domenica 5 luglio 2009

Jacobello e Pier Paolo dalle Masegne - Scultori

Polittico - Chiesa di San Francesco - Bologna
Jacobello e Pier Paolo dalle Masegne


A Venezia, le tombe dei dogi esercitano i marmorari e li aiutano, attraverso le imitazioni toscane, fino alla formazione d'una scuola forte delle proprie idee e della propria tecnica.

Nel 1339, il "Sarcofago di Francesco Dandolo" (Museo Patriarcale) è scolpito all'antica, ed i rilievi hanno carattere bizantino nel soggetto e larghezza pisana nel fare..., ma, in seguito, lo schema si determina regolarmente..., sul grave sarcofago ravennate (con acroteri e nicchie), sorretto da mensole o da archi, giacciono o si levano composte le statue.

Dall'oscuro lavorío dei tagliapietra si deve escludere la famiglia dei DALLE MASEGNE, specie per l'attività dei fratelli JACOBELLO e PIER PAOLO, che lavorano a Bologna e a Venezia.

Nel 1388, fu scolpito il polittico marmoreo del San Francesco in Bologna, dove sono evidenti gli influssi stranieri, facilitati da Hans Ferbach che, prima di trasferirsi a Milano, operò a Venezia e a Bologna verso la fine del quattordicesimo secolo.

La predella con le storie del santo si allarga nel mezzo per ospitare i tabernacoli con "L'Incoronazione della Vergine"... "L'Eterno Padre"... e il gruppo "rifatto nel 1845) della "Madonna con il Bambino"..., le due torrette ai lati equilibrano il ritmo ascendentale.
Le guglie e i pinnacoli guizzano nell'alto, spuntate dai busti, e sulla cuspide centrale si inalbera il rinnovato "Crocifisso", già scolpito in legno da Michele Fiorentino (1603).

Polittico - Chiesa di San Francesco - Bologna
Particolare - Jacobello e Pier Paolo dalle Masegne


Dei due collaboratori l'uno si riconosce per una certa rotondità carnosa di tipi negati alla passione, e l'altro per la magrezza truce nell'aspetto, che mi rammenta il secco taglio dei tedeschi.

Le tendenze individuali dei due veneziani si riaffermano negli "Apostoli" dell'iconostasi di San Marco in Venezia (1394).
I visi aspri, le mosse impetuose, i manti metallici e la fierezza popolana tradiscono il nuovo indirizzo dell'arte..., il realismo sconvolge la vecchia iconografia, ed una forza scontrosa cancella la calma contemplativa dei beati e la rassegnazione dei martiri..., dai primi sorgono i soldati che comandano..., dai secondi, gli eroi che minacciano.

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Materialismo ed empiriocriticismo (Materialism and Empiriocriticism) - Vladimir Lenin

