domenica 28 giugno 2009

MEMORIALISTI DELL'800

L'Ottocento patriottico e romantico nelle memorie dei suoi artefici

Non c'è, tra tutti i secoli della nostra letteratura, secolo più ricco di memorie, di autobiografie, di diari, dell'Ottocento. E la cosa ha una sua precisa ragione: la vita di molti intellettuali che, vissuti un secolo prima, sarebbero stati più o meno buoni autori di poesie pastorali, semmai impegnati in qualche incruenta polemica su accademiche questioni di lingua o - nella migliore e più probabile ipotesi - si sarebbero occupati nei loro studi, di riforme da suggerire al principi, si trovò coinvolta in grandi avvenimenti politici: gettata nel mezzo di quel vasto e multiforme movimento che ebbe nome Risorgimento.
A seconda della loro posizione di classe, della loro formazione cu1turale, questi intellettuali parteciparono di persona agli avvenimenti, e ne furono cioè, non solo, spesso, gli ispiratori, influenzandoli con le loro opere, non solo ne furono gli interpreti con la loro arte, ma assolsero anche al compito - letterario e politico - di ricordarli.

Silvio Pellico

Qual'è l'ultima eco personale, l'ultima testimonianza di una vicenda privata, che ci lasci il Settecento? E' la "Vita" di un conte che ripudia la sua famiglia, e fa parte a sè solo, ponendosi come eroe di una solitaria ribellione: il suo mondo sarà quello che egli stesso avrà costruito con le sue tragedie a unico personaggio, il personaggio della Libertà. VITTORIO ALFIERI resterà sì a modello per molti degli scrittori, degli uomini di cultura, degli intellettuali dell'Ottocento: ma si prenda la prima opera autobiografica del nuovo secolo, la prima opera significativa e importante, s'intende, e si vedrà l'enorme differenza che la separa dal racconto alfieriano. Ventinove anni appena passano dalla "Vita" dell'astigiano, tutta eroici ed astratti furori, ed ecco una patetica, serena, dignitosa memoria di carcere, di sofferenze, di umiliazioni, cristianamente sopportate con fermezza, e superate senza cedimenti nelle proprie convinzioni politiche - anche se la fede religiosa smorza un po' l'avversione al tiranno e dà ai patimenti uno sfogo nella rassegnazione virile -: ecco "Le mie prigioni" di SILVIO PELLICO (1789-1854): una esperienza umana completamente nuova per l'intellettuale italiano, il trascinarsi con ferri al piede nelle segrete delle carceri, il resistere, mantenendo la propria dignità d'uomo, di scrittore, alle angherie scientemente intese a fiaccare la volontà di lotta e la coscienza dei propri diritti, in tutti coloro che osavano porsi contro l'Imperial Regio governo austriaco, pilastro della Santa Alleanza, e tutore dell'ordine costituito.

Il Pellico, quando fu arrestato, era già uno scrittore assai noto: autore di tragedie e poesie che piacevano molto allora, alla moda romantica, ma non è per esse che egli è entrato nella storia della nostra letteratura. Sono queste pagine accorate di un calvario, che allora toccava a molti altri patrioti italiani, che lo pongono tra i maggiori scrittori dell'Ottocento.
Ciò che commuove, in esse, sono sì le descrizioni di sofferenze e di dolori indicibili, l'evocazione tipicamente romantica di ambienti carcerari (stupenda la scena dell'arrivo allo Spielberg, l'orrida fortezza che nel secolo scorso ebbe altrettanta triste fama che in questo Auschwitz o Dachau), il ricordo di figure e tipi umani (carcerieri, compagni di prigionia, donne, bambini) ma è soprattutto l'assoluta mancanza di qualsiasi compiacimento nel riferire la propria sorte, quel non calcare la mano su episodi ad effetto. C'è sempre una sobrietà dignitosa, quasi un pudore nel far sapere agli altri ciò che era così profondamente personale: ma forse proprio per questo, "Le mie prigioni" divennero esemplari per tutti coloro in cui albergassero sentimenti di libertà e di amore di patria. Ciò che soprattutto era importante, era questo: che il libro mostrava a tutti, patrioti e tiranni, che "era possibile affrontare e sopportare quelle cose per il proprio ideale di libertà", che, insomma, si poteva e si doveva affrontare anche quel terribile rischio: la fibra italiana ne era, ora, capace.

