martedì 8 settembre 2009

CULTURA E POLITICA IN MACHIAVELLI - IL PRINCIPE (The Prince)

            
 IL PRINCIPE

Scritto nel 1513, nel fervore della composizione dei "Discorsi", è, nell'opinione comune, l'opera fondamentale del Machiavelli.
In realtà esso non rappresentò che un lato del suo pensiero politico, e i principi in esso esposti hanno più un valore relativo che assoluto.
In ventisei capitoli l'autore discorre non del principato in genere, ma della politica che deve seguire un principe nuovo, per mantenere il trono acquistato per armi o per fortuna.
Alla mente del Machiavelli erano presenti non soltanto i tiranni illustri della leggenda e della storia (Ciro, Romolo, Teseo: e il fondatore della potenza d'Israele, Mosè)..., ma principalmente i tanti signori improvvisati nel Quattrocento e nei primo Cinquecento..., violenti, fraudolenti.
Già nei "Discorsi" egli aveva insegnato che chi fonda o vuol mantenere uno Stato non deve retrocedere dinanzi a nessun mezzo.
Qui il concetto che la necessità politica esclude o può escludere la legge morale è formulato con ancor più brutale sincerità.
Il principe nuovo deve modellarsi sul Valentino, che con i più scellerati mezzi si era fondato uno Stato nella Romagna e aveva tutto provveduto, perché alla morte di suo padre, il papa Alessandro VI, egli potesse ancora mantenerlo.
La storia dei successi del Valentino è narrata col calore dell'entusiasmo..., e si deplora che la Fortuna gli sia venuta meno, quando tutto egli aveva fatto per meritarla.
Come il Valentino, il principe nuovo, o usurpatore, deve spegnere d'un tratto tutti i superstiti del vecchio ordine di cose, quando non riesca ad assimilarseli..., meglio un eccidio una volta tanto, che star poi sempre vigilante e "col coltello in mano".
Deve o guadagnarsi i grandi coi benefici, o atterrirli con i supplizi..., cercar di piacere ai nuovi popoli, perché in essi si estingua ogni desiderio della caduta signoria: stare sulle armi e dedicarsi esclusivamente all'arte della guerra.
Ma da nessuna cosa deve guardarsi il principe quanto dal divenire dispregiabile o "cotemnendo".
Il credito è per sé stesso un grande coefficiente di forza.
E della forza si fa continuamente l'esaltazione nel libretto..., e, che è molto più brutto, della falsità e dell'inganno.
Così, a conquistare l'amore e la stima dei popoli, è necessario che il principe si mostri religioso, umano, leale.
Il popolo si contenta dell'apparenza.
Del resto, l'essenziale non è essere amato, ma temuto.
Il principe deve saper essere volpe e saper essere leone.
I trattati si hanno a mantenere; ma anche, quando torna utile, a violare.

Sono massime così scellerate, che alcuni pensarono che il Machiavelli, così ardente per la libertà nei "Discorsi", facesse nel "Principe" dell'ironia e del sarcasmo, e che, sotto sembianza di voler ammaestrare il tiranno sul modo di governare i popoli, insegnasse ai popoli a guardarsi dalle arti del tiranno.
Ma l'opinione non ha più seguaci.
La storia offriva i tipi (e altri molti ne avrebbe ancora offerti) su cui il Machiavelli - per il quale la politica era scienza e conoscenza del reale - costruiva il suo tiranno.
D'altronde, alle formidabili unità nazionali, che si erano venute o si venivano formando in Francia, in Spagna, in Germania, era necessario (e fu merito del Machiavelli di averlo primo veduto) opporre una unità italiana..., né questa pareva a lui si potesse conseguire, se non mercé l'opera di un principe a tutto risoluto, pur di riuscire nell'altissimo intento.

E la brama e il proposito dell'unità e della indipendenza d'Italia si sentono nelle deplorazioni sulle sciagure della patria, e si affermano nel capitolo ultimo, che reca il titolo di "Esortazione a liberare l'Italia dati barbari",- ed è una pagina scritta con fremiti e con lacrime, dove si invita Lorenzo di Piero dei Medici, duca di Urbino - a cui il libro è dedicato -, ad assumere su di sé la causa nazionale e chiamare alla riscossa tutti i popoli della penisola, fondando insieme il principato e l'indipendenza d'Italia.


