sabato 25 luglio 2009

MADONNA FRA I SANTI ANTONIO E ROCCO (Madonna and Child with Sts Anthony of Padua and Roch) - Tiziano Vecellio

MADONNA FRA I SANTI ANTONIO E ROCCO (1510 circa)
Tiziano (1490 circa-1576)
Pittore italiano
Museo del Prado a Madrid
Tela cm. 92 x 133


"La Madonna in trono fra i Santi Antonio e Rocco" fu eseguita probabilmente intorno al 1510, in un periodo immediatamente precedente agli affreschi di Padova del 1511.
Tiziano era indubbiamente sotto l'influsso di Giorgione, forse si ispirò ad un'idea stessa del maestro.
L'aspetto «giorgionesco» di questa opera si nota particolarmente nell'aria assorta della Vergine e di Sant'Antonio.
Tiziano organizza le sue composizioni con uno schema di apparente serenità, ponendo una sorta di schermo tra le figure e il paesaggio..., ogni personaggio è visto in base a nuovi rapporti di struttura pittorica e i piani sono articolati in una maniera ignota a Giorgione.
Il rosso granata della veste della Madonna costituisce la nota più vibrante del dipinto, subito smorzata dal turbinio delle ombre.
Le figure sono contornate da una linea scura che le esalta nettamente sullo sfondo del paesaggio, dove zone di azzurro si alternano ad altre di un color giallo spento.
In alcuni particolari si affina la sensibilità pittorica del giovane Tiziano, soprattutto nella differenza dell'intensità luminosa sui gradini e nella rappresentazione estremamente delicata del giglio.
Tra le opere di Tiziano dello stesso periodo voglio ricordare "Noli me tangere", oggi alla National Gallery di Londra, e la "Circoncisione" dell'Università di New Haven (Yale University Art Gallery).


L'OPERA

Questa meravigliosa "Sacra Conversazione" fu donata a Filippo IV di Spagna dal Duca di Medina de Las Torres, viceré di Sicilia, e rimase fino al 1839 nell'Escorial, dove era esposta nella sacrestia della basilica.
Appare rappresentata nello sfondo della celebre tela di Coello, la "Sacra Forma".
Per molto tempo fu ritenuto che si trattasse di Un «opera del "Bordonon", ovvero di Giorgione di Pordenone.
Successivamente venne trasferita al Prado, dove è tutt'oggi esposta, non distante da un'altra "Sacra Conversazione" (La Madonna e il Bambino con Santa Dorotea e San Giorgio) di Tiziano, collocabile in un momento successivo dell'attività pittorica del maestro.


TIZIANO E CARLO V

L'aneddoto secondo il quale Carlo V si sarebbe chinato per raccogliere il pennello di Tiziano è forse non veritiero, ma rende bene i rapporti che unirono, durante vent'anni, il pittore a questo principe tra i più potenti d'Europa.
Nel 1530 i Medici convocarono l'artista a Bologna dove eseguì il suo primo ritratto di Carlo V, che gli fu pagato uno scudo.
Nel 1532 l'Imperatore gli conferì il titolo di Conte Palatino;..., con questa onorificenza ebbe un seggio alla Dieta d'Asburgo.
Tiziano realizzò ancora due ritratti del suo protettore, di cui uno equestre, posa veramente eccezionale per quel periodo.
Nel 1555, al1'indomani della sua abdicazione, Carlo V si ritirò nel Monastero di San Jerónimo di Yuste, portando con sé tre opere religiose di Tiziano: "Ecce Homo" (1547)..., " Madonna dei dolori" (1550)..., "Esaltazione della Santa Trinità" (I551-1554).
Questi tre dipinti sono conservati oggi al Museo del Prado.


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CRISTO SI E' FERMATO A EBOLI (Christ Stopped at Eboli) - Carlo Levi


Carlo Levi (Torino 29.11.1902 - Roma 4.1.1975)

CRISTO SI E' FERMATO A EBOLI 

Carlo Levi, oltre il suo notevole apporto con la pittura, una medesima impronta realista accomuna ai suoi quadri l'opera narrativa, che si ispira ad un argomento già affrontato da Francesco Jovine: il Mezzogiorno d'Italia, cui Levi si era accostato anche in particolari circostanze della sua vita, essendo stato confinato in Lucania per la sua opposizione al fascismo.

