mercoledì 20 maggio 2009

DECAMERON - Giovanni Boccaccio



   
L'opera per la quale Giovanni Boccaccio è vivo, reca, come altre sue, un nome derivato dal greco.

Decameròn (con la "e" eufonico dei Toscani Decamerone) è un genitivo plurale, che significa "di dieci giorni" (si sottintende 'opera' o 'narrazione', e più correttamente dovrebbe dirsi 'Dechemeron')..Kerkyra... correggimi tu per favore...

Il sottotitolo è "Principe Galeotto".
Il titolo ha riferimento alla composizione dell'opera, il sottotitolo alla mondanità, che è dell'opera la nota fondamentale. Si crede che fosse finito verso il 1354..., certo fu incominciato dopo la peste del 1318, dalla cui narrazione l'opera incomincia. Il Boccaccio segue il costume - che continuò per parecchi secoli poi, e che al gusto moderno saprebbe di pedanteria - di comporre le novelle dentro una sola cornice, così che l'opera, pur con tutta la varietà, conseguisse una certa unità organica. Immagina, dunque, in un proemio, che nell'anno della peste, il 1348, nella Chiesa di Santa Maria Novella si venissero a trovare sette gentili donne e tre giovani..., donne e giovani realmente vissuti, assicura l'autore, ma che, per discrezione, egli chiama con degli pseudonimi.
Le donne sono Pampìnea, Fiammetta, Filomena, Emilia, Lauretta, Elisa, Neìfile..., Panfilo, Filostrato e Dioneo sono i giovani.
Ho già parlato di alcuni di questi nomi nelle mie tre precedenti opinioni di Boccaccio(vedi Filocolo..., Filostrato... e Teseide).
A sollevare l'animo dalle tristezze della peste i dieci giovani si accordano di passare un periodo di tempo in una villa, vicina alla città. E là trascorrono il giorno nelle occupazioni più liete..., e nelle ore calde del pomeriggio si ritirano all'ombra, a novellare.
Ciascuno narra una novella..., dieci ogni giorno. Prima di separarsi, si nomina il presidente - diremmo noi -, cioè il re o la regina, che proponga il tema generale su cui si svolgeranno le novelle del giorno seguente.
La sera, dopo cena, si canta da qualche donna una ballata. E si va a dormire.
Per riverenza alla religione, il venerdì e il sabato i novellatori tacciono. Le giornate in cui si racconta sono dieci..., così che le novelle saranno cento in totale. Dopo quei festevoli giorni, la brigata ritorna in città, e i tre giovani riportano le donne gentili in Santa Maria Novella, e poi ognuno va per conto suo.
Ogni giornata si apre con una introduzione, dove non si manca mai di descrivere l'aurora e di ripetere come i giovani ingannano il tempo fino all'ora del novellare.
Al principio della quarta giornata l'autore si difende dalle accuse di esagerata licenziosità (in cui si desume che le novelle andassero in pubblico via via che erano composte), e la stessa difesa ripete nella conclusione alla fine dell'opera.