COSI' LA STORIA


Niccolò Machiavelli


Durante gli anni del suo ozio forzato (1512-1520), Machiavelli si ritirò in una villa presso San Casciano. Quale fosse la sua vita egli narra all'amico Francesco Vettori, ambasciatore dei Medici in quel tempo a Roma, in una lettera divenuta famosissima.
La mattina si alzava col sole e an­dava in un suo bosco a controllare il lavoro dei tagliatori e a parlare con loro che avevano sempre in atto qual­che lite o fra di loro o con i vicini. Poi si sdraiava all'ombra a leggere o Dante o Petrarca “o uno di questi poeti mi­nori, come Tíbullo, Ovidio e simili” e si appassionava con animo partecipe a quei loro amori: “leggo quelle loro amorose passioni, e quelli loro amori ricordonmi de' mia”. Infine si trasfe­riva all'osteria: “parlo con quelli che passano, domando delle nuove de' pae­si loro, intendo varie cose e noto varii gusti e diverse fantasie d'uomini”. Dopo aver mangiato quel tanto che gli consentiva il suo “pàululo (piccolo) patrimo­nio”, tornava all'osteria per giocare con l'oste, un beccaio, un mugnaio e due fornaciai a cricca o a trich-trach e, nel corso del gioco, nascevano “mil­le contese e infiniti dispetti di parole iniuriose, e il più delle volte si com­batte un quattrino e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano”. Ma la sera, ecco, egli improvvisamente si trasformava: “entro nel mio scrit­torio, e in sull'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di lo­to, e mi metto panni reali e curiali, e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui uomini; dove, da loro ricevuto amorevolmente mi pasco di quel cibo che solum è mio e che io nacqui per lui. Dove io non mi vergogno parlare con loro e doman­darli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro umanità mi rispondono, e non sento, per quattro ore di tempo, alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi trasferisco in loro”. Capacità di immergersi nel presente, anche in quello più umile e quotidiano mantenendo intatta la lucidità di osser­vazione e la simpatia anche per gli aspetti più minuti del reale (le mene dei boscaioli, l’ingaglioffarsi all'osteria) e, contemporaneamente, capacità di tra­sferirsi negli. antichi non per trovarvi una facile evasione ma per chieder “ra­gione delle loro azioni”: ecco l'atteg­giamento mentale caratteristico del Machiavelli che è possibile dedurre da questa lettera meritatamente famosis­sima, anche per la molteplicità dei casi, degli umori e dei toni (dall'ironico di­stacco iniziale al calore appassionato con cui difende la sua opera di cittadi­no e di studioso, dalla sostenutezza di certi brani al piglio plebeo e vivacissi­mo di altri).
Ed è proprio dalle meditazioni che ispira la frequentazione con i vivi e con i morti, con i passanti e con i loro “varii gusti e diverse fantasie” e con i grandi uomini dell'antichità, che na­scono quasi d'un sol getto le grandi opere machiavelliane… “Il Principe”…, “Discorsi sopra la Prima Deca di Tito Livio”…, “I dialoghi dell'arte della guerra”…, la “Vita di Castruccio Castracani”…, la “Mandragola”. Frequentazione con i vivi e con i morti ho detto. Ed è que­sto che fa grande il Machiavelli, che gli permette di essere la coscienza più alta del Rinascimento e di rappresen­tarlo nei suoi elementi dinamici, nel suo dramma profondo e non soltanto - come accade ad esempio al Castiglione e al Bembo - nei suoi elementi grandiosi ma statici. Il fatto, cioè, che egli sa stabilire, nello stesso tempo, un contatto diretto con il mondo classico e con le cose e le persone che lo cir­condano. E così per lui rivolgersi all’antico non significa evadere dal pre­sente, ma anzi acquisire gli strumenti per comprenderlo meglio e modificarlo. E così le sue opere, e specialmente il “Principe”, nate da una ricchissima esperienza e dall'azione, vogliono per­suadere all'azione e sono il mezzo con cui il Machiavelli cerca di superare l'amarezza della sua sorte per reinse­rirsi nel turbine sconvolgente ma appassionante della realtà: “dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso”.
E alle cose è direttamente legato il suo stile. Si veda - per tornare un momento alla lettera al Vettori - il salto di tono per la descrizione del gioco - all'osteria - che richiede uno stile dimesso e plebeo - e la rappresentazione del suo ingresso nello studio e suo incontro con gli “antiqui uo­mini”. Il tono qui, senza forzature, si è naturalmente innalzato, adattandosi alla misura del mondo ideale polemi­camente contrapposto alle meschinità quotidiane. E si veda l'uso del latini­smo solum proprio in funzione di rilie­vo stilistico e subito dopo il brusco anacoluto (“e che io nacqui per lui”), che spezza il tono sostenuto del perio­do quasi con un moto rabbioso e ci dà un esempio della scrittura nervosa e sanguigna del nostro.


