giovedì 1 ottobre 2009

William HOGARTH (1697 - 1764) Pittore inglese del Settecento


AUTORITRATTO
Self-portrait (1745
)

William HOGARTH
(1697 - 1764)


Pittore inglese del Settecento

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Figlio di uno scrittore classicista che ne determinò la formazione moraleggiante e didattica, William Hogarth nasce a Londra il 10 novembre 1697.

Nel 1712 entra nella bottega dell'incisore ed argentiere Ellis Gamble ma, attratto dagli affreschi di James Thornhill, accarezza il sogno di diventare pittore, cosa che la sua situazione economica gli impedisce di fare.

Nel 1720 tiene uno studio come incisore e frequenta l'Accademia dei pittori Vanderbank e Cheron.

Nel 1721 incide le stampe satiriche "The South Sea scheme e The Lotterv" e nel 1725 inizia a dipingere nell'Accademia del suo beniamino, il pittore di corte James Thornhill.

In questa occasione Hogarth conosce Jane, figlia del maestro, e i due si sposano il 23 marzo 1729 senza il consenso di Thornhill che anzi interrompe i rapporti con i due per un anno.

Nel 1731, determinando la nascita di un nuovo genere artistico, Hogarth realizza la prima serie di dipinti moraleggianti, incisi poco dopo, con "La carriera della cortigiana".

Nel 1733 si ripete con "La carriera del libertino" (che presenterò più avanti nel tempo), conclusa nel 1735, anno in cui fonda un'Accademia privata di carattere libertario e democratico.

Nel 1736 presenta al Parlamento un progetto di legge che vieti a chiunque di trarre incisioni da opere d'arte senza il consenso dell'autore: la legge del "copyright" otterrà il favore reale il 15 maggio e verrà approvata poco dopo.

Dopo un viaggio a Parigi Hogarth pubblica il trattato "The analysis of beautv" (1753) e il 6 giugno 1757 succede al suocero nella carica di pittore di corte.

Nel 1762 realizza la prima stampa satirico-politica, "I tempi", mettendosi in contrasto coi) i redattori del "North Briton" Churchill e Wilkes dei quali l'anno dopo esegue due feroci caricature.

Il 16 agosto del 1764 redige il testamento lasciando erede universale la moglie.

Muore il 25 ottobre dello stesso anno.


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LA CARRIERA DEL LIBERTINO: LA TAVERNA (1733 - 1735) William Hogarth

CONTRATTO DI MATRIMONIO (1744) William Hogarth

RITRATTO DELL'ARTISTA CON IL SUO CARLINO (1745) - William Hogarth


LA CARRIERA DEL LIBERTINO: LA TAVERNA (The Tavern Scene) - William Hogarth

LA CARRIERA DEL LIBERTINO: LA TAVERNA (1733 - 1735)
William Hogarth (1697 - 1764)
Pittore inglese del XVII secolo
SOANE'S MUSEUM di Londra
Tela cm. 625 x 75


William Hogarth raffigura in questo dipinto un libertino, ubriaco e scomposto, che viene derubato da una sgualdrina la quale, fingendo di accarezzarlo, gli sottrae l'orologio passandolo alla compagna in piedi.

La lanterna e il bastone di una guardia notturna che sono ai suoi piedi indicano che il libertino è reduce da qualche rissa da strada.

Vicino alla porta un arpista, un trombettiere e una cantante incinta che intona una ballata sconcia, mentre al suo fianco il cameriere sostiene una candela e un grande piatto di peltro che ospiterà il ballo della prostituta che si sta spogliando proprio davanti a noi.


L'opera

La tela appartiene alla serie de "La carriera del libertino", comprendente otto pezzi per cui Hogarth iniziò le incisioni nel dicembre del 1733, poi terminate, insieme ai dipinti, nel giugno del 1735.

Molto probabilmente, per questa serie Hogarth si ispirò all'omonima commedia scritta da Fielding nel 1730.

La scena della taverna si svolge, come è scritto nel grande piatto di peltro, nella "John Bonvine at the Rose tavern Drury Lane", un locale demolito nel 1776.


