mercoledì 7 ottobre 2009

MARTIN LUTERO - La Riforma luterana nella storia


Il gruppo dei riformatori dipinto da Cranach
Da destara a sinistra:
Melantone, Crucigero, Jonas, Erasmo, Bugenhagen, Lutero, Spalatino, Foster


Le rivendicazioni e le legittime a­spirazioni delle masse popolari ven­nero così duramente stroncate dalla reazione feudale. Naturalmente il popolo era profondamente deluso del comportamento del professore di Wittenberg e si sentiva amaramente tradito; questo soprattutto in quelle regioni che erano state il tea­tro dell'insurrezione e della guer­ra contadina. Lutero veniva aperta­mente bollato come “servo dei prin­cipi”. Invece nelle regioni che era­no rimaste tranquille, la Riforma continuò a progredire per molto tempo ancora e ciò soprattutto nel­la Germania Nord-occidentale e nei distretti baltici. Ma anche in que­ste regioni fu gradualmente spoglia­ta del suo significato rivoluzionario­borghese e la riforma religiosa finì per diventare, nelle mani dei prin­cipi vittoriosi, un'arma preziosa da impiegare per conseguire il rafforzamento dei loro Stati e renderli ancor più indipendenti dalle autori­tà centrali dell'Impero. In fondo il problema essenziale sul quale con­vergevano e si scontravano gli op­posti interessi, era di natura squisi­tamente economica: si trattava di decidere se gli ingenti beni della Chiesa cattolica in Germania dove­vano essere destinati a dare l'avvio all'accumulazione primitiva del ca­pitale oppure a rafforzare e conso­lidare quegli Stati principeschi di o­rigine feudale la cui esistenza rap­presentava un grave ostacolo all'u­nificazione nazionale e quindi al pro­gresso. Questo problema, fondamen­tale per lo sviluppo successivo del­la storia tedesca, fu purtroppo risol­to in modo negativo sui campi di battaglia della guerra dei contadi­ni.
Naturalmente il movimento che rivendicava una serie di riforme in senso borghese non poteva essere cancellato dalla faccia della terra: non a caso esso era riuscito a scuo­tere tutta la Germania e le sue ra­dici erano molto profonde. Tuttavia una borghesia ancora troppo debole e poco evoluta non era certo in gra­do di impedire che la dottrina di Lutero ed il suo insegnamento ori­ginario che essa aveva entusiastica­mente accolto come la “propria i­deologia”, venisse deformata e messa al servizio degli interessi dei principi tedeschi.
Questa situazione non poteva non ripercuotersi sulla stessa personali­tà di Martin Lutero: il grande cam­pione che aveva sostenuto un'epica lotta contro Roma e che si era vi­gorosamente opposto ad ogni appro­fondimento politico e sociale della sua Riforma con tutti i mezzi di cui disponeva e grazie alla posizione di prestigio raggiunta alla corte elet­torale di Sassonia, si stava ormai trasformando sempre più in un “uo­mo di chiesa”. Ogni tanto egli espri­meva severi giudizi morali nei con­fronti di qualche singolo principe o di qualche signorotto, ma in gene­rale si può dire che egli proseguì perfino la sua polemica con Roma in modo ‘allineato’ e conforme a­gli interessi ed alle necessità del momento dei principati tedeschi. La vittoria dei principi sul grande mo­vimento popolare della Riforma si rispecchiò anche nei successivi inse­gnamenti di Lutero: egli scrisse che esistevano secondo lui ben pochi ve­ri cristiani sufficientemente coscien­ti da poter vivere senza la guida di un'autorità; perchè in realtà gli uomini nella loro stragrande maggioranza sono fondamentalmen­te malvagi ed hanno bisogno della costrizione e della minaccia delle pene stabilite dalle autorità per non uscire dalla retta via e precipitare nel peccato. Così l'insegnamento di Lutero si discostò in modo sempre più accentuato da quella ottimistica fiducia nel “libero esame” e nel­la forza redentrice del Vangelo che era stata alla sua base, per ridur­si ad una predicazione che esortava l'uomo, visto in una luce profonda­mente pessimista, al rispetto della legge ed all'obbedienza. Ed è signi­ficativo il fatto che numerosi stori­ci reazionari fanno risalire a que­sta evidente involuzione di Lutero, quella che secondo loro è “la vera Riforma”.