IL COSMOPOLITISMO DEGLI INTELLETTUALI ITALIANI

Pier Soderini
confaloniere della Repubblica di Firenze


Per comprendere bene la portata dell’opera del Machiavelli bisognerà rifarsi ad alcuni concetti, di origine gramscia­na, circa le caratteristiche cosmopoliti­che degli intellettuali italiani nei secoli XIV e XV e la contraddizione fra si­mili caratteristiche e l'orizzonte corpo­rativo a cui li condannava lo sviluppo politico e sociale dell'Italia.
“Il sistema politico e sociale italiano - è stato scritto benissimo - quale si era venuto formando nel corso del Medioevo e dell'età comunale, era caratterizzato da una pluralità di centri di vita associata e politica, specie nell’Italia settentrionale e centrale. In cia­scuno di essi le classi dominanti erano per lo più costituite da elementi prove­nienti dalla borghesia urbana, dediti al commercio ed alla produzione nell’ambito delle corporazioni. Talvolta tali elementi si erano fusi con residui della vecchia nobiltà feudale e cavalle­resca, e con essi spartivano il dominio del ‘contado’. Queste città-Stato e specialmente le maggiori, avevano rapporti commerciali intensi con paesi e mercati assai lontani, sia nel Levante sia nell’Europa occidentale: dagli empori del Me­diterraneo orientale e del Mar Nero alle fiere di Champagne, ai porti anseatici e inglesi. Ciò favoriva al di sopra del frazionamento e del particolarismo, la formazione di interessi comuni, di una mentalità cosmopolitica e spregiu­dicata, di una sorta di ‘koiné’ intellet­tuale e culturale. In questo senso agiva anche un dato storico di importanza primaria: l'esser cioè l'Italia la sede del papato, di un organismo con fun­zioni di prestigio universali che stimo­lava la formazione di un personale in­tellettuale qualificato e favoriva in esso lo sviluppo di un ambito mentale cosmopolita e universalistico”. Ma, i cardini su cui si reggeva questo sistema politico e civile italiano già nel secolo XIV danno segno di cedimento. È inutile forse ricordare le cause: la crisi della Chiesa, il sorgere in Spagna e in Francia delle grandi monarchie nazio­nali, l'usura a cui è sottoposto il siste­ma mercantile italiano dalla avanzata dei turchi in Oriente, e, in Occidente, dal consolidamento degli apparati amministrativi delle monarchie assolute (si pensi alla grande crisi del secolo XIV e al fallimento dei Bardi e dei Peruzzi, segni premonitori di un fenomeno che si manifesterà apertamente nei primi decenni del secolo XIV, reso più evidente dalle nuove rotte marittime legate alle grandi scoperte geografiche). Comun­que è un fatto che “parallelamente al­lo svolgimento di questa crisi assistia­mo da parte dei ceti dominanti delle principali città italiane a un processo di ripiegamento verso l'interno. E’ questa una tendenza che interessa sia i singoli, sia gli Stati. Mentre i mercanti e i bor­ghesi cittadini si fanno acquirenti di terre ed apprendono a gustare i piaceri del vivere in villa, gli Stati più impor­tanti lavorano a costituirsi un dominio territoriale alle spalle dei minori e me­no potenti”.
Così alla molteplicità dei centri co­munali si sostituisce un numero limi­tato di Signorie, senza che nessuna di queste possa espandersi fino a diventare uno Stato unitario almeno di una parte dell'Italia (Italia settentrionale e Italia centrale). Con la conseguenza che esse nascono e si sviluppano “piuttosto come un agglomerato di organismi preesistenti, che come una formazione politica nuova”. È inevitabile allora che un simile processo di ripiegamento e agglo­merazione abbia i suoi riflessi sul per­sonale intellettuale il quale nella sua parte più vigile “avverte la contraddizione esistente tra la propria formazio­ne cosmopolita e la ristrettezza dell'o­rizzonte politico e umano in cui e co­stretto a vivere, tra le proprie origini e la propria attuale condizione. Nel corso del Cinquecento questa sensazione vie­ne generalizzandosi e dà luogo a diversi tipi di reazione. L'evasione dalla gret­tezza della vita circostante avviene sia mediante la dissociazione dell'impegno e dell'interesse culturale dall'impegno civile, della cultura dalla qualificazione professionale per cui l'intellettuale ten­de sempre di più a concepire la propria funzione come distinta dalla assidua e fastidiosa cura del particolare, sia, in un secondo tempo, mediante l'emigra­zione in altri paesi. Più rari sono coloro che affrontano direttamente la situazio­ne, tentano di analizzare le ragioni del­la crisi e della decadenza italiana, si impegnano nel ricercare una via di uscita, non rinunciano alla tradizione di im­pegno civile e politico. Tra costoro chi più a fondo si impegnò in questo processo di ricerca, sia nel senso dell'ana­lisi della crisi sia in quello dell'individuazione di nuove forme di vita asso­ciata, fu Niccolò Machiavelli » (PRO­CACCI).