Lenin sul significato della scienza

Negli anni Settanta del secolo scorso, in tutto il mondo si stava parlando e scrivendo della "rivoluzione scientifica e tecnologica". Tutti noi siamo stati testimoni di quanto sia aumentata, di anno in anno, l'influenza di questa rivoluzione sulla produzione dei beni materiali e di quanto grandi siano stati i suoi riflessi su tutti gli aspetti della vita sociale. A parte ciò si può anche dire che la rivoluzione tecnologica era diventata quasi il banco di prova e il settore principale della competizione internazionale tra mondo socialista e mondo imperialista, tanto il problema veniva addirittura posto in questi termini: qual è il sistema più adatto per accogliere la rivoluzione scientifica e tecnologica e dirigerla nel modo più consono a servire gli interessi e il progresso sociale dell'umanità? Perché il contenuto e la funzione sociale di ogni sistema può essere valutata e giudicata soltanto in base alle caratteristiche, ai valori e agli ordinamenti che esso è stato capace di esprimere.
L'aspra lotta ideologica in corso allora sui problemi posti dalla rivoluzione scientifica e tecnologica era quindi tutt'altro che casuale. Gli ideologi borghesi e reazionari si sforzavano di accreditare la tesi secondo la quale soltanto il sistema capitalistico sarebbe stato capace di applicare fino in fondo i risultati della rivoluzione tecnologica dando loro una dimensione ed un significato mondiale. Non solo: gli avversari del marxismo-leninismo sostenevano pure che Lenin non aveva mai potuto approfondire i problemi relativi all'evoluzione scientifica e tecnologica dal momento che egli era vissuto in un paese arretrato, la Russia, in cui il gigantesco progresso scientifico e tecnico raggiunto, non era nemmeno lontanamente prevedibile. Si pensava che l'esistenza stessa della teoria marxista-leninista, della concezione del mondo che essa necessariamente implicava e della prassi socialista che essa anticipava, costituisse nella visione socialista la miglior confutazione di questa affermazione così gratuita e degli argomenti che venivano addotti a suo sostegno. Si pensava che il materialismo dialettico avesse previsto con matematica esattezza anche gli sviluppi della rivoluzione tecnologica; che le sue concezioni ed i suoi metodi si accordassero perfettamente con le più moderne conoscenze scientifiche e tecniche e le deduzioni che si potessero trarre da esso rappresentavano un'arma teorica formidabile per una corretta interpretazione dei risultati conseguiti nel campo delle scienze naturali e della tecnica, e per la loro applicazione pratica. D'altra parte va sottolineato anche il fatto che i rapporti stessi tra la filosofia marxista-leninista da una parte e le scienze e la tecnica dall'altra, avevano un carattere dialettico e quindi non potevano mai essere né automatici né statici.