Caterina von Bora
Nel giugno del 1525, in un perio­do quindi in cui infuriava più spie­tata la reazione seguita all'insurre­zione contadina, Lutero si sposò con una ex monaca, Caterina von Bora. Da quel momento l'influente profes­sore sassone, trasferitosi in un edi­ficio già appartenuto al convento di Wittenberg, iniziò una vita da per­fetto borghese lavorando diligente­mente alla stesura ed alla revisione delle sue opere e prediche senza trascurare mai nessuno dei suoi mol­teplici doveri e incarichi. Caterina gli diede sei figli, ma egli accolse nella sua spaziosa casa anche nu­merosi trovatelli ed alcuni parenti. Inoltre, seguendo un'usanza allora molto in voga, affittò alcune stan­ze a studenti provenienti da altre città, ricavandone così un piccolo u­tile. Qualcuno di questi studenti eb­be l'opportunità, frequentando la ca­sa di Lutero, incontrandolo spesso a tavola o nell'intimità e ascoltan­do dalla sua viva voce osservazioni e commenti, di tracciare degli schiz­zi molto realistici del celebre per­sonaggio. Schizzi che pubblicati, so­prattutto negli anni che vanno dal 1531 al 1546, ebbero già nel XVI secolo grande successo e diffusione.
Martin Lutero non divenne mai ricco; gli editori dei suoi scritti ac­cumularono invece una fortuna. Va anche detto che limitarsi a vedere il Lutero di quel periodo nella lu­ce idilliaca del « buon padre di fa­miglia p (immagine questa che sarà ampiamente sfruttata dalla lettera­tura religiosa conformista nei perio­di successivi), sarebbe un grave er­rore. In lui non albergava soltanto, l'anima del teologo, ma anche quel­la dell'ideologo borghese che vede­va nelle autorità e nei principi i più validi protettori della sua riforma e delle sue idee religiose. E' per questo che a un dato momen­to Lutero sente il bisogno di dare una solida struttura organizzativa alla sua chiesa che egli intende con­trollare mediante frequenti “visite apostoliche”, mediante la supervi­sione sull'elezione dei pastori e me­diante l'istituzione di una precisa e accurata contabilità. Egli promosse anche l'istituzione di Concistori du­rante i quali giuristi e teologi di chiara fama dovevano stabilire le nuove norme della vita ecclesiasti­ca e scolastica o risolvere problemi religiosi ancora controversi sotto la presidenza del pastore dell'Univer­sità di Wittenberg. Tra i compiti di questi Concistori c'era anche la pro­mulgazione di tutte quelle norme morali che fossero giudicate utili per “mantenere gli uomini sulla ret­ta via della legge”.
Queste direttive di Lutero non fu­rono però accettate da tutti; anzi sollevarono notevoli perplessità e molta diffidenza. Il che non mancò di suscitare l'indignazione del Mae­stro il quale dovette accontentarsi di applicarle solo nei territori e nel­le comunità in cui il suo prestigio e la sua autorità erano indiscussi. Sorse così una vera e propria Chie­sa luterana con una sua ortodossia e una sua dogmatica che, quanto a cavillosità, intolleranza e litigiosità non aveva nulla da invidiare alla Scolastica medievale. Anche sul ter­reno politico Lutero si avvicinò sem­pre più sulle posizioni conservatri­ci di quegli strati dell'alta borghe­sia, alleata dei principi, che vede­vano in una ulteriore evoluzione, anche parziale, dei rapporti sociali un nemico da temere e da combat­tere con ogni mezzo.
Nel 1529 il langravio Filippo d’Assia, preoccupato per la scissione che si andava delineando in campo pro­testante indebolendolo gravemente, e temendo una reazione cattolica che avrebbe danneggiato i suoi in­teressi, decise di farsi promotore di un tentativo di conciliazione tra i due indirizzi principali in cui si era divisa la Riforma: quello di Lutero, strettamente legato agli interes­si dei principi tedeschi, e quello Dicembre 1522 dello svizzero Zwingli che esprime­va invece gli interessi di una borghesia radicale e repubblicana. No­to per inciso che questo secon­do indirizzo verrà successivamente ripreso da Calvino e, portato alle sue estreme conseguenze, rappresen­terà la base sociale della sua lotta vittoriosa contro la Controriforma cattolica. Il langravio propose quindi ai rappresentanti delle due tenden­ze di incontrarsi a Marburgo per discutere ed appianare le loro di­vergenze teologiche e politiche e per elaborare una linea d'azione comune. La Conferenza di Marburgo durò quattro giorni. Apparentemen­te essa era dedicata alla discussio­ne del problema della Comunione, sul quale Lutero aveva dei punti di vista estremamente intransigen­ti, ma in realtà l'argomento di fon­do era rappresentato dalle differen­ze tra Riforma borghese e repub­blicana e Riforma legata ai princi­pati e quindi la Conferenza non portò ad alcun risultato pratico. Nel 1536, cinque anni dopo la morte di Zwingli, il teologo Martin Butzer propose un compromesso ai lutera­ni facendo loro delle notevoli con­cessioni. Fu così possibile sottoscri­vere il cosiddetto “Concordato di Wittenberg” che portò ad un avvi­cinamento, del resto transitorio e formale, tra le due opposte conce­zioni.
Nel 1530 l'imperatore Carlo V ap­profittò della convocazione della Die­ta di Augusta per predisporre nuo­ve manovre contro i protestanti. Es­si furono invitati a mettere per i­scritto in modo sintetico i loro principi e le loro convinzioni in modo che una commissione di esperti potesse esaminarli. I luterani depo­sitarono i principi teorici che costi­tuivano il loro credo ufficiale sotto forma di uno scritto dovuto soprat­tutto a Melantone e intitolato “Con­fessione di Augusta”. Lutero che, ufficialmente era sempre al bando dell'Impero, non potè partecipare alle discussioni e nemmeno presen­tarsi alle riunioni. Comunque, per poter seguire più da vicino l'anda­mento dei lavori, egli si trasferì, per tutta la durata della Dieta, nel­la fortezza di Coburgo situata ai confini meridionali dell'Elettorato di Sassonia e intrattenne una fitta corrispondenza con i partecipanti. I cattolici replicarono alla dichiara­zione di fede protestante con una “Confutazione” e invitarono minac­ciosamente i ‘miscredenti’ a sotto­mettersi entro un anno all'autorità della Chiesa. Ma non si giunse ad una lotta aperta neanche questa vol­ta: il pericolo rappresentato dall'a­vanzata dei Turchi e la lega tem­pestivamente stretta a Smalcalda dai principi protestanti indussero gli ol­tranzisti cattolici a più miti consi­gli. Il risultato fu un nuovo compromesso raggiunto nel 1532 e cul­minato nel “gentlemen agreement” di Norimberga.
Il testo della “Confessione di Au­gusta”, quello della sua “Apologia”, il “Grande Catechismo” ed il “Pic­colo Catechismo” e infine la “Di­chiarazione di Smalcalda” rappre­sentano gli strumenti principali dell’organizzazione della Chiesa protestante in funzione della sua allean­za coi principati tedeschi, della sua sudditanza agli interessi particolari dei singoli Stati e della dogmatiz­zazione dell'insegnamento di Martin Lutero.
Verso la fine della sua vita il Ri­formatore, impressionato dal vigo­re e dalla crescente vitalità della reazione cattolica, cercò di scatena­re una nuova ondata di energiche lotte contro il papato romano; ma ormai erano definitivamente tramon­tati i tempi in cui egli era univer­salmente riconosciuto come il capo e la guida della borghesia e delle masse popolari. Anzi, la sua vecchia­ia fu amareggiata dall'esistenza di numerose tendenze centrifughe nell’ambito della Chiesa da lui creata e dal progressivo ripudio di molti suoi insegnamenti da parte di di­scepoli e seguaci i quali sviluppa­rono per conto proprio e con indi­rizzi diversi nuove idee sullo Stato, sul Vangelo e sulla morale dando origine e diatribe senza fine e ad una vera e propria « polverizzazio­ne » del protestantesimo in un nu­mero sempre crescente di sette e di scuole.

Martin Lutero, dopo aver a lun­go sopportato i tormenti di doloro­se malattie, morì il 18 febbraio 1546 nella sua città natale di Eisleben durante il viaggio di ritorno da Mansfeld a Wittenberg.
Con la pubblicazione delle sue Te­si Martin Lutero diede, l'avvio, nel 1517, alla prima rivoluzione borghe­se con la quale ebbe inizio in Europa il periodo di transizione tra il regime feudale e quello capita­listico e in Germania l'avvento di una nuova era per il popolo tede­sco. L'aspirazione iniziale della bor­ghesia moderata ad una Chiesa na­zionale e indipendente da Roma fi­nì per acquistare delle caratteristi­che sociali sempre più profonde gra­zie all'apporto della borghesia ra­dicale, delle classi contadine e ple­bee. Essa sfociò quindi nella guer­ra tedesca dei contadini, che rap­presentò il culmine della prima ri­voluzione borghese ed il primo im­portante assalto delle masse popola­ri contro il sistema feudale univer­salmente imperante. Lutero ha il grande merito storico di aver dato un'ideologia a questo complesso di forze che si accingevano ad affron­tare una lotta di classe di portata universale: come interprete e cam­pione della borghesia possidente e­gli si pose decisamente e coraggio­samente alla testa di questo vasto movimento di opposizione inizian­do una titanica lotta contro il cen­tro spirituale del sistema feudale. Infatti, togliendo alla chiesa papale ogni legittimità prioritaria “per di­ritto divino” con argomenti fonda­ti e tratti dalla stessa teologia, e­gli toglieva contemporaneamente o­gni giustificazione ideologica al si­stema feudale patrocinato e indica­to da Roma come il sistema socia­le ‘ottimale’ e più consono alle necessità politiche della Santa Se­de. Non solo, ma, su un piano eco­nomico, con il suo ritorno allo spi­rito evangelico puro; cioè non de­formato dalla legislazione canonica successiva, egli giustificava la se­colarizzazione dei beni ecclesiastici che non apparivano più come “pro­prietà di Dio affidata alla sua Chie­sa”, ma come un'ingiustificata ric­chezza accumulata in spregio all'in­segnamento di Gesù Cristo. Con queste idee e col respingere il prin­cipio di autorità invocato dalla Chie­sa a protezione dei suoi interessi tutt'altro che spirituali, Lutero ave­va messo a disposizione della bor­ghesia un'ideologia adeguata alle sue necessità. Inoltre egli era riu­scito a stimolare e a dare coscien­za ad un movimento nazionale sen­za precedenti: soprattutto con la traduzione della Bibbia che compor­tava l'acquisizione di una nuova di­gnità da parte della lingua tede­sca, che ormai non poteva più es­sere considerata solo un “dialetto locale” di fronte al colto latino, la lingua universale del sistema feuda­le universale fondato quasi mille an­ni prima sull'alleanza stretta tra il papato e Carlo Magno.