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IL MARXISMO E NAPOLEONE (Marxism and Napoleon)

La figura di Napoleone Bonaparte ha richiamato a più riprese l'interesse dei classici del marxi­smo soprattutto per due motivi. In primo luogo per la funzione di pri­mo piano che Napoleone ha assol­to nel processo di affermazione e consolidamento della società bor­ghese in Francia e in Europa, e poi perché, più in generale, la sua fi­gura è parsa esemplare per chiari­re, nell'ambito della concezione materialistica della storia, qual è il ruolo della personalità nella storia.
Napoleone fu essenzialmente un figlio della rivoluzione francese e con la sua opera politica e militare egli riuscì a consolidare le con­quiste della borghesia e a dar loro un carattere istituzionale sia nella sfera politica (con la creazione del­la struttura accentrata dello Stato: “sotto Napoleone la burocrazia era stata soltanto un mezzo per preparare il dominio di classe del­la borghesia”) che in quella della società civile (con il Codice Na­poleone, che, come scrisse Marx in un articolo giovanile, non era uscito “dal Vecchio Testamento, bensì dalla corrente di idee di Voltaire, Rousseau, Condorcet, Mirabeau, Montesquieu e dalla Rivolu­zione francese”).

Il compito che Napoleone ha as­solto, con Camille Desmoulins, Danton, Robespierre, Saint-Just, è stato “quello di liberare dalle ca­tene e di instaurare la moderna società borghese. Gli uni [Desmoulins eccetera] spezzarono le terre feudali, e falciarono le teste feu­dali cresciute sopra di esse. L'al­tro [Napoleone] creò nell'interno della Francia le condizioni per cui poté cominciare a svilupparsi la libera concorrenza, poté essere sfruttata la proprietà fondiaria suddivisa, e poté essere impiegata la forza produttiva industriale della nazione liberata dalle sue catene; e al di là dei confini della Francia spazzò dappertutto le istituzioni feudali, nella misura in cui ciò era necessario per creare alla società borghese in Francia un ambiente corrispondente sul continente éu­ropeo” (MARX, “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte).

Tuttavia, come lo stesso Marx ha magistralmente dimostrato in un passo giustamente famoso de “La sacra famiglia”, Napoleone si com­portò in modo sostanzialmente con­tradditorio nei confronti della so­cietà borghese della quale; pure, aveva saputo valutare e favorire più di qualsiasi altro uomo del suo tempo gli interessi più profondi: Napoleone fu l'ultima lotta del Terrore rivoluzionario contro la so­cietà civile, proclamata dalla stes­sa rivoluzione, e la sua politica. Napoleone certamente già cono­sceva la natura dello Stato mo­derno; sapeva che esso poggia come sua base sullo sviluppo non ostacolato della società civile, sul libero movimento degli interessi privati ecc. Egli si decise a ricono­scere ed a proteggere questa base. Non fu un esaltato terrorista. Ep­pure Napoleone considerava anco­ra lo Stato come fine a se stesso, la vita civile solo come suo teso­riere e suo subalterno che non può avere una volontà propria. Egli per­fezionò il terrore mettendo al po­sto della rivoluzione permanente la guerra permanente. Egli soddisfece fino a completa sazietà l'egoismo della nazionalità francese, ma ri­chiese anche il sacrificio degli affari, dei godimenti, della ricchezza ecc. civili, tutte le volte che lo esi­geva il fine politico della conqui­sta. Se egli oppresse dispotica­mente il liberalismo della società civile - l'idealismo politico della sua prassi quotidiana - non ne risparmiò maggiormente gli inte­ressi materiali più essenziali, il commercio e l'industria, tutte le volte che essi venivano in conflit­to coi suoi interessi politici.
Il suo disprezzo per gli hommes d'affai­res dell'industria era il completa­mento del suo disprezzo per gli ideologi. Anche all'interno, egli combatté nella società civile l'av­versario dello Stato, che per lui rappresentava ancora il fine asso­luto.

Portato al potere dalla borghesia ascendente Napoleone, pur favo­rendone sostanzialmente gli inte­ressi più profondi, prese quindi le sue distanze assumendo nei con­fronti della società civile una po­sizione di superiorità che si voleva distaccata e imparziale. “Ogni in­teresse comune veniva subito stac­cato dalla società e contrapposte ad essa come interesse generale; più alto, strappato all'iniziativa in­dividuale dei membri della società e trasformato in oggetto di attività del governo”. (MARX, Il 18 bru­maio di Luigi Bonaparte).
Non è quindi un caso, come a più riprese hanno sottolineato Marx ed Engels, che la caduta di Napoleone sia sta­ta provocata in ultima istanza pro­prio da quelle forze sociali delle quali egli era stato l'espressione e il curatore di interessi e per le qua­li la politica napoleonica si era ve­nuta trasformando in un grave in­tralcio (“Commercianti francesi prepararono l'avvenimento che per primo scosse la potenza di Napo­leone.
Agiouteurs parigini lo co­strinsero, con una carestia creata artificialmente, a differire di circa due mesi l'apertura della campa­gna di Russia e perciò a rimandarla ad una stagione troppo avanzata”. (MARX, “La sacra famiglia”).