Lenin stesso, occupandosi di questi problemi, ha ripetutamente sottolineato che una concezione veramente marxista del mondo doveva essere il risultato di una continua evoluzione, di una continua rimeditazione condotta alla luce dei nuovi temi proposti dalla scienza e in armonia con i nuovi principi da essa scoperti. Le scoperte scientifiche realizzate negli ultimi anni dell'Ottocento e nei primi anni del secolo scorso, forniscono un chiaro esempio di come si articoli una rivoluzione nel campo delle scienze naturali. Grazie alle ricerche scientifiche di Becquerel, di Pierre e Maria Curie, di Planck e di Rutherford e ai progressi realizzati dalla fisica con la scoperta della possibilità di disintegrare l'atomo, di trasmutare gli elementi, di sfruttare i fenomeni elettronici e radioattivi, i principi della fisica classica vennero completamente demoliti. Naturalmente, come Lenin ebbe occasione di sottolineare nel suo libro "Materialismo ed empiriocriticismo" (1909), questa rivoluzione nel campo delle scienze naturali era strettamente legata alla crisi "che tutta la vecchia concezione del mondo, finora accettata" stava attraversando in quel periodo: le leggi e i principi fondamentali su cui era basata la concezione della natura venivano sottoposti ad una critica e ad una revisione sistematica. Nasceva la fisica moderna che, nonostante i suoi non sempre riusciti tentativi iniziali ed i suoi iniziali smarrimenti, sembrava orientarsi quasi istintivamente verso l'unica concezione del mondo e verso l'unica metodologia veramente valide, quelle suggerite dal materialismo dialettico, abbandonando definitivamente l'idealismo e il positivismo.
Nel corso di questo fondamentale processo di chiarificazione, la scienza si è orientata in modo definitivo verso la ricerca e il riconoscimento della "verità oggettiva". Lo stesso fenomeno si sta verificando anche oggi: la dinamica dell'attuale rivoluzione scientifica e tecnologica e i suoi molteplici riflessi sulla produzione, tende sempre di più a far coincidere la posizione degli interpreti del pensiero marxista-leninista con quella degli scienziati moderni. Ciò è dovuto soprattutto al fatto che una chiara concezione del mondo e una metodologia realistica costituiscono due fatti inscindibili e interdipendenti.
Anche in questo caso Lenin ebbe il grande merito di dimostrare che alla base della crisi che si stava manifestando nel campo della scienza e dell'incapacità dimostrata da parte di molti scienziati di comprenderla e superarla, c'era l'influenza negativa del pensiero idealista e delle scuole filosofiche a indirizzo reazionario. A quel tempo infatti molti scienziati, influenzati dall'idealismo e dall'agnosticismo, erano giunti ad una errata concezione del mondo sostenendo, in piena armonia con i principi dell'«idealismo scientifico» e dell'evoluzionismo «metafisico», concetti assurdi e gratuiti, come quello di "distruzione della materia" o di "impossibilità di comprendere razionalmente l'universo". In polemica con queste concezioni errate Lenin aveva spiegato da un punto di vista materialista e dialettico i veri motivi che stavano alla base di quella "improvvisa crisi" delle scienze naturali.
Da un punto di vista filosofico, le scoperte scientifiche sopra citate rappresentavano, secondo Lenin, dei nuovi passi compiuti dall'umanità verso il progresso e la comprensione della realtà oggettiva.
"Fino a ieri l'approfondimento della conoscenza dei fenomeni naturali doveva arrestarsi all'atomo, oggi siamo già giunti all'elettrone e all'etere - scriveva Lenin in "Materialismo ed empiriocriticismo" -. E' per questo che il materialismo dialettico non deve stancarsi di sottolineare il carattere relativo e provvisorio di ogni acquisizione e di ogni progresso scientifico degli uomini. L'elettrone, come a suo tempo l'atomo, non rappresenta affatto una meta, perché la natura comprende infinite forme in continua evoluzione. Quindi l'unica affermazione veramente categorica che si possa fare è quella che deriva dal riconoscere esplicitamente questa verità e cioè che la natura e le sue infinite forme hanno un'esistenza oggettiva indipendente dalla coscienza dell'uomo e dalle sue conoscenze. Ed è proprio il riconoscimento di questa verità che costituisce la differenza fondamentale tra il materialismo dialettico e il relativismo agnostico o l'idealismo".
Il problema ideologico centrale su cui si imperniava la rivoluzione scientifica agli inizi del secolo consisteva quindi nel riconoscere l'eternità della materia e il carattere dialettico della sua evoluzione e dei suoi fenomeni. Lo stesso problema ideologico si ripresenta ancora oggi nel corso dell'attuale rivoluzione tecnologica, rivoluzione che è stata resa possibile appunto dalle nuove scoperte e dalle nuove vedute che hanno caratterizzato la scienza alla metà del secolo scorso. Questo concetto fondamentale è stato sottolineato anche nelle tesi pubblicate in Russia in occasione del centesimo anniversario della nascita di Lenin... "Lenin è stato il primo pensatore dei nostro secolo che ha saputo scorgere nelle scoperte fatte dalle scienze naturali del suo tempo l'inizio di una grandiosa rivoluzione scientifica e che abbia giustamente inquadrato l'opera degli scienziati individuando lo spirito rivoluzionario e conferendole un'unità filosofica".
L'attuale rivoluzione tecnologica comporta tutta una serie di interrogativi e di problemi ideologici a cui si può rispondere scientificamente soltanto sulla base della filosofia del materialismo dialettico. Quindi, anche in questo campo, lo strumento ideologico più efficace a cui si possa ricorrere è rappresentato dal pensiero di Lenin. Non dimentichiamo infatti che ogni problema, anche scientifico o tecnico, può essere impostato seguendo due metodi contrastanti e inconciliabili, quello materialista o quello idealista, quello dialettico o quello metafisico o meccanicistico.
Oltre che farsi antesignano della rivoluzione scientifica, Lenin auspicava e prevedeva anche la possibilità di realizzare una vasta rivoluzione tecnologica. E non sorprenda questa distinzione che facciamo dal momento che a quei tempi scienza e tecnica erano due realtà dei tutto separate e prive di quegli stretti rapporti di interdipendenza che si sono realizzati soltanto in questi ultimi anni.

Nel suo articolo "Una grande vittoria della tecnica", scritto nel 1913, Lenin aveva sottolineato con grande vigore l'importanza dei processo con cui si era potuto ottenere il gas combustibile dal carbone, analizzando acutamente sia le basi scientifiche che avevano permesso di raggiungere un risultato tecnico così importante, che le conseguenze sociali dei nuovi metodi produttivi che esso comportava. Le conclusioni che egli ne traeva riecheggiavano un'idea fondamentale che egli aveva chiaramente espresso già nel 1893 nel suo scritto "Sul cosiddetto problema dei mercati ". e cioè che "... il progresso tecnico... deve avere come scopo supremo la graduale sostituzione dei lavoro fornito dall'uomo col lavoro fornito dalle macchine".