Il feudalesimo che come sistema sociale era ormai vecchio e fracido, doveva essere prima scosso nei suoi fondamenti teologici; soltanto in u­na fase successiva poteva essere messo in discussione e respinto co­me forza politica e sociale. Perchè in quei tempi la critica teologica dei principi religiosi era, come dis­se acutamente Marx, “la base di o­gni critica”.
Nel 1843-44 Karl Marx scrisse sul significato storico della Riforma luterana questo giudizio, che posso considerare definitivo…

“Da un punto di vista storico, la emancipazione teoretica ha avuto per la Germania uno specifico si­gnificato pratico. Il passato rivolu­zionario della Germania è infatti e­minentemente teoretico ed è rappre­sentato dalla Riforma protestante. Allora la rivoluzione partì dal pen­siero di un monaco, successivamen­te da quello del filosofo”.

Anche se Lutero si schierò più tardi contro ogni evoluzione della Riforma in senso radical-borghese o contadino-plebeo, anche se il pro­testantesimo concluse la prima rivo­luzione borghese da esso stesso su­scitata con un compromesso di classe, stipulato tra la borghesia ed il potere principesco lasciandosi as­servire dagli interessi particolari dei singoli Stati, pur tuttavia il movi­mento suscitato dalla Riforma die­de un enorme impulso allo svilup­po del popolo e della nazione tedesca.
Insieme alla Riforma luterana sor­ge per la prima volta e per impul­so della giovane borghesia e delle masse popolari, un movimento cul­turale a carattere nazionale e di di­mensione nazionale che costituirà la base di partenza dell'evoluzione cul­turale tedesca. Nel campo delle ar­ti figurative, gli artisti tedeschi si liberano dagli schemi e dai temi sacrali tipici del Medio evo per de­dicarsi, nel periodo della Riforma, ad un nuovo tema molto più reali­stico: l'uomo. Sono di quell'epoca i primi ritratti di ricchi borghesi com­missionati ad artisti di vaglia. Ma la rivoluzione nel campo dell'arte non si limita a questo: un numero senza fine di pittori, di grafici, di incisori piccoli e grandi (tra questi ricorderemo Grunewald) si dedica­no con sempre maggiore frequenza a descrivere l'uomo comune, l'uo­mo della strada, i suoi atteggiamen­ti e le sue abitudini e per di più partecipano attivamente alla lotta mettendo la loro arte e la forza persuasiva della loro “propaganda visiva” al servizio delle aspirazioni nazionali e sociali del popolo te­desco. L'influenza dei fogli volanti scritti in tedesco, violentemente po­lemici nei confronti della situazio­ne esistente ed efficacemente illu­strati da disegnatori e incisori lega­ti alla causa del popolo, fu grandis­sima e costituì un mezzo potente di propaganda delle nuove idee tra le masse popolari. Anche la musica subì un profondo rinnovamento: lo stesso Lutero scrisse un grande nu­mero di corali ispirandosi e attingendo al patrimonio delle canzoni popolari e questa forma musicale sarà ripresa e portata alla sua mas­sima perfezione da Schütz, Bach e Händel e costituirà l'espressione di una cultura musicale borghese, del tutto indipendente da quella delle corti principesche. L'influenza eser­citata da Lutero sull'evoluzione del­la lingua tedesca non si limita poi alla traduzione della Bibbia ed all’elaborazione di un “tedesco colto”.
Lutero raccolse infatti dalla viva voce del popolo vocaboli, modi di dire, proverbi che egli inserì nelle sue poesie, nelle sue prediche, nel suo catechismo e nella sua mirabi­le traduzione delle favole di Esopo acquistando così un merito enor­me ed incancellabile nel campo del­la lingua e della letteratura tede­sca. La Riforma diede anche un grande impulso allo sviluppo del sa­pere e dell'organizzazione scolasti­ca, soprattutto per merito di Melantone il quale pianificò e fece adot­tare una nuova costituzione scolasti­ca di tipo statale ed un riordina­mento delle università in cui fu in­trodotto lo studio della storia tede­sca. Moltissime furono poi le nuo­ve università fondate nei territori che avevano aderito alla Riforma e ciò comportò un allargamento della vita culturale, una sua evoluzione in senso nazionale e l'adozione dei principi sanciti dall’Umanesimo. Tant'è vero che Federico Engels scrisse che “senza la Riforma protestante tedesca... l'evoluzione culturale europea sarebbe stata di una desolante unilateralità”. Tutti questi fermenti culturali portarono in epoche successive alla formazio­ne della letteratura e della filosofia classica tedesca.
Con la Riforma e con la Guerra dei Contadini il popolo tedesco ha portato a compimento un compito storico che è stato di grande impor­tanza anche per tutto il resto d'Europa. La prima rivoluzione borghe­se in Germania fu ben presto segui­ta da numerose altre rivoluzioni borghesi in vari altri Stati europei i quali riuscirono a realizzare il pas­saggio dal feudalesimo al capitali­smo grazie alle loro particolari con­dizioni economiche ed al progresso raggiunto dalla loro classe borghe­se. Seguendo gli insegnamenti origi­nari di Lutero e per lottare più ef­ficacemente contro la Controrifor­ma cattolica, Calvino elaborò un'i­deologia che si adattava ad una bor­ghesia molto più matura di quella tedesca e che fu di enorme impor­tanza per lo sviluppo degli Stati na­zionali nell'Europa Occidentale. Ne­gli Stati scandinavi, la Bibbia ven­ne tradotta nelle lingue nazionali sull'esempio di quanto aveva fatto Lutero e il luteranesimo fu eleva­to al rango di religione di Stato contribuendo al consolidamento del­le monarchie nazionali. La Riforma iniziata da Lutero finì così per ac­quistare un'importanza mondiale.
La pubblicazione delle Tesi avvenu­ta nell'ottobre 1517 segnò quindi u­na svolta decisiva sulla storia del mondo esattamente come 400 anni dopo, nell’ottobre 1917, segnarono una svolta decisiva nella storia del mondo le cannonate dell’incrociatore “Aurora”. In entrambi i casi, a Wittenberg nel 1517 e a Leningrado nel 1917 l'uomo faceva un passo avanti sulla strada della sua libera­zione.


