venerdì 10 luglio 2009

SAN GIORGIO E LA PRINCIPESSA (St. George and the Princess) - Cosmè Tura

SAN GIORGIO E LA PRINCIPESSA (1468-1469)
COSME' TURA (1430 - 1495)
Pittore italiano
Museo del Duomo di Ferrara
Olio su tela cm 413 x 338

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Le tavole raffiguranti "San Giorgio e il Drago" e "La Principessa" sono strettamente legate: in origine i due pannelli costituivano le ante chiuse dell'organo della chiesa di San Giorgio a Ferrara.

Nel corso del Quattrocento il tema di San Giorgio (patrono di Ferrara) e il drago venne molto utilizzato in quanto alludeva alla capacità della Chiesa cattolica di sconfiggere il male.

Grazie ai documenti relativi alla commissione del lavoro, questa tavola è l'unica della produzione pittorica del Tura databile con sicurezza.

Nonostante la composizione esprima piena autonomia stilistica, non possono essere ignorati i legami fra il Tura e le novità che andavano ad affermarsi in quegli anni: la spigolosità del paesaggio e delle figure ricorda la maniera degli artisti (fra i quali il giovane Mantegna) che operavano all'interno della bottega padovana di Francesco Squarcione; l'attenzione al taglio prospettico della composizione può essere intesa come la naturale meditazione degli studi di Piero della Francesca, che durante il suo soggiorno a Ferrara aveva lasciato un ciclo di affreschi oggi andato perduto; infine l'accurata resa naturalistica è prossima alla pittura del fiammingo Rogier Van der Weyden, a quel tempo anch'egli ospite degli Este a Ferrara.


L'OPERA

Probabilmente la commissione si deve a Lorenzo Roverella, che in seguito commissionò al Tura anche la cosiddetta "Pala Roverella", oggi smembrata e la cui parte centrale è conservata alla National Gallery di Londra.

L'organo fu spostato una prima volta nel 1472, probabilmente a causa della cattiva acustica, e quindi smembrato nel 1735, durante i lavori di ristrutturazione della chiesa.

Gli sportelli recuperati vennero intelaiati e maldestramente ritoccati. Il loro attuale aspetto si deve al restauro eseguito nel 1985.


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Vita e opere di COSME' TURA


COSME' TURA, pittore italiano

Cosmè Tura nacque a Ferrara nel 1430.

La sua attività è documentata dal 1451, periodo in cui si affermò come pittore alla cor te estense, successo che gli permise di essere il protagonista assoluto della scena artistica ferrarese della seconda metà del XV secolo.

Egli si occupò in prevalenza di pittura, di cui purtroppo oggi restano poche opere certe, ma anche della creazione di oggetti di arredamento (vasellame e mobili) e di disegni destinati all'arazzeria di corte.

Di quest'ultima produzione sono giunti fino a noi due arazzi raffiguranti il "Compianto sul Cristo morto", uno nella Collezione Thyssen e l'altro al Museum of fine Arts di Cleveland.

Molte opere del Tura sono andate perdute, come i famosi cicli di affreschi eseguiti a Ferrara per la Cappella del Sacramento in San Domenico e per la Cappella della Delizia estense di Belriguardo.

In qualità di pittore di corte l'artista successe al Maccagnino nella decorazione dello Studiolo di Palazzo Belfiore (oggi distrutto) di Lionello e Borso d'Este, il cui programma iconografico fu fornito al principe dall'umanista Guarino da Verona.

Di questa decorazione di mano del Tura oggi restano "La Primavera" (Londra, National Gallery), identificata con la musa Erato, e "La Carità" (Milano, Museo Poldi-Pezzoli), che allude alla musa Tersicore.

È possibile che intorno agli anni '70 il Tura fosse l'ideatore del ciclo profano dei Mesi in Palazzo Schifanoia, in cui lavorarono i suoi migliori seguaci, Francesco del Cossa ed Ercole de' Roberti.

Dopo una vita spesa al servizio della corte estense, Cosmè Tura si spense a Ferrara nell'aprile del 1495.


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Pittori ferraresi del Quattrocento

LORENZO COSTA - Vita e opere


Breve storia del progresso (Short History of Progress) - Wright Ronald

     
Breve storia del progresso

Wright Ronald
Editore - Mondadori 2006
Argomento- Progresso
Collana - Piccola Biblioteca Oscar
Traduttore - S. Denicolai



Il PROGRESSO NON E' FATALE

I tragici scoppi nucleari di Bikini (anni sessanta del secolo scorso) hanno fatto definitivamente crollare il mito sette-ottocentesco di un progresso necessario e inarrestabile. Deve essere a tutti chiaro, oggi, che il destino dell'umanità dipende dall'iniziativa e dalla scelta degli uomini