Sorretto da questa ferma convinzione, Lenin si occupò durante la sua vita dei problemi connessi alla fisica atomica, alla meccanizzazione e all'automazione, all'elettrificazione e alle applicazioni della chimica alla produzione, alla tecnica delle comunicazioni, al ciclo del carbone e degli oli combustibili - in sostanza di tutti quei problemi che nascevano dall'applicazione pratica e produttiva dei risultati conseguiti dalla scienza. Non c'è quindi da meravigliarsi se Lenin ha anche preso in attenta considerazione il problema di una pianificazione dei rapporti tra scienza, tecnica e produzione mediante l'organizzazione razionale dei lavoro scientifico. Con un notevole anticipo sui suoi tempi Lenin era arrivato alla conclusione che "... anche l'economista deve oggi guardare verso il futuro, in direzione dei progresso tecnologico, se non vuol correre il rischio di rimanere indietro...".
Trattando i problemi della rivoluzione scientifica e tecnologica e l'inevitabile evoluzione che ne sarebbe seguita anche nella produzione industriale, Lenin previde esattamente che le ripercussioni sociali di questa grande svolta avrebbero assunto nella società capitalista, basata sullo sfruttamento, un carattere del tutto diverso di quello che si sarebbe presentato nella società socialista. Oggi qualcuno constata ancora che proprio nel settore della scienza e della tecnica appare con particolare evidenza quanto sia ormai storicamente sorpassato il capitalismo come sistema di organizzazione sociale.

Analizzando l'applicazione delle principali scoperte nell'interesse esclusivo del profitto capitalistico, Lenin scriveva che " ... la tecnica... nel suo continuo processo di espansione rende ogni giorno più anacronistico il sistema basato sullo sfruttamento dei lavoratori condannati alla schiavitù del salario". La scienza, la tecnica e le forze produttive che esse avevano scatenato avevano poi superato gli angusti limiti del sistema capitalistico. La classe operaia, guidata dal suo partito rivoluzionario d'avanguardia, era riuscita in numerosi paesi a mettere la scienza e la tecnica al servizio del socialismo anziché a quello del capitalismo.... ma poi...