La materia del Decamerone è la più varia, e desunta dalle fonti più diverse. Si ripetono talvolta argomenti trattati in raccolte di novelle più antiche..., si sentono gli echi di racconti orientali e di romanzi bizantini, e di scrittori romani della decadenza. Per lo spirito poi schernitore della virtù coniugale e avverso a preti e frati, le novelle boccaccesche ricordano certi racconti in versi, arguti ed audaci, che fiorirono largamente in Francia sin dal secolo undicesimo..., ed ebbero il nome di 'fabliaux'..., salvo che i racconti boccacceschi sono senza confronto più raffinati ed eleganti.
Molte volte il Boccaccio parla di avvenimenti storici della sua età: molte volte di cose narrategli da testimoni. Ma insieme con la massima varietà di argomenti è un limite che risponde all'euritmia di tutto il libro. I narratori hanno la più grande libertà di scelta..., ma le novelle della stessa giornata devono, come ho già detto, uniformarsi a un motivo comune.
Così nella seconda giornata si discorre di coloro che, dopo mille accidenti e contrasti, pervengono finalmente alla felicità..., e qui sono forse i racconti più complicati del libro, le novelle d'intreccio.
Nella quarta, di amori terminati tragicamente..., e qui si leggono le novelle più commoventi.
Nella sesta, di arguti motti di spirito, nel quale era tanta parte della conversazione di quei nostri vecchi..., nella settima, delle astuzie delle mogli..., nella ottava predominano le beffe non sempre innocenti.
Nella decima il tono si innalza: si tratta di alti amori e di alte imprese.
Ho notato che le novelle cambiano di tono a seconda del personaggio che le narra. Le più innocenti sono narrate da Neìfile, la più giovane delle donne: le più audaci da Panfilo e da Dioneo.
In realtà non sono moltissime le novelle che non vertano su storie licenziose.
Il Decamerone è il libro di una società che ha smarrito ogni ideale, che vive per godere.
Contro l'edonismo invadente poco poteva oramai l'ascetismo dei predicatori. Anzi, le più vivaci pagine del Boccaccio sono appunto contro i preti e i frati, che appariscono, ai suoi occhi, peccatori come gli altri, e più degli altri, ipocriti.
Ma la satira del Boccaccio non è, come quella di Dante, determinata da un'alta coscienza religiosa e morale..., e il vizio è ritratto col compiacimento di chi vi partecipa, non con lo sdegno di chi lo ha superato.
Dante e il Boccaccio rappresentano due momenti diversi nella coscienza italiana. Le "sfacciate donne fiorentine", di cui Dante temeva l'avvento, erano venute: erano le "graziosissime donne", per cui il Boccaccio scriveva il Decamerone.

Incapace di sostenersi in racconti e in poemi di lunga durata, il Boccaccio si sentì a suo agio e poté esprimere tutti gli accorgimenti della sua arte, come tutta la ricca e varia esperienza della sua vita, nella novella: alla quale egli dette un'ampiezza fino allora ignota. Egli prende le mosse da lontano, talvolta incominciando dai padri e dagli avi dei suoi personaggi, o dal ricordare fatti storici importanti, ai quali si può riconnettere il racconto. Ciò contribuisce non poco a dare ad esso quel carattere di verità o di verosimiglianza, che l'autore vuole sempre conservato. Perciò nelle novelle boccaccesche l'abbondanza e la determinatezza dei particolari di ogni maniera, che giovino a mettere sotto gli occhi del lettore i personaggi e le situazioni. Si direbbe che l'autore abbia assistito egli stesso a ciò che narra. Ma egli è maestro insuperato nel ritrarre, moralmente e fisicamente, uomini e donne, e massimamente i tipi che destino un senso di comicità e di ilarità: nella vivacità e spontaneità dei dialoghi: nell'arte di annodare i fili del racconto e di intricarli sempre più, e di risolvere poi, con la più grande facilità, i nodi più complessi: e in quella di tenere desta l'attenzione del lettore col nuovo e con l'inaspettato..., che è pur sempre logico e scaturisce dalle premesse, come impensata conseguenza.
Non però la novella boccaccesca risponde interamente ai miei gusti. Il Boccaccio è il narratore che deliba il suo racconto, che non vuole omettere nulla, perché tutto lo interessa; e il suo pubblico è un pubblico che si vuole divertire e sollazzare e non si stanca mai. Per noi la novella è tutt'altra cosa. Noi vogliamo i racconti brevi, coloriti, drammatici..., e ci interessano molto mediocremente le burle e le beffe di quei nostri antichi. Ci conviene perciò spogliarci delle nostre tendenze, e lasciare da parte la nostra irrequietezza, per gustare il vecchio narratore. Specialmente ci pesano i preamboli dei racconti, e anche più le parti accessorie del Decamerone: come le introduzioni alle varie giornate, e il proemio a tutta l'opera..., compresa la troppo famosa descrizione della peste, esatta fino allo scrupolo, ma povera di ogni senso di pietà e di umanità.
Non poco poi contribuisce a tener lontani dal Decamerone i lettori moderni l'elocuzione: principalmente nelle pagine descrittive. Il Boccaccio continua in esse lo stile artificioso - che si chiamerà boccaccesco - del Filocolo e della Fiammetta. Seguendo un vezzo, che era già del resto diffusissimo nelle scuole di retorica, egli amò riprodurre il periodo ampio e simmetrico della prosa latina, e conseguì una vana e pomposa sonorità a tutto danno della perspicuità e dell'efficacia. Purtroppo quella maniera restò per secoli la maniera tipica della prosa italiana di gala..., e non fu l'ultima causa che la letteratura nostra non fosse popolare in Italia. Ma la lingua del Boccaccio è ricchissima e quasi tutta ancora viva: dal Decamerone anche più che dalla Divina Commedia fu derivato il vocabolario italiano.