Test nucleare sull'atollo di Bikini - 24 luglio 1946

Il dibattito filosofico sviluppatosi intorno al concetto di progresso ha sempre o quasi sempre presentato chiari addentellati e sottintesi politici. Scrittori reazionari o conservatori hanno tenacemente negato che si possa parlare di un progresso intrinseco al divenire storico; scrittori "progressivi", portavoce di movimenti di avanguardia, hanno appassionatamente affermato, talora anche in modo ingenuo e semplicistico, la loro convinzione nell'avanzamento continuo dell'umanità.
Conviene però precisare che il concetto di progresso (in cui è sottintesa la possibilità di una misurazione quantitativa e qualitativa: più e meglio), è di origine e di formazione recenti. Esso fu sostanzialmente ignoto agli antichi e rimase in ombra per tutto il Medioevo. Nel mondo greco-romano, infatti, è largamente diffuso il mito di una primitiva età dell'oro, a paragone della quale tutta la storia successiva si configura come un processo di decadenza. Nell'età di mezzo, la concezione cristiana della "caduta", del peccato originale, viene in parte almeno a rinnovare quell'idea del peggioramento che era stata degli antichi; e se pur si ammette una forma di progresso umano, la si spoglia però di ogni valore autonomo ponendone il fine ultimo al di là del mondo e della storia.
Bisogna arrivare al XVII secolo per trovare i primi autentici barlumi del concetto di progresso. Un importante passo in avanti nella formazione di esso è dato dalle discussioni svoltesi tra il Cinquecento e il Seicento sulla questione degli antichi e dei moderni. GIORDANO BRUNO, BACONE, PASCAL, gli spiriti più acuti dell'epoca, contrappongono la sapiente "vecchiezza" del mondo moderno all'ingenua e sprovveduta giovinezza del mondo antico.
Senza tema di apparire paradossali, essi affermano che i veri antichi, quelli più ricchi di passato e quindi più esperti, più maturi, più colti, più consapevoli, sono proprio i moderni. La vita dell'umanità viene volentieri paragonata a quella di un individuo immortale la cui esperienza si accresce senza tregua. E' già visibile in queste considerazioni un primo avvertimento della storicità del patrimonio umano, che si costituisce, si allarga, si arricchisce nel tempo.
Quello che genericamente chiamiamo "civiltà" viene ora intravisto come un processo formativo e acquisitivo sempre più ricco e complesso, in cui ogni tappa è organicamente connessa alla precedente e alla successiva.


DOMINIO DELL'AMBIENTE

Ma che cosa rende possibile il sorgere dell'idea di progresso, di questa visione che stringe insieme, in un processo ascensionale, il passato, il presente e il futuro?

"La nascita e lo sviluppo dell'idea di progresso - scrive GRAMSCI - corrispondono alta coscienza diffusa che è stato raggiunto un certo rapporto tra la società e la natura (incluso nel concetto di natura quello di caso e di irrazionalità), tale per cui gli uomini sono più sicuri del loro avvenire, possono concepire razionalmente dei piani complessivi della loro vita".

In altri termini la crescente capacità dell'uomo di esercitare il suo controllo sul mondo circostante, il suo essere sempre meno in balia dell'ambiente (naturale e sociale), gli dà la consapevolezza di "andare avanti", di "guadagnare terreno"..., non solo, ma è la dimostrazione in atto che ciò effettivamente avviene.
Di conseguenza l'idea di progresso diventa il principio direttivo dell'indagine storiografica, il criterio, il metro indispensabile per la valutazione dei fatti storici.

"E' così - scrive il LABRIOLA - che noi parliamo di condizioni primitive e di condizioni avanzate, di relativo regresso e di arresto. Il concetto di progresso si converte quasi nell'idea di una scala, di una ascensione, di un venirsi perfezionando dell'uomo nel cammino della civiltà. Quando questo abito di comparazione si è formato, ci pare di poter misurare le differenze che corrono tra i Greci del mondo omerico e quelli della Atene periclea; tra i Romani del primo secolo dell'Impero e i barbari Germani che stanano loro di fronte".