Carlo Bini

Così, non il contenuto religioso, il messaggio di misericordia e di fratellanza che in esso indubbiamente c'è, ma il senso di una rivolta contro tanta ingiustizia che esso suscitava, fecero di questo libretto l'opera più popolare della prima metà del secolo.
E il suo successo fece passare quasi inosservato un altro libro di memorie di prigionia, che il suo autore scrisse un anno dopo "Le mie prigioni", ma che vide la luce dieci anni più tardi: il "Manoscritto di un prigioniero", del livornese CARLO BINI (1806-1842).
Quanto il Pellico era un liberale moderato, il Bini era un acceso liberale, amicissimo di Mazzini, seguace della "Giovine Italia". Breve fu la sua esperienza di galera: tre mesi, nel Forte della Stella a Portoferraio, insieme al Guerrazzi. (Il governo granducale di Toscana non era così feroce come quello d'Austria).

Si tratta di ricordi completamente diversi da quelli del Pellico. Il loro contenuto è vivacemente polemico: e, si badi, non già sul piano politico, ma su quello religioso e sociale. Il Bini si proclama ateo: nel carcere vede uno strumento di angheria per il povero, uno strumento di oppressione di classe. Ad un certo punto scrive persino...

"O poveri! Voi siete ricchi di pazienza, e Dio, se non sa darvi di meglio, vi mantenga perenne quel dono. Che se un giorno la perdeste, se rompeste le dighe che al presente vi contengono, qual sarebbe allora la faccia del mondo? La gerarchia sociale resisterebbe al fiotto dei vostri milioni? La piramide starebbe, quando si scommovesse la base? Cosa sarà la superficie di questo suolo, quando il vulcano l'avrà lambita colle sue mille lingue di fuoco?".

Giovanni Ruffini

Carlo Bini ebbe una vita breve... intensa: in lui romantica fu sempre l'azione, nella venerazione dei Mazzini. Piuttosto razionalistica, la riflessione: il Manoscritto di un prigioniero letterariamente pregevole per la vivezza polemica, resta quasi un fatto isolato, dissimile dagli altri ricordi del secolo. In esso si può dire forse che si apra una prospettiva diversa, da quella comune, liberale-moderata, cui rimasero fedeli altri scrittori e patrioti pur nell'entusiasmo della cospirazione. Come non leggere, per esempio, con molta simpatia, le pagine del romanzo autobiografico di GIOVANNI RUFFINI (1807-1881) "Lorenzo Benoni", in cui si narra dell'iniziazione alle società segrete di ragazzi appartenenti alla migliore gioventù genovese? Qui gioca in primo piano la fantasia romantica: ma la ricostruzione di quell'ambiente, di quel mondo, è estremamente interessante. Uno dei personaggi principali del romanzo è Fantasio, nome dietro il quale il Ruffini celò colui che gli fu maestro: Giuseppe Mazzini. Dopo il fallimento dell'attività mazziniana negli anni dal '30 al '40, dopo la morte del fratello Jacopo in carcere, Giovanni si andò staccando da Mazzini, sfiduciato e deluso. Ma il "Lorenzo Benoni", che fu scritto a Londra, in inglese, dà nel complesso un giudizio ancora positivo sul movimento mazziniano.