ALCUNE NOVELLE... quelle che sono piaciute a me...

Bellissima è la prima novella, dove si narra di un ser Ciappelletto da Prato, usuraio dei peggiori, che, venuto a morte a Parigi, per una falsa e fervida confessione generale fatta a un ingenuo frate, acquista fama di santo..., e diventa per il popolo San Ciappelletto.
Arguta la seconda: un giudeo, incerto se abbracciare il cristianesimo, va alla corte di Roma..., e si fa cristiano appunto per gli scandali che vede in quella corte: la Chiesa deve essere la Chiesa del Dio vero, se vive, nonostante che i suoi ministri facciano di tutto per perderla.
La terza, per una favoletta narrata da un giudeo al Saladino di Babilonia, mira a dimostrare che tutte le religioni, o almeno le tre maggiori allora conosciute (la cristiana, la ebraica e la mussulmana), purché professate con semplicità e fede, hanno uguale valore dinanzi a Dio: concetto di tolleranza ardito per i tempi, anche se non nuovo.
Potente nel ritrarre la vita napoletana, tanto conosciuta dal Boccaccio, è la quinta della giornata seconda, che narra delle strane avventure toccate a Napoli ad un Andreuccio perugino.
Commoventissima la novella quinta della quarta giornata: di Isabella, di cui i fratelli uccidono l'amante..., ed essa riesce a dissotterrare la testa del caro morto, e la seppellisce in lui vaso di basilico, e ogni giorno la innaffia con le sue lagrime..., e come anche quel vaso le è tolto dai sospettosi fratelli, muore dalla tristezza.
Truce e indice dei costumi di età troppo più fiere della nostra, la nona novella della stessa giornata: Guglielmo Rossiglione fa mangiare alla moglie, che non sa, il cuore dell'amante: ma quando egli le rivela l'orribile inganno, essa si lascia cadere da una finestra della sala, e muore.
Un esempio di devozione senza limiti alla donna amata è nella nona novella della giornata quinta. Un cavaliere, per guadagnarsi l'amore di una donna, spende in atti di cortesia tutto ciò che ha..., e non gli resta alla fine che il caro falcone da caccia. Anche questo, non avendo altro, lo dà a mangiare alla donna, venutagli a casa. La donna, quando sa dell'abnegazione del giovane, lo sposa.
La decima novella della sesta giornata è delle più famose. Il protagonista è frate Cipolla, il predicatore da villaggio, un misto di ingenuità e di malizia, che si accinge a mostrare al suo pubblico le penne dell'angelo Gabriele..., e poiché alcuni burloni gli hanno tolto dalla cassetta le penne, e messovi dei carboni, egli non si perde già d'animo, quando si accorge, lì davanti al suo uditorio, della soistituzione..., e dimostra che quelli sono i carboni con cui fu arrostito sulla graticola San Lorenzo: e quei carboni gli consegna alle devote e semplici contadine di Certaldo, che lo stanno ad ascoltare.
Il tipo dell'uomo semplice è Calandrino, a cui i due pittori Bruno e Buffalmacco giuocano le più nuove burle. Calandrino è il protagonista della terza novella e sesta della giornata ottava, e della quinta della nona: tanto il tipo e il motivo piacquero al novelliere.
Popolarissima è la prima di queste novelle: di Calandrino che, credulo a Bruno e a Buffalmacco, va a cercare per il Mugnone l'elitropia, la pietra che rende invisibili. Gli amici, ad un tratto, fingono di non vederselo più davanti: ed egli, contento di aver trovata l'elitropia, carico di pietre e di sassate se ne ritorna a casa.
L'ultima novella del Decamerone piacque tanto al Petrarca che la voltò in latino. Il marchese di Saluzzo ha sposato la povera figlia di un villano: Griselda..., e vuol provare la bontà di lei, sottoponendola a dolori e mortificazioni, contro cui veramente si ribella la nostra coscienza. Finge di farle uccidere i figli..., finge di pigliare un'altra moglie..., e caccia lei dal vecchio padre. Griselda tutto sopporta..., ma il marito le rivela finalmente che quelle erano prove..., e ricompensa quella paziente con il più fervido amore e con gli onori più regali.