DALL'ILLUMINISO AL POSITIVISMO

Ma il secolo in cui l'idea di progresso viene asserita e conclamata con maggiore ardore, in cui viene diffusa e "popolarizzata" tra squilli di fanfara, è il Settecento, il glorioso secolo dei lumi. Da CONDORCET a LESSING, i principali rappresentanti dell'illuminismo europeo considerano sinonimi le due fatidiche parole di rischiaramento e di progresso. L'umanità va avanti, nel benessere come nei valori dello spirito, nella misura in cui si libera dai suoi errori, dalle sue superstizioni, dalle stantie, oppressive tradizioni politiche e religiose; non sussiste il minimo dubbio, nella mente degli uomini dell'Enciclopedia, che i popoli siano destinati a fondare un regno universale di armonia, di reciproca tolleranza, di felicità, di dominio sulla natura mediante la scienza e l'industria.
Erede dell'illuminismo in questa concezione lineare e ingenuamente ottimistica del progresso (ma privo dei grandi meriti rivoluzionari di quella), è il positivismo della seconda metà del XIX secolo.
August COMTE, che ne è il padre, costruisce una specie di nuova religione e anzi di liturgia, elevando a santi del calendario i promotori del progresso umano. Intorno a quest'ultimo, però, sì hanno idee piuttosto generiche e confuse.
Il progresso tecnico e scientifico, che solleva ovunque vaste ondate di entusiasmo, viene tout court identificato con il progresso sociale, morale, spirituale, come se il primo comportasse direttamente e immediatamente il secondo! In questi anni, il clima euforico del progressivismo borghese e riformista nasconde le profonde contraddizioni della società (che esploderanno di qui a poco in un mondo travolto dalla guerra), mentre la metafisica evoluzionista di Herbert SPENCER fornisce la cornice teorica alla beata fede in un progresso altrettanto pacifico e graduale, quanto immancabile e ininterrotto.
Il positivismo, per questo aspetto, rimaneva molto al di sotto dell'idealismo postkantiano contro il quale era insorto qualche decennio addietro e non senza legittimi motivi. Ne rimaneva al di sotto perché l'idealismo postkantiano, con HEGEL, aveva avuto il gran merito - misconosciuto dal positivismo - di far coincidere il concetto di progresso con quello di processo o sviluppo dialettico. In esso ogni momento, ogni tappa per così dire, della realtà e della storia è negata da un'altra e attraverso questa negazione (che è però al tempo stesso una "conservazione"), si raggiunge una tappa superiore e più comprensiva. In questo modo, benché al posto degli uomini concreti si ponesse l'Idea o lo Spirito, veniva inserito nella visione della storia il momento della contraddizione, del contrasto. Il ritmo del progresso si faceva così più complesso, più drammatico, spezzato nell'urto della contraddizione e poi ricomposto nell'unità della sintesi. Ma a parte il fatto che vi è sempre il pericolo di una interpretazione conservatrice della dialettica (nel senso che il concetto del "superamento", cioè della negazione-conservazione, può tradursi, se male inteso, in ostilità verso le innovazioni radicali), il concetto di progresso, anche così modificato, non cessa di essere dogmatico, ispirato cioè ad una ingiustificata sicurezza nella necessità dello svolgimento progressivo.


REVISIONE DEL CONCETTO DI PROGRESSO

Il concetto di progresso quale possiamo elaborare noi, uomini del XXI secolo, si differenzia non poco dalle concezioni cui ho fatto cenno nella mia rapida e troppo schematica rassegna. E' vero che esso fa proprio lo spirito antitradizionalista e anticonformista del migliore illuminismo; è vero che esso dà un posto molto largo, nel quadro dei progresso generale, a quell'aspetto di esso che è il progresso tecnico e scientifico, su cui ha insistito il positivismo; è vero, infine, che esso fa proprio il carattere dialettico che la nozione di progresso riveste nell'idealismo hegeliano, ma è altresì vero che il concetto che ho elaborato tende ad essere assai più critico, e più prudente.
Anzitutto le tre direzioni in cui il progresso si articola (economico-sociale; tecnico-scientifica; morale-culturale in senso lato), non vengono astrattamente identificate, ma riconosciute nel loro intreccio, nei loro reciproci rapporti, che non sempre sono rapporti di coincidenza. L'unità del progresso infatti è una unità non compatta e "monolitica", ma profondamente differenziata nel suo interno. In secondo luogo si respinge il mito di un progresso avanzante con regolarità e sicurezza lungo binari prestabiliti.
Ho usato poco più sopra il termine: prudente. Ma si badi: prudente non vuoi dire incerto, dubbioso. Oggi, anzi, contro ogni forma di pessimismo irrazionalista, bisogna energicamente affermare la realtà del progredire umano, progredire che non è di natura soltanto "materiale", ma anche culturale e morale. Certo vi è oggi un grave, pericoloso squilibrio tra il progresso tecnico-scientifico e il progresso sociale e spirituale, il primo di gran lunga più rapido e sviluppato del secondo (se il progresso sociale e morale fosse ovunque avanzato quanto quello tecnico e scientifico, non vi sarebbe pericolo che i mezzi di cui dispone la civiltà venissero impiegati per distruggere la civiltà stessa); è un fatto però che in quegli organismi nazionali che si sono profondamente rinnovati, il progresso tende ad essere progresso umano totale, e a realizzarsi su tutti i fronti.
Verso la fine dell'Ottocento, Antonio LABRIOLA, con la sua "verve" abituale diceva...

"Quando noi affermiamo che siamo civilmente progrediti sugli uomini degli altri tempi... intendiamo per esempio dire che non vi sono più schiavi, che gli uomini sono tutti uguali davanti alle leggi, che le mogli non si comprano, che i figli non si vendono, che i preti non hanno diritto di mandarvi in Paradiso a loro arbitrio e così via, sino al fatto che la coscienza del progresso è diventata fede in esso e di fede proposito".