LE CONTRADDIZIONI DELLA CULTURA RINASCIMENTALE

Personificazione
della città di Firenze


Accanto a questa contraddizione fra la formazione cosmopolitica e la ristret­tezza dell'orizzonte politico (e forse in stretta correlazione con essa) va posta la contraddizione fra i piani diversi su cui muove la cultura rinascimentale. Un piano è quello del classicismo, cioè è il piano nel quale più evidente si manife­sta l'influenza dei modelli classici, che si muove in un mondo ideale fatto di armonia, di compostezza, di dominio della ragione sulle passioni, di culto della bellezza, di modi di comportamen­to raffinati e aristocratici, dell'elabora­zione di un gusto che appunto definisco classicismo. Questo piano è il rifles­so ideale della corte e della civiltà che in essa si era elaborata nel corso dell’ultimo secolo. È il mondo del ‘Cortegiano, degli ‘Asolani’, del ‘Galateo’, dei trattati sull'amore platonico, del petrar­chismo, dell'evasione idillica, del mito pastorale. Un mondo che ingiustamen­te è stato considerato da alcuni critici moralisti come falso e ipocrita. Perché se è vero che in esso non trova posto la realtà assai meno nobile e armonica nella quale quegli scrittori vivevano, è anche vero che quella realtà si fa sen­tire come limite, come richiamo alla consapevolezza della precarietà di quel­le splendide costruzioni, come tarlo se­greto che richiama al senso struggente della caducità delle cose terrene.
L'aspirazione a una dimensione uni­versale che è propria del nuovo intel­lettuale umanista si accompagna sem­pre al sentimento della sua fragilità e spiega il tono nostalgico, accorato e talvolta drammatico di quelle opere. La tendenza al ‘modello’ che anima tutta la trattatistica del Cinquecento, quando non è stanca e pedestre opera di imitazione o di erudizione, trova la sua radice storica e psicologica nella necessità di fissare alcuni valori acqui­siti dall'Umanesimo contro il deperi­mento, la corruzione, l’instabilità e la precarietà di cui la società contempora­nea forniva un esempio eloquente.
L'asse ideologico di questo aspetto della cultura rinascimentale è il neopla­tonismo. Ma anche il ritorno a Platone e la sua contrapposizione ad Aristotele debbono essere considerati in tutta la loro complessità. Non c'è dubbio, infat­ti, che da un certo punto di vista il neoplatonismo rappresenti una evasio­ne dal mondo concreto della natura e degli uomini e dalle sue leggi verso un sovramondo di idee eterne e di simbo­li. E tuttavia bisogna riconoscere che il ritorno a Platone ha, soprattutto, il significato di un rifiuto della filosofia sistematica in nome di una filosofia più aperta ed umana, preoccupata di af­frontare i problemi della vita reale, del­le condizioni e del comportamento dell’uomo. E la preferenza accordata alle scienze morali ha, anche, il significato del rifiuto di una problematica teologizzante, metafisica, puramente logica che costituiva l'aspetto più invadente ed ingombrante della cultura medievale. Ma c'è di più. È proprio il platonismo che, valutando giustamente la portata della matematica nello studio della na­tura, apre la via al metodo galileiano e, andando al di là delle nozioni empiri­che cui spesso si fermavano gli aristote­lici, pone il problema della scoperta del­le leggi profonde che governano le cose.
Il secondo piano su cui si muove la cultura cinquecentesca è quello dell’empiria e rappresenta, in un certo senso, l'altra faccia della medaglia del gusto classicista. Lo stesso intellettuale che aveva costruito alcuni modelli eter­ni ed universali di comportamento, che si era rifugiato in un mondo ideale di armonia, di bellezza e di compostezza, si ripiega divertito a contemplare una realtà fermentante di desideri, di tipi, di bizzarrie, di truffe, di appetiti inconfessabili e scoppiettante in un linguag­gio vivo, plebeo, straordinariamente mobile ed espressivo. È, insomma, quel “lato negativo” del classicismo di cui parla il De Sanctis… “Una sensualità licenziosa e allegra e beffarda, che in nome della terra metteva in caricatu­ra il cielo, e rappresentava col piglio ironico di una cultura superiore le su­perstizioni, le malizie, le dabbenaggini, il costume e il linguaggio delle classi meno colte”.