UNA NOVELLA IN PARTICOLARE... CISTI FORNAIO

La novella di "Cisti fornaio" è una delle più piacevoli e delicate del "Decamerone".
Cisti, una delle figure più simpatiche e vive della nostra letteratura, è un fornaio fiorentino..., accorto, prudente, di sentimenti aristocratici, ha una vivissima coscienza dei limiti impostigli dalla sua modesta origine sociale e non osa rompere spontaneamente il ghiaccio con i nobili ambasciatori inviati a Firenze da Bonifacio VIII.
Il Boccaccio non ama le descrizioni troppo minute e particolareggiate..., gli sono sufficienti poche parole per tratteggiare la figura di questo popolano signorile e discreto, e per creare, nello stesso tempo, scene di grande efficacia.
E' molto riuscita, ad esempio, l'immagine di Cisti, seduto davanti alla porta del suo negozio, con il grembiulone candido, l'orcioletto (cioè la brocca di coccio) e i bicchieri davanti, mentre beve con soddisfazione il suo vino bianco.
La personalità di Cisti è molto bene delineata nella scena dell'incontro con gli ambasciatori.
Il fornaio è un uomo generoso e cortese e sicuramente non stolto: egli comprende benissimo che dietro la falsa sollecitudine dei servi si nasconde il desiderio di dar fondo alle sue bottiglie e astutamente manda in fumo i loro progetti
In quanto a messer Geri, il gentiluomo che apprezza molto la gentilezza e la cortesia di Cisti, egli è un uomo che vive in un mondo nuovo, nel quale ognuno è considerato per quanto vale..., egli non esita, perciò, ad invitare il fornaio a casa sua insieme con gli uomini più importanti di Firenze ed è ben felice di considerarlo amico.
Per Geri non esistono barriere sociali: il riconoscimento del valore individuale dell'uomo, grande conquista del Rinascimento, è per lui già avvenuto.
Intorno a Cisti fornaio e a messer Geri, il Boccaccio tratteggia abilmente il ritratto dei servitori del tempo, falsamente solleciti, desiderosi soltanto di approfittare di ogni situazione, simpatici e in certo senso patetici per le loro astuzie abilmente smascherate da Cisti.


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GIOVANNI BOCCACCIO - Vita e opere

GIOVANNI BOCCACCIO - Vita e opere (Life and Work)


GIOVANNI BOCCACCIO


La fama del Boccaccio è, indubbiamente, tutta affidata alla sua opera di novelliere..., il DECAMERON è un monumento della prosa italiana, le 100 novelle che lo compongono sono state definite la "commedia umana", in contrapposizione alla "divina" di Dante (di cui Boccaccio fu grande ammiratore) e rappresentano la pittura realistica, eseguita con mano maestra da un grande "moralista", della società e della storia dell'epoca. Anche l'opera di "umanista" e di "erudito" (uomo colto, istruito in varie materie) del Boccaccio fu di notevole importanza..., e non va trascurata nel tracciare un disegno della personalità artistica e umana del certaldese.