Oggi potrei aggiungere qualcosa, anzi molto, a convalida di queste parole; oggi anche una persona di modesta cultura non potrebbe che sorridere dinanzi all'ingenuità di un filosofo pessimista e antistoricista come SCHOPENHAUER, il quale paragonava il corso della storia - suo dire arbitrario e casuale - a quei bizzarri arabeschi che una giornata di gelo ricama sui vetri delle nostre finestre!
Al tempo stesso però è anche tramontata o sta tramontando, fra le aspre esperienze del nostro tempo, la dogmatica certezza in un infallibile destino progressivo dell'umanità. Il progresso non è assicurato contro i rischi; non è pregarantito; non c'è un "fatale andare delle cose", una marcia irreversibile della storia verso traguardi di civiltà sempre più alti e verso forme di libertà sempre più complete. Le "magnifiche sorti dell'umana gente", su cui amaramente ironizzava Leopardi, non hanno nessuna copertura metafisica; non hanno, a loro conforto, nessuna garanzia assoluta. C'é da dire anzi che questo modo di intendere il progresso nasconde sotto la scorza laica un residuo nocciolo teologico. "Mutatis mutandis", esso richiama alla mente la vecchia idea della Divina Provvidenza i cui piani si realizzerebbero infallibilmente nella storia.
Oggi abbiamo dinanzi a noi possibilità grandissime di progresso in tutti i campì (si pensi solo alle nuove immense fonti di energia utilizzabili a fini di pace), ma queste possibilità, affinché non rimangano mere possibilità, dobbiamo sfruttarle, tradurle in atto. E ciò esclude per l'appunto la concezione di un progresso automatico, che si compia sicuramente e quasi da sé; concezione che oltre ad essere illusoria, facilmente induce con la sua morale rassicurante alla passività e al quietismo. (Chi ha vivo invece il senso della "problematicità" del progresso, ed è ben consapevole che quest'ultimo non è un regalo della storia, è sempre pronto a tendere e a mobilitare le proprie energie).
Anche la tesi di un avvento inevitabile, fatale del socialismo appartiene ad un marxismo dogmatico, ad un falso marxismo. Noi sappiamo che la vittoria del socialismo è possibile solo se alla crisi interna del capitalismo si aggiunge l'impegno sociale, l'azione cosciente e organizzata della classe operaia e dei lavoratori.


EMANCIPAZIONE E AUTODISTRUZIONE

Richard CROSMANN, un laburista "neo-fabiano" inglese, aveva scritto...

"Non v'è progresso o miglioramento automatico.., vi è una quasi automatica accumulazione di conoscenze e di potere, e di questa accumulazione possiamo servirci sia per l'auto-emancipazione, sia per l'auto-distruzione".

Autodistruzione per me infatti è sempre un termine di moda. Mi ricordo delle esplosioni alle isole Marshall (oggi in Corea, in Iran e chissà dove altro ancora), che mi avevano messo brutalmente di fronte al pericolo, non solo di non andare avanti, ma di tornare indietro; di regredire paurosamente, di distruggere tutto quanto si è costruito in secoli di lavoro e di conquiste, e insieme di distruggere noi stessi, dell'una e dell'altra parte politica. I piccoli "soli" artificiali di Bikini "avevano" dato il colpo di grazia al mito di un Progresso necessario e inarrestabile.
Queste considerazioni debbono indurre alla sfiducia, allo scoraggiamento?
No, esse sono tali soltanto da disperdere ottimismi gratuiti e pericolosi e da porre in primo piano il problema della responsabilità e dell'impegno di ciascuno. Se non è vero che la Storia lavora per noi (la storia con la S maiuscola non esiste), tocca a noi lavorare per fare la storia. Nostro compito fondamentale è quello di conquistare il progresso su un fronte unitario, di eliminare i pericolosi squilibri esistenti tra i vari aspetti di esso, di difendere la civiltà e di farla avanzare. E' dalla nostra iniziativa, quindi, dalla nostra scelta che dipende l'avvenire dell'umanità.


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Ispirandosi alla nota battuta di Einstein... "Non so come si combatterà la terza guerra mondiale; posso però predire quali saranno le armi in uso nella quarta: i bastoni"..., il caricaturista inglese Vicky ha disegnato una vignetta (che non posso qui riprodurre), in cui si mostra la riscoperta della polvere da sparo (gun powder) da parte dei superstiti della guerra termenucleare ritornati allo stato di cavernicoli.


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Il celebre "Balle Excelsior", fu rappresentato al Teatro della Scala di Milano, nel 1881.
Era l'epoca in cui l'entusiasmo per le conquiste della tecnica e della scienza arrivava fino all'infatuazione e all'esaltazione retorica, ripercuotendosi anche nella letteratura e nel teatro.
Il "Balle Excelsior", tipico documento di questo stato d'animo, era costituito da una serie di quadri coreografici in cui si celebravano, con ditirambi al Progresso, il traforo del Moncenisio, l'introduzione della luce elettrica, la navigazione oceanica a motore, ecc.
Qualche anno prima, il Carducci aveva contrapposto all'oscurantismo clericale la figura di Satana, in cui simboleggiava lo spregiudicato dinamismo del progresso.




Conclusione: Le innovazioni tecnologiche stanno ponendo una pericolosa ipoteca sulle sorti del pianeta....