Questo compito storico della classe operaia si è posto per la prima volta dopo la rivoluzione socialista d'ottobre realizzata dagli operai e dai contadini poveri sotto la guida del Partito di Lenin.
Lenin capì che nella nostra epoca, una delle fondamentali condizioni per costruire il socialismo e il comunismo consiste nello stare al passo con il progresso tecnico e scientifico. Nella lotta tra socialismo e capitalismo, pensava Lenin, la vittoria andrà a quel sistema sociale che avrà dimostrato di possedere la tecnica più avanzata, la più grande capacità organizzativa e la maggior disciplina. Scienza e tecnica non sono tuttavia due elementi che, per il solo fatto di esistere, portano ad un automatico rafforzamento del socialismo: la loro funzione diventa progressiva soltanto nella misura in cui la classe operaia riesce ad utilizzarle e a sfruttarle per l'edificazione di una società nuova in armonia con i principi del marxismo-leninismo. Bisogna cioè, come diceva Lenin, che "tutto ciò che l'uomo ha saputo realizzare nel campo della scienza e della tecnica, tutti i miglioramenti, tutto il sapere degli specialisti... venga messo a disposizione e al servizio dei lavoratori".
Lenin aveva quindi capito che era assolutamente necessario legare la rivoluzione socialista alla rivoluzione tecnologica. Questa conclusione viene chiaramente espressa da Lenin anche nel corso della trattazione di molti problemi contingenti. Così, ad esempio, nel suo celebre scritto "La grande iniziativa" egli sostiene che l'eroismo più generoso nella lotta rivoluzionaria contro il capitale deve sempre essere sorretto dalla coscienza che si sta lottando per modificare profondamente le condizioni e l'organizzazione del lavoro umano e che queste modificazioni così radicali non sono possibili se non si inserisce, nel quadro di una massiccia produzione socialista, anche il contributo della scienza, della tecnica e del lavoro degli specialisti legati alle masse. Lenin anzi si diceva sorpreso che "i legami così evidenti tra scienza, proletariato e tecnica... fossero ancora così misconosciuti e oscuri".
Lo stesso concetto ispira le sue osservazioni nel 1920: l'edificazione del socialismo deve avvenire su basi tecniche nuove e soprattutto sull'elettrificazione del paese. Significativa in questo senso la parola di ordine lanciata da Lenin nel corso dell'VIII congresso panrusso dei Soviet... "Comunismo significa potere sovietico più elettrificazione di tutto il paese".
Ogni successo nell'edificazione del socialismo era legato, secondo Lenin, all'esistenza di un piano che riassumesse tutti i termini scientifici ed umani della produzione e fosse applicato secondo i principi del centralismo democratico...
"Ogni effettivo progresso del nostro sistema sociale sovietico dipende dallo sviluppo simultaneo delle forze produttive e della cultura delle masse".
Se alla classe operaia vengono forniti i metodi più recenti e aggiornati della tecnica, il suo ruolo e la sua funzione produttiva e ideale diventeranno sempre più importanti. Quindi bisogna rafforzarla dal punto di vista della conoscenza scientifica e tecnologica; è pertanto compito del partito rivoluzionario che la rappresenta realizzare questo legame tra la filosofia marxista-leninista da una parte e gli scienziati e i tecnici dall'altra.
In armonia con questi principi, Lenin indicò i nuovi compiti riservati all'Accademia delle Scienze nel suo "Schema di un piano di lavoro scientifico e tecnico" (1918). Poiché egli aveva capito che l'aumento della produttività era strettamente legato alle basi materiali e tecniche dell'industria, cioè alla possibilità di disporre di combustibili, macchine, prodotti chimici, egli assegnò come compito principale all'Accademia delle Scienze quello di studiare a fondo tutte le risorse naturali del paese e i metodi più moderni ed economici per il loro sfruttamento...
"Una razionale distribuzione dei centri industriali in relazione alle fonti di approvvigionamento delle materie prime, eventuali concentrazioni di industrie affini in determinate aree in modo da avere il minimo spreco e la minima utilizzazione passiva di lavoro nella catena di produzione che va dal trattamento del materiale greggio alla distribuzione del prodotto finito... con particolare riguardo all'elettrificazione dell'industria dei mezzi di trasporto e dell'agricoltura...".
Il piano leninista di elettrificazione del paese fu inserito nel famoso piano GOELRO, elaborato sotto la sua personale direzione, e divenne lo strumento principale col quale nell'Unione Sovietica fu realizzata la saldatura tra rivoluzione sociale e rivoluzione tecnologica con i risultati positivi.
L'idea marxista-leninista che la scienza e la tecnica debbano svilupparsi in stretta unione con la società ha sempre ispirato l'opera socialista che ha seguito sempre con attenzione l'evoluzione scientifica, mettendo a disposizione tutti i mezzi atti a favorirla, a favorire la sua dinamica interna e la sua stretta adesione alla realtà quotidiana perché, come diceva Lenin...
"La scienza non deve essere un insieme di conoscenze aride o di frasi imparaticcie... essa deve diventare sangue e carne... ed una guida preziosa per elevare le condizioni di vita delle masse".


"Solo il socialismo libera la scienza dalle sue catene borghesi, dal suo asservimento al capitale, dal sua stato di schiava degli interessi dei sordido egoismo capitalistico. Solo il socialismo dà la possibilità di diffondere largamente e di sottomettere veramente la produzione e la distribuzione sociale dei prodotti a criteri scientifici aventi come scopo di garantire a tutti i lavoratori una vita più agevole, procurando loro la possibilità del benessere. Solo il socialismo può realizzare tutto questo". (Lenin)...


