sa di attività e di interesse pubblico, che tendono a ridurre al minimo, ad allentare e ad assottigliare il più possibile i legami che pur li uniscono agli altri.
I grandi movimenti storici che mettono in fermento masse d'uomini, i grandi ideali, le passioni collettive, li lasciano indifferenti o suscitano le loro grossolane ironie. Non hanno e non vogliono avere idee generali, se non quelle che esprimano o teorizzino o servano a giustificare il loro atteggiamento.
La massima che essi citano con maggiore frequenza e in cui credono che sia spremuta tutta la saggezza del mondo, è presto formulata: "Ciascuno per sé, Dio per tutti", dove viene enunciata una chiara e significativa divisione dei compiti: io penso e bado a me, al mio benessere, al mio successo, alla mia tranquillità; a Dio invece l'incarico di occuparsi di tutti quanti assieme... Le responsabilità dell'uomo, che è veramente tale in quanto partecipi con attivo impegno alla vicenda universale dell'umanità, vengono così scaricate con estrema disinvoltura sulle spalle del buon Dio.

Ma io peccherei però di astrattezza se considerassi questo tipo di comportamento indipendentemente dalle concrete situazioni storiche e sociali nelle quali esso trova affermazione e dalle quali ha tratto e trae alimento.
Se il "guicciardinismo" (brutto termine... lo so), per esempio, è stato per secoli una delle note peculiari dello spirito pubblico italiano, ciò va posto in stretta relazione con le caratteristiche e le vicende della storia del nostro paese, con la ritardata unificazione nazionale; con la mancata formazione di uno Stato che poggiando su una larga base popolare, sapesse fondere tutte le energie nazionali in un'opera costruttiva nell'interesse collettivo.
Certo qualunquismo cronico, certa amara sfiducia verso la politica che sarebbe sempre "cosa sporca", certo costume individualistico e scetticheggiante che porta ad una accettazione mezzo ironica e mezzo rassegnata dello status quo, tutti atteggiamenti ancora diffusi in non esigui strati della popolazione italiana, trovano almeno in parte la loro spiegazione in quel tradizionale distacco tra classe dirigente e popolo che è stato una delle principali "palle al piede" della nostra storia.

Ma questo è un solo aspetto della questione, e un aspetto tutt'altro che essenziale. In realtà, se si vuole identificare il tipico terreno sociale in cui alligna lo spirito del "particolare", bisogna volgersi alla società borghese e più specificamente ai ceti borghesi. E' qui che l'individualismo raggiunge il suo culmine, la sua espressione più compiuta e storicamente perfetta.

L'uomo "borghese" è l'individuo che, perseguendo come scopo supremo il proprio "particolare", sopraffà o viene sopraffatto nella spietata competizione che caratterizza la società capitalistica. In questa società ciascuno si trova, almeno potenzialmente, in urto, in concorrenza con l'altro e viene indotto a credere - ma è credenza illusoria - di costituire una unità a sé, autonoma e indipendente, avente principio e fine in se stessa. Si consideri inoltre che in regime capitalistico, come osserva Marx, i rapporti sociali tra uomo e uomo, tra produttore e produttore, si effettuano attraverso rapporti tra cose (le merci). Le relazioni intersoggettive assumono cosi l'aspetto, la maschera di relazioni tra enti "oggettivi". La socialità dell'uomo, la sua appartenenza ad un sistema di organici rapporti sociali, vengono quindi oscurate, messe in ombra, considerate inessenziali, fortuite, esteriori, e ne viene così alimentato il mito dell'individuoatomo, coesistente con gli altri ma da essi sostanzialmente separato.

Il fatto che lo spirito del "particolare" sia un aspetto tipico dello spirito borghese, non esclude che esso sia presente in una misura più o meno rilevante, anche in quel gruppo sociale che si pone in posizione antitetica rispetto alla borghesia e che ha il compito storico di dar vita ad una società che sia invece animata da uno spirito di fraterna e concreta cooperazione umana.
Il lavoratore che non aderisce ad uno sciopero per evitare il danno economico che ne deriva, o per non incorrere in rappresaglie padronali, è un cultore del "particolare" nelle file della classe operaia. Se egli salvaguarda così il suo tornaconto immediato, tradisce però gli interessi generali della sua classe e quindi. indirettamente anche i suoi. La sua miopia politica e la sua angustia morale non lo portano soltanto ad abdicare alla funzione rivoluzionaria che spetta al lavoratore nel mondo moderno, ma finiscono prima o poi col ritorcersi contro di lui anche sul piano degli interessi quotidiani.