NOTIZIE SULLA SUA VITA

Nacque nel 1313 a Parigi, figlio illegittimo di Boccaccio di Chellino, mercante di Firenze, che si trovava là per motivi di traffico. E l'origine francese non fu forse senza influenza nello sviluppo spirituale del giovane, che tanto dello spirito satirico di quella letteratura avrebbe fatto rivivere nella sua maggiore opera.
Ancora fanciullo fu portato al paese paterno, Certaldo, presso Firenze, dove viveva il padre: e di Certaldo, Boccaccio non mancò di fare la canzonatura in qualche famosa novella. Passò la sua gioventù a Napoli..., prima, per continuare l'arte paterna, commesso in un banco fiorentino: poi, inetto com'era al traffico, come studente di diritto canonico. Ma la capitale angioina, splendida e corrotta, lo attrasse nel mondo della voluttà e dell'amore. Amò Maria dei conti d'Aquino, figlia naturale del vecchio re Roberto e sposa di un importante personaggio della corte. Il suo nome era Fiammetta, che Boccaccio chiamò poi la sua infedele amata..., che era ben altra donna dell'angelo adorato da Dante e della donna pura cantata dal Petrarca. Ma a Napoli, che rimase per molti anni la città ideale del Boccaccio (e ne desunse motivi ed inspirazioni frequenti nei suoi scritti), egli non fu soltanto uno spensierato giovane galante. La tradizione vuole che in una visita fatta alla presunta tomba di Virgilio, presso la città, egli si sentisse chiamato alla poesia. Certo egli si dette alla lettura dei poeti latini. Apprese anche (e fu dei primi in Italia) i rudimenti del greco.

Il padre, verso il 1340, lo rivolle a Firenze, e la vita gaia terminò per Giovanni. La Repubblica gli affidò vari uffici diplomatici, come si usava fare con i suoi cittadini più colti. Fu più volte a Ravenna presso i Polentani; e nel '50, a nome dei capitani di Or Sammichele, portò a Suor Beatrice, figlia di Dante, e monaca nel monastero di Santo Stefano dell'Ulivo in quella città, dieci fiorini: documento forse del profondo amore, che fin da allora egli recava al massimo dei nostri poeti. Ancora nel '50 vide per la prima volta il Petrarca, che si recava a Roma pel Giubileo, e lo andò a trovare poi a Padova e a Milano, come ho già detto. Lo amò, lo venerò quindi sempre, come suo maestro. Fu anche nel Tirolo, dal marchese Luigi di Brandeburgo, per chiedere aiuto contro i Visconti..., e tre volte ad Avignone.

Nel 1362 provò quella che oggi si direbbe una crisi religiosa. Un certosino da Siena, Gioacchino Ciani, gli si presentò a nome di un eremita, morto allora, Pietro Petroni, a minacciargli la collera di Dio, se non si riducesse a vita cristiana. Il Decamerone aveva fatto troppo scandalo. Il Boccaccio, in preda al pentimento, avrebbe forse bruciato tutti i suoi scritti, se il Petrarca non lo avesse dissuaso. Ma da allora si dette ad una vita religiosa..., né esitò a sconsigliare gli altri dalla lettura del suo capolavoro. Fu ancora a Napoli, invitato dall'amico fiorentino Niccolò Acciaiuoli, siniscalco della regina Giovanna. Ma non era più la Napoli della sua giovinezza..., ne venne via presto. In realtà non era attratto né di danaro, né di gloria. E massimo onore gli parve il poter leggere e commentare la Divina Commedia, dal 1373 in poi, nella chiesa di Santo Stefano di Badia: ogni giorno, eccetto le domeniche: cento fiorini d'oro all'anno. Boccaccio eseguì l'incarico per i primi 17 canti dell'Inferno, poi, essendo troppo malato, la scabbia lo costrinse, dopo poco più di un anno, a sospendere le sue lezioni. Si ritirò vecchio e malaticcio, a Certaldo, dove la morte lo colpì nel dicembre del 1375.


OPERE MINORI DEL BOCCACCIO

PERIODO NAPOLETANO

A Napoli, nella prima giovinezza, Boccaccio pensò il Filocolo, il Filostrato, la Teseide.