Massimo d'Azeglio

Giudizio ben diverso, quello che ci ha tramandatati nella vivezza dei ricordi di una personale partecipazione, il conte MASSIMO D'AZEGLIO (1798-1866). Particolarmente gustose nei "Miei ricordi" le pagine in cui il D'Azeglio narra del suo viaggio nell'Italia centrale, in missione politica: convincere i liberali a non esporsi in moti inconsulti, ma attendere l'iniziativa sabauda. Era un'azione fatta, si capisce, nell'interesse della monarchia piemontese, e delle classi agiate che l'appoggiavano: il D'Azeglio aborriva dall'iniziativa popolare, e la condannava...

"Venendo ai partiti che allora covavano tra noi, e usando i nomi ormai invalsi nell'uso, il paese, non tenendo conto di parecchie gradazioni di colori, era diviso tra liberali e sanfedisti, i liberali, sparpagliati, avvezzi all'ombra e al sotterfugio, non capitanati né da un uomo solo né da una sola opinione, troppo in apprensione del birro e del partito contrario... I sanfedisti erano più d'accordo che compatti. chiotti piuttosto che astuti... Gente più che altro di incoronati, di muffiti e di stizziti, di baciapile..."..

Giuseppe Giusti
...questa la situazione in Toscana, negli anni che precedettero i moti dei '48-'49. Ce la presenta così uno che, per la malferma salute, non partecipò ad essi direttamente, ma che fiancheggiò il moto liberale con il sarcasmo delle sue poesie.
GIUSEPPE GIUSTI (1809-1849).
La "Cronaca dei fatti di Toscana" - peraltro assai interessante per ciò che narra, per l'ambiente particolare che ricostruisce - ha un po' il tono di uno sfogo di uno che non sia mai contento di nulla, di uno che se la prende, con tutti. La "Cronaca dei fatti di Toscana" contiene delle nobili pagine, là specialmente dove si parla dell'indipendenza nazionale ("Per me, la gran cosa fu di cominciare a guardare in viso e di ridere in faccia ai nostri vecchi padroni e tutori, e rompere una volta quell'amaro prestigio che ci dava a credere di avere a mangiare l'Austria anche nel pane. Una volta veduto che l'Austria era l'Austria, e noi, noi, le cose nostre prendevano tosto una piega diversa. Che se un primo sforzo è dovuto andare fallito, il danno non è tutto da una parte e non siamo ancora morti").

Francesco Guerrazzi

Ma la visione politica è un po' meschina: ci si sentono i rancori personali, le antipatie, le avversioni. Primo accusato del Giusti, Francesco Domenico GUERRAZZI: che in un primo tempo egli appoggiò, per poi coprire di improperi, quando gli sembrò che egli volesse mandar tutto alla rovina, in Toscana. Per lui, mandar tutto alla rovina significava lasciar venire avanti la marea popolare, non essere moderato a sufficienza.

Alla "Cronaca dei fatti di Toscana risponde", in un certo senso, indirettamente, l'Apologia che il GUERRAZZI (1804-1873) scrisse, dopo la caduta del suo governo (nell'aprile del 1848) e dopo l'arresto e il processo che i reazionari tornati al potere con il granduca, e l'appoggio delle baionette austriache, gli intentarono. Questi due scritti, pur su un piano locale,sono interessanti perché danno un'idea precisa dei contrasti di classe che accompagnarono i moti dei '48. La paura del popolo, ecco ciò che paralizzava i moderati, cui le condizioni storiche assegnavano il compito di dirigere la lotta per l'indipendenza nazionale.

Luigi Carlo Farini

Di tali contrasti è significativo esempio anche il libro di LUIGI CARLO FARINI (1812-1866): "Lo Stato Romano". In esso c'è una severa condanna per il "mal governo" del papa, e nella sua prosa vibra lo sdegno contro il sanfedismo. E c'è anche un ardente spirito repubblicano, alla Mazzini. Ma il Farini non comprese mai, e anzi, biasimò, l'azione popolare per la Repubblica romana. Il bello è che - come avviene di solito con questi liberali e moderati - dopo la caduta della Repubblica romana, il Farini volle tornare a Rema, credendo di non aver nulla da temere dal ripristino delle vecchie autorità. Fu invece perseguitato e destituito dai sanfedisti, che avevano lui moderato altrettanto nemico che i "filibustieri garibaldini".