Il cultore assiduo del proprio "particolare" si ritiene di solito un astuto, un furbo, uno che sa mettere nel sacco il mondo intero. La strizzatina d'occhio e la fregatina di mani sono fra i suoi gesti più abituali. In realtà invece è un povero ingenuo, anche se neppure lontanamente lo sospetta.
Avviene sempre, infatti, che il mondo, la storia, le classi si prendano presto o tardi la rivincita su colui che aveva creduto di poter far coincidere l'orizzonte dell'universo con la cerchia dei propri particolari interessi. E allora sono scossoni brutali, amari risvegli. Guerre, rivoluzioni, moti sismici del sottosuolo sociale, abbattono di colpo e con estrema facilità la siepe del suo orticello e gli entrano in casa; lo mettono con le spalle al muro, sbalordito e indifeso.

E' a tutti familiare, per fare un solo esempio, la figura del piccolo o medio-borghese italiano del '38-39, non veramente fascista ma tanto meno antifascista, tesserato per opportunità o per opportunismo, che plaudiva al regime quando l'opera dì questo sembrava recargli un vantaggio personale, che brontolava nel caso opposto, sempre però sostanzialmente estraneo ad un interesse, ad una preoccupazione, ad una aspirazione che trascendesse il suo "particolare". A furia di badare solo a sé, di infischiarsi della sorte comune, di lasciare al Signore l'incarico di pensarci, il nostro benpensante ha contribuito a preparare una catastrofe di cui anch'egli ha dovuto subire le dure conseguenze.
Il che vuol dire che (sapendo guardare le cose a distanza e avendo occhio per le scadenze più lontane), il consiglio suggerito dalla massima: "Ciascuno per sé, Dio per tutti", si rivela davvero un cattivo consiglio; anche a voler rimanere sul piano di una semplice considerazione utilitaristica.


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FRANZ HALS (1580 circa - 1666) - Pittore olandese

Scarse sono le notizie sulla vita di Franz Hals.

Per tradizione è stato considerato un ottimista, amante del vino e sempre in difficoltà economiche e per questo più volte processato.

Nonostante la pessima fama, l'artista godette della stima della borghesia, lavorando con teologi, predicatori, amministratori pubblici, mercanti, artisti, ufficiali di milizie civiche e reggenti di ospizi.

Egli nacque intorno al 1580, probabilmente ad Anversa, da un pannaiolo di Malines.

Presto la famiglia Hals dovette lasciare la città occupata dagli spagnoli, per trasferirsi nei Paesi Bassi ad Haarlem, dove Franz rimase tutta la vita.

La sua iscrizione nel 1610 alla Gilda di San Luca, indica che già a quel tempo egli era un pittore indipendente.

Nel 1616 Hals si iscrisse all'associazione DeWijn-Gaertraken, (tralcio di vite), composta da appassionati cultori della poesia, che organizzavano incontri e dibattiti letterari.

Rimasto vedovo, nel 1617 si sposò con un'analfabeta di basso ceto.

Nel 1622 venne accolto quale membro della milizia di San Giorgio, da lui ritratta più volte, e contemporaneamente in quella di Sant'Adriano e nella compagnia del capitano Reyner Reael.

A causa delle sue disgraziate condizioni finanziarie, nel 1636 Hals fu costretto a trasferirsi a Grote Heiligard, presso l'ospizio per i vecchi, attuale sede del Franz Halsmuseum.

A partire dal 1640 le commissioni si ridussero drasticamente a causa del successo ottenuto da Van Dyck, autore di un ritratto più nobile e monumentale.

Seguirono anni di indigenza, tanto che il comune gli accordò un sussidio.

Nel 1664 i ritratti dei gestori dell'ospizio dei poveri gli fruttarono un buon compenso.

Il 29 agosto 1666 Hals morì in povertà assoluta, ma gli amministratori comunali in memoria del successo avuto in passato vollero che la salma venisse sepolta nella chiesa di San Bavone.


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BALIA E BAMBINO (1620 circa) - Frans HALS

BANCHETTO DEGLI UFFICIALI DELLA MILIZIA DI SAN GIORGIO - Franz HALS


BANCHETTO DEGLI UFFICIALI DELLA MILIZIA DI SAN GIORGIO (Banquet of the officers of the George militia company) - Franz HALS

BANCHETTO DEGLI UFFICIALI DELLA MILIZIA DI SAN GIORGIO (1616)
Franz HALS (1580 circa - 1666)
Pittore olandese
Franz Halsmuseum di Harleem
Tela cm 175 x 324

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Un folto gruppo di ufficiali della milizia civica di San Giorgio, in carica nel triennio 1612 - 1615, posano disposti casualmente attorno a un tavolo riccamente bandito.

