sabato 23 maggio 2009

LA PRIMA USCITA (Café Concert) - Pierre Auguste Renoir

LA PRIMA USCITA
Café Concert - Le Cabaret
(1876 circa)

Pierre Auguste Renoir
(1841 - 1919)

Pittore francese

National Gallery di Londra

Olio su tela cm. 65 x 50







Non è immediatamente chiaro in quale luogo si stia svolgendo la scena nella quale due signorine osservano dall'alto di un palchetto simile a quello di un teatro il vivace e rumoroso brulichio che si muove sotto di loro. Ma non ci troviamo in un teatro perché donne ed uomini, dipinti con rapidi tocchi di colori caldi e gioiosi, sembrano discorrere seduti ai tavolini mentre consumano le loro ordinazioni forse in attesa dell'inizio di qualche spettacolo.
Tuttavia le logge sopraelevate disposte tutto intorno dimostrano che non si tratta di un «Bar» secondo la moderna concezione del termine, bensì di uno di quei «Café» tipici della Parigi della fine dell'Ottocento nei quali l'alta società si riuniva per assistere a spettacoli e svagarsi chiacchierando: insomma in un «Cabaret».

Fu proprio in locali come questo, o in più rustiche «Brasseries», che si verificarono i primi contatti fra gli artisti che dettero poi luogo al movimento impressionista del quale anche Renoir fece per molto tempo parte.
La giovane donna appare come intimidita da quanto vede accadere davanti ai suoi occhi e una titubanza mista a curiosità fa correre il suo sguardo sulla folla. Questo moto sentimentale rivela la sua estraneità al luogo, il suo trovarsi lì, come dice il titolo del quadro, per la prima volta.
È vestita alla moda, con eleganza impeccabile e porta i capelli tirati indietro e raccolti in un ciuffo nascosto da un cappellino bianco e azzurro dal quale scende una sorta di foulard che, annodandosi, le cinge la gola. La accompagna nella sua prima uscita un'altrettanto giovane donna, forse una sorella o un'amica magari già abituata a questi ambienti mondani e galanti così tipici del vivere sociale del tempo.


Del quadro, noto anche con i titoli di CAFÉ CONCERT..., DEUX FEMMES À LA TERRASSE D'UN CAFÉ..., LE CABARET..., non si conoscono molte notizie sicure neppure circa la sua esecuzione avvenuta, quasi certamente, a Parigi.
Tuttavia, data la sua vicinanza stilistica ad opere come LA LOGE di collezione privata del 1874, LE BAL DU MOULIN DE LA GALETTE e L'ALTALENA del 1876, entrambi conservati nel Museo del Louvre, si può pensare che la tela sia stata dipinta da Renoir intorno agli anni 1874-1876.
Il quadro, firmato dal pittore, fu presentato alla National Gallery di Londra da alcuni fiduciari del Courtauld Institute e pervenne al Museo nel 1923.



LA PITTURA COME "DIVERTISEMENT"

Che la pittura rappresentasse per Renoir qualcosa di gioioso appare evidente a chiunque si avvicini alla sua opera osservandone con attenzione sia le particolarità stilistiche, sia i soggetti, sempre desunti dal repertorio di una vita felice e mondana trascorsa fra le bellezze dei giardini, le feste all'aperto, le serate al teatro...
"A me piacciono i dipinti che mi fanno desiderare di passeggiarvi dentro, se rappresentano paesaggi..., di accarezzarli, se rappresentano donne"... dichiarò Renoir riassumendo con semplicità tutta la sua arte.
La mia sensazione è confermata da un'apostrofe di disapprovazione che il pittore Charles Gleyre, suo professore all'École des BeauxArts, rivolse a Renoir...
"È senza dubbio per divertirsi che lei dipinge, vero?"....
"Ma certamente, - sembra abbia risposto il giovane - e se la pittura non mi divertisse, la prego di credere che non dipingerei affatto".




IL SENTIERO CHE SALE TRA LE ERBE ALTE - Pierre-Auguste Renoir

DIANA CACCIATRICE - Pierre-Auguste Renoir

LE BAGNANTI - Pierre-Auguste Renoir

NUDI DI DONNE - Pierre-Auguste Renoir



POLITTICO C (Altarpiece C)- Pierre Soulages

POLITTICO C (1985)
Pierre Soulages
Pittore francese
Museo Nazionale d'Arte Moderna di Parigi
Olio su tela cm. 324 x 362



Composta da quattro pannelli assemblati, Polittico C è una delle opere più monumentali di Pierre Soulages.
Realizzata con una larga pennellata, la tela si presenta come una vasta architettura nera, regolarmente tagliata verticalmente da strisce di colore bianco quasi a creare uno spartito musicale.
Qui cerchiamo invano i colori ocra, i verdi, i rossi, i gialli, i viola, i segni calligrafici che hanno segnato il successo di Soulages negli anni '60 e '70.