Il FILOCOLO è l'ampliamento di una vaga storia di sventura e di amore, molto diffusa nel Medioevo, in Francia e in Italia: la storia di Florio e Biancofiore.
Biancofiore, orfana appena nata, è accolta nella corte del re di Marmorina (Verona) e cresciuta come figlia, e di lei si innamora perdutamente Florio, il figlio del re. Il re e la regina - i quali non vogliono che il loro figliuolo sposi quella fanciulla, che credono di origine plebea - si oppongono all'amore dei due giovani, finché la fanciulla è venduta schiava ad alcuni mercanti. Florio, con pochi suoi fidi, si dà ad inseguire la nave, e assume allora il nome greco di Filocolo, che, secondo che l'autore spiega o immagina, vuol dire fatica d'amore. Si viene finalmente a sapere come la nave ha fatto vela per la Sicilia.
Fanno rotta per quell'isola..., ma una tempesta li trattiene a Napoli. Qui Florio - o se vogliamo Filocolo - è ammesso alla famigliarità di nobili dame, tra cui Fiammetta, e si propongono, come era l'uso delle corti, tredici questioni d'amore, intramezzate o dimostrate da novellette, che fanno presentire il Decamerone. Ma dopo ben cinque mesi Florio e i suoi riprendono la ricerca di Biancofiore. Approdano in Sicilia: dalla Sicilia a Rodi, da Rodi ad Alessandria d'Egitto, dove la fanciulla è custodita in una torre. Filocolo con molta astuzia arriva alla sua diletta..., e con le armi la ottiene sposa.
L'ultima parte del romanzo è il viaggio di nozze dei due giovani, che visitano Roma (dove Biancofiore riconosce la sua nobile origine)..., finché, convertiti al cristianesimo, ritornano a Marmorina.
Questa la linea centrale del racconto, perturbato da elementi accessori e da divagazioni: in due delle quali compare, prima sotto il nome di Fileno, e poi di Galeone, lo stesso Boccaccio, a lamentare che la sua Fiammetta lo abbia abbandonato.
Giovanni Boccaccio ha voluto fare sfoggio di retorica; ne è derivata una prosa intollerabilmente artificiosa, un racconto nel quale è sepolto ogni elemento poetico della delicata leggenda.


Il FILOSTRATO (nome misto di greco e di latino, che vorrebbe significare, e non significa, il "vinto d'amore") è un poema in nove canti, in ottave: la strofa che sarebbe rimasta per secoli propria della poesia narrativa.
Il Boccaccio la prese dalla produzione popolare; e in lui risente ancora della rozzezza, della ingenuità della poesia dei volghi.
I,'argomento deriva dalla storia di Troia, così come l'aveva trasformata il Medioevo: cioè con introduzione di elementi amorosi e cavallereschi. Il principale personaggio è Griseida (in Omero Briseide) figlia del sacerdote Calcante..., la quale prima si lascia amare da Troilo, fratello di Ettore, poi dal greco Diomede. Dove Troilo, consapevole, esce di Troia, e si dà alla ricerca del suo rivale, e muore poi per mano di Achille. In Troilo è il Boccaccio, amante geloso e disperato della traditrice Fiammetta, alla quale il poema è dedicato.


La TESEIDE, anche questa dedicata a Fiammetta, è un poema in ottave, e in dodici canti, e nell'intenzione dell'autore doveva essere il primo poema volgare che trattasse di armi.
Due giovanetti di sangue reale, tebani, Arcita e Palemone, prigionieri di Teseo in Atene, si innamorano ambedue di Emilia, sorella di Ippolita, regina delle Amazzoni. Teseo promette la mano della donna a chi vincerà in un gran torneo, nel teatro d'Atene. Al torneo partecipano poco meno che tutti gli eroi dell'Iliade, dell'Eneide e della Tebaide. Nel giorno della prova, Arcita scavalca Palemone..., ma Venere, protettrice di Palemone, manda davanti ad Arcita le Furie.
Il cavallo si adombra..., il cavaliere cade e rimane schiacciato sotto la bestia.
Sposerà, sì, Emilia... ma per quell'incidente equestre purtroppo lo porterà alla morte... e allora vuole egli stesso che Palemone, quando egli non sarà più, sposi la donna contesa.
E' il punto più bello e commovente del poema, che si chiude con le feste nuziali della donna e del sopravvissuto.