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MARTIN LUTERO - Contro la rivolta contadina (Against the peasants' revolt)


Allegoria della Riforma di Peter Vischer il vecchio (1524)


Neppure è utile ai contadini
protestare che tutte le cose sono state create libere e comuni e che tutti siamo stati battezzati allo stesso modo;
Mosé non vale più né il Nuovo Testamento lo conserva;
v'è solo il nostro maestro Cristo, che ci pone corpo e beni sotto l'imperatore e il diritto secolare, quando dice:
« Date a Cesare quel che è di Cesare ».­
Analogamente anche Paolo dice a tutti i cristiani battezzati...
"Ciascuno sia soggetto all'autorità",
e Pietro: "Siate soggetti ad ogni potestà degli uomini".
Noi siamo a seguire questo insegnamento di Cristo, come il Padre celeste ordina e dice...
"Questi è il mio diletto Figliolo, ascoltatelo".
Infatti il battesimo non rende liberi corpo e beni, ma solo l'anima;
né il Vangelo rende comuni i beni, salvo quelli che alcuno di sua volontà voglia rendere tali, come fecero gli apostoli e i discepoli,
i quali non pretendevano che fossero comuni i beni di Pilato e di Erode,
come stoltamente vanno blaterando i nostri insensati contadini, ma solo i loro propri.
Inostri contadini invece vogliono che divengano comuni i beni altrui, pur continuando a tener per sé i propri;
mi sembra che dei bei cristiani davvero.
Io credo che non vi sia più alcun demonio nell'inferno, ma che tutti siano andati nei contadini.
Il loro delirio è veramente al di là e al di sopra di ogni misura. (Martin Lutero)


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LUTERO CONTRO LA RIVOLTA CONTADINA

Nel corso del 1521 incominciò una nuova fase della prima rivoluzione borghese; la lotta di classe si ina­sprì e si differenziò portando a dei conflitti d'interessi anche all'interno di quel “fronte nazionale” che, fi­no a quel momento era stato tenu­to insieme dalla necessità di una lotta unitaria contro Roma. Le for­ze della borghesia si scindono in mo­do sempre - più evidente in una de­stra, legata agli interessi delle au­torità politiche regionali, ed in una sinistra radicale che vuole portare le riforme fino alle loro estreme conseguenze. Contemporaneamente si hanno i primi sintomi del sorge­re di un movimento contadino e ple­beo che, benchè senza un program­ma ben definito, fa prevedere co­me anche l'uomo semplice, l'uomo che non conta nulla, l'uomo della “comunità umana”, non tarderà a far sentire la sua voce ed a por­re le sue rivendicazioni.
Questa complessa situazione so­ciale si manifestò già durante il for­zato soggiorno di Lutero nel castel­lo di Wartburg: a Wittenberg e suc­cessivamente anche in altre città si formarono dei gruppi che chiedeva­no un ‘approfondimento’ della Riforma ed una sua ulteriore evolu­zione tenendo conto delle esigenze e delle istanze poste dalla ‘base’. La borghesia più radicale si fece promotrice di un movimento ten­dente ad applicare gli insegnamenti di Lutero non solo alla vita spiri­tuale e religiosa, ma anche a quella sociale. Molti monaci uscirono dai monasteri e molti sacerdoti decise­ro di sposarsi: nella sola Wittenberg tredici monaci agostiniani gettarono la loro tonaca alle ortiche. Il teo­logo Karlstadt predicò durante la messa di Natale del 1521 in abito borghese e impartì la Comunione sotto le due specie, quella del pane e del vino. Il Consiglio comunale, nella sua veste di “rappresentante della comunità umana e di quella dei fedeli” votò un nuovo ordina­mento ecclesiastico che teneva con­to delle riforme introdotte e le aval­lava. Questo movimento, partito dal basso, si estese rapidamente grazie alla predicazione dei “Profeti di Zwickau” che erano dei religiosi di estrazione plebea, fanatici propugna­tori di un'evoluzione democratica del­la Riforma. Sotto il loro influsso, le folle prendevano d'assalto le parrocchie tenute da monaci e sacerdo­ti ligi a Roma ed asportavano dal­le chiese le immagini dei santi e tutti gli oggetti del “culto idolatra”.

Queste interpretazioni estremiste degli insegnamenti della Riforma e soprattutto le loro manifestazioni pratiche non potevano rimanere senza eco e non potevano rimanere prive di un ben preciso significato politico e sociale. Nè potevano non essere considerate pericolose per gli interessi della borghesia possiden­te, per l'ordinamento dello Stato, e per la stessa opera riformatrice di Lutero.
E infatti Lutero si affrettò a la­sciare il castello di Wartburg per accorrere a Wittenberg e prendere in mano la situazione. Nelle sue “prediche esortative” egli prese po­sizione contro ogni evoluzione ra­dicale della Riforma e contro ogni azione rivoluzionaria che potesse portare a dei fondamentali muta­menti nell'ordinamento politico e so­ciale allora esistente. I suoi lega­mi con la borghesia cittadina e con la Corte elettorale gli impongono di riportare la sua Riforma sui bi­nari dell'« ordine”. Egli si preoccu­pa di spiegare subito che “la liber­tà del cristiano” deve essere inte­sa in senso spirituale, non già in senso materiale o politico, e che non bisogna spingersi troppo oltre sulla strada delle ‘novità’ perchè “la nostra fede ed il nostro sape­re sono ancora troppo deboli e in­completi”. A Karlstadt viene proi­bito di predicare, mentre i “Profeti di Zwickau” vengono cacciati dal­la città; il servizio divino viene ri­pristinato quasi completamente nel­le sue forme tradizionali.
Alla fine di marzo del 1522 Lutero pubblica il suo scritto “Un sin­cero ammonimento a tutti i Cristia­ni sul modo di proteggersi dai di­sordini e dalle sedizioni”, in cui e­gli afferma che per l'elaborazione di riforme religiose o sociali sono competenti soltanto i più autorevo­li specialisti in materia e le auto­rità riconosciute.
E' a questo punto che Martin Lutero mette praticamente a disposi­zione delle “forze dell'ordine” del suo tempo il grande movimento po­polare da lui suscitato. Ogni radicalizzazione del suo pensiero avreb­be danneggiato quella classe socia­le di cui egli inconsciamente era il portavoce: la grande borghesia. Con le sue “Prediche esortative” egli blocca qualsiasi approfondimento della Riforma nelle Università dell’Elettorato di Sassonia e contempo­raneamente assume delle posizioni classiste ben precise perdendo co­sì quel significato politico che ave­va fatto di lui il portabandiera de­gli strati più umili della popolazio­ne e di quella irrequieta classe di piccoli nobili impoveriti e nemici della grande feudalità che erano sce­si a difenderlo in campo aperto con­tro l'arcivescovo di Treviri.
Nello stesso tempo Lutero abban­dona ogni apertura verso «l'unità della Chiesa e del sapere» ponen­do dei limiti ben precisi tra la sua opera e la rivoluzione umanistica. La sua lotta contro la Scolastica e contro l'indiscussa autorità di Aristotele, contro la degenerazione e la corruzione della chiesa di Roma gli avevano guadagnato la stima e la simpatia di molti umanisti. Ma quan­do Lutero ruppe con Roma e so­prattutto quando la sua azione fu coronata dal successo e dal plauso delle classi più abbienti, essi furo­no colti dal sospetto che, in fondo, accanto ad una potenza spirituale soffocata ormai dai compromessi della mondanità, la Chiesa di Roma, fosse sorta soltanto un'altra poten­za spirituale viziata, fin sul nasce­re, da altri compromessi e da altri interessi mondani da difendere con la stessa spregiudicatezza, la Riforma. Si iniziò quindi un periodo di progressivo raffreddamento tra U­manesimo e Riforma e questo pro­cesso portò ad una definitiva rottu­ra quando Lutero rispose con un libello intitolato “De servo arbitrio” (“Sulla volontà che è tutt'altro che libera”) allo scritto di Erasmo da Rotterdam “De libero arbitrio” (“Sulla libera volontà dell'uomo”).
Ma la prima rivoluzione borghese stava per raggiungere ormai la sua fase più acuta: la guerra dei con­tadini. La ribellione e la sedizione contro l'autorità costituita rappre­sentavano per Lutero una chiara manifestazione dell'opera del demo­nio; non c'è quindi da meravigliar­si se Lutero, profondamente imbe­vuto di ideologie borghesi, prese posizione contro le masse popolari che lottavano per il progresso socia­le e confutò con odio e acrimonia i loro rappresentanti e ideologi. Il suo odio fu particolarmente feroce nei confronti di un predicatore che aveva a suo tempo fatto parte del circolo di Wittenberg: Thomas Münzer.
Questi si era convertito nel 1519 alle idee di Lutero e le aveva diffuse nell'Elettorato di Brandenburgo eleggendo a sua residenza e a suo centro d'azione la città di Zwickau, centro minerario e dell'industria tessile. Ma ben pre­sto egli si discostò dagli insegnamen­ti del maestro: nella sua qualità di “figlio della classe lavoratrice”, e­gli era troppo legato all'uomo della semplice “comunità umana” e ne conosceva troppo bene le speranze e le esigenze. E' per questo che Zwickau divenne il centro di un insegna­mento religioso particolarmente ricco di contenuto sociale e progressi­sta. Un insegnamento che non pre­vedeva l'ossequio alle autorità co­stituite ma un coraggioso prosegui­mento della lotta e il raggiungimen­to di una “Riforma del Popolo”. Un insegnamento che indusse Lutero a condannare violentemente “lo spirito sedizioso di Zwickau”, e que­sta condanna fu provocata dallo scritto di Münzer “Discorso per pro­teggere i cristiani dallo spirito ma­terialista dei teologi di Wittenberg legati ai principi e alle autorità tem­porali”.