IL VIALE DI MIDDELHARNIS - Meindert HOBBEMA

IL VIALE DI MIDDELHARNIS (1689)
Meindert HOBBEMA (1638 - 1709)
Pittore olandese
National Gallery a Londra
Olio su tela cm. 103,5 x 141



Un lungo viale si perde in lontananza sotto un cielo azzurro percorso da nuvole...
un viale fiancheggiato da alti alberi dal tronco contorto ed esile e con la cima coperta da poche fronde...
un selciato di terra chiara, come se fosse di sabbia...
un viale che conduce al villaggio con una grande chiesa che si vede sullo sfondo a sinistra.

E pochi uomini: uno che incede elegante lungo il viale...
due che chiacchierano fra loro davanti ad un gruppo di case dall'aria contadina...
un altro infine occupato a sistemare o a potare alcune file di alberelli così piccoli che si direbbero essere stati da poco tempo piantati.

Con questi sintetici elementi Meindert Hobbema ci raffigura il villaggio di Middelharnis, situato in una provincia dell'Olanda del Sud, sulla costa Nord dell'isola di Over Flakee.
L'acuta correttezza con la quale è reso ogni particolare testimonia che l'artista ha osservato la scena dal vero, riproducendo sulla tela le fattezze del luogo, magari aiutando la propria memoria con l'ausilio di qualche disegno.


Firmato e datato sulla destra "M. HOBBEMA: F 1689", il dipinto fu acquistato dalla National Gallery nel 1871, con un lotto di altre settantasette opere, per una somma complessiva di settantacinquemila sterline: cinquantacinque di queste tele appartenevano a pittori olandesi, ma il gruppo conteneva anche diciotto disegni provenienti dalla Collezione Peel. Tra le tele acquistate c'erano, oltre il capolavoro di Hobbema, due dipinti di Pieter de Hoock, "Interno" e "Veduta di una casa a Delft"..., "Un uomo e una donna accanto alla spinetta" di Metsu... e il famoso "Cappello di paglia" di Rubens, un ritratto di Susanna Fourment, cognata del pittore.


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Vita e opere di MEINDERT HOBBEMA

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MEINDERT HOBBEMA - Pittore olandese

Vista lungo la strada principale - Meindert Hobbema
National Gallery of Art, Washington

Meindert Hobbema (Amsterdam, 31 ottobre 1638 – Amsterdam, 7 dicembre 1709) è stato un pittore olandese, uno dei massimi paesaggisti olandesi, rivale di Jacob van Ruysdael.

Ma a dir il vero, molto poco si sa della vita e dell'arte di Hobbema, che nacque ad Amsterdam nel 1638 e dedicò la sua pittura esclusivamente a trasmettere le immagini del paesaggio che lo circondava.

Dalle sue opere emerge un'immagine ricca e viva, talvolta tempestosa e altre volte serena, di ogni aspetto della natura al quale Hobbema accostò lo sguardo per tradurlo in opera d'arte.

Fu amico e probabilmente allievo, ma certo ideale seguace, di Jacob van Ruysdael, ma si indica anche quale suo possibile maestro Salomon van Ruysdael, al quale la sua pittura è senza dubbio vicina.

La sua prima citazione risale al 1661 quando Hobbema è chiamato a far da testimone in un "expertise", fatto che indica la sua conoscenza della pittura.

II 2 novembre 1668 sposa Leltje Pieters Vinck, domestica di Lambert Reynst, di quattro anni maggiore di lui.
Dopo il matrimonio diventa "jaugeur-juré" della città di Amsterdam, impiego che tuttavia, come d'altronde la sua pittura, non gli procurerà una grande fortuna economica: la moglie morirà infatti nel 1704, sepolta, come poi il pittore stesso, nella fossa dei poveri.

Nonostante le molte opere note, Hobbema dovette essere più che altro un dilettante, nel senso che non poté mai dedicarsi interamente alla pittura perché la scarsità delle entrate economiche procurategli dall'esercizio di questa attività lo costrinse sempre a svolgere un altro lavoro e, forse, a smettere di dipingere già prima della morte avvenuta nel 1709.

Solo alla fine del XVIII secolo, grazie al collezionismo inglese, la storia ha iniziato a restituire all'artista quella stima e quel riconoscimento che gli mancarono in vita e che la sua opera pittorica mostra di meritare.


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FLORENCE NIGHTINGALE - La signora della lampada (The lady of the lamp)

LA SIGNORA DELLA LAMPADA

Alcuni ufficiali che avevano preso parte alla guerra di Crimea si riunirono alla fine della campagna in un allegro banchetto. Ricordi tristi e ricordi di schietto cameratismo affioravano tra una portata e l'altra. Ciascuno aveva un episodio da raccontare, un camerata da esaltare. A un certo punto un colonnello propose...

"Quale persona reputereste più degna di passare alla storia per i servizi resi durante questa campagna?".