PERIODO FIORENTINO

Ai primi anni dopo il ritorno a Firenze risale la seconda opera in prosa del Boccaccio: l'Elegia di madonna Fiammetta, divisa in sette parti: nelle quali la donna narra la storia del suo innamoramento per Panfilo), cioè per il Boccaccio, e lamenta l'assenza di lui. Probabilmente il Boccaccio trasferì nella donna un desiderio, che non era altrove che nella sua fantasia. E' opera piena di imitazioni da Ovidio (che nelle Eroidi, lettere di famose amatrici dell'antichità ai loro amatori, trattò il medesimo motivo) e di una oratorietà e prolissità mal sopportabili.... per me.
Ricca l'esplorazione psicologica femminile.
Di quel tempo è anche un poema, in ottave, il Ninfale fiesolano, più breve dei precedenti, e più bello. Immagina il poeta che, nei tempi remotissimi, un pastore di nome Africo, sui colli di Fiesole, si innamori di Mènsola, ninfa di Diana la casta, e nasca da loro un bambino. Diana, per castigo, trasforma la Ninfa nel torrente che porterà il nome di lei: Africo, per disperazione, si getta in quello che porterà il suo..., così il poeta ha immaginato un'origine mitologica al nome dei due torrenti che discendono dal monte di Fiesole, e corrono vicino a Firenze. Nel motivo fondamentale si sentono le Metamorfosi d'Ovidio..., ma i1 Boccaccio ebbe presenti anche le leggende su quelle che il Carducci chiamerà "le mitiche vette di Fiesole".
Ingenui e commoventi parecchi tratti..., come i lamenti amorosi di Africo.
Ma, nella città dove si leggeva la Commedia, il Boccaccio volle produrre anche due scritti dottrinali e allegorici: i suoi più infelici: il Ninfale d'Ameto..., e L'Amorosa visione.
Parte in prosa, parte in terzine, il primo narra degli amori del cacciatore Ameto per la ninfa Lia, e per sei ninfe che dimorano con lei. Tutte accolgono il giovane, e narra ciascuna la sua storia d'amore, e dal canto, che innalza ciascuna dopo il racconto, si capisce che sono il simbolo delle sette virtù e Lia della fede. Appare quindi, in una colonna di luce, la Venere celeste..., e le Ninfe rendono il pastore capace di sostenerne l'aspetto.
Allegoria pesante dell'uomo, che dai sensi sale, grazie alle virtù cardinali e teologali, a Dio.
Nell'Amorosa visione, in cinquanta brevi capitoli in terzine, il poeta visita un castello, dove gli appariscono, in quattro grandi quadri allegorici, il Trionfo della Sapienza, della Gloria, della Ricchezza, e - più ampio degli altri - quello dell'Amore. In un'altra sala scorge il gran quadro allegorico della Fortuna. Si avvia allora verso un'altra porta del castello: che conduce alla Virtù..., ma non vi entra. E si arresta invece in un giardino di belle donne, quasi tutte storiche, tra le quali trova, ancora una volta, Fiammetta. Così che il poema rimane in tronco là, dove aveva da incominciare ad essere serio, e dove non trovava più consonanza con lo spirito dell'autore.
  


IL DECAMERON

Il "Decameron" é una raccolta di 100 novelle, narrate a turno, per dieci giorni, da dieci giovani (tre uomini e sette donne) che si sono rifugiati, per sfuggire alla peste di Firenze, in una villa di campagna. Ogni "giornata" di 10 novelle è dedicata a un argomento, che viene variamente svolto da ognuno dei narratori.
Ciascuna delle 100 nelle è, così, un racconto compiuto..., ma tutte sono inserite nella "cornice", costituita dal racconto riguardante i dieci giovani narratori, la loro vita nella villa, la scelta dell'argomento per la giornata successiva, ecc....