UNA NUOVA CULTURA

Vi è, infine, un terzo piano che è non solo quantitativamente meno appari­scente, ma anche qualitativamente più difficile ad essere fissato e definito. È il piano nel quale si verifica una effettiva rottura con la cultura egemonica del classicismo. È un piano di cultura rea­listica e non aristocratica nel quale co­mincia ad affiorare una dimensione di­versa del fenomeno culturale.
Questa dimensione non aristocratica della cultura serpeggia lungo tutto l'ar­co del Cinquecento e rimane sostan­zialmente subalterna, incapace com'è di affermarsi in modo autonomo e di tro­vare fra gli intellettuali italiani autore­voli interpreti. Essa tuttavia che, nei confronti della misura razionale, delle costruzioni ideali e anche del raffinato edonismo della cultura ufficiale, rivaluta la vitalità, gli istinti, gli impulsi irra­zionali e un gusto realistico, vive nella letteratura dialettale, in quella d'ispira­zione picaresca, nelle rivalse utopistiche (si pensi a certe pagine del Doni), negli scritti ereticali, nelle intuizioni che qua e là si fanno strada nella fitta selva del­la problematica ufficiale (si pensi al Catelvetro), nelle tentazioni irrazionalisti­che e realistiche cui cedono talvolta an­che gli scrittori di maggiore statura. Essa, soprattutto, va colta in certi improv­visi vuoti che sembrano aprirsi nelle controllate strutture della cultura rinascimentale: moti di sgomento di fronte alla morte, ansia del sublime, attrazione dell'orrido, contemplazione affascinata e spaurita dei “gran gio­chi del caso e della sorte”. Essa va colta, cioè, ogni volta che gli spiriti più pensosi dell'epoca si piegano alla valu­tazione e rappresentazione della realtà effettuale nella quale vivono, “onde per innumerabili esempi” appare loro “a quanta instabilità siano sottoposte le cose umane” e quanto rapide e fre­quenti siano le “variazioni della for­tuna”. Di fronte a tale realtà la sicurezza della ragione arretra e la compo­sta dignità dell'uomo rinascimentale viene incrinata dalla presenza, o alme­no dal sospetto, di esigenze e valori da lui precedentemente ignorati.
La grandezza del Machiavelli, lungi dal consistere nella scoperta della “ca­tegoria dell'utile” diversa e distinta dalla “categoria della morale”, come ha ripetuto per qualche decennio la critica crociana, consiste, invece, nella consapevolezza che il segretario fiorenti­no ebbe del dramma italiano e delle li­nee di sviluppo della storia europea e nella sua capacità di fondere i diversi piani della cultura rinascimentale. Certo, a Machiavelli non manca la coscien­za che la politica ha leggi proprie che non sempre coincidono con quelle della morale. Ma egli si limita a constatare scientificamente le due sfere diverse in cui agiscono politica e morale e il suo discorso va oltre legato com'è alla interpretazione concreta della storia. I suoi problemi non sono mai problemi astratti (anche quando sembra che lo siano), non sono mai - vorrei di­re con maggiore precisione - problemi che si pongono sul piano delle categorie universali (moralità, utilità, politicità e così via), ma sono problemi collegati alla soluzione di una situazione politica reale, quella dell'Italia nei primi de­cenni del secolo XVI. Per questo l'interesse del Principe si accentra tutto sulla figura del principe nuovo come la sola che possa sciogliere positivamente la complessa trama della crisi italiana; anzi, per essere completi, del principe nuovo in un principato nuovo. E per questo i due poli dell'ispirazione machiavelliana - non solo dell'ispirazio­ne politica ma anche della sua vena di scrittore - sono da una parte l'am­mirazione per il nuovo modello di prin­cipe e dall'altra l'angoscia per la ruina d'Italia.
Il modello del nuovo principe non è astratto, ma coincide quasi con un prin­cipe in carne ed ossa da Machiavelli conosciuto e apprezzato: Cesare Borgia, detto il Valentino. E tutta la prima par­te del “Principe” è dominata dalla figura del Valentino.
Può anzi sembrare strano che venga posto in secondo piano Francesco Sfor­za, che invero fu artefice di una costru­zione politica ben più salda e duratura. Senonché quello che colpisce il Machiavelli è la complessità del tentativo con­dotto dal Borgia e le sue possibili impli­cazioni.