Il "Cristo si è fermato ad Eboli" - qualcosa di mezzo tra narrativa e saggio - costituisce uno degli scritti più esemplari della letteratura neorealista. Rielaborando appunto la propria personale esperienza di confinato, Levi pone in evidenza, da un lato, la condizione di arretratezza del Mezzogiorno, vittima della oppressione burocratica di uno Stato estraneo e sostanzialmente ostile e, dall'altro, indica nella società meridionale l'estremo approdo di una antica civiltà contadina, chiusa, refrattaria a ogni sollecitazione esterna, passiva nel subire la continua offesa, cui tuttavia di tanto in tanto reagisce, attraverso incontenibili scoppi di collera e con il brigantaggio.

Molti di noi hanno letto commossi l'amara e sconsolata denuncia di un libro diventato presto famoso nell'immediato dopoguerra del secolo scorso.
Vi si parlava di un mondo "serrato nel dolore e negli usi, negato alta Storia e allo Stato, eternamente paziente", di una "terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza detta morte. - Noi non siamo cristiani, - essi dicono, - Cristo si è fermato a Eboli...".

In quelle pagine di Carlo Levi il Mezzogiorno veniva vissuto come un mondo "fuori del tempo e della storia", dove "l'uomo non si distingue dal suo sole, dalla sua bestia, dalla sua malaria".
Accanto alla denuncia di una condizione umana intollerabile, c'era l'intento di rivendicare polemicamente "l'autonomia spirituale" del Mezzogiorno dinanzi al fascismo (Cristo si è fermato a Eboli, scritto nel 1944 fu però concepito nel 1936).
Ma la posizione di Levi era piena di pericoli. Se infatti nella rappresentazione che egli ci dà del mondo contadino meridionale, hanno da un lato gran posto la denuncia della miseria in cui versano le campagne del Sud, lo sfruttamento al quale i contadini sono sottoposti, le ingiustizie e le violenze attraverso le quali lo Stato borghese "mantiene" il Mezzogiorno, la critica di un'amministrazione corrotta..., e poi l'odio istintivo dei contadini contro lo Stato fascista e contro i suoi rappresentanti locali (i signori, il podestà, il prete, ecc.), la loro insofferenza verso un sistema fiscale che li dissangua e verso una pratica burocratica che li avviluppa in una rete inestricabile di carta bollata..., d'altra parte quella rappresentazione di una "immobile civiltà" meridionale, di una "povertà refrattaria", di "una terra oscura, senza peccato e senza redenzione", ha finito per creare il facile mito di un Mezzogiorno immobile, di una società contadina arcaica e primitiva.
E non sono mancati coloro che si sono serviti dei libro di Levi per arrivare a sostenere la "concreta resistenza al mutamento" che nelle campagne meridionali verrebbe non soltanto dal cieco egoismo dei ceti possidenti, ma anche dalla "organica immobilità" del mondo contadino meridionale, da quel complesso di sentimenti, tradizioni, attitudini, proprie dei componenti di una a società antica "ferma"..., e coloro che in questo isolamento del mondo contadino meridionale hanno visto addirittura la salvezza della "tradizione antica" e dei "valori umani e civili", dal "disordine" e dalla "anarchia" introdottisi nel mondo moderno dopo il Rinascimento e la Riforma, Machiavelli e Lutero!
Travisamenti interessati, come si vede, dei quali "Cristo si è fermato a Eboli" non è certo responsabile direttamente, anche se ha finito per favorirli in via indiretta, dando del Mezzogiorno una visione troppo unilaterale.

"Cristo si è fermato a Eboli" è un'espressione dei contadini lucani dell'interno, e significa: Cristo, cioè la civiltà, non ha mai oltrepassato Eboli: quassù siamo fermi da millenni.
Il detto, significativamente ripreso come titolo, esprime quindi l'amara rassegnazione dei contadini..., ma nell'opera di Levi si riempie anche di un altro senso. Il libro infatti, scritto come detto nel 1944 e uscito solo nel 1945, ritrae un'esperienza dell'autore anteriore di quasi dieci anni, ormai depositata nella memoria, filtrata dal ricordo e dall'immaginazione ed esente da ogni aspetto immediato e urtante. Il Sud si ricompone quindi nella memoria letteraria e nella scrittura come un paese dalla fisionomia arcaica, che ha prodigiosamente mantenuta intatta una cultura antica preservandola da ogni inquinamento.
C'è nel libro una consonanza, una umana simpatia per queste plebi oppresse, per la miseria di vite oscure e faticose, tagliate fuori dal progresso della civiltà moderna, ma insieme c'è anche la scoperta dell'intellettuale che si trova di fronte ad un mondo intatto e si compiace di rappresentarlo e c'è, in particolare, l'occhio del pittore che ricompone l'esperienza vissuta in scene plastiche, affreschi, ritratti.