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L'ESTATE (Summer) - Pierre Puvis De Chavannes

L'ESTATE (1873)
Pierre Puvis De Chavannes (1824 - 1898)
Pittore francese
Museo d'Orsay a Parigi
Olio si tela cm. 350 x 507
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Pixel 2500 x 1770 - Mb 2,14


In primo piano, al centro, riparati da alcuni cespugli siedono un uomo e un giovanetto intenti ad accarezzare una pecora sotto lo sguardo di una madre che allatta il proprio figlio, mentre un altro bimbo sta mangiando alcuni frutti e un altro, sulla destra, gioca affettuosamente con una pecora.

A sinistra la composizione si sviluppa con un gruppo piramidale che fa perno su alcune figure femminili, una in abito azzurro, nell'atto di cogliere dei fiori, un'altra fuoriuscente dal lago ed una terza inginocchiata che sta per immergere il figlio nelle acque.

Il vertice della piramide è costituito dalla donna nuda al centro, con i fianchi semiavvolti in una veste bianca, nell'atto di sostenere il figlio aggrappato al proprio corpo.

Nel la parte più interna del bosco alcuni uomini stanno facendo il bagno..., mentre il paesaggio campestre che si apre sullo sfondo è popolato di contadini intenti al lavoro, alcuni dei quali si sono già allontanati dai campi e attendono di dissetarsi presso una donna che, in groppa ad un asino, distribuisce con la brocca l'acqua.

Puvis de Chavannes fa rivivere in questa composizione la mitica età dell'oro, attraverso l'eleganza e la gestualità delle figure cariche di significati direttamente ispirati al mondo antico.


L'OPERA

Il pannello, firmato e datato, fu presentato per la prima volta a Parigi nel Salon del 1873, venendo acquistato nello stesso anno dal Governo francese per il Museo di Chartres.

Della composizione si conoscono diversi bozzetti e disegni preparatori: uno è alla National Gallery di Londra e presenta qualche variante; altri studi e uri piccolo monocromo sono rimasti agli eredi del pittore; altri disegni si conservano al Louvre, al Petit Palais e nei Musei di Rouen e Lille.


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Vita e opere di PIERRE PUVIS DE CHAVANNES


Pierre Puvis de Chavannes - Pittore francese

Pierre Puvis de Chavannes

Pittore francese






Pierre Puvis de Chavannes nasce a Lione il 14 dicembre 1824.

I due viaggi in Italia, nel 1846 e nel 1848, furono determinanti per la sua formazione artistica.

In queste occasioni vide le opere dei maestri del Quattrocento italiano, studiò Piero della Francesca ad Arezzo e i pittori bolognesi del Seicento.

Nel 1847 aveva frequentato lo studio del pittore Ary Scheffer e nel 1848 era stato per due settimane presso lo studio di Delacroix, prima di passare in quello di Couture, dove si trattenne per tre mesi.


Fu attratto dalla monumentalità di Théodore Chassériau, che in quegli anni andava ricercando un nuovo linguaggio basato sul recupero dell'arte dei Primitivi, filtrato attraverso il classicismo di Ingres.

Rimase sostanzialmente indifferente alla pittura impressionista, preferendo temi storici e la grande pittura murale con la quale si decoravano gli edifici pubblici delle città francesi.

I soggetti della sua pittura sono a carattere simbolico e vengono espressi attraverso le forme classiche del mondo antico.

Nel 1861 dipinse un pannello raffigurante la Pace che fu acquistato per decorare lo scalone del Museo di Amiens, ciclo poi completato entro il 1865 con la Guerra, il Lavoro, il Riposo e altre opere eseguite tra i11880-1882.

Nel 1869 lavorò per il Museo di Marsiglia, nel 1874-1876 al Panthéon di Parigi, nel 18831886 al Palazzo delle Arti di Lione.

Fra il 1891-1896 ricevette una commissione anche dalla Public Library di Boston.
Pierre Puvis de Chavannes si spense a Parigi nel 1898.