I resti di cibo nei piatti indicano che il pasto è stato ormai consumato.

La posa variegata e l'individuazione dei volti sono l'espressione della ricerca naturalistica di Hals, sempre intènto a rendere i suoi ritratti il più possibile aderenti alla realtà.

L'ambiente che ospita i commensali è sobrio ma elegante, facilmente identificabile con la sede della milizia, grazie alla presenza delle bandiere dell'ordine di San Giorgio.

L'atmosfera è gioiosa, vivacizzata da ripetuti sguardi incrociati e dalla gestualità dei personaggi che conferisce alla composizione il senso del movimento.


L'OPERA

L'opera, datata 1616 sul bracciolo della sedia a sinistra, è la prima della serie di ritratti (oggi tutti al Franz Halsmuseum) di ufficiali dell'Ordine di San Giorgio, eseguita da Franz Hals.

Il ritratto qui proposto è giunto nel museo di Haarlem nel 1862..


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BALIA E BAMBINO (1620 circa) - Frans HALS


IL GIORNO - Giuseppe Parini

Questo poema è una delle opere di umanità e di arte più cospicue che abbia il secondo Settecento. Il poeta vi assume la parte di precettore di un nobile signore: che era stata tante volte la sua nella realtà; e insegna al suo alunno come passare la giornata (da qui il titolo del poema, che sa di parodia di quello del poema esiodeo "Le opere e i giorni"): e lo accompagna in tutti i momenti di essa, è presente a tutte le sue vanità e vigliaccherie. Si intende che il poeta-maestro è in un costante atteggiamento ironico, e parla con una calma, che perde poche volte, e con una solennità precettistica ed epica, che meglio fa risaltare la futilità di quel mondo; mentre la squisita fattura del verso sciolto, le frequenti immagini e gli episodi mitologici si intonano perfettamente alla signorilità e all'eleganza dell'ambiente aristocratico, dove, idealmente, vive il singolare precettore. Il quale mostra di conoscere a fondo, e di volere impeccabilmente eseguite tutte le regole dell'alta società; e più sono sciocche o inique, più egli se ne mostra zelatore; fingendo di far suo il disprezzo che per le leggi della morale e delle più venerande tradizioni ostentavano i belli spiriti del tempo.

Il poema si divide in quattro parti. Il Mattino, pubblicato nel 1763, il Mezzogiorno, nel 1765, completi; la Sera (o il Vespro) e la Notte, frammentari.

Nel Mattino il maestro vigila su tutto ciò che ha riferimento alle prime ore del giorno del giovane signore. Il quale si sveglia a mezzodì, pende incerto fra il caffè e la cioccolata, riceve a letto le prime visite - tra cui i maestri di ballo, di francese, di musica - e poi procede alla funzione più grave della giornata, che è quella dell'abbigliarsi; durante la quale, e sotto le mani e i ferri del parrucchiere, legge o scorre i suoi libri prediletti: per esempio la "Pucelle" di Voltaire o i "Contes" licenziosissimi di La Fontaine. Finalmente, nella sala degli antenati, che furono uomini utili alla società, e lo guardano ora duramente dai quadri, cinge la spada, e scende tra due file di servi e balza accigliato nella carrozza che lo attende. Il cocchiere sferzerà i cavalli, nulla importandogli di schiacciare i pedoni, e di macchiare di sangue plebeo la strada; le leggi vi sono; ma il suo padrone saprà ben difenderlo contro tutte le leggi. Con quella immagine di sangue termina il Mattino.