CESARE BORGIA, IL NUOVO PRINCIPE

Cesare Borgia, il Principe

Il Valentino si trovò infatti ad ope­rare in quell'Italia centrale in preda a un'endemica anarchia baronale, dove regnava sovrana la corruttela, dove esi­stevano solo tradizioni di malgoverno e mancava una qualsiasi struttura statale; in questa regione “comandata da si­gnori impotenti, li quali avevano più presto spogliato e loro sudditi che corretti, e dato loro materia di disunione, non di unione, tanto che quella pro­vincia era tutta piena di latrocini, di brighe...” il Valentino “indicò fussi necessario, a volerlo ridurre pacifica..., darli buon governo”.
Ora è precisamente in questi termi­ni - in quell'Italia centrale dov'era anche Firenze e alla quale il Nostro rivolge le sua attenzione - che si po­neva per il Machiavelli il problema della creazione di uno Stato nuovo. Per que­sto il Borgia doveva apparirgli come la prefigurazione del principe nuovo e di lui tratteggia un mirabile ritratto - specie verso la fine del capitolo - proponendolo ad esempio. Anzi, a pro­posito del Valentino, egli enuncia tutte quelle massime politiche che esaminerà particolarmente nella parte centrale del trattato e alle quali deve ispirarsi un principe virtuoso (“vincere per forza o per fraude, farsi amare e temere da' populi, seguire e reverire da' soldati, spegnere quelli che ti possono o debbo­no offendere, innovare con nuovi modi gli ordini antichi, essere severo e gra­to, magnanimo e liberale...”).
E inoltre interessa vedere come in questo capitolo il Machiavelli scopra la differenza tra il modo e il momento dell'acquisto di uno Stato e il modo e il momento del mantenimento. Il primo stadio è dominato solo dalla figura del principe, in omaggio anche a quell'esal­tazione dell’individuo e delle sue capa­cità ch'era una delle componenti fondamentali della civiltà rinascimentale. Il secondo vede entrare in gioco altri elementi, quelli che il Machiavelli chiama le membra e gli ordini, vale a dire “il rapporto che il principe sa stabilire con i sudditi”. “Viene così delineandosi una concezione meno antropomor­fica della vita dello Stato. Certo il prin­cipio animatore della vita civile sta nel capo e non nelle membra e il rapporto principe-popolo è a senso unico. Tuttavia la questione del principato nuovo si complica. Appare più com­plessa, dà luogo a tutta una serie di problemi derivati: il problema delle basi dello Stato, delle sue barbe e corrispondenzie, delle sue origini, della sua durata” (PROCACCI).
Del resto - secondo il Machiavelli - lo stesso Valentino sembra avere consapevolezza di questo problema se è vero che, subito dopo l'acquisto del nuovo Stato cerca di organizzare il con­senso del popolo: l'episodio di Remirro de Orco, infatti, non è solo una volpina astuzia per scaricare sul ministro tutta l'odiosità di una politica, ma nasce da una precisa intuizione politica che fa comprendere al Valentino che è giunto il momento di instaurare nei suoi domini “uno iudicio civile” che gli atti­ri il consenso del popolo: e della vali­dità di questa politica è testimonianza il fatto - attestato non solo dal Machiavelli ma pure dal Guicciardini - che durante la crisi susseguente alla morte di Alessandro VI e alla malattia del duca “la Romagna lo aspettò più di un mese” perché quei popoli aveva­no “cominciato a gustare il bene essere loro”. Certo è comunque che il proble­ma era estremamente complesso e neppure il Valentino, pur con la sua straor­dinaria virtù, era riuscito a risolverlo soprattutto per “una estraordinaria et estrema malignità di fortuna”.
Il tema della fortuna, vale a dire di quella sfera di avvenimenti che sfug­gono al controllo dell'uomo e che è al centro della meditazione machiavelliana e del pensiero rinascimentale, torna qui ad affacciarsi. Occorre però sottolineare già qui - il tema sarà poi trattato particolarmente nel capitolo XXV - come il Machiavelli senta il bisogno di rivendi­care implicitamente la possibilità dell’uomo di controllare gli eventi: infatti, al di là di una situazione estremamen­te sfavorevole, il Machiavelli sottolinea gli errori del Valentino - quasi un'inspiegabile insufficienza della sua virtù - che non aveva pensato alla morte del padre, “di stare ancora lui per mo­rire” e, soprattutto, che aveva permes­so l'elezione a pontefice di Giulio II.