Luigi Settembrini
Un altro triste ritorno è quello che ci narra LUIGI SETTEMBRINI (1813-1879) nelle "Ricordanze della mia vita"..., il ritorno dei sanfedisti borbonici al potere nel Regno delle due Sicilie. Accusato come rivoluzionario, il Settembrini fu condannato a morte, ma, poi, commutata la pena, fu rinchiuso in una spaventosa galera, in cui visse per otto anni.


Vincenzo Padula
Contro carnefici ed oppressori di altro genere, si leva, ancora dal Mezzogiorno, la voce di VINCENZO PADULA (1819-1893). Sono questi coloro che mantengono nel loro stato di abbrutimento e di miseria le plebi contadine meridionali, sulle quali il Padula scrive delle memorie di estremo interesse sociale, letterario e persino etnografico-folkloristico. Lo stato delle persone in Calabria ci svela, insomma, quelle genti per le quali il Risorgimento non era stato fatto.


Altro popolo del Sud ci viene incontro dalle pagine di una serie di memorialisti, che narrarono nelle loro pagine la più eroica vicenda del moto nazionale, la più romantica, e insieme la più concreta, la più profondamente legata con le aspirazioni, i sentimenti, gli impulsi del popolo: la vicenda garibaldina.

Giuseppe Cesare Abba

Giuseppe Bandi
GIUSEPPE CESARE ABBA
(1838-1910: "Da Quarto al Volturno")...

GIUSEPPE BANDI
(1834-1894): "I Mille")...

...ci parlano della Sicilia: della liberazione del popolo dell'isola..., degli sbarchi, delle battaglie, delle marce, degli incontri con la gente sicula. Leggendo il loro racconto, si ha il senso dell'epopea. Come non ricordare la descrizione della desolazione della Sicilia che ci fa l'Abba? (per me è molto e vera quella considerazione che egli riporta... "Si direbbe che siamo venuti per aiutare i siciliani a liberare la loro terra dall'ozio"..., l'ozio dei feudi). E gli incontri coi frati, coi religiosi attirati anch'essi nelle file garibaldine dalla grandezza cristiana dell'impresa di liberare un popolo schiavo? E, soprattutto, la venerazione tutta umana e filiale per Garibaldi?


Qui, nell'entusiasmo che vibra in questi scritti, e poi in quelli che narreranno le altre vicende garibaldine (EUGENIO CHECCHI, sulla terza guerra d'indipendenza e la battaglia di Bezzecca..., A. G. BARILLI: la battaglia di Mentana..., G. GUERZONI) è dato di sentire ciò che avrebbe potuto essere il clima dell'Italia, unita e libera, se la tradizione del Risorgimento non fosse stata a poco a poco dimenticata e tradita dalla corrente moderata salita al potere, e da troppi di coloro che, militando prima tra i democratici, si lasciarono ad uno ad uno assorbire.


NB - Ho seguito, per questo excursus nella letteratura di memorie e ricordi, passo passo, il volume "I memorialisti dell'Ottocento" dell'editore Ricciardi, tomo I..., un'opera pregevolissima (curata da Gaetano Trombatore) che per la prima volta riunisce, valorizzandole, le principali opere di questo genere letterario.

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DAVIDE CON LA TESTA DI GOLIA (David with the Head of Goliath) - Guido Reni

   
DAVIDE CON LA TESTA DI GOLIA (1605)
Guido Reni (1575 - 1640)
Pittore italiano
Museo del Louvre a Parigi
Tela cm. 237 x 137

   
Il giovane Davide è in primo piano, appoggiato con spavalderia ad una colonna spezzata..., in segno di trionfo egli tiene per i capelli la testa di Golia, sistemata su una base.