Nel Mezzogiorno il giovane è arrivato alla meta della sua passeggiata: alla casa della dama, di cui egli è il cavaliere servente riconosciuto. In questo costume - così diffuso tra i patrizi - il Parini vedeva l'ultima degradazione morale di una classe, che egli avrebbe pur voluto ricondurre alla dignità del suo passato; e sul motivo ritorna più volte, e con gli accenti più satirici. Il giovane signore è, dunque, ammesso nel cerchio dei giovani eroi, che fanno corona alla dama; non senza prima esser ricevuto sulla soglia dal marito. Dopo di aver rappresentato con essa la commedia dell'amore e della gelosia (ché la mancanza assoluta di passioni vere, anche malvagie, è ciò che rende ripugnanti questi inetti personaggi pariniani e fa di essi i documenti di una società morta), l'eroe conduce la dama al pranzo, in cui consiste la scena principale del Mezzogiorno; e le si siede vicino; a meno che, quel giorno, non vi sia qualche illustre invitato, qualche patrizio avventuriero cinico e ributtante; perché allora il posto di onore sarebbe per l'ospite.
Il poeta non ci parla neppure, o ci parla appena, dei cibi: l'argomento sarebbe triviale; bensì nota i vari tipi dei commensali: tra cui il mangiatore e, curiosa antitesi, il vegetariano; che disdegna di assaggiare le carni, per umanitarismo, e per apparire filosofo. Il quale declamando contro le barbarie dell'ammazzare le bestie, desta un ricordo funesto nella dama: il ricordo del giorno che un servo osò dare una pedata alla sua cagnetta, alla sua "vergine cuccia". Ma l'empio fu cacciato: da quella e da ogni altra casa; e terminò chiedendo l'elemosina sulla strada. Tra un uomo e la cagnetta, la cagnetta valeva troppo più di un uomo, per il cuore umanitario della signora! Nemmeno interessano gli altri discorsi che si fanno a mensa. Filosofia atea, commercio, esaltazione della Francia e dell'Inghilterra contro la stupidità italiana sono alcuni degli argomenti: ai quali partecipa la dama saputa; giacché c'era oramai una scienza anche per le dame, e sino la matematica aveva perduto per esse ogni astrusità. Poi si passa nella sala del caffè. I mendicanti, i vinti della vita, che una volta solevano venire alle porte ospitali, a ricevere gli avanzi delle mense, ora si accontentino di odorare da lontano: - immaginazione tremenda, piena di presagi e di minacce. Col rumoroso gioco del tric-trac, già inventato da Mercurio, per consentire a due amanti che si dicessero l'animo loro, senza che il marito geloso intendesse, termina il Mezzogiorno: più vivace, più agile, più pienamente satirico del Mattino. Si sente che il poeta è forte oramai della fiducia in sé e nel suo pubblico.

Della Sera, non abbiamo che un lungo frammento. Vi si rappresenta il Corso, ossia la passeggiata in carrozza del giovane signore e della dama: pittura animata da vari tipi di nobiltà antica e recente; e le visite: che ci introducono sempre meglio nella ipocrisia e nella falsità del mondo flagellato dal poeta.

Anche della Notte, che doveva rappresentare il protagonista al gioco al teatro, non restano che frammenti. Meraviglioso quello che ritrae la cupa e paurosa notte dei ferrei tempi andati, in antitesi con le notti luminose e gioconde del Settecento.

Perché il Parini lasciò incomplete né pubblicò mai queste parti del "Giorno", è difficile spiegare. Che fosse incontentabilità di artista, non si può escludere; sapendosi quanto egli travagliasse i suoi versi; tanto che anche delle parti pubblicate del poema restano parecchie redazioni. Ma forse prevalsero ragioni morali. Negli ultimi anni dell'attività del poeta, quando avrebbe dovuto uscire il rimanente del "Giorno", poteva sembrare crudeltà inutile perseguire una classe sociale, che nell'esilio, nelle carceri e sui patiboli di Francia espiava duramente i suoi misfatti e la sua dappocaggine.


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Giuseppe Parini

Nato a Bosisio, in Brianza, il 1729, da un filatore di seta, questo figlio del popolo, della classe lavoratrice e allora dispregiata, non smentì mai la sua origine, anzi da essa trasse le più profonde ispirazioni alla sua poesia di battaglia democratica, nel miglior senso della parola. Costretto da necessità domestiche a diventare prete, non fece mai nulla che disonorasse il suo abito; visse tutta la sua vita a Milano, amico del Passeroni, collaboratore del CAFFE', aperta l'anima a quanto di nuovo e di nobile aveva colto nella capitale lombarda, la povertà lo portò ad accettare l'ufficio di precettore di famiglie illustri; e a soffrirvi le umiliazioni inerenti allora a quell'ufficio. Così conobbe nella sua verità quel mondo aristocratico, di cui avrebbe nel suo poema fatto così allegra e lunga vendetta. Questo poema, "Il Giorno", lo rese celebre e temuto. Il conte di Firmian, ministro del governo austriaco per Maria Teresa, al quale importava di liberare il governo riforrnatore dagli impacci di una classe parassitaria e reazionaria, quale la vecchia nobiltà, prese a proteggere il poeta ardimentoso. Gli affidò la redazione della Gazzetta di Milano; ottenne da lui vari consulti riguardanti la riforma delle scuole, che il Parini voleva tolte agli ecclesiastici, incapaci, egli credeva, di intendere l'ufficio civile delle lettere; lo elesse professore di letteratura nelle scuole palatine; e, quando furono soppressi i gesuiti, nel ginnasio di Brera; dove il Parini poté bandire, con grande concorso di uditori, i suoi principi di letteratura e di critica. La morte del Firmian significò per il Parini la perdita di ogni protezione. Non gli fu tolta la cattedra; ma fu lasciato vivere, sciancato e mezzo cieco com'era, in gravi angustie: le quali non piegarono però mai il suo animo, e gli accrebbero l'amicizia dei buoni. Venuti a Milano i Francesi, il poeta della libertà, che s'era rifiutato di far l'elogio di Maria Teresa, fu assunto nel consiglio della municipalità della nuova repubblica. Ma non era quella la libertà che il Parini vagheggiava. Al disopra di ogni rivoluzione politica, c'era per lui una legge morale, un diritto umano, che bisognava rispettare. Lasciò quell'ufficio. La morte lo colpì, settantenne, nel 1799, quando gli Austro-russi avevano restaurato - ma fu solo per un anno, prima di Marengo - il vecchio governo austriaco. Gli ultimi suoi versi furono un sonetto di saluto e di ammonimento a quei feroci restauratori.


