venerdì 15 maggio 2009

PAESAGGIO CON CIELO TEMPESTOSO (Filed under stormy sky) - Vincent Van Gogh

       

  PAESAGGIO CON CIELO TEMPESTOSO (1890)
Vincent Van Gogh (1853 - 1890)
Pittore olandese
Rijksmuseum Vincent Van Gogh di Amsterdam
Olio su tela cm. 50 x 100,5


Questo paesaggio fa parte di una serie di dipinti che Van Gogh dedicò ai "Raccolti".
L'interesse dell'artista si concentrò su questo tema in quanto gli permetteva di applicare una prospettiva molto accentuata su vaste estensioni di spazio.
Questo esercizio era stato stimolato dallo studio dell'opera di un pittore della Scuola di Barbizon, Georges Michel, del quale, nel 1873, era comparsa una monografia curata da Alfred Sensier.
Nonostante il linguaggio di questo artista fosse ormai superato, e i suoi paesaggi interpretassero la natura secondo il realismo olandese, per Van Gogh rappresentavano un appassionante esempio di capacità di dominare i vasti spazi della natura tracciando poche linee, proporzionando correttamente il primo piano rispetto allo sfondo.
Giunto a Parigi nel 1886, Van Gogh non ebbe modo di partecipare ai nuovi avvenimenti che avrebbero cambiato il panorama artistico, quindi, pur apprezzando la pittura impressionista, dovette trovare stimolante anche il realismo degli artisti della Scuola di Barbizon.
Rispetto ai paesaggi del passato, in questo dipinto il campo è privo di personaggi, ed è tracciato dall'accumulo di dense e agitate pennellate di azzurro intenso, e da quelle, ancora più pesanti, del bianco delle nubi incombenti.
La sua vastità riflette un inquietante senso di solitudine.


L'OPERA

La tela, PAESAGGIO CON CIELO TEMPESTOSO, che presenta le stesse dimensioni degli altri dipinti della serie dei "Raccolti", oggi sparsa tra diversi musei e collezioni private, non è né firmata né datata.
Tuttavia grazie alle lettere, datate luglio 1890, che Van Gogh scrisse al fratello Théo, abbiamo notizie sulla loro genesi.
Attualmente Paesaggio con cielo tempestoso è conservato nel Rijksmuseum di Amsterdam, che è la più grande collezione pubblica dedicata all'artista.


VINCENT VAN GOGH DOPO SAINT-RÉMY

Convinto che tutti gli anni trascorsi in Provenza non lo avessero aiutato a raggiungere, come sperava, la maturità pittorica, e deluso dalla mancanza di successo, nel maggio del 1890 Van Gogh lasciò Saint-Rémy e partì per Auvers.
Durante il viaggio si fermò a Parigi, dove lo attendeva un'altra amarezza: i quadri che aveva spedito al fratello Théo erano depositati, invenduti, nella galleria del mercante d'arte Tanguy.
In maggio l'artista giunse a Auvers, dove conobbe il dottor Paul Gachet, che non solo si occupò della sua salute, ma divenne anche il suo maggiore mecenate.
Convinto che l'affetto del fratello potesse sollevare il morale di Van Gogh, il dottor Gachet in giugno invitò Théo e la moglie a Auvers.
Ma l'incontro non si rivelò positivo, in quanto l'artista apprese che anche il fratello non navigava in buone acque, avendo rotto i rapporti professionali con la galleria d'arte di Boussod & Valadon.
Negli ultimi anni della sua vita, Van Gogh si dedicò spesso alla paesaggistica, ritraendo la bella campagna attorno alla sua nuova residenza.
Ma ormai le sue continue crisi depressive lo tormentavano, al punto che il 27 luglio 1890 si sparò un colpo di pistola al petto.
Egli morì fra le braccia di Théo, accorso appena in tempo dopo la disgrazia, e, come se fosse stato scritto dal destino, sei mesi dopo morì anche il fratello.








