Napoleone fu essenzialmente un figlio della rivoluzione francese e con la sua opera politica e militare egli riuscì a consolidare le conquiste della borghesia e a dar loro un carattere istituzionale sia nella sfera politica (con la creazione della struttura accentrata dello Stato: “sotto Napoleone la burocrazia era stata soltanto un mezzo per preparare il dominio di classe della borghesia”) che in quella della società civile (con il Codice Napoleone, che, come scrisse Marx in un articolo giovanile, non era uscito “dal Vecchio Testamento, bensì dalla corrente di idee di Voltaire, Rousseau, Condorcet, Mirabeau, Montesquieu e dalla Rivoluzione francese”).
Il compito che Napoleone ha assolto, con Camille Desmoulins, Danton, Robespierre, Saint-Just, è stato “quello di liberare dalle catene e di instaurare la moderna società borghese. Gli uni [Desmoulins eccetera] spezzarono le terre feudali, e falciarono le teste feudali cresciute sopra di esse. L'altro [Napoleone] creò nell'interno della Francia le condizioni per cui poté cominciare a svilupparsi la libera concorrenza, poté essere sfruttata la proprietà fondiaria suddivisa, e poté essere impiegata la forza produttiva industriale della nazione liberata dalle sue catene; e al di là dei confini della Francia spazzò dappertutto le istituzioni feudali, nella misura in cui ciò era necessario per creare alla società borghese in Francia un ambiente corrispondente sul continente éuropeo” (
MARX, “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte).
Tuttavia, come lo stesso Marx ha magistralmente dimostrato in un passo giustamente famoso de “
La sacra famiglia”, Napoleone si comportò in modo sostanzialmente contradditorio nei confronti della società borghese della quale; pure, aveva saputo valutare e favorire più di qualsiasi altro uomo del suo tempo gli interessi più profondi: Napoleone fu l'ultima lotta del Terrore rivoluzionario contro la società civile, proclamata dalla stessa rivoluzione, e la sua politica. Napoleone certamente già conosceva la natura dello Stato moderno; sapeva che esso poggia come sua base sullo sviluppo non ostacolato della società civile, sul libero movimento degli interessi privati ecc. Egli si decise a riconoscere ed a proteggere questa base. Non fu un esaltato terrorista. Eppure Napoleone considerava ancora lo Stato come fine a se stesso, la vita civile solo come suo tesoriere e suo subalterno che non può avere una volontà propria. Egli perfezionò il terrore mettendo al posto della rivoluzione permanente la guerra permanente. Egli soddisfece fino a completa sazietà l'egoismo della nazionalità francese, ma richiese anche il sacrificio degli affari, dei godimenti, della ricchezza ecc. civili, tutte le volte che lo esigeva il fine politico della conquista. Se egli oppresse dispoticamente il liberalismo della società civile - l'idealismo politico della sua prassi quotidiana - non ne risparmiò maggiormente gli interessi materiali più essenziali, il commercio e l'industria, tutte le volte che essi venivano in conflitto coi suoi interessi politici.
Il suo disprezzo per gli hommes d'affaires dell'industria era il completamento del suo disprezzo per gli ideologi. Anche all'interno, egli combatté nella società civile l'avversario dello Stato, che per lui rappresentava ancora il fine assoluto.
Portato al potere dalla borghesia ascendente Napoleone, pur favorendone sostanzialmente gli interessi più profondi, prese quindi le sue distanze assumendo nei confronti della società civile una posizione di superiorità che si voleva distaccata e imparziale. “Ogni interesse comune veniva subito staccato dalla società e contrapposte ad essa come interesse generale; più alto, strappato all'iniziativa individuale dei membri della società e trasformato in oggetto di attività del governo”. (
MARX, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte).
Non è quindi un caso, come a più riprese hanno sottolineato Marx ed Engels, che la caduta di Napoleone sia stata provocata in ultima istanza proprio da quelle forze sociali delle quali egli era stato l'espressione e il curatore di interessi e per le quali la politica napoleonica si era venuta trasformando in un grave intralcio (“Commercianti francesi prepararono l'avvenimento che per primo scosse la potenza di Napoleone.