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L'ESTATE - Pierre Puvis De Chavannes


Il problema della guerra e le vie della pace - Norberto Bobbio


Il problema della guerra e le vie della pace

NORBERTO BOBBIO

1984 - Il Mulino - Bologna


Questa antologia di saggi concepiti da Norberto Bobbio tra il 1966 e il 1977 ripropone al lettore, immutata nel titolo e nella sostanza, salvo che per una breve introduzione attualizzante, l'edizione del '79 nella quale il filosofo torinese aveva raccolto la riflessione sviluppata nell'arco di un decennio sul tema della pace e della guerra.
Il nodo decisivo attorno al quale Bobbio focalizza le sue considerazioni è la rottura epocale nella storia dell'umanità, che è sostanzialmente storia di guerre, rappresentata dalla dimensione nucleare del conflitto... "la consapevolezza della novità assoluta della guerra nucleare rispetto a tutte le guerre del passato".
Ciò apre, infatti, tutta una gamma di inattese soluzioni di continuità nell'ambito di quella che era la cultura politica classica dell'Europa moderna (e poi del mondo), oltre che sollevare inauditi interrogativi d'ordine assiologico che riconnettono quanto la nascita del diritto e della scienza politica aveva separato: e cioè il rapporto tra morale e agire politico.
Com'è noto, almeno a partire dalla magistrale rilettura delle vicende del moderno proposta da Carl Schmitt nel "Il Nomos della terra" (1950), pubblicata da Adelphi a cura di Emanuele Castrucci), esiste un nesso inscindibile tra "ius et bellum", tra diritto e guerra, tanto che, e questa è un'ipotesi di lettura alla quale sostanzialmente Bobbio aderisce, una delle due funzioni decisive legate alla nascita, nel XVII secolo, dei moderni Stati sovrani fu appunto quella di 'regolare' la guerra, di darle forma. Dunque pacificazione al proprio interno e regolazione di quell'estrema forma di relazione interstatale che è la guerra. Il paradosso consisteva nel fatto che il moderno Stato nazionale aveva una delle sue logiche costitutive proprio in quello "spirito di potenza" che spinge contemporaneamente alla guerra interstatale, e cioè tra soggetti sovrani, e dunque al reciproco riconoscimento della legittimità: di qui la possibilità di regolare la guerra, cosa invece del tutto insensata e impossibile nel caso della guerra civile, la cui logica spinge a far coincidere la pace con la fine delle ostilità come liquidazione fisica del nemico.
Questa costellazione per così dire classica tra guerra e diritto (che per Schmitt era finita con la proclamazione dello iuxtum bellum) secondo Bobbio salta irrimediabilmente con la nascita dell'età nucleare...
"Ormai, anche il ius belli è stato scardinato dalla guerra moderna. Con la guerra combattuta con armi termonucleari viene definitivamente soppresso".
E questo comporta la necessità di elevare il tasso del nostro pessimismo intellettuale in parallelo con quello dell'impegno morale in difesa della pace. Proviamo allora solo ad indicare due direttrici di ricerca di fatto presenti nello scritto di Bobbio rinviando, per brevità, alle sacrosante considerazioni sviluppate nella presentazione contro quelle che sembrano essere divenute, particolarmente tra certi intellettuali francesi, frenesie eroicizzanti sul tema libertà e/o guerra.
II primo ordine di considerazioni è quello connesso ad una disincantata considerazione della tensione tra "blocco della guerra" imposta dall'esterno dal fattore nucleare e spirito di potenza immanente alla dinamica dell'agire politico dello Stato. Fino ad oggi a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale la soluzione è stata quella dell'equilibrio del terrore: dell'innalzamento contemporaneo da parte delle superpotenze delle potenzialità distruttive come forma di ritualizzazione della guerra (salvo poi ricorrere, ben poco ritualmente, ai conflitti locali). In certo qual modo, dunque, continuando ad agire nonostante la "novità" rappresentata dal fatto che per la prima volta nella sua storia dell'umanità aveva a disposizione potenzialità tecnologiche tali da distruggere il pianeta, e quindi da porre fine alla catena di eventi aperti metaforicamente dalla Genesi, secondo il vecchio adagio "si vis pacem para bellum" (e in questo consiste la 'contiguità' ma non la coincidenza tra movimento pacifista e coscienza ecologico-ambientalista).