L'interesse del Boccaccio è tutto rivolto al "mondo degli uomini"..., è un interesse per la vita, per le vicende varie dell'umanità, realisticamente considerate e descritte. Molti, e variamente intonati, sono quindi i motivi che si intrecciano nell'opera boccaccesca, dal comico al drammatico al tragico, all'avventuroso, al cavalleresco.
Ma due sono, a ben guardare, gli spunti che più accendono la fantasia e attraggono l'interesse dell'autore..., il primo è la "materia amorosa", e cioè la rappresentazione della forza invincibile della passione d'amore, descritta in tutti i suoi aspetti: di passione sublime e anche tragica, come pure di gioioso e spesso licenzioso abbandono alla libertà dei sensi.
Il secondo, è il "culto della intelligenza", l'esaltazione cioè della intelligenza dell'uomo, in tutte le sue manifestazioni: dalla nobile e cavalleresca gentilezza di costumi, alla battuta spiritosa e alla destrezza del cortigiano, all'astuzia infernale del delinquente.
E naturalmente, accanto all'esaltazione dell'intelligenza, la contrapposta derisione della umana sciocchezza: la inimitabile galleria degli stolti, vittime predestinate dell'imbroglio e del la beffa. Il tutto, sorretto e dominato da uno stile sicuro, sempre aderente alla situazione e al carattere del personaggio..., e da una enorme capacità di osservazione psicologica, di descrizione della realtà e di potenza narrativa.


GLI ULTIMI SCRITTI

Le opere composte dopo il Decamerone sono animate da altri spiriti che quelli delle opere giovanili. Si direbbe che nel Decamerone l'autore avesse esaurite tutte le sue qualità più vitali. Un fiero odio al sesso già tanto amato anima la prosa del Corbaccio (forse dal francese cravache...scudiscio..., o dallo spagnolo corbacho, che vuol dire frusta..., altri dicono provenga da corbo... corvo), dove all'autore, amante di una vedova, appare in sogno l'anima del marito, che dice della sia di sua moglie, e delle donne in genere, tutto il male che si può immaginare..., dove l'innamorato si salva dal traviamento in cui stava per perdersi.
Forse perciò il libretto vivacissimo si intitola anche Labirinto d'amore.


In realtà, negli anni maturi, il Boccaccio visse nello studio e nella meditazione. Il culto più nobile di quegli anni fu per Dante..., di cui, non si sa bene quando, scrisse la Vita, col nome di Tratterello in laude di Dante. E' delle biografie più antiche, e delle più autorevoli. Molte però sono le divagazioni (come sull'origine di Firenze, contro il matrimonio, sulla natura della poesia, e simili), parecchie le favole, e manifesto l'intento di esaltare il poeta di fronte al partito che l'aveva esiliato. Si conserva il suo commento all'Inferno, che arriva fino al canto XVII, in sessanta lezioni.

Anche le non poche opere latine del Boccaccio appartengono (salvo le Egloghe) al periodo della maturità. C'è in esse troppo più dottrina che bellezza..., e basterà accennarle. Sono dunque di lui sedici Egloghe, o poesie, come ho già detto parlando del Petrarca, di argomento in apparenza pastorale, con allusioni ad avvenimenti della vita dell'autore e dell'età sua.
Alcune accennano agli ultimi casi della corte angioina, come alla morte di Roberto, e al regno scandaloso di Giovanna.
Altri scritti latini del Boccaccio sono compilazioni erudite, da giovare alla conoscenza di quel mondo antico, che risorgeva glorioso: come un'opera di geografia antica: De montibus, silvis, fontibus, lacubus, fluminibus, stagnis seu paludibus, et de nominibus maris liber (Libro dei monti, delle selve, dei laghi, fiumi, stagni o paludi, e dei nomi del mare): come i quindici libri De genealogiis deorum gentilium (Della origine degli dei pagani), che ebbero grande fortuna..., e sono un'esposizione organica di quelle favole mitologiche, che erano state tanta parte della poesia antica e sarebbero state della nuova.
Un intento morale, quello di persuadere della vanità delle cose umane, hanno i nove libri di racconti, a incominciare da Adamo, che portano il titolo di De casis virorum illustrium (Dei casi degli uomini illustri)..., e le biografie femminili (e spesso un po' mondane) De claris mulieribus (Delle donne famose).


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DECAMERON - Giovanni Boccaccio (recensione completa)

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