Agiouteurs parigini lo costrinsero, con una carestia creata artificialmente, a differire di circa due mesi l'apertura della campagna di Russia e perciò a rimandarla ad una stagione troppo avanzata”. (
MARX, “La sacra famiglia”).

Proprio le cause economiche della caduta di Napoleone servono ad illuminare il senso di quello che è stato definito “il prodigioso destino del soldato di fortuna”, cioè a chiarire il problema se l'eroe esiste per sé stesso o se egli è l'espressione del suo tempo, la risultante momentanea dì un certo stato della società.
Il problema è stato posto (e risolto in modo definitivo) dai classici del marxismo. Scrive Engels nella sua lettera ad Heinz Starkenburg del 25 gennaio 1894…
”Il fatto che il tale uomo, e precisamente egli, sia sorto in quel momento determinato, in quel determinato paese, è naturalménte dovuto a puro caso. Ma sopprimiamo quest'uomo, e vi sarà domanda d'un succedaneo; e questo succedaneo si troverà, bene ò male, ma a lungo andare si troverà. Che proprio Napoleone, questo corso, sia stato il dittatore reso necessario dal fatto che la Repubblica francese era stremata dalle proprie guerre, è stato un caso, ma che, in assenza d'un Napoleone, un altro ne avrebbe preso il posto, è provato dal fatto che ogni volta ch'è stato necessario un uomo sempre lo si è trovato: Cesare, Augusto, Cromwell, ecc.”.
Questa indicazione engelsiana è stata ripresa nel 1898 da Gheorghi Valentinovic Plekhanov nel suo saggio “
La funzione della personalità nella storia”...
”La forza personale di Napoleone - scrive Plekhanov - ci si presenta sotto un aspetto estremamente esagerato, dato che noi le attribuiamo tutta quella forza sociale, che l'ha messa in auge e l'ha sostenuta. Essa ci sembra qualcosa di completamente eccezionale, dato che le altre forze, simili ad essa, non si sono trasformate da potenziali in reali. E quando ci chiedono: che cosa sarebbe successo se non fosse esistito Napoleone, allora la nostra immaginazione si confonde, e ci sembra che senza di esso non avrebbe potuto affatto prodursi tutto quel movimento sociale, su cui si basavano la sua forza e la sua influenza”.
E sviluppando il discorso il filosofo rivoluzionario russo prosegue...
“Affinché una persona dotata di un certo talento possa acquistare grazie ad esso una grande influenza sul corso degli avvenimenti, occorre che vengano osservate due condizioni. Anzitutto il suo talento deve renderlo più degli altri rispondente alle necessità sociali di un'epoca determinata: se Napoleone, invece del suo genio militare, avesse posseduto le doti musicali di Beethoven, certamente egli non sarebbe diventato imperatore; in secondo luogo il regime sociale esistente non deve ostacolare il cammino alla personalità, dotata di una data particolarità necessaria ed utile precisamente in quel dato momento. Lo stesso Napoleone sarebbe morto come un generale poco conosciuto o col nome di colonnello Bonaparte, se il vecchio regime fosse esistito in Francia 75 anni di più. Nel 1789 Davout [questo e i nomi che seguono sono di generali messisi in luce durante la Rivoluzione francese e le campagne napoleoniche), Desaix, Marmont e Macdonald erano sottotenenti; Bernadotte, sergente maggiore; Hoche, Marceau, Lefebvre, Pichegru, Ney, Masséna, Murat, Soult, sottufficiali; Augereau, maestro di scherma; Lannes, tintore; Gouvion-Saint-Cyr, attore; Jourdan, merciaio ambulante; Bessières, parrucchiere; Brune, tipografo; Joubert e Junot erano studentì della facoltà di legge; Kléber era architetto; Mortier prima della Rivoluzione non aveva mai servito nell'esercito. Se il vecchio regime avesse continuato ad esistere fino ai nostri giorni, a nessuno di noi sarebbe mai venuto in mente che alla fine del secolo scorso [ricordiamoci che Plekhanov scriveva nel 1898) in Francia alcuni attori, tipografi, parrucchieri, tintori, avvocati, merciai ambulanti e maestri di scherma erano dei geni militari in potenza”.