IL MOTIVO DELLA REALTÀ EFFETTUALE

Francesco Guicciardini

L'altro motivo machiavelliano, quello della realtà effettuale della situazione italiana domina, invece, nell'ultima par­te del trattato. È il tema della “ruina d'Italia” che segue come un filo rosso tutto lo svolgimento dell'argomentazio­ne e che costituisce l'ispirazione pro­fonda, il problema dei problemi, il cruc­cio del Machiavelli. Persino il proble­ma della fortuna e della virtù, affrontato nel capitolo seguente, si riconnette a tale ispirazione, perché è proprio pensando alla “variazione grande delle co­se che si sono viste e veggonsi ogni dì, fuori di ogni umana coniettura”, cioè proprio pensando al crollo di quell'as­setto politico che sembrava aver rag­giunto l'apice della potenza e del benes­sere, che il Machiavelli si sente tentato di sposare l'opinione di coloro che ri­tengono le cose del mondo in tal modo “governate dalla fortuna e da Dio, che li uomini con la prudenzia loro non pos­sino correggerle, anzi non vi abbiano rimedio alcuno”. Per superare questa visione pessimistica e per poter sperare che l'Italia riesca ad esprimere un prin­cipe nuovo, Machiavelli deve distoglie­re lo sguardo da quella realtà in sfacelo e considerare la “virtù grande delle membra”, la nostra ineguagliabile tradizione di civiltà e l'universale fastidio verso “il barbaro dominio”.
Così come il pensiero del Machiavelli è strettamente legato alle cose e non si impaccia mai con categorie assolute, anche il suo stile (e ne ho già fatto cenno) è strettamente connesso al ca­rattere di ‘ricerca’ della sua opera. Abbiamo così un tipo “nuovo e libera­le” di prosa, in cui la sintassi “è già consapevole della sua libertà ed indivi­dualità” e il ragionamento a piramide degli scolastici cede il posto al “ragio­namento a catena” della prosa scientifi­ca moderna.

Il lettore ha costantemente l'im­pressione di assistere e di essere chia­mato a partecipare ad un laborioso pro­cesso di ricerca, irto di dubbi e di con­traddizioni. La prosa del Machiavelli non assomiglia mai a quella del maestro che squaderna agli occhi del proprio al­lievo una verità della quale egli solo era in possesso; essa piuttosto sollecita e provoca il lettore, cui si rivolge, di frequente, con un tu perentorio e ag­gressivo, a farsi compagno e sodale del suo autore, lo immedesima nei dubbi e nelle incertezze di questi. In questo senso la prosa del Machiavelli è emi­nentemente moderna. E quando d'im­provviso il periodare serrato e incalzante del segretario fiorentino si impen­na e si apre in una di quelle rappresen­tazioni o formule condensate e chiaris­sime che sono tipiche della sua opera, il lettore ha la sensazione di assistere al germinare di un'intuizione nuova pre­parata e resa possibile da un lungo e penoso lavorio intellettuale, si sente partecipe della gioia della scoperta e, al tempo stesso, stupito della sempli­cità rivoluzionaria della medesima. Lo stile del Machiavelli è insomma lo spec­chio più fedele del suo pensiero nel suo ritmo più intenso e più profondo, un pensiero che alterna il lungo lavorio del dubbio e della ricerca a momenti di estrema chiarezza, intuitiva e immaginativa, che conosce momenti di pausa e di stanchezza, si involge in contraddi­zioni, ama ritornare e rimeditare sugli stessi temi, il pensiero di un grande che è impegnato fino in fondo e senza alcun residuo letterario nella ricerca del­la verità.
Il ritmo del pensiero si rispecchia soprattutto nell'andamento discorsivo del suo periodo, in quell'impasto di lin­gua e sintassi colta con lingua e sintassi popolare sempre funzionale nell'espri­mere un’idea, e nella tendenza alla personificazione dei vari moti del pensiero che si rivela in quel frequente rivol­gersi al lettore con il ‘tu’ o nel presentare esplicitamente le obiezioni per poterle confutare.. “se alcuno dices­se... se alcuni altri allegassino... rispon­do” e così via. Il travaglio dell'argo­mentazione si placa di volta in volta nella raggiunta chiarezza di una massi­ma che ha la definitività di un sigillo ideologico. Sono le grandi massime del “Principe”, dove lo stile diventa tacitiana­mente epigrafico.