La terza fase della prima rivolu­zione borghese in Germania, la Guer­ra dei Contadini, traeva le sue ba­si ideologiche dalle Tesi di Lutero del 1517 che avevano messo in cri­si l'intero sistema dei rapporti feu­dali divenuti ormai anacronistici. Questa naturalmente era l'interpretazio­ne della borghesia più radicale e de­gli strati popolari ed è naturale che gli obiettivi di una rivoluzione ven­gano identificati con quelli della parte più avanzata dei gruppi socia­li che ad essa partecipano. Tuttavia la situazione non era tale da per­mettere ancora l'abbattimento com­pleto delle strutture sociali ormai invecchiate.
La guerra dei Contadini va quin­di vista, da un punto di vista sto­ricistico, soltanto come un eroico tentativo fatto dall'uomo della co­munità umana di entrare grazie alla forza delle armi, nel novero dei protagonisti e di assumere la direzione di una riforma veramente popolare. Tentativo che, in base alle obiettive condizioni storiche e­sistenti, era destinato all'insuccesso.
Il comportamento di Lutero in que­sta nuova fase della lotta di classe era perfettamente prevedibile sia per la sua mentalità classista che per i suoi legami con le classi diri­genti.
Quando la lotta delle masse con­tadine rivoluzionarie e dei loro al­leati per la radicale trasformazio­ne dei rapporti sociali, giuridici e politici era ormai entrata in una fa­se acuta, Lutero cercò di bloccarla con la sua “Esortazione alla pace”. Non essendo riuscito ad ottenere quanto si era proposto, il riforma­tore enunciò allora i suoi “Dodici articoli”, in cui, se da una parte ac­coglie le più elementari richieste del­la classe contadina, dall'altra con­danna decisamente come “opera del demonio e ribellione al legittimo po­tere” ogni rivendicazione sull'abo­lizione della servitù della gleba e del pagamento delle decime. Contem­poraneamente egli entra abilmente in polemica anche con le classi ab­bienti e con i signori feudali accu­sandoli di “condurre una vita pri­va di Dio ed egoistica”, tale da co­stituire un cattivo esempio per il popolo e da indurlo ad atti di irre­sponsabile ribellione: « E' assoluta­mente intollerabile che tanti signo­ri dilapidino enormi fortune per ve­stirsi, per mangiare in modo raffi­nato, per ubriacarsi oltre ogni limi­te... dimenticando che anche i pove­ri hanno le loro esigenze e hanno diritto di avere quanto è loro ne­cessario per vivere ».
La sua “Esortazione alla pace” non ebbe alcun successo. Un suo viaggio nella Turingia, dove potè constatare l'influenza raggiunta dal “Predicatore di morte” Tommaso Münzer, lo riempì talmente di odio e di rabbia da fargli dimenticare il più elementare senso della misu­ra. Il risultato di questo cieco odio fu uno scritto, “Contro le bande di contadini ladri e assassini” in cui e­sorta i principi a sterminare senza pietà i rivoltosi che avevano osato levarsi contro l'ordine sociale volu­to da Dio stesso.
Lutero, in definitiva, di fronte all’acuirsi delle lotte di classe, era ri­masto saldamente ancorato su quel­le posizioni che, fin dal 1521 coin­cidevano apertamente con quelle della borghesia possidente. Con il suo rifiuto di appoggiare ogni lotta rivoluzionaria concreta e ogni cam­biamento sociale troppo spinto, que­sto figlio di borghesi al servizio del­la Corte elettorale di Sassonia in­terpretava perfettamente gli interes­si d'«ordine» di, quella classe di borghesi che non costituiva ancora una vera e propria ‘borghesia’ e che quindi non era ancora in grado di conquistare il potere politico nè aveva ancora la necessità di farlo.
Martin Lutero cercò successivamen­te di placare e di attenuare il suo odio contro i contadini. Nelle sue “Postille ad un duro libello contro i contadini” egli ammonisce i vin­citori “a non comportarsi come dei tiranni sanguinari che continuano a spargere sangue anche dopo la bat­taglia” e a sospendere il macello dei rivoltosi concedendo il perdono ai superstiti. Ma egli predicava a dei sordi, perchè i vincitori si ven­dicarono terribilmente compiendo spaventose rappresaglie contro i contadini.