La proposta piacque e immediatamente furono fatti circolare dei fogli di carta sui quali ogni commensale avrebbe dovuto scrivere il nome che avesse ritenuto degno. Ritirati i fogli e fatto un rapido controllo, si dovette constatare che tutti, indistintamente, avevano scritto un solo nome: Florence Nightingale.
Non il nome di un generale, dunque, non il nome di uno dei tanti eroi inglesi, francesi o piemontesi, ma il nome di una donna.
Chi era dunque Florence Nightingale?


LA PIONIERA

Nata a Firenze il 12 maggio del 1820, le fu dato il nome della città natia, così come alla sorella maggiore, nata a Napoli, era stato imposto il nome di Parthenope. In tal modo i coniugi Nightingale avevano inteso dire 'grazie' alle due città italiane che li videro felici nei primi anni del loro matrimonio.
Discendenti da nobili e ricche famiglie inglesi, i coniugi Nightingale costituivano una coppia eccezionale, per quei tempi.
Il padre, William Edward, era un bell'uomo, dignitoso e di elevata cultura. In contrasto con gli Inglesi del tempo, amava viaggiare e non considerava nemici o selvaggi i popoli al di là della Manica. La madre, Frances Smith, donna sensibile, colta e bellissima, si prodigò in opere di beneficenza. Spinta da un innato senso di amore per il prossimo, anche Florence cominciò ben presto a interessarsi dei poveri e degli ammalati. Ma quando in casa e tra gli amici circolò la voce che avrebbe desiderato fare l'infermiera, la cosa apparve quanto meno strana.
Allora, in Inghilterra, l'assistenza agli ammalati era in gran parte affidata a donne rozze e prive di competenza e l'atmosfera degli ospedali era opprimente e degradante.

Sul continente però, le cose andavano meglio. Le suore di carità, addette da secoli alla cura dei poveri, compivano il loro ministero con alto senso di umanità. Un esempio meraviglioso era l'ospedale di San Giovanni a Bruges, che Florence ebbe occasione di visitare più volte, sempre con profonda commozione. Man mano che gli anni passavano, nella nobile inglese si andava formando la certezza che la volontà e la fede avrebbero potuto modificare le cose anche in Inghilterra. Come tutti i pionieri, era armata di una volontà di ferro. A ventinove anni prese una grande decisione: si iscrisse come infermiera volontaria all'Istituto delle diaconesse di Kaiserwerth, in Germania. L'Istituto delle diaconesse era stato fondato da un giovane sacerdote protestante il quale, come la Nightingale, aveva intuito la necessità di preparare delle valide infermiere.

Florence abbandonò la famiglia, gli agi, la possibilità di un avvenire radioso, per unirsi, umile fra le umili, alle diaconesse protestanti. Fu un vero e proprio scandalo. Qualcuno parlò di un amore infelice. Florence lasciò dire e si sottopose alla più dura disciplina: indossò l'umile gonna di cotone turchino, il grembiule bianco e la cuffia di mussolina candida. Quando nel 1851 Florence fece ritorno in Inghilterra..., iniziò la sua vera opera. L'Istituto di Kaiserwerth aveva rinforzato in lei la volontà di fondare un corpo di infermiere nella vecchia Inghilterra. Visitò istituzioni, avvicinò persone autorevoli, perorò la propria causa, cercò di dimostrare che tutto si poteva fare, se la fede sorreggeva la volontà.


TRA I FERITI DI GUERRA

Il 27 marzo del 1854, l'Inghilterra, che da circa quaranta anni non combatteva, s'imbarcò, assieme alla Francia e al Piemonte, nell'avventura di Crimea. All'annuncio della guerra l'entusiasmo del popolo fu indescrivibile: la vittoria appariva sicura e rapida. Dopo affrettati preparativi, la flotta, al comando di Sir Charles Napier, salpò verso il Bosforo salutata dalla regina Vittoria e dal Principe consorte. I soldati cantavano, gli "evviva" e i "torna presto" si intrecciavano..., nessuno nutriva dubbi: si sarebbe trattato di una breve passeggiata. Le notizie delle prime battaglie non si fecero attendere. Si, gli alleati avevano ottenuto dei successi. Ma a quale cifra assommavano i morti? Quanti erano i feriti? E a proposito dei feriti, in Inghilterra si sapeva in modo esatto come stavano andando le cose?


Sapeva il popolo inglese che i soldati feriti venivano abbandonati nel fango o nella sporcizia senza cura alcuna? Che gli ospedali erano degli improvvisati rifugi ove, sé non si moriva per le ferite, si moriva di fame o di infezione?
Queste e altre gravi notizie scrissero gli "inviati speciali" di alcuni importanti giornali inglesi. Fu la doccia fredda sull'entusiasmo per le prime vittorie. Il Ministero, colpito da questa valanga di accuse, si difese come poté e decise di mandare alcune infermiere in Crimea. Un alto funzionario del Ministero della Guerra parlò chiaramente...

"Ma dove sono le nostre infermiere? Io conosco una sola infermiera in Inghilterra capace di creare il tutto dal nulla: miss Florence Nightingale".