IL CONVIVIO (The banquet) - Dante Alighieri




E' nome metaforico, indicante il convito, o banchetto di scienza e di sapienza, che Dante offre ai suoi lettori.
A tale fine si sarebbe prestato il commento di quattordici canzoni del poeta, già diffuse nel pubblico, e "sì d'amore, come di vertù materiate" ; un commento, come usava nelle scuole: che, partendo dal testo, e dai vocaboli del testo presi per sé ed in sé, divagasse per tutti i campi dello scibile; da cui ne sarebbe venuta una specie di caotica enciclopedia, una esposizione di dottrine senza organismo.
In realtà, Dante non riuscì che a commentare tre delle canzoni: due d'amore: le due, già ricordate, per la donna gentile della "Vita Nuova": e una canzone morale, quella sulla Nobiltà.
Sono dunque tre i trattati che costituiscono il corpo del Convivio; ai quali aggiungendone uno d'introduzione, avremo che tutta l'opera risulta di quattro trattati, anziché di quindici come era nella intenzione dell'autore.

Per le allusioni a fatti e a condizioni politiche che appartengono agli anni giovanili di Dante, si deve ammettere che il trattato composto per primo sia stato il quarto: forse quando l'autore era tuttavia in patria. Nel trattato invece di introduzione l'autore afferma che, peregrino e mendico, egli ha visitato quasi tutta l'Italia; e mostra uno stanco desiderio di ritornare in Firenze; potrebbe perciò quel trattato essere stato scritto dopo la morte di Arrigo VII. Nell'intervallo tra il quarto e il primo furono composti gli altri due trattati.
Forse perché si diede tutto alla Commedia, l'autore abbandonò l'opera, che ben poco del resto avrebbe aggiunto, non dico alla sua grandezza, ma alla sua fisionomia.

I trattati del Convivio sono l'espressione non di Dante, ma della cultura delle scuole. Il più bello è il primo, ove l'autore sente il bisogno di riabilitarsi agli occhi dei troppi che l'hanno veduto, nella miseria dell'esilio, minore della sua fama, o che l'hanno creduto instabile amatore. Egli mostrerà che molte delle sue rime d'amore andavano intese allegoricamente: come veste di una dottrina, di cui egli ora farà partecipi non tanto le moltitudini, quanto i cavalieri, e le donne gentili: quella classe sociale, insomma, che non poteva essere ammaestrata nel latino che ignorava, e verso la quale muovevano le simpatie del "ghibellin fuggiasco". Ma l'autore sa che per la prima volta il volgare era adoperato in una prosa propriamente scientifica o scolastica: ardimento, che non si era finora consentito che al francese. Contro i denigratori del volgare proprio, ed esaltatori dell'altrui, Dante ha parole piene di collera; e dimostra poi, con un procedimento per verità troppo pedantesco, che a un testo volgare non può accompagnarsi che un commento parimente volgare; con piena coscienza del valore di quella lingua, che a lui appariva come la lingua gloriosa del domani.

Nel secondo trattato si premette che le scritture tutte vanno intese in quattro sensi: il letterale, che è quello che la parola dice per se stessa; l'allegorico, che è la verità concettuale rappresentata sensibilmente dal senso letterale: così Orfeo che muove le pietre significa il saggio che commuove i cuori crudeli; il morale, che è un ammaestramento per la vita, che si può ricavare dal racconto, come accade per vari passi evangelici; l'anagogico (parola greca che significa "volto all'insù"), che consiste nel riferire a significazione della vita eterna le cose della vita terrena: come il passaggio di Israele dall'Egitto nella Terra promessa, al passaggio dell'anima dalla terra al cielo. Dante lascia poi da parte il senso morale e l'anagogico, che non fanno per le sue canzoni; ed espone, prima letteralmente poi allegoricamente, la canzone "Voi che intendendo il terzo cìel movete". L'esposizione letterale gli offre occasione a diffondersi nei campi della dottrina, come usava allora. Il solo primo verso porge all'autore modo di parlare dei cieli, secondo il sistema Tolemaico, e della corrispondenza fra i sette cieli e le scienze del trivio e del quadrivio. Nel senso allegorico la donna gentile è, o, più probabilmente, è divenuta per il Dante del Convivio, la filosofia: e tutto ciò che ha riferimento alla donna va riferito alla filosofia: gli occhi di lei sono le dimostrazioni, le tribolazioni dell'amatore sono i dubbi, e così via. Le lodi alla filosofia suonano non meno generiche che copiose. Ed è inutile dire che per Dante la filosofia noli è affatto - come fu poi e come è oggi - nuova interpretazione della vita, e libertà di indagine. La filosofia è per lui semplicemente l'amore fervido del sapere, e la guida alla teologia.