I protagonisti degli eventi storici sono quindi un prodotto di una ben precisa situazione sociale. Ma, nel quadro di questa situazione sociale, qual è il loro ruolo? La risposta è chiara in Plekhanov...
“Le personalità influenti, grazie alle particolarità del loro intelletto e del loro carattere possono cambiare la fisionomia individuale degli avvenimenti e alcune delle loro conseguenze parziali, ma esse non possono far variare il loro orientamento generale, che viene determinato da altre forze... Già da tempo si era notato, che i talenti appaiono sempre ovunque e allorché esistono condizioni sociali favorevoli al loro sviluppo. Ciò vuol dire che ogni talento, che si sia manifestato, cioè ogni talento, che sia diventato una forza sociale, è il frutto di rapporti sociali. Ma se ciò è così, si capisce perché gli uomini di talento possano, come noi abbiamo detto, cambiare solamente la fisionomia individuale e non l'orientamento generale degli avvenimenti. Essi esistono solamente grazie a questo orientamento; senza di esso costoro non avrebbero mai varcato la soglia che divide la possibilità dalla realtà”.
Riconoscere che gli uomini sono ad un tempo espressi e condizionati dalla concreta situazione storica del loro tempo, significa mortificarne l'importanza in una piatta visione deterministica?
A questa conclusione sembra esser giunto nella conclusione della sua geniale opera su Napoleone, Georges Lefebvre...
“Poiché la grande opera napoleonica - l'instaurazione di una nuova dinastia e la fondazione di un impero universale - fallì, l'imperatore è divenuto, nella fantasia dei poeti, un secondo Prometeo di cui la divinità avrebbe punito l'audacia. Il simbolo del genio umano alle prese col Fato. Alcuni hanno voluto al contrario far di lui lo zimbello del determinismo storico, col pretesto che la Rivoluzione portava necessariamente alla dittatura e che l'acquisto delle frontiere naturali condannava la Francia alla guerra eterna. Senza arrischiarsi a considerazioni metafisiche, lo storico propende a dar ragione ai primi”.
In verità né l'uno né l'altro, né novello Prometeo punito dal Fato né semplice zimbello del determinismo storico. Nel complesso dell’opera napoleonica l'instaurazione di una nuova dinastia e la fondazione di un impero universale rappresentano solo l'aspetto contingente o, se si vuole, quello che Plekhanov ha definito “la fisionomia individuale degli avvenimenti”.
Il sostanziale, è rappresentato dalle condizioni che in Francia e in Europa sono state create con la forza delle armi, con l'iniziativa politica, e la creazione delle leggi all'affermazione e allo sviluppo della società capitalistica borghese. In questa prospettiva non ha molto senso condannare Napoleone perché avrebbe liquidato le istanze democratiche ed egualitarie che erano presenti ai margini della Rivoluzione francese e scrivere, come il Soboul, che se “governò in modo assoluto, Bonaparte governò negli interessi dei notabili”.
Il compito progressivo era, allora, quello di consolidare il regime borghese nei confronti del vecchio assetto monarchico e feudale, e, in questo senso, Napoleone ha rappresentato un fattore decisivo di progresso.
Nella storia del suo tempo, Napoleone ha saputo tenere quel posto che a lui era affidato da un intreccio quasi fatale di fattori oggettivi e soggettivi, che oramai lo trascendevano, e che erano la storia del suo paese, il grande movimento ascendente della borghesia allora rivoluzionaria, e le sue qualità personali, e, al di là di tutto ciò che può essere considerato contingente e strettamente individuale, la sua grandezza consiste appunto nell'aver saputo egli incarnare meglio di chiunque altro il processo storico che, attraverso la Rivoluzione francese e l'epoca napoleonica, ha portato ad una più avanzata e superiore forma di civiltà umana.
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