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Giuseppe Parini

Il temperamento di Giuseppe Parini, fatto più di riflessione che di entusiasmo, trovò nell'amara ed elegante ironia del "Giorno" la sua espressione perfetta.
Meno felice egli è nelle "Odi", in molte delle quali combatte per gli stessi ideali civili e umanitari che nel poema.

"La vita rustica", esaltazione della vita non servile, che il poeta si augura di condurre nei campi...
"La salubrità dell'aria" antitesi tra la sanità della Brianza, e le condizioni allora antiigieniche di Milano...
"L'Impostura", in stile tra burlesco e satirico, contro questa sempre fortunata divinità: o si riveli nelle figure di Numa Pompilio, di Alessandro, di Maometto, o in quelle più tipiche, dell'età del poeta... il medico e il Tartufo...
"L'Educazione", per il nobile allievo Carlo Imbonati, dove si insegna che la nobiltà è dalla virtù e non dal sangue...
"L'innesto del vaiuolo", a sostegno dell'allora nuovo e molto contrastato rimedio contro quell'epidemia frequentissima...
"Il Bisogno", vivace affermazione del principio che le leggi dovrebbero prevenire più che castigare i delitti, molte volte commessi per dura necessità...
"La Musica", contro l'orribile consuetudine di mutilare i bambini, per farne dei cantanti.

Queste sono tra quelle che si potrebbero chiamare odi sociali del Parini..., nelle quali si sente lo studio più che l'impeto, e l'arte forse più che la poesia; ma per la serietà del contenuto, per il vigore dell'espressione, per quello stesso parlare più all'intelletto che all'orecchio spiccano alto sulla lirica del tempo, futile e facile e melodica.
Più eloquente è l'autore, dove tocca la corda morale...
Come nella possente ode "La caduta", dove, a un cittadino che lo consiglia a far fruttare la sua poesia, prostituendola ai bassi istinti dei potenti, risponde con fierezza di poeta e di uomo offeso nel più profondo dei sentimenti: la dignità.
Né meno significativa, anche se meno bella è l'altra ode "A Silvia", dove, a proposito di una moda molto libera venuta dalla Francia; e che si chiamava "alla ghigliottina", ammonisce quanto in una donna sia necessaria la decenza, e come dalla licenza, essa trascorra rapidamente alla più spaventevole corruzione.
Né mancano liriche, se non proprio d'amore, di devozione fervida e appassionata alla bellezza: e sono del poeta già molto avanzato negli armi, e pure delle più spontanee.
Come "Il dono", a proposito delle tragedie dell'Alfieri regalategli da una signora, dove il poeta ritrae il contrasto fra le immagini di letizia suscitategli dalla bella donatrice del libro, e quelle tetre che accompagnano la lettura delle tragedie alfieriane.
Anche più tenera è l'ode "Il messaggio", a proposito di un'altra bella signora, che mandava a chiedergli notizie della malferma salute.
Artista squisito si rivela nell'ultima delle sue odi, la saffica "Alla Musa".
Nella chiusa di essa esalta sé come "Italo cigno, Che, ai buoni amici, alto disdegna il vile Volgo maligno": nei quali versi è il carattere saliente del poeta, così democratico nei suoi spiriti, così austero nella sua coscienza, così aristocratico nella sua arte.


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