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I contadini
prepararono la rivolta, rapinarono e saccheggiarono con empietà conventi e castelli che non erano loro, perciò meritarono doppiamente la morte del corpo e dell'anima
come pubblici briganti e assassini da strada. Qualunque uomo che possa essere accusata di sedizione
è già al bando di Dio e degli uomini, così che chi per primo voglia e possa ucciderlo
agisce chiaramente in modo giusto. Contro chiunque
sia manifestamente sedizioso qualunque uomo è insieme giudice e carnefice, così come, quando divampa un incendio, migliore è colui che riesce a spegnerlo.
La sedizione infatti non è solo un orrendo delitto, ma come
un gran fuoco incendia e devasta un paese; essa porta pertanto con sé in un paese strage e
spargimento di sangue, rende molti vedove e orfani, distrugge tutto come la più tremenda delle disgrazie. Per la qual cosa chiunque lo possa deve colpire, strozzare, accoppare in pubblico o in segreto, convinto che non esiste nulla di più velenoso, nocivo e diabolico di un sedizioso,
appunto come si deve accoppare un cane arrabbiato, perché, se non lo ammazzi tu, esso ammazzerà te e tutta la contrada con te. (Martin Lutero)


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Martin Lutero, monaco agostiniano
Disegno del 1520 di Lucas Cranach il giovane
Dal 1514 era in corso in Germania una nuova grande e ‘campagna’ per la vendita delle indulgenze; l'acqui­sto di queste indulgenze aveva il po­tere di “cancellare qualsiasi peccato” come aveva sottolineato lo stesso Papa con tutta la forza della sua autorità. Gli introiti di questa campagna di ven­dita delle indulgenze dovevano servi­re per la costruzione della Basilica di San Pietro a Roma. In realtà però una parte delle somme incassate veniva impiegata dal più zelante sostenitore del decreto papale, il principe arcive­scovo di Magonza e Magdeburgo Albrecht, amministratore apostolico di Halberstadt, per pagare gli ingenti debiti da lui contratti con i banchieri Fugger. La famosa banca di Augusta aveva infatti anticipato a questo ram­pollo degli Hohenzollern delle forti somme mediante le quali egli aveva potuto comprare dalla Curia romana le numerose cariche ricoperte realiz­zando un cumulo di attribuzioni e di poteri altrimenti vietati dal diritto ca­nonico e che facevano di lui il più al­to e influente rappresentante della chiesa in Germania. I Fugger avevano pensato di fare un ottimo investimen­to: in questo modo infatti, se da una parte erano garantiti sulla restituzio­ne dei prestiti dalle ricche prebende di cui Albrecht avrebbe goduto, dalla altra avevano un'occasione unica per estendere la loro già grande influenza legando al loro carro il più alto espo­nente religioso della Germania.
La vendita delle indulgenze era una pratica già da secoli in uso nella chie­sa cattolica. Da un punto di vista teo­logico essa giustificava il presunto po­tere che avevano le indulgenze papali di liberare gli acquirenti dai loro pec­cati, con il seguente argomento: la Chiesa Cattolica aveva accumulato nel corso dei secoli un'enorme quantità di meriti atti ad assicurarle in quanti­tà illimitata la benevolenza, la mise­ricordia e la grazia di Dio. Questi me­riti le provenivano soprattutto per o­pera di Gesù, suo fondatore, degli a­postoli, dei martiri della fede e della infinita schiera dei santi. Il Papa; co­me rappresentante di Cristo e della Chiesa era anche il depositario di tut­to questo tesoro di misericordia e di divina indulgenza e quindi ne poteva disporre liberamente. Il peccatore a­veva quindi la possibilità di essere li­berato dai suoi peccati accedendo a questo tesoro di misericordia custodi­to dalla Chiesa stessa, cioè versando una adeguata offerta in base a un ta­riffario elaborato dall'autorità eccle­siastica. Se il peccato era piccolo, l'of­ferta lo estingueva completamente, se invece era molto grande, l'offerta serviva ad abbreviare i tormenti del Purgatorio; tuttavia un'offerta molto più cospicua poteva cancellare anche un peccato molto grave ed evitare al colpevole più abbiente anche il sog­giorno abbreviato in Purgatorio.
Questo « sacro traffico » fu con l'an­dar del tempo, sempre più sfruttato e perfezionato dalla Chiesa: le esigen­ze finanziarie della Curia romana au­mentavano continuamente e a Roma non si faceva certo una gran fatica a cercare sempre nuovi pretesti per ven­dere e collocare la “santa merce”. In base ad un'ordinanza papale del 1476 divenne perfino possibile comperare la liberazione dal purgatorio per per­sone già defunte! Nonostante che le critiche e le mormorazioni nei con­fronti di questo squallido mercato cre­scessero, gli affari andavano a gonfie­vele. I predicatori, incaricati di propagandare la vendita delle indulgenze, battevano il paese e soprattutto le cam­pagne, promettendo non solo la liberazione dalle pene stabilite dalla Chie­sa ma anche la liberazione da ogni pec­cato in cambio di una adeguata offer­ta di denaro. Uno dei più abili venditori di indulgenze papali fu il domenicano Giovanni Tetzel di Pirna; egli riuscì a raccogliere ingenti somme, parte delle quali affluirono nelle casse vaticane per finanziare la politica dei papi rinascimentali. Agenti della Ban­ca Fugger sorvegliavano da vicino la operazione e si facevano premura di controllare che almeno una parte del­le offerte dei credenti affluisse nelle casse dell'Arcivescovo di Magonza.
Lutero, dopo le sue meditazioni del 1516 e ancor più dopo quelle del feb­braio 1517, era decisamente contrario all'abuso delle indulgenze. Per di più, attraverso le confessioni dei suoi pe­nitenti, aveva saputo dell'atteggiamento mercantile del domenicano Tetzel che, nella vendita delle indulgenze si comportava appunto come un volgare imbonitore. Benchè, per questioni di competenza territoriale, il monaco do­menicano non potesse predicare nella Sassonia elettorale, turbe di cittadini di Wittenberg, attratti dalla fama e dall'oratoria del frate, si recavano in massa a Scharen, nell'Elettorato di Brandeburgo o a Zerbst, nella cir­coscrizione di Magdeburgo, per lucra­re le “sante indulgenze”.
Spinto dalla sua concezione perso­nale della spiritualità e della religione, ma, interpretando inconsciamente le e­sigenze ancora in gran parte inespres­se della società del suo tempo, Martin Lutero compilò in lingua latina 95 te­si contenenti le sue idee sulla peniten­za e sulle indulgenze, per proporle co­me argomento per una disputa acca­demica. Il 31 ottobre 1517 egli affisse una copia delle sue tesi sulla porta del­la chiesa del castello di Wittenberg che normalmente veniva usata anche come “albo murale” per gli avvisi ed i comunicati dell'Università. Altre co­pie furono da lui inviate all'arcivesco­vo di Magonza e al vescovo di Brandeburgo e, qualche giorno dopo anche ad alcuni amici di Norimberga e di Erfurt dai quali voleva ottenere un giu­dizio.