Nel terzo trattato - che commenta, prima nel senso letterale e poi nell'allegorico, la canzone, "Amor, che nella mente mi ragiona" - continuano le lodi generiche della filosofia o della sapienza, e forse non ha importanza che la teoria dell'amore, che ritroviamo non molto differente nella Commedia; il quale è la volontà, consapevole o inconsapevole, dell'anima di unirsi alla sua fonte prima, Dio.

II quarto trattato - assai più ampio - non ha coi precedenti nessun legame. Commenta la canzone morale "Le dolci rime d'amor, ch'i' solìa", sulla Nobiltà: e non essendo la canzone allegorica, qui non ha luogo che il commento letterale. Quel Dante che, nell'alto dei cieli, si vanterà della nobiltà del sangue, qui, nel definire la nobiltà, o, come egli dice, la "gentilezza", non dà nessuna importanza alla antichità della stirpe, né alla ricchezza; ma tutta la riduce a esercizio di virtù. Combatte così una definizione dell'imperatore Federico II; e la qualità di imperatore gli dà occasione a parlare dell'origine divina dell'Impero, e della natura di esso, senza però accennare alla sua indipendenza dalla Chiesa, come farà, dove ritornerà sullo stesso argomento, nel "De Monarchia". La teoria sull'origine del peccato, derivante da
un errore dell'anima, che cerca la felicità, e crede di trovarla nelle cose terrene, e in esse si riposa (teoria, che sarà poi espressa in un canto del Purgatorio), forma una delle pagine più notevoli di questo trattato.


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ÉDOUARD VUILLARD

Édouard Vuillard nacque a Cuiseaux, in Saóne-et-Loire.

Trasferitosi a Parigi frequentò prima il Liceo Condorcet, dove conobbe Maurice Denis, poi i corsi di pittura di Napoléon Maillart, quelli di Géróme all'École des Beaux-Arts e, infine, giunse all'Accademia Julien dove, nel 1890, intorno a Paul Sérusier andavano costituendosi i Nabis.

Insieme a questo gruppo si dedicò anche alle arti decorative, realizzando pannelli d'interni per le case di alcuni amici e su commissioni pubbliche.

Una delle più significative testimonianze di questa sua attività è "Il giardino pubblico" (Parigi, Museo d'Orsay).

Édouard Vuillard s'interessò anche di teatro, in particolare quello d'avanguardia, e di litografia.

Vuillard visse sempre con la madre, a cui era profondamente legato; fu questo affetto a indirizzarlo verso un'iconografia che metteva in risalto i soggetti domestici e i valori affettivi legati alla famiglia ("Il caminetto rosso", Londra, National Gallery).

La quotidianità nella sua pittura non è mai banale perché è sempre ricca di suggestive atmosfere.

Dal 1895 Vuillard si dedicò con successo anche al paesaggio, in particolare gli spazi verdi di Parigi, perché lo studio della natura gli garantiva la possibilità di valorizzare al meglio la sua accesa tavolozza.

Abituale frequentatore dell'alta borghesia parigina, Édouard Vuillard fu uno dei ritrattisti più alla moda.

Tra il 1925 e il 1935 egli ritrasse alcuni suoi celebri amici: Roussel, Pierre Bonnard, Maillol, Denis, tutti dipinti oggi conservati al Museo del Petit Palais di Parigi.

Édouard Vuillard morì a Parigi nel giugno del 1940.


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MADRE E FIGLIO - Édouard Vuillard

GIARDINI PUBBLICI (1894) - Edouard Vuillard

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MADRE E FIGLIO (Mother and Son) - Édouard Vuillard


       
 MADRE E FIGLIO (1899)
Édouard Vuillard (1868 - 1940)
Pittore francese
Art Gallery di Glasgow
Olio su cartone cm. 48,6 x 56,5
CLICCA IMMAGINE alta risoluzione
Pixel 2121 x 1800 - Mb 1,66


Édouard Vuillard frequentò assiduamente la casa di Thadée Natanson, sposato con la bellissima pianista polacca Misia Sert, nata Godeska.

