mercoledì 3 giugno 2009

POPULORUM PROGRESSIO - Paolo VI


Papa Paolo VI


Carta Enciclica

"Populorum Progressio"

Paolo VI

Edizioni Paoline




UNA LETTURA ATTUALE


L'ENCICLICA E IL PIANO

L'enciclica "Pupulorum progressio" si è classificata, subito, fra i best sellers del 1967. Soltanto in Italia, la prima tiratura di 200.000 copie si è esaurita in due settimane scavalcando di molto le tirature modeste dei saggi sociologici destinati a spiegare al pubblico la decisiva importanza delle nuove frontiere cui l'umanità potrà attingere muovendosi dietro certe fumose e provinciali teorizzazioni che vogliono mettere d'accordo tutto, capitale e lavoro, imperialismo e socialismo, ricchi e poveri, bianchi e neri.

Il successo della "Pupulorum progressio" di Paolo VI, la sua esplosività che ha interrotto i pacifici sonni sociali di molte persone, è innanzitutto nel fatto che per la prima volta, in essa, la Chiesa cattolica non si limita a dire che al mondo c'è un Male esorcizzabile con il Bene, ma indica, in modo abbastanza preciso, dov'è il Male e dov'è il Bene.
Il male, se non ho frainteso l'Enciclica, consiste nel nefasto sistema del capitalismo: il bene non si trova nella sua correzione evangelica, ma nel suo superamento integrale: e non per via evangelica ma per via politica e sociale.

Certo, l'Enciclica non indica nella ristrutturazione socialista del mondo la garanzia della sua rinascita e dell'avvento di una "libertà che non sia parola vana". E alcuni osservatori hanno preso spunto da questa non indicazione per costatare che, in fondo, l'Enciclica non è che la consacrazione del "Piano Pieraccini" del centro-sinistra. Il fatto è, tuttavia, che se l'Enciclica papale avesse contenuto anche l'indicazione esplicita della risposta socialista al nefasto sistema capitalista, non sarebbe più stata un'Enciclica ma un Manifesto. Il che, indubbiamente, non è: e non poteva essere, data la distanza immensa, nei mezzi e nei fini, che separa la concezione cristiana e cattolica del mondo da quella marxista e materialista. Il problema, dunque, non ci sembra quello di cercare nell'Enciclica se un certo metodo di analisi sulle strutture, che in essa troviamo, ne ha fatto - come ha goffamente, e timorosamente, scritto il New York Times a suo tempo - un "documento quasi marxista". Il problema - quello che scotta - è di vedere se le denuncie dell'Enciclica hanno colto nel segno e con quali altre denuncie hanno collimato.
E a questo punto non c'è alcun dubbio che le denuncie della "Pupulorum progressio" - anche se l'Osservatore Romano ne ha fornito una reinterpretazione accomodante, sono di tipo anticapitalistico. E non si tratta di un rifarsi generico allo slogan sul Cristo "primo socialista" del mondo. Si tratta di analisi dettagliate, e spietate, dei guasti immensi - ma del tutto logici nell'ambito di un "sistema nefasto" - che il capitalismo, e la sua versione imperialista, ha apportato al mondo dividendolo, in linea di principio, in mondo sviluppato e sottosviluppato: organizzando cioè le cose in modo tale per cui, tanto per andare ad esempi popolari (il benessere britannico era pagato dal malessere di centinaia di milioni di affamati indiani: e il benessere americano, altro esempio, era pagato dalla colonizzazione cui i grandi 'trust' degli Stati Uniti sottoponevano e sottopongono tutta l'America Latina).

A questo punto, dopo aver letto l'Enciclica, scatta l'interrogativo che si leva dopo ogni lettura di testi che partano dall'analisi di dati oggettivi, statistici, sull'attuale collocazione non solo della ricchezza, ma delle sue fonti e della sua distribuzione: perché conservare un sistema 'nefasto', che colloca e distribuisce la ricchezza mondiale in modo da riprodurre, ininterrottamente, la divisione della società in scompartimenti sviluppati e sottosviluppati?
Perché conservare un sistema 'nefasto' che consacra la divisione fra gli uomini sulla base di un criterio-base che li separa in ricchi e poveri?