Proprio le cause economiche del­la caduta di Napoleone servono ad illuminare il senso di quello che è stato definito “il prodigioso desti­no del soldato di fortuna”, cioè a chiarire il problema se l'eroe esi­ste per sé stesso o se egli è l'espressione del suo tempo, la ri­sultante momentanea dì un certo stato della società.
Il problema è stato posto (e ri­solto in modo definitivo) dai clas­sici del marxismo. Scrive Engels nella sua lettera ad Heinz Starken­burg del 25 gennaio 1894…

”Il fatto che il tale uomo, e precisamente egli, sia sorto in quel momento determinato, in quel determinato paese, è naturalménte dovuto a pu­ro caso. Ma sopprimiamo quest'uo­mo, e vi sarà domanda d'un suc­cedaneo; e questo succedaneo si troverà, bene ò male, ma a lungo andare si troverà. Che proprio Napoleone, questo corso, sia stato il dittatore reso necessario dal fatto che la Repubblica francese era stre­mata dalle proprie guerre, è stato un caso, ma che, in assenza d'un Napoleone, un altro ne avrebbe preso il posto, è provato dal fatto che ogni volta ch'è stato necessa­rio un uomo sempre lo si è trovato: Cesare, Augusto, Cromwell, ecc.”.

Questa indicazione engelsiana è stata ripresa nel 1898 da Gheorghi Valentinovic Plekhanov nel suo sag­gio “La funzione della personalità nella storia”...

”La forza personale di Napoleone - scrive Plekhanov - ci si presenta sotto un aspetto estremamente esagerato, dato che noi le attribuiamo tutta quella for­za sociale, che l'ha messa in auge e l'ha sostenuta. Essa ci sembra qualcosa di completamente ecce­zionale, dato che le altre forze, si­mili ad essa, non si sono trasfor­mate da potenziali in reali. E quan­do ci chiedono: che cosa sarebbe successo se non fosse esistito Na­poleone, allora la nostra immagi­nazione si confonde, e ci sembra che senza di esso non avrebbe po­tuto affatto prodursi tutto quel mo­vimento sociale, su cui si basavano la sua forza e la sua influenza”.

E sviluppando il discorso il filosofo rivoluzionario russo prosegue...

“Af­finché una persona dotata di un certo talento possa acquistare gra­zie ad esso una grande influenza sul corso degli avvenimenti, occor­re che vengano osservate due con­dizioni. Anzitutto il suo talento de­ve renderlo più degli altri rispon­dente alle necessità sociali di un'epoca determinata: se Napoleo­ne, invece del suo genio militare, avesse posseduto le doti musicali di Beethoven, certamente egli non sarebbe diventato imperatore; in secondo luogo il regime sociale esistente non deve ostacolare il cammino alla personalità, dotata di una data particolarità necessaria ed utile precisamente in quel dato momento. Lo stesso Napoleone sa­rebbe morto come un generale po­co conosciuto o col nome di colon­nello Bonaparte, se il vecchio regi­me fosse esistito in Francia 75 anni di più. Nel 1789 Davout [que­sto e i nomi che seguono sono di generali messisi in luce durante la Rivoluzione francese e le campa­gne napoleoniche), Desaix, Mar­mont e Macdonald erano sottote­nenti; Bernadotte, sergente mag­giore; Hoche, Marceau, Lefebvre, Pichegru, Ney, Masséna, Murat, Soult, sottufficiali; Augereau, mae­stro di scherma; Lannes, tintore; Gouvion-Saint-Cyr, attore; Jourdan, merciaio ambulante; Bessières, parrucchiere; Brune, tipografo; Jou­bert e Junot erano studentì della facoltà di legge; Kléber era archi­tetto; Mortier prima della Rivolu­zione non aveva mai servito nell'esercito. Se il vecchio regime a­vesse continuato ad esistere fino ai nostri giorni, a nessuno di noi sarebbe mai venuto in mente che alla fine del secolo scorso [ricor­diamoci che Plekhanov scriveva nel 1898) in Francia alcuni attori, tipografi, parrucchieri, tintori, avvocati, merciai ambulanti e maestri di scherma erano dei geni militari in potenza”.

I protagonisti degli eventi storici sono quindi un prodotto di una ben precisa situazione sociale. Ma, nel quadro di questa situazione socia­le, qual è il loro ruolo? La risposta è chiara in Plekhanov...