Ma come si permetteva questo funzionario ministeriale di fare il nome di una nobile inglese per affidarle una mansione così umile? E le critiche dei nobilotti di provincia continuarono su questo tono fino a quando un comunicato del Ministero non fece ammutolire tutti: miss Florence Nightingale accettava di accorrere in Crimea. Qualcuno al Ministero, quel giorno, tirò un sospiro di sollievo. Florence, mettendosi a disposizione della Nazione, non pose condizioni. Avrebbe diretto l'ospedale di Scutari, il maggiore ospedale militare della zona, e avrebbe organizzato un corpo di infermiere. Gli Inglesi parvero soddisfatti anche se i giornali umoristici, come il "Punch", parlavano di "usignoli" (in inglese Nightingale significa "usignolo") che avrebbero tenuto allegri i feriti col loro canto. Florence non si turbò affatto delle critiche. Serena, sicura di sé, si diede alla ricerca delle infermiere adatte. Avrebbero dovuto essere capaci, energiche e dotate di una morale ineccepibile.
Le domande al Ministero giunsero a mucchi, ma quante fra queste erano dettate solo da un passeggero entusiasmo? Le difficoltà sembrarono enormi..., allora miss Florence decise di reclutare le infermiere tra le protestanti e le cattoliche. Apriti, cielo! Fu accusata di clericalismo e di voler fare propaganda cattolica tra i soldati. Nessuno aveva capito che occorrevano semplicemente delle infermiere capaci. Alle rinnovate accuse Florence resistette fermamente.
E il 31 ottobre del 1854 salpò verso il Bosforo con trentotto infermiere: quattordici anglicane, dieci suore della Carità, tre protestanti e undici donne scelte tra quante avevano fatto domanda di partire.


LA SIGNORA DELLA LAMPADA

Il primo contatto con il 'suo' ospedale fu tale da lasciarle mozzo il respiro. La realtà superava la più fervida immaginazione. I feriti, i quali non avevano neppure ricevuto le prime cure sul campo, si avviavano come potevano - e se potevano - al più vicino porta d'imbarco ove salivano sulla prima nave in partenza. Nessuno si curava di loro, nessuno porgeva loro aiuto. Appena sbarcati, con tutte le loro forze si trascinavano, o tentavano di trascinarsi, verso la collina ove sorgeva l'ospedale. Si formava così una lunga e dolorosa fila. Speravano, quei poveri infelici, di trovare finalmente assistenza, cibo, conforto. Ma l'ospedale mancava di tutto: stoviglie, utensili, lenzuoli, asciugamani, coperte, vestiti. I feriti, man mano che giungevano, si ammucchiavano per terra nei corridoi. I loro corpi divenivano subito preda dei topi e dei vermi che strisciavano dappertutto in quel lurido edificio. Spesso, una morte liberatrice giungeva prima che potesse accorrere uno dei pochi medici addetti all'ospedale. Se poi un ferito riusciva ad avere un letto, entrava in una vera e propria coltura di microbi. Senza contare che i lenzuoli in dotazione erano così ruvidi che i feriti supplicavano di essere lasciati nelle. coperte di lana. Non esistevano suppellettili: l'unico lusso era costituito da alcune bottiglie vuote che fungevano da candelieri. Questo fu lo spettacolo che si parò davanti agli occhi di Florence Nightingale e delle sue infermiere, quando esse diedero inizio alla loro missione.
Ma la Nightingale non si scoraggiò e giurò in cuor suo che in avvenire non si sarebbe mai più verificato uno spettacolo simile. Ella avrebbe combattuto, si sarebbe sacrificata senza risparmio purché quegli infelici potessero salvarsi dalla morte o almeno andarle incontro con serenità.
Fu un lavoro massacrante. Notte e giorno Florence, intrepida, tutto vedeva, tutto sorvegliava. Bisognava, per prima cosa, ridare fiducia agli ammalati. E le infermiere furono vicine a ognuno: una parola buona, un sorriso valevano spesso più dei pochi medicinali in dotazione all'ospedale. Man mano che il tempo passava..., le cose miglioravano, gli aiuti arrivavano; spesso si trattava di camicie di seta con monogrammi ricamati: la nobiltà inglese cercava di dare il proprio contributo a quella povera gente. Ma quanto pane raffermo, ancora, quanto burro rancido!
A poco a poco i soldati presero ad amare questa fata benefica. Spesso, durante la notte, ella compiva le sue ronde negli interminabili corridoi e nelle corsie, tenendo in mano una piccola lampada. Passava silenziosa di letto in letto e per tutti aveva una parola buona, una carezza. I soldati attendevano quell'apparizione per addormentarsi. Qualcuno la chiamava con un filo di voce e le chiedeva aiuto, la pregava di parlargli della sua lontana terra, dei suoi campi, dei verdi prati lontani. Quante volte Florence sostò vicino a un morente fino all'alba, quante volte ridiede fiducia e forza a chi le aveva perdute!