La donna, che posò anche per Renoir, Toulouse-Lautrec, Vallotton e Pierre Bonnard, è confusa tra le macchie di colore e tiene in braccio il suo bambino.

Sulla parete di fondo, tappezzata con una vivace carta da parati floreale, è appeso un dipinto ancora oggi non identificato, del pittore nabis Ker Xavier Roussel, amico di Vuillard e anch'egli frequentatore di casa Natanson.

Il carattere del dipinto conferma la tendenza intimista di Vuillard che pur sfiorando la via della retorica, la supera grazie a intuizioni geniali e alla magnifica capacità espressiva affidata alle pastose pennellate, giocate sui contrasti cromatici.


L'opera

Sicuramente Édouard Vuillard eseguì il ritratto per l'amico Natanson che ne fu il primo proprietario.

In seguito l'opera passò al collezionista, scrittore e critico Octave Mirbeau (1848-1944).

Dopo la Seconda Guerra Mondiale è stato acquistato dall'Art Gallery di Glasgow, dove ancora oggi è esposto.


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La vita di ÉDOUARD VUILLARD

GIARDINI PUBBLICI (1894) - Edouard Vuillard


CATTEDRALE DI ROUEN - Rouen Cathedral (EFFETTO DI LUCE MATTUTINA - Claude Monet

CATTEDRALE DI ROUEN (EFFETTO DI LUCE MATTUTINA (1894)
Claude Monet (1840 - 1926)
Pittore francese
Museo d'Orsay a Parigi
Olio su tela cm 106 x 73

CLICCA IMMAGINE alta risoluzione
Pixel 1771 x 2500 - Mb 2,59


"Cattedrale di Rouen (effetto di luce mattutina)", appartiene ad una delle serie tra le più famose, realizzate da Claude Monet, che comprende più di venti lavori, nei quali 1'artista raffigura la facciata della chiesa durante le varie ore del giorno.

Le vedute sono separate dalle altre in una sequenza continua che va dall'alba al crepuscolo.

Per dipingerle, Monet si era sistemato al secondo piano del negozio "Au Caprice" al n. 81 di rue du Grand Pont, e sostituiva le tele col mutare della luce atmosferica, dando luogo ai quattro momenti pittorici distinti da Clemenceau in: grigio, bianco, iridescente, azzurro.

In questi dipinti l'artista rivela uno straordinario senso del colore, che crea intricate relazioni spaziali, riuscendo pienamente nel suo intento illusionistico di plasticità.

Monet riesce ad animare la superficie della cattedrale: la struttura di pietra sembra sollevarsi, come un oggetto naturale, diventando sempre più vivo a seconda dell'intensità della luce.

Le irregolarità del l'edificio vengono enfatizzate più delle sue simmetrie.

Molti anni più tardi Malevitch riconobbe che "le Cattedrali di Monet sono una tappa decisiva nella storia dell'arte": Mondrian, affascinato da quella serie, dipinse dei quadri raffiguranti la facciata della chiesa di Domburg.


L'OPERA

L'opera, firmata e datata 1894, venne esposta insieme ad altri venti dipinti della serie delle Cattedrali alla mostra organizzata nel 1895 dal mercante d'arte Durand-Ruel.

Cinque di queste tele, compresa la "Cattedrale di Rouen (effetto di lerce mattutina)", si trovano esposte al Museo d'Orsay e provengono dalla donazione del conte Isaac de Camondo del 1911.


LA RIVOLUZIONE DELLE CATTEDRALI

L'esposizione delle Cattedrali presso la Galleria Durand-Ruel ebbe un grande successo.

Cézanne, Degas, Renoir espressero la loro ammirazione senza riserve, e Pissarro il 26 maggio dello stesso anno scrisse al figlio Lucien...

"È l'opera di un volitivo, ponderata, che insegue le minime sfumature degli effetti che non vedo realizzati dà nessun altro artista.
Qualcuno nega la necessità di tale ricerca quando è perseguita fino a questo punto".

Il critico d'arte Clemenceau sulla rivista "La Justice" a proposito della serie di Monet scrisse...

"Il pittore ci ha dato la sensazione che le tele avrebbero potuto essere cinquanta, cento, mille, tante quante i minuti della sua vita".


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IMPRESSIONISMO

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