Il secondo campo tematico è quello relativo al versante interno della vita statale che 'clausewitzianamente' vede nella guerra la prosecuzione della politica "con altri mezzi". Se la guerra diviene impossibile o, meglio, è moralmente e, mi si scusi il bisticcio, politicamente non desiderabile: che fine fa la politica? Si entrerà in una glaciale era della totale neutralizzazione o c possibile pensare a disgiungere politica e guerra?
Non c'è dubbio che tutte le letture volte a proporre "categorie del politico" (come paradigmaticamente fece lo Schmitt), ricalcandole letteralmente sulle figure della guerra, e a riportare nella logica interna alla vita politica le modalità delle relazioni internazionali (l'essenza della politica è la distinzione amico-nemico attraverso la definizione del nemico), trovano in questa situazione uno scacco irrimediabile.
Probabilmente bisognerà tentare, allora, un percorso inverso, come mi pare suggerisca. sia pure con sobrio pessimismo, Bobbio. Sondare la possibilità - analogamente a quanto è di fatto storicamente avvenuto nelle relazioni interne allo Stato - se non sempre e non necessariamente i processi di innovazione-emancipazione, come anche larga parte della tradizione del movimento operaio ha troppo a lungo creduto, debbano passare attraverso "la porta stretta della guerra civile".
E se è, dunque, possibile far funzionare una logica diversa nelle relazioni internazionali, guidata dal principio , "si vis pacem para pacem".

Conclusione - Scopo della vita è rimanere vivi....e sani...
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TANCREDI ED ERMINIA - Nicolas Poussin

    
TANCREDI ED ERMINIA (1635 circa)
Nicolas POUSSIN (1594-1665)
Pittore francese
Museo dell'Ermitage a San Pietroburgo
Tela 145,3 x 98,5


La composizione, tagliata orizzontalmente come fosse un fregio, ospita in primo piano la giovane Erminia, figlia del re di Antiochia, e lo scudiero Vafrino intenti a soccorrere Tancredi che giace a terra ferito dopo il duello con Argante, il cui corpo senza vita giace in secondo piano sulla sinistra.
Vafrino, inginocchiato, solleva il giovane eroe cristiano, mentre la fanciulla per potergli tamponare la ferita sacrifica i suoi lunghi capelli tagliandoli con la spada.
In primo piano giacciono abbandonate le armi di Tancredi mentre quelle di Argante sono ancora accanto al suo corpo.
Attorno al gruppo sono disposti due cavalli: quello di sinistra, bruno, è in penombra..., quello di destra, bianco, è illuminato da una luce che mette in risalto il suo possente profilo.

Nonostante la drammaticità dell'accaduto i protagonisti assumono una posa composta e affrontano la tragedia con dignità, senza lasciarsi andare a gesti disperati.
II paesaggio in cui si svolge l'azione è spoglio, investito dalla luce del sole che sta per tramontare, disegna il profilo delle montagne che si intravedono sullo sfondo e incide i corpi degli eroi in primo piano creando un toccante gioco chiaroscurale.

Il dramma qui raffigurato è desunto dalla "Gerusalemme liberata", celebre poema epico di Torquato Tasso.

Poussin affrontò l'episodio ancora una volta nel 1637, in un'opera oggi conservata al Barber Institute of Fine Arts di Birmingham, che però mostra una maggiore ricerca formale e un esasperato sentimentalismo: l'amore di Erminia per Tancredi è manifestato con una forte carica sentimentale, validamente sostenuta dalla presenza di due putti..., il corpo di Vafrino è forte, la muscolatura tesa rende con rande efficacia lo sforzo da lui compiuto per rare il pesante corpo dell'eroe.


L'OPERA

Acquistato a Parigi dal pittore e miniaturista E. A. Abel nel 1766 per conto della zarina Caterina di Russia, il quadro ancora oggi si trova nella collezione reale esposto al museo dell'Ermitage di San Pietroburgo, dove si conserva anche una versione raffigurante "Tancredi ed Erminia" di Poussin.
Il dipinto è stato esposto a Parigi nel 1960 in occasione della grande mostra dedicata al grande maestro francese.



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LA PESTE DO AZOTH - Nicolas Poussin


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