LE MASSIME DEL PRINCIPE

Gli uomini si debbano o vezzeggiare o spegnere.

El nome della libertà, e gli ordini antiqui suoi... né per la lunghezza de' tempi né per benefizii mai si dimenti­cano.

Tutti e profeti armati vinsono, e gli disarmati ruinorno.

La natura de' populi è varia; ed è facile a persuadere loro una cosa, ma è difficile fermarli in quella persuasio­ne.

... Le iniurie si debbono fare tutte in­sieme, acciò che, assaporandosi meno, offendino meno; e benefizii si debbano fare a poco a poco, acciò si assaporino meglio.

Un uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene ruini infra tanti che non sono buoni.

Non ci è cosa che consumi se stessa quanto la libertà; la quale mentre che tu usi, perdi la facolta di usarla.

Gli uomini sdimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio.

Il vulgo va sempre preso con quello che pare e con lo evento della cosa; e nel mondo non è se non vulgo; e li pochi non ci hanno luogo, quando li assai hanno dove appoggiarsi.

La miglior fortezza che sia è non essere odiati dal populo: perché, anco­ra che tu abbi le fortezze, e il populo ti abbi in odio, le non ti salvono.

Degli uomini si può dire questo ge­neralmente; che sieno ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori; fuggitori dei pericoli, cupidi di guadagno; e mentre fai loro bene, sono tutti qua, offeronti il sangue, la roba, la vita, e figliuoli, quando il bisogno è discosto; ma, quanto ti si appressa, e’ si rivoltano.

Qui l'arte ha sublimato la scienza: la verità logica, è stata sigillata dalla fe­licità della fantasia, in una forma immu­tabile e immortale. L'arte vi tiene lega­te le parole con la coerenza delle gem­me; il pensiero vi riman chiuso in un cerchio preciso, e diventa assoluto, li­bero dal suo autore, scienza anonima, di tutti e di nessuno”.


LE OPERE LETTERARIE

Da queste premesse nascono anche le opere più strettamente letterarie del Machiavelli e, in particolare, la “Mandragola”.
È una commedia in cinque atti in cui si narra l'inganno con il quale il parassita Ligurio - con la complicità del confessore fra' Timoteo - riesce a far capitolare la virtù di Lucrezia a fa­vore dell'innamorato Callimaco e a dan­no dello sciocco marito messer Nicia. Può sembrare che la “Mandragola” si muova nella tematica della commedia cinquecentesca e che il suo tono sia leg­gero e lascivo. In realtà al fondo della “Mandragola” sta la medesima concezione pessimistica che è alla radice del “Princi­pe”. Anche qui abbiamo un mondo sen­za la luce di un ideale, un mondo sordi­do e canagliesco, impastato di bassi ap­petiti, di astuzie meschine, di stupidità e di ingordigia. Semplice materia che aspetta il suggello della volontà supe­riore, dell'individuo particolarmente do­tato, del Principe. Ma nella “Mandrago­la” il Principe manca: e, venuto meno così il termine positivo di quel rappor­to, rimane solo l'amara e ironica contemplazione da parte dell'artista di quel brulichio informe di desideri, d'interes­si, di calcoli, di quell'umanità che non è se non vulgo. Rimane il giudizio sprez­zante dell'uomo del Rinascimento - costruito su una dimensione universale - nei confronti degli uomini concreti, dei loro bisogni, delle loro miserie, delle loro speranze.


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