UNA PAGINA

"Cristo si è davvero fermato ad Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui; né vi è arrivato il tempo, né l'anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia. Cristo non è arrivato, come non erano arrivati i romani che presidiavano le grandi strade e non entravano tra i monti e le foreste, né i greci, che fiorivano sul mare di Metaponto e di Sibari: nessuno degli arditi uomini di Occidente ha portato quaggiù il suo senso del tempo che si muove, né la sua teocrazia statale (un modo cioè di concepire lo Stato come qualcosa di superiore, di simile a una divinità), né la sua perenne attività che cresce su se stessa. Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo. Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano e divino si è rivolto a questa povertà refrattaria. Parliamo un diverso linguaggio: la nostra lingua è qui incomprensibile. I grandi viaggiatori non sono mai andati al di là dei confini del proprio mondo; e hanno percorso i sentieri della propria anima e quelli del bene e del male, della moralità e della redenzione. Cristo è sceso nel moralismo ebraico per romperne le porte nel tempo e sigillarle nell'eternità. Ma in questa terra oscura e senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli".

* * *

Questo è un brevissimo passo del libro di Carlo Levi, dove il distacco incolmabile che separa l'estremo Sud dal resto d'Italia è prospettato con suggestiva efficacia. Va detto, però, che proprio questa visione di un Mezzogiorno così impenetrabile e irrecuperabile è stata criticata perché essa tende a fare di quelle regioni non una realtà, soggetta dunque a una propria dinamica, ma una specie di mito, di enigma di impossibile soluzione.


CRISTO NON SI E' FERMATO A EBOLI

Seguendo il grande insegnamento di Gramsci, che impostò la questione meridionale nei suoi effettivi termini di lotta unitaria e di massa, di alleanza fra proletariato e masse contadine sfruttate, il movimento democratico, dal 1944 ad oggi, si è andato sempre più rafforzando nel Mezzogiorno e nelle Isole, avviando la grande lotta per il riscatto e la rinascita di quelle regioni.
Della questione meridionale le grandi masse popolari hanno acquistato una consapevolezza che si è formata specialmente attraverso le lotte sostenute dai lavoratori, il cui tumultuoso spirito di rivolta, esploso spesso in moti disperati, si è andato lentamente ma sicuramente trasformando in forza politica organizzata e cosciente. Dalle prime invasioni di terre nel Marchesato di Crotone, nell'autunno del 1944, alle successive agitazioni bracciantili, fino al grande movimento di occupazione delle terre, attraverso dure e spesso sanguinose esperienze del terrorismo poliziesco, questi ultimi dieci anni hanno visto in tutto il Mezzogiorno un imponente risveglio delle forze lavoratrici.
Di questo si è avuto chiara prova nel corso delle varie iniziative per la discussione dei problemi più vitali del Mezzogiorno, dal Congresso di Pozzuoli, del '47, alle Assise del Mezzogiorno, del '48, dall'Assemblea del popolo meridionale ('51), fino al dibattito tenuto a Roma presso la sede dell'editore Einaudi, per arrivare al Congresso Popolare del Mezzogiorno, che si è svolto a Napoli nel 1954, congresso nel quale gli assegnatari della Sila e delle Puglie hanno pronunciato un grave atto d'accusa contro la camorra degli enti trasformati in padroni esosi ed in strumenti elettorali, i superstiti di Salerno, di Vietri, di Cava hanno raccontato la tragedia della costiera devastata, i siciliani hanno denunciato vigorosamente la minaccia americana sul petrolio ed i sardi la crisi delle miniere del Sulcis.

Tutto questo dà alla situazione attuale del Mezzogiorno un aspetto nuovo, rivoluzionario. Ci troviamo dinanzi ad una realtà che infrange decisamente ogni mito di un Mezzogiorno immobile e chiuso in se stesso, sia esso il mito disinteressato di uno scrittore, o lo slogan propagandistico di un giornale "d'informazione". Una realtà che parla da sè, con le sue lotte, con i suoi morti, con le sue vittorie.
La questione meridionale è diventata così la piattaforma ampia e concreta della lotta di gruppi sociali diversi, tutti egualmente solleciti non solo della rinascita della propria terra, ma del progresso di tutto il paese. Le masse sfruttate del Sud sanno bene che la lotta che esse conducono è la stessa lotta che conducono gli operai del Nord: lotta per un profondo rinnovamento di tutta la società nazionale.

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