“Le perso­nalità influenti, grazie alle partico­larità del loro intelletto e del loro carattere possono cambiare la fi­sionomia individuale degli avveni­menti e alcune delle loro conse­guenze parziali, ma esse non pos­sono far variare il loro orientamen­to generale, che viene determinato da altre forze... Già da tempo si era notato, che i talenti appaiono sempre ovunque e allorché esisto­no condizioni sociali favorevoli al loro sviluppo. Ciò vuol dire che ogni talento, che si sia manifesta­to, cioè ogni talento, che sia di­ventato una forza sociale, è il frut­to di rapporti sociali. Ma se ciò è così, si capisce perché gli uomini di talento possano, come noi ab­biamo detto, cambiare solamente la fisionomia individuale e non l'o­rientamento generale degli avveni­menti. Essi esistono solamente gra­zie a questo orientamento; senza di esso costoro non avrebbero mai varcato la soglia che divide la possibilità dalla realtà”.

Riconoscere che gli uomini sono ad un tempo espressi e condizio­nati dalla concreta situazione storica del loro tempo, significa mor­tificarne l'importanza in una piatta visione deterministica?
A questa conclusione sembra esser giunto nella conclusione della sua geniale opera su Napoleone, Georges Lefebvre...

“Poiché la grande opera napoleonica - l'instaurazione di una nuova dinastia e la fondazione di un impero universale - fallì, l'imperatore è divenuto, nella fantasia dei poeti, un secondo Prome­teo di cui la divinità avrebbe pu­nito l'audacia. Il simbolo del genio umano alle prese col Fato. Alcuni hanno voluto al contrario far di lui lo zimbello del determinismo sto­rico, col pretesto che la Rivoluzio­ne portava necessariamente alla dittatura e che l'acquisto delle fron­tiere naturali condannava la Francia alla guerra eterna. Senza arri­schiarsi a considerazioni metafisi­che, lo storico propende a dar ragione ai primi”.

In verità né l'uno né l'altro, né novello Prometeo punito dal Fato né semplice zimbello del determi­nismo storico. Nel complesso dell’opera napoleonica l'instaurazione di una nuova dinastia e la fonda­zione di un impero universale rappresentano solo l'aspetto contin­gente o, se si vuole, quello che Plekhanov ha definito “la fisiono­mia individuale degli avvenimenti”.
Il sostanziale, è rappresentato dal­le condizioni che in Francia e in Europa sono state create con la forza delle armi, con l'iniziativa po­litica, e la creazione delle leggi all'affermazione e allo sviluppo del­la società capitalistica borghese. In questa prospettiva non ha molto senso condannare Napoleone per­ché avrebbe liquidato le istanze democratiche ed egualitarie che erano presenti ai margini della Ri­voluzione francese e scrivere, co­me il Soboul, che se “governò in modo assoluto, Bonaparte governò negli interessi dei notabili”.
Il com­pito progressivo era, allora, quello di consolidare il regime borghese nei confronti del vecchio assetto monarchico e feudale, e, in questo senso, Napoleone ha rappresenta­to un fattore decisivo di progresso.

Nella storia del suo tempo, Na­poleone ha saputo tenere quel po­sto che a lui era affidato da un intreccio quasi fatale di fattori og­gettivi e soggettivi, che oramai lo trascendevano, e che erano la sto­ria del suo paese, il grande movi­mento ascendente della borghesia allora rivoluzionaria, e le sue qua­lità personali, e, al di là di tutto ciò che può essere considerato contingente e strettamente indivi­duale, la sua grandezza consiste appunto nell'aver saputo egli in­carnare meglio di chiunque altro il processo storico che, attraverso la Rivoluzione francese e l'epoca na­poleonica, ha portato ad una più avanzata e superiore forma di ci­viltà umana.


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IL CAPITALE - THEORIEN UBEN DEN MEHRWERT - Karl Marx

MARX E L’ECONOMIA – IL CAPITALE - DAS KAPITAL - Kritik der politischen Oekonomiei

PENSIERO POLITICO DEL XIX SECOLO – LIBERALISMO e SOCIALISMO

IL SOCIALISMO SCIENTIFICO (Scientific socialism)

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UTOPIA di Thomas More

LA CITTA' DEL SOLE di Tommaso Campanella

IL CONTRATTO SOCIALE - Jean Jacques Rousseau - On The Social Contract

EMILIO - ÉMILE - Jean Jacques Rousseau

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SAGGIO SULL'INTELLETTO UMANO - John Locke

Storia del pensiero filosofico e scientifico - Ludovico Geymonat

PENSIERO ECONOMICO MODERNO - Vincenzo Vitello

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