Dopo pochi mesi della sua attività le cucine e la lavanderia cominciarono a funzionare in modo perfetto e, infine, il Natale del 1854 trovò i soldati circondati da tutto quel benessere che le mani abili e i cuori generosi di poche donne avevano saputo creare. Nelle lunghe veglie delle trincee si parlava ormai della Nightingale come di un angelo tutelare.
La "Signora della lampada" (così veniva chiamata) era diventata un mito e in Inghilterra la sua fama raggiunse punte incredibili. La campagna in favore degli ospedali di guerra, condotta dal più autorevole giornale inglese, l'interessamento della regina, l'ardore dei vari sostenitori, le semplici parole dei soldati rientrati in patria diedero ben presto un quadro esatto delle sue attività. Ci furono, è vero, ancora delle ostilità, soprattutto da parte di organizzazioni religiose le quali non riuscivano ad ammettere che collaborassero infermiere di diverse religioni, ma furono voci deboli e senza eco. Davanti alle porte del Ministero della Guerra, sempre più numerosi erano i cittadini che portavano scatole, casse, pacchi per i feriti. L'indirizzo era sempre lo stesso... "A miss Nightingale".
La stessa regina aveva trasformato alcune sale del suo palazzo in laboratori ove fino a notte si lavorava per preparare bende, camicie, calze. Miss Nightingale tutto accettava e ridistribuiva.


LA REGINA DELLE INFERMIERE

Il 9 settembre del 1855 si diffuse in Inghilterra la grande notizia: la guerra era finita! Durante le dimostrazioni popolari, agli 'evviva' che si innalzavano verso l'esercito vittorioso fecero eco gli 'evviva' per Florence Nightingale. La "vittoria" era dovuta in parte anche a questa umile donna, a questa regina delle infermiere che aveva dato un nuovo indirizzo all'assistenza ospedaliera per i feriti di guerra. La Nightingale volle sottrarsi a tutti i festeggiamenti. Semplice come era partita, quasi di nascosto, 1'8 agosto del 1856 fece ritorno alla villa della sua infanzia, a Lea Hurst.
Nessun benefattore ebbe in vita tanti riconoscimenti quanti ne ebbe Florence. I1 suo ritratto apparve sulle insegne di tutti i negozi d'Inghilterra. Gli almanacchi portarono la sua effige, numerose ballate cantarono le sue lodi, mentre il poeta Longfellow la immortalò in una delle sue più belle poesie. Lettere di congratulazioni le giunsero da ogni parte del mondo, portandole il saluto e il ringraziamento di persone lontane. Fu ripetutamente ricevuta a Balmoral, la residenza estiva della regina Vittoria. Le stesse principesse, trascinate dal suo nobile e meraviglioso esempio, decisero di darsi all'assistenza pubblica: la principessa Elena, figlia della regina Vittoria, divenne un'ottima infermiera. Modesta, riservata, silenziosa, la Nightingale rimase sbigottita di fronte a tanti onori. Sebbene ormai malaticcia, si diede alle riforme nel campo sia dell'assistenza militare sia di quella civile. La sua parola dolce e sicura, ferma e pacata, spronava, confortava, caldeggiava. Lo stesso Dunant, il ginevrino fondatore della "Croce Rossa", ebbe a dire che l'istituzione da lui voluta era stata ispirata proprio da lei.
Florence Nightingale morì il 13 agosto del 1910.
Fu sepolta nel piccolo cimitero di East Wellow. Ma nella cattedrale di San Paolo, là dove sono sepolti gli eroi inglesi, lo stesso giorno dei suoi funerali, fu posta una lapide che ricorda ai posteri Florence Nightingale, la regina delle infermiere.


ALCUNI ANEDDOTI

- Durante la guerra di Crimea, mentre compiva un'ispezione al fronte, Florence Nightingale f u fermata, a un certo punto, da una sentinella: era pericoloso procedere oltre. "Giovanotto - disse allora Florence - dalle mie mani sono passati più morti e feriti di quanti voi ne vedrete mai sui campi di battaglia: credetemi, non ho paura della morte". E proseguì impavida.

- La regina Vittoria si incontrò per la prima volta con Florence Nightingale nella residenza estiva di Balmoral, in Scozia. Alla fine dell'udienza la regina accompagnò l'ospite fin sulla porta del castello dove si era assiepata un'immensa folla. Miss Florence disse allora... "Maestà, come vi adora il popolo!". "Ma non vedete, mia cara, - ribatté la regina - che gli applausi sono tutti per voi? Io sono solo la regina d'Inghilterra, ma voi siete la regina degli afflitti di tutto il mondo!".

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* Florence Nightingale (Firenze, 12 maggio 1820- Londra, 13 agosto 1910) fu un' infermiera britannica nota come "La signora della lampada". È considerata la fondatrice del "nursing moderno" in quanto fu la prima ad applicare il metodo scientifico all'assistenza infermieristica attraverso l'utilizzo della statistica. Inoltre, è importante poiché propose un'organizzazione degli ospedali da campo....

* Nightingale pubblicò Notes on Nursing, uno smilzo libretto di 136 pagine che fu la pietra angolare del curriculum delle scuole per infermieri e vendette bene anche presso il pubblico generale: è ancor oggi considerato una introduzione classica alla professione di infermiere.

* Da Wikipedia

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