LE 95 TESI DI LUTERO

Lutero espose nelle sue tesi la sua nuova concezione sulla penitenza in cui questa veniva considerata come un atteggiamento normale e quotidiano che doveva accompagnare il credente per tutta la vita ed aiutarlo nella sua lot­ta contro il peccato; essa non aveva niente a che fare con il “sacramento della penitenza amministrato dalla ge­rarchia ecclesiastica”. Il papa, in vir­tù dei suoi poteri spirituali poteva can­cellare o mitigare solamente quelle pe­nitenze e quelle pene che egli stesso aveva istituito o approvato quando e­rano state proposte dai suoi rappre­sentanti o dai suoi canonisti. Ma in nes­sun caso egli poteva pretendere di li­berare le anime dal purgatorio: dove­va limitarsi a pregare per loro. Anche perchè un peccatore sinceramente pen­tito dei suoi peccati doveva coraggio­samente affrontare il suo giusto casti­go senza tentare di sottrarsi alle pene previste. Soltanto con questo atteggia­mento, comprovante il suo profondo pentimento, egli poteva sperare nel­la misericordia divina e nel perdono anche senza lucrare alcuna indulgenza. Con la vendita delle indulgenze quindi “la gente veniva indegnamente illusa con la rosea convinzione di aver riscat­tato i suoi peccati con un po' di dana­ro... e veniva propagandata una con­cezione della vita spirituale che si po­teva così riassumere: non appena le monete tintinnano nelle casse della chiesa, i peccati sono perdonati e l'a­nima può andarsene dal purgatorio”.
Bisogna tuttavia precisare che nel­le sue 95 tesi Lutero non si era ancora spinto tanto avanti; non c'era stata ancora la definitiva rottura ed egli era profondamente compreso del suo ran­go di Dottore in Teologia il quale i­niziava una polemica piuttosto appas­sionata sul pentimento e sulla peniten­za soltanto “per amore della verità” e perchè preoccupato di contribuire allo sviluppo di una coscienza morale responsabile ed autosufficiente nello uomo. Tuttavia in quel momento, ca­ratterizzato da un crescente movimen­to di opposizione nei confronti della politica della Curia romana, la criti­ca allo spettacolare smercio delle “san­te indulgenze” e la coraggiosa sintesi degli argomenti contro questa indegna pratica contenuta nelle tesi di Lutero, anche se espressa in forma teorica ed attenuata, ebbe un effetto assai più profondo di quanto pensasse il suo au­tore e suscitò degli echi e delle conse­guenze che andavano molto al di là delle sue intenzioni. Tradotte sul pia­no pratico, le sue tesi in fondo poteva­no anche significare per esempio che chi non aveva proprio tanti soldi da buttar via, poteva anche tenerseli per i bisogni della sua famiglia piuttosto che gettarli dalla finestra acquistando l'indulgenza. Oppure: perchè il papa non si costruiva la Cattedrale di San Pietro con i propri soldi anzichè con quelli dei poveri cristiani, dal momen­to che i suoi tesori erano molto più ricchi di quelli leggendari di Creso? Il fatto è che in quel momento il ri­sparmio era diventato una necessità assoluta per la realizzazione dell'accu­mulazione primitiva da parte della borghesia tedesca in ascesa e l'insof­ferenza nei confronti della spoliazio­ne sistematica perseguita dalla chiesa e dalle gerarchie ecclesiastiche in Germania aveva raggiunto una fase esplo­siva e si era estesa anche alle masse popolari contagiate dalle allettanti ideologie borghesi. Nelle 95 tesi di Lutero di celavano infatti le premesse, anche se non ancora chiaramente de­lineate, per edificare una “chiesa più a buon mercato” che si adattasse al­le esigenze dei tempi nuovi e della nuova realtà sociale, che rispondesse alle aspirazioni della grande maggio­ranza della popolazione.
L'invito di Lutero rivolto ai suoi col­leghi professori per iniziare una dispu­ta sulle 95 tesi, non ebbe alcun seguito. All'inizio soltanto l'università di Karlstad si dichiarò pronta alla discussio­ne, ma ben presto la piccola Wittemberg fu letteralmente frastornata dalla eco che la pubblicazione delle tesi aveva suscitato in tutta la Germania.
Verso la fine del 1517 Lutero apprese, incredulo e profondamente commos­so che a Norimberga, a Lipsia ed a Basilea le sue tesi erano state ristampa­te e tradotte in lingua tedesca. Nei primi mesi del 1518 un enorme nume­ro di copie tedesche erano già in cir­colazione in tutta la Germania e veni­vano avidamente lette e commentate.