Si tratta di interrogativi semplici: ma terribili. Si tratta, in sostanza, di un interrogativo al quale Marx dette risposte che sono talmente nuove da risultare tuttora esaltanti. E si tratta, d'altra parte, di interrogativi che, solo a porli, illuminano di forza immensa milioni di cervelli e di cuori, sospingendoli verso risposte altrettanto semplici e precise. Né gli interrogativi né le risposte sul 'perché' del capitalismo e dell'ineluttabilità della sua scomparsa sono più, del resto, interrogativi e risposte da "sfera filosofica". I punti di riferimento politici, da cinquant'anni a questa parte, sono del tutto nuovi rispetto ai punti di riferimento anteriori al 1917. Sicché ogni discorso sul mutamento del "sistema nefasto" è discorso che si svolge in un quadro che comprende centinaia di milioni di uomini: i quali vi partecipano avendo già in mente - seppure con le sfumature e le differenze profonde che distinguono le diverse storie - che la risposta, la mia, del secolo, l'alternativa al "nefasto sistema", è il socialismo.
Nasce quindi, largo, difficile ma inevitabile, il discorso della nostra epoca. Ciò che spaventa i lettori conservatori della Enciclica, ciò che ha fatto gridare molti di essi allo 'scandalo' è che il documento papale entra in questo discorso nel momento stesso in cui nega al "nefasto sistema" la possibilità di rigenerarsi da solo, non concedendogli l'assoluzione, neppure "in articulo mortis".


PAOLO VI ERA MARXISTA ?

E allora? Il Papa è diventato 'marxista', scrivevano tremanti alcuni. La Chiesa "svolta a sinistra"? si interrogavano terrificati altri. E già, all'italiana, correvano battute, certo irriverenti, su Paolo VI.
Ma i temi sollevati e ripresi dall'Enciclica, non si risolvono né con i pasticci ideologici e le facili commistioni (poiché una Enciclica è una Enciclica, come ho già detto, e non un Manifesto), né con le paure teologiche di veder sparire per sempre certi facili proverbi sulla fatalità, quasi divina, di un mondo che ha da essere diviso in eterno in ricchi e poveri.
L'Enciclica, fuori da ogni equivoco, può servire a tutti per comprendere, sempre meglio, le radici non divine ma sociali del "nefasto sistema". E di qui partire per lottare, ciascuno nella sua sfera e ciascuno dando ciò che il suo pensiero gli consente, l'opera necessaria per superarlo e abbatterlo. Sotto accusa, ancora una volta, è dunque il "nefasto sistema" che sporca, avvilisce e insanguina il mondo. L'appello a cambiarlo è diretto a tutti "gli uomini di buona volontà". Lo raccolgano gli uomini, ciascuno con le proprie idee.
E chi ha più filo tesserà.


LA STRATEGIA DELLA CHIESA

A questo punto c'è da chiedersi, però, quali siano le ragioni profonde che hanno spinto la Chiesa ad una denuncia così chiara e ad una condanna così radicale del sistema capitalistico. Nessuno può credere, infatti, che sia solo il messaggio evangelico o lo spirito di carità o l'umana commozione di fronte alle sofferenze dei popoli affamati che abbiano ispirato Paolo VI. Da troppo tempo queste cose esistono senza che abbiano determinato una modifica sostanziale nell'atteggiamento della Chiesa. E nemmeno, ci sembra, la "Pupulorum progressio" può essere paragonata alla "Rerum novarum". In questa enciclica Leone XIII superava definitivamente la frattura risorgimentale tra la Chiesa e la civiltà borghese e dava una risposta nel complesso borghese ai problemi posti dallo sviluppo iniziale del movimento operaio. Nella "Pupulorum progressio" Paolo VI non compie - come ho detto - un altro passo avanti superando la frattura fra la Chiesa e il movimento socialista. Modifica, invece, radicalmente la strategia del Vaticano, rivolgendo tutte le sue attenzioni ai paesi sottosviluppati, facendosi interprete delle loro esigenze e delle loro miserie, come se considerasse ormai marginale la situazione europea e irrecuperabili le masse operaie dei grandi paesi industriali.
Nuove strategie che spiegano la struttura dell'Enciclica e anche i recenti atteggiamenti politici del attuale Papa nei confronti della Cina e dello stesso movimento delle guardie rosse. Il futuro ci dirà se questa interpretazione è esatta e ci dirà anche quali frutti potrà portare alla Chiesa la nuova strategia. Resta il fatto che la borghesia italiana, ancora una volta, oltre al comico sgomento di alcuni e gl'impacciati 'arrangiamenti' di altri, non ha saputo dare una valutazione seria e approfondita dì un documento di tale eccezionale rilevanza.
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