Dipinto nel 1985, il quadro rompe, per il suo radicalismo, con le tele del periodo precedente.
Un nuovo passo è compiuto verso la totale astrazione: la linea è ancora più sottile, la gamma cromatica è ridotta esclusivamente al nero e al bianco, i due "non-colori".
Ma in Soulages il nero non è mai monotono, anzi, al contrario, esso esprime la forza, la passione, la volontà.
D'altra parte il nero è l'espressione più pura dell'arte giapponese.

Una finestra poetica, specchio dei nostri "tempi immobili" che induce lo spettatore a divenire davanti alla tela suo "libero e necessario interprete".


L'OPERA

Il dipinto è pervenuto al Museo Nazionale d'Arte Moderna, presso il Centre Georges Pompidou, nel 1987, grazie ad un acquisto dello Stato francese.
Il Museo raccoglie altre quattordici opere di Soulages: incisioni, litografie e dipinti, tutti realizzati dall'artista tra il 1958 e il 1985.


VEDI ANCHE ...

La vita di PIERRE SOULAGES

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PIERRE SOULAGES - La vita (The life)



    
Pierre Soulages è nato a Rodez il 24 dicembre 1919.
Non ha ricevuto una specifica formazione alla pittura e si può considerare un autodidatta.
È stato uno degli iniziatori della pittura segnica in Europa.

A partire dal 1948 espose al Salon des Surindépendents e dal 1949 in avanti al Salon de Mai.
Le sue opere si trovano in molti Musei francesi e nei principali Musei d'arte moderna del mondo, da Londra a Zurigo, da New York a Washington.

Si è applicato anche alla creazione di appa­rati scenografici e decorativi.
Dipinse le deco­razioni perEloisaeAbelardo diRogerVailland nel 1949; nel 1951 realizzò i modellini, com­missionati da Louis Jouvet, per La potenza e la gloria di Graham Greene.

Lavorò inoltre all'allestimento del balletto Geste pnur un génie che fu dato ad Amboise nel 1952, in occasione del quinto centenario della nascita di Leonardo da Vinci.

Soulages è un artista strettamente legato all'esperienza dell'astrattismo.
La sua pittura, benché conferisca una grande importanza alle qualità del segno, non scivola mai nella scrit­tura vibrante e capricciosa e nel gusto orientalizzante di un Mathieu, ma dimostra con le sue ampie campiture cromatiche e con le larghe e corpose pennellate tutta la monumentalità che deriva dalla tradizione clas­sica occidentale.

Queste tracce dipinte sono stese ora con materia spessa, ora con materia fluida, e ven­gono spesso schiacciate dall'artista con un coltello sulla superficie della tela.
Nell'intrec­cio formato da questi segni Soulages crea gio­chi di trasparenze e di luci. Egli stesso diceva che "la pittura a olio è il gioco delle opacità e delle trasparenze".


VEDI ANCHE ...

POLITTICO C - Pierre Soulanges


PIERRE SOULAGES - La vita (The life)


    
Pierre Soulages è nato a Rodez il 24 dicembre 1919.
Non ha ricevuto una specifica formazione alla pittura e si può considerare un autodidatta.
È stato uno degli iniziatori della pittura segnica in Europa.

A partire dal 1948 espose al Salon des Surindépendents e dal 1949 in avanti al Salon de Mai.
Le sue opere si trovano in molti Musei francesi e nei principali Musei d'arte moderna del mondo, da Londra a Zurigo, da New York a Washington.

Si è applicato anche alla creazione di appa­rati scenografici e decorativi.
Dipinse le deco­razioni perEloisaeAbelardo diRogerVailland nel 1949; nel 1951 realizzò i modellini, com­missionati da Louis Jouvet, per La potenza e la gloria di Graham Greene.

Lavorò inoltre all'allestimento del balletto Geste pnur un génie che fu dato ad Amboise nel 1952, in occasione del quinto centenario della nascita di Leonardo da Vinci.

Soulages è un artista strettamente legato all'esperienza dell'astrattismo.
La sua pittura, benché conferisca una grande importanza alle qualità del segno, non scivola mai nella scrit­tura vibrante e capricciosa e nel gusto orientalizzante di un Mathieu, ma dimostra con le sue ampie campiture cromatiche e con le larghe e corpose pennellate tutta la monumentalità che deriva dalla tradizione clas­sica occidentale.

Queste tracce dipinte sono stese ora con materia spessa, ora con materia fluida, e ven­gono spesso schiacciate dall'artista con un coltello sulla superficie della tela.
Nell'intrec­cio formato da questi segni Soulages crea gio­chi di trasparenze e di luci. Egli stesso diceva che "la pittura a olio è il gioco delle opacità e delle trasparenze".


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POLITTICO C - Pierre Soulanges


Le Confessioni di un italiano (Confessions of an Italian) - Ippolito Nievo

La narrativa italiana del periodo risorgimentale segue abbastanza fedelmente un indirizzo affermatosi un po' dovunque in Europa nella prima metà del secolo: motivo più o meno costante è la storia, trasformata in una specie di epopea e nella quale si riflettono speranze, illusioni e delusioni, volontà e propositi centrati sull'ideale dell'unità nazionale.
La trama dei romanzi storici è generalmente intessuta su vicende e ambienti medioevali, movimentati, per così di re, da episodi patetici o d'amore.
Si distinsero, in questo tipo di narrativa, Tommaso Grossi, autore di un romanzo che ebbe molta fortuna, il "Marco Visconti", e Massimo D'Azeglio che dette al suo "Ettore Fieramosca" un chiaro impianto politico. Ancora più valida è l'opera di Francesco Domenico Guerrazzi (1824-1873), cui si deve "L'assedio di Firenze" e al quale va riconosciuto un temperamento che lo pone accanto ai maggiori tra i romantici stranieri. Va inoltre citato, nel campo del romanzo, però, di tipo autobiografico (e in questo senso da avvicinarsi alla prosa dei memorialisti) Giovanni Ruffini (1807-1881), autore dei racconti d'ambiente risorgimentale quali "Lorenzo Benoni" e "Il dottor Antonio".

Ma la narrativa italiana di questo periodo si solleva a nobilissime altezze con uno scrittore che degnamente conclude la stagione letteraria del Risorgimento: Ippolito Nievo.

Nato nel 1831 a Padova, Nievo si schierò, ancor giovanissimo, con gli ideali mazziniani. Nel 1859 combatté nella Seconda guerra d'indipendenza, tra le file dei "Cacciatori a cavallo" di Garibaldi e con Garibaldi fu in Sicilia, al seguito della spedizione dei Mille. Fu appunto tornando dall'Isola, nel 1861, che perse la vita in un naufragio, quando non aveva che trent'anni.

Intellettualmente e culturalmente assai maturo, nonostante la giovane età, Nievo lasciò diversi scritti politici, poesie, novelle; ma il suo capolavoro è il romanzo "Le confessioni di un Italiano" (in un primo tempo intitolato: "Confessioni di un ottuagenario"). Si tratta di una opera di ampie dimensioni, la cui trama abbraccia mezzo secolo di storia, dagli ultimi decenni del '700 agli anni del Risorgimento.
Nelle Confessioni il Nievo, insieme agli avvenimenti politici e militari più importanti, ci presenta una grande varietà di tipi e di caratteri che la vena umoristica dello scrittore e lo stile fresco e immediato rendono vivissimi.

Il protagonista del racconto, Carlino, rievoca le varie fasi della sua lunga esistenza e le persone e le vicende che ne segnarono lo svolgimento. Bellissima la parte iniziale, in cui Carlino narra della sua prima infanzia trascorsa nel vecchio castello di Fratta, presso Udine, nel l'ambito di una famiglia patriarcale (viene accolto da una sprezzante zia, moglie del conte di Fratta) e di una società legati ancora al mondo feudale. Un'atmosfera che si dissolverà sotto l'urto degli avvenimenti rivoluzionari, di una mentalità nuova e, soprattutto, di una moderna coscienza nazionale.

Vive i primi anni nel tetro castello di Fratta, dove si innamora della cugina, Pisana, figlia del conte, bimba irrequieta e civettuola che lo ama e lo tormenta. Ma quando ormai Carlino si è potuto sistemare come cancelliere, arrivano nel Friuli le vittoriose truppe napoleoniche che diffondono le idee democratiche, alle quali egli aderisce. Intanto la Pisana sposa un nobile attempato; Carlino si arruola nel nuovo esercito italiano e va a combattere per la liberazione di Napoli allora sotto i Borboni. Viene però ferito e fatto prigioniero e in carcere perde la vista. Tuttavia con l'aiuto della Pisana, che intanto aveva abbandonato il vecchio marito, può essere liberato. Tutti e due si rifugiano a Londra, dove la Pisana lo assiste con amorosa abnegazione, fino a ridursi a chiedere l'elemosina per curarlo. Finalmente Carlino, mediante un'operazione chirurgica, può riacquistare la vista e la Pisana, già minata dalla tisi, muore pochi giorni dopo.

Vecchio e nuovo mondo rivivono in una folla di personaggi: Lucilio e Mara, la Pisana e Giulio Del Ponte, il padre del protagonista, i castellani di Fratta e così via.

Le "Confessioni", scritte in pochi mesi, sono, dopo i "Promessi Sposi", il romanzo più vivo e valido del nostro Ottocento. Ai "Promessi Sposi" esse vanno ricollegate non solo per la costruzione ampia, quanto per quel carattere di affresco storico che il capolavoro manzoniano ebbe in misura tanto superba. E tuttavia se l'impianto dell'opera riporta a Manzoni, l'ardore, la coscienza civile, l'impegno patriottico che le "Confessioni" mettono in luce, giustificano pienamente un accostamento del la figura del Nievo a quella del Foscolo.

Sebbene non privo di difetti, quali la discontinuità di stile e la prolissità (l'autore non ebbe il tempo di "limare" la sua opera), il romanzo del Nievo costituisce ancora oggi una lettura di grande interesse: e questa é la migliore prova del suo valore artistico,


La Pisana
Dalle "Confessioni" riporto il passo in cui è ritratto, nella sua infanzia, uno dei personaggi femminili più affascinanti del romanzo: la Pisana. Con tenerezza, Carlino racconta di questa fanciulletta e del suo affetto per lei.

"La Pisana era una bimba vispa, irrequieta, permalosetta, dai begli occhioni castagni e dai lunghissi mi capelli, che a tre anni conosceva già certe sue arti da donnetta per invaghire di sé, e avrebbe dato ragione a coloro che sostengono le donne non esser mai bambine, ma nascer donne belle e fatte, col germe in corpo di tutti i vezzi e di tutte le malizie possibili. Non era sera che prima di coricarmi io non mi curvassi sulla culla della fanciulletta per contemplarla lunga pezza; ed ella stava là coi suoi occhioni chiusi e con un braccino sporgente dalle coltri, e l'altro arrotondato sopra la fronte, come un bell'agnellino addormentato. Ma, mentre io mi deliziava di vederla bella a quel modo, ecco che ella socchiudeva gli occhi e balzava a sedere sul letto dandomi dei grandi scappellotti, e godendo di avermi corbellato col far le viste di dormire. Queste cose avvenivano quando la Faustina (la bambinaia) voltava l'occhio, o si dimenticava del precetto avuto, poiché del resto la contessa le aveva raccomandato di tenermi alla debita distanza dalla sua puttina e di non lasciarmi prendere con lei eccessi va confidenza. Per me vi erano i figliuoli di Fulgenzio i quali mi erano abbominevoli piú ancora del padre loro, e non tralasciava mai occasione di far loro dispetti; massime perché essi sì affaccendavano a spifferare al fattore che mi avevano veduto dar un bacio alla contessina Pisana, e portarmela in braccio dalla greppia delle pecore fino alla riva della Peschiera. Per altro la fanciulletta non si curava al pari di me del
le altrui osservazioni e seguitava a volermi bene, e cercava di farsi servire da me nelle sue piccole occorrenze, piuttosto ché dalla Faustina o dalla Rosa che era l'altra cameriera, o la "donna di chiave" che or si direbbe guardarobe. Io era felice e superbo di trovar finalmente una creatura cui poteva credermi utile; e prendeva un certo piglio d'importanza quando dicevo a Martino:
- Dammi un bel pezzo di spago che debbo portarlo alla Pisana!
Così la chiamava con lui; perché con tutti gli altri non osava nominarla se non chiamandola la contessina.Queste contentezze, peraltro, non erano senza tormento poiché purtroppo così sì verifica nell'infanzia come nelle altre età il proverbio che non fiorisce rosa senza spine".



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