LA LOTTA CONTRO LA CHIESA DI ROMA

Una veduta della città di Augusta


Le tesi affisse a Wittenberg riapri­vano infatti la lotta contro il nemico capitale dell'evoluzione nazionale e del progresso sociale in Germania: es­se scatenavano delle forze lungamen­te compresse e stavano producendo una vera e propria reazione a catena. Tutte cose che Lutero non aveva af­fatto previsto. Il primo assalto condot­to contro una consuetudine della chie­sa papista aveva scosso contempora­neamente i fondamenti ideologici del feudalesimo dal momento che erano state poste in discussione le basi teo­logiche e quindi giuridiche dalle qua­li entrambi traevano giustificazione; so­prattutto veniva scosso il principio del­la loro universalità e della loro immu­tabilità. L'azione di Lutero è stato il se­gnale d'inizio dei grandi conflitti sociali del XVI sec. che “hanno coinvolto in un unico vortice tutti i ceti sociali scuo­tendo fin dalle fondamenta l'impero germanico” (Engels).
Il movimento contro l'ingerenza e lo sfruttamento di Roma che a quel tempo era fomen­tato da molteplici interessi comuni ai più diversi strati della popolazione, entrò in una nuova fase. La Riforma, nata dal fertile terreno di una crisi nazionale e nutrita dalle tesi di Martin Lutero, spianò la via e costituì la scintilla della prima rivoluzione bor­ghese in Germania, la “rivoluzione N. 1 della borghesia” (Engels). Nel corso successivo degli avvenimenti Lutero spingerà ancora più a fondo il suo attacco contro la chiesa di Roma e fornirà l'ideologia per giustificare la prima grande rivolta della borghesia eu­ropea e delle masse popolari contro il sistema feudale.
La prima denuncia contro Lutero fu presentata alla Santa Sede da un incaricato dell'Arcivescovo di Magonza. Il monaco agostiniano venne infatti accusato di “diffusione di tesi errate”. Più tardi ci fu una reazione ancor più pericolosa degli odiati do­menicani che, fin dall'alto Medio Evo avevano il monopolio dell'inquisizio­ne e della persecuzione contro gli eretici per cui erano chiamati dal po­polo con il significativo soprannome di “domini canes” (i cani del Signore) ottenuto scomponendo opportunamen­te la loro denominazione latina. In un ordine del giorno emesso dall'univer­sità di Francoforte sull'Oder, dipen­dente dall'Elettorato del Brandeburgo, essi accusarono apertamente Lutero di eresia. Questo fatto era suffi­ciente, secondo le leggi del tempo, per iniziare contro di lui un regolare pro­cesso canonico.
Nel frattempo il famigerato Giovanni Tetzel, con l'aiuto del professo­re di teologia di Francoforte Corrado Wimpina, aveva compilato e pub­blicato 95 contro-tesi da opporre a quelle di Lutero. Questi rispose con il suo primo scritto tedesco, il “Ser­mone sulla remissione dei peccati e sulla Grazia”, nel quale egli precisa­va il suo pensiero e la portata della sua polemica in aggiunta alle “Reso­lutiones” che egli aveva scritto per il­lustrare le sue 95 tesi.
Intanto Lutero aveva trovato un nuo­vo avversario nel Dottor Johann Eck, un teologo di Ingolstadt, il quale nel suo opuscolo “Obelisci” aveva taccia­to il monaco di Wittenberg di hussismo accusandolo apertamente di es­sere un eretico convinto. Anche il do­menicano Tetzel non perdeva tempo: egli pubblicò infatti altre 50 tesi con­tro Lutero scagliandosi anche contro l'Elettore di Sassonia da lui accusato di proteggere il pericoloso eretico. Lutero partì al contrattacco con uno scrit­to intitolato "Libera discussione sulle indulgenze papali e sulla remissione dei peccati" notevole perchè in esso, per la prima volta egli esprime senza riserve e senza giri di parole il suo pensiero sull'argomento, usando in più un linguaggio colorito e popolare­sco; caratteristica questa che accompa­gnerà poi tutti i suoi scritti rendendo­ne ancor più facile ed efficace la let­tura tra le più larghe masse del popo­lo tedesco. Tetzel poteva calunniare e maltrattare lui, Lutero, come voleva però “era intollerabile e insopporta­bile che lui grufolasse tra i versetti delle Sacre Scritture... con lo stesso stile di una troia che immerge il gru­gno in un sacco di ghiande... Quando simile gente che non ha capito niente della Bibbia e che non conosce bene nè il tedesco nè il latino si scaglia in modo tanto accanito e vergognoso con­tro di me l'unica sensazione che pro­vo è quella di udire il raglio del più tonto dei somari... Io me ne sto qui a Wittenberg con la coscienza tranquil­la: sono il dottor Martin Lutero mona­co agostiniano e chiunque può trovarmi. Se qualche illustre inquisitore o cacciatore di streghe e di eretici a­vesse voglia di venire qui a spaccare le pietre in quattro o ad annusare il nostro ferro, sappia che sarà bene ac­colto, che troverà tutte le porte aper­te, potrà girare dove più gli aggrada e trovare alloggio gratuito secondo quanto ha benignamente disposto e promesso il nostro illustrissimo Prin­cipe Elettore di Sassonia”. Così per la prima volta il polemico monaco agosti­niano e professore di teologia citava in uno scritto anche il suo Principe che, d'altra parte, fin dal marzo 1518 gli aveva fatto discretamente perve­nire il suo incoraggiamento a conti­nuare senza paura per la strada intra­presa. Questa preziosa protezione, ot­tenuta tramite i buoni uffici e le sot­tili argomentazioni dello Spalatino, doveva ben presto risultare estrema­mente efficace anche sul piano pratico.
I domenicani, dimostrando la loro consueta perfidia, anzicché inoltrare alle superiori gerarchie il testo conte­nente le 95 tesi, avevano trascritto una predica pronunciata da Lutero sulla dubbia legittimità delle disposizio­ni ecclesiastiche sulle indulgenze, vi avevano abilmente interpolato alcune frasi staccate tolte dai suoi preceden­ti scritti e avevano spedito il tutto al Generale del loro Ordine, il cardinal Caetani che, naturalmente aveva tro­vato il testo così manipolato ancor più compromettente e chiaramente eretico. Come se non bastasse, poco dopo, il consultore papale per le que­stioni riguardanti la Fede, il domeni­cano Silvestro Prieras, in una sua di­chiarazione ufficiale aveva scagliato la maledizione della Chiesa sulle Tesi di Lutero giudicate "errate, maliziose ed eretiche". Dopo queste autorevoli prese di posizione, Martin Lutero era diventato non solo per i domenicani e per la Curia ma anche per la mas­sima autorità politica, l'imperatore Massimiliano I, un “eretico notorio” contro il quale, secondo la prassi del tempo, bisognava agire al più presto e con la massima severità. Perciò l’E­lettore di Sassonia ricevette l'ordine dalla Corte imperiale di spedire sotto buona scorta il monaco ribelle a Roma per esservi interrogato e processa­to.
Ma per fortuna tra l'imperatore e l'elettore di Sassonia non correva af­fatto buon sangue ed i loro rapporti erano molto tesi. Federico il Saggio, soprannominato in modo ancor più ap­propriato dai suoi contemporanei "la volpe sassone", durante le trattative per designare l'imperatore che doveva succedere a Massimiliano, si era rifiu­tato di mettere il suo voto elettorale a disposizione del candidato imperia­le che era Carlo I re di Spagna, nipo­te dello stesso Massimiliano. Il suo comportamento era stato seguito con la massima attenzione dalla diplomazia vaticana: Roma infatti non aveva cer­to alcun interesse che il trono imperia­le andasse al ramo spagnolo degli Asburgo perchè in tal modo gli stati del­la Chiesa si sarebbero trovati comple­tamente circondati sia a Nord (Italia settentrionale) che a Sud (Regno di Napoli) dai territori asburgici con no­tevole pericolo per l'indipendenza po­litica e per la possibilità manovriera del potere temporale papale.
La Curia quindi aveva tutto l'interes­se di mantenere cordiali rapporti con l'Elettore di Sassonia; anzi essa cer­cò° in tutti i modi, con un sottile lavo­rio diplomatico, di farlo proclamare e riconoscere come candidato ufficiale al trono imperiale al posto di Carlo I.
Questa particolare congiuntura poli­tica e le strane alleanze che essa pro­dusse, si ripercossero favorevolmente anche sul processo canonico dell'ereti­co di Wittenberg e rappresentarono la sua salvezza. A Federico il Savio non fu difficile ottenere dal Vaticano che Martin Lutero venisse interrogato non a Roma ma in Germania e non secondo la prassi 'giudiziaria' bensì in modo ‘paterno’. Fornito di salva­condotto e di lettere di presentazione, Martin Lutero si recò allora nella li­bera città imperiale di Augusta dove trovò ad attenderlo due ferratissimi Consiglieri del suo Principe Elettore, incaricati di dargli ogni aiuto.


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LUTERO E IL SUO TEMPO


10 Novembre 1483 - Nasce ad Eisleben Martin Lutero

1484 - La famiglia di Lutero si trasferisce a Mansfeld.

1488-1497-1498-1501 - Lutero frequenta le scuole di Mansfeld, Magdeburgo ed Eisenach.

1501-1505 - Lutero studia all'Università di Erfurt.
Nel settembre 1502 è promosso Bac­celliere, nel gennaio 1505 “Magister artium”.

Aprile 1505 - Lutero inizia lo studio del diritto all’Università di Erfurt.

17 Luglio 1505 - Lutero entra nel Convento degli Agostiniani a Erfurt.

Autunno 1506 - Dopo un periodo di noviziato Lutero viene accolto nell'Ordine degli Agostiniani.

4 Aprile 1507 - Lutero prende gli ordini sacri nel Duomo di Erfurt e inizia lo studio della teologia.

Inverno 1508 - Lutero viene trasferito al Convento di Wittenberg.
Inizia il suo insegnamento presso la locale Università come professore di filosofia morale e prosegue i suoi studi teologici.

9 Marzo 1509 - Lutero diventa Baccelliere in Scien­ze Bibliche.

Ottobre 1509 - Lutero ritorna a Erfurt e insegna ali seminario.

Novembre 1510 - Aprile 1511 - Viaggio a Roma.

Primavera 1511 - Trasferimento definitivo da Erfurt Wittenberg.

19 Ottobre 1512 - Lutero diventa dottore in teologia ey assume la cattedra di Scienze Bibli­che all'Università di Wittenberg.

1513-1518 - Lezioni di Lutero sui Salmi e sull'E­pistola di S. Paolo ai Romani presso; la facoltà di teologia.
Intensa attività come predicatore, vice priore del Convento di Wittenberg e Vicario distrettuale con giurisdizione su 11 conventi dell'Elettorato di Sassonia.

Settembre 1517 - Disputa di