Il sangue che sgorga dalle ferite del gigante e la spada poggiata a terra suggeriscono che la lotta si è appena conclusa.

Davide è sommariamente abbigliato con un elegante drappo bordato di pelliccia, mentre in capo porta un cappello piumato.

Una forte luce lo illumina dalla sinistra lasciando in penombra la parte destra della composizione.

Sia il tema che le soluzioni formali e chiaroscurali lasciano intuire l'influenza che Caravaggio esercitò su Guido Reni nei primi anni del suo soggiorno a Roma.

Non appare infatti casuale che il recupero della cultura classica si mescoli alla potenza espressiva di Davide, che ricorda il giovane piumato raffigurato da Caravaggio nella "Vocazione di San Matteo" nella cappella Contarelli in San Luigi dei francesi.


L'OPERA

DAVIDE CON LA TESTA DI GOLIA è un dipinto che compare citato per la prima volta nel 1706 negli inventari reali del Palazzo del Lussemburgo a Parigi.

Non sono riuscito a venire a conoscenza delle modalità che hanno consentito all'opera di espatriare in Francia, anche se in passato si è creduto che essa provenisse dalla collezione del cardinale Mazzarino.

Alla National Gallery di Londra è una replica commissionata a Guido Reni dal cardinale Bernardino Spada, ritenuta dalla critica di migliore fattura rispetto all'originale, tanto che è stato ipotizzato che la versione del Louvre non sia autografa..., infine voglio qui ricordare che esiste una copia anche agli Uffizi di Firenze.


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Vita e opere di GUIDO RENI

ATALANTA E IPPOMENE (1615-1620) Guido Reni


GUIDO RENI - Pittore italiano

   
GUIDO RENI

Pittore italiano






Guido Reni nacque a Bologna i14 novembre 1575.

La sua prima formazione avviene presso il pittore fiammingo Calvaert, attivo in quella bottega per nove anni a partire dal 1584.

Affascinato dal classicismo si avvicina all'Accademia degli Incamminati fondata dal Carracci.

La sua prima opera importante pare sia stata la decorazione del Palazzo del Reggimento, realizzata nel 1598 in occasione dell'ingresso a Bologna di Clemente VIII.

Seguite le orme di Annibale Carracci, nel 1600 il Reni si trasferì a Roma, città dove non era facile operare a causa del successo del Caravaggio che oltre tutto era protetto dal potente cardinale Del Monte.

Nonostante ciò l'artista riuscì a farsi spazio tra la committenza locale e a ottenere delle commissioni, come nel caso della decorazione della chiesa di Santa Maria a Trastevere, dove eseguì il "Martirio di Santa Cecilia" su commissione del cardinale Sfondrato.

Fuggito il Caravaggio per le note vicende della sua vita, la fama del Reni si consolidò tanto che fu ammesso all'Accademia di San Luca.

Paolo V nel 1608 gli affidò la decorazione del soffitto della "Sala delle Nozze Aldobrandini" in Vaticano, mentre l'anno successivo fece parte insieme a Lanfranco e all'Albani, al gruppo di artisti impegnati nella decorazione della cappella dell'Annunciata a Palazzo del Quirinale.

Nel 1610 Guido Reni fece ritorno in patria, ritornando sporadicamente a Roma per adempiere alle commissioni di Paolo V.

Sono venuto a conoscenza della sua avversione a dedicarsi alla pittura ad affresco perché quando nel 1617 venne chiamato dai Gonzaga a Mantova, rinunciò alla prestigiosa commissione per paura delle "infermità mortali" di questa tecnica.

Nel 1622 lo troviamo a Napoli impegnato nella decorazione della cappella di San Gennaro.

Guido Reni si spense il 18 agosto 1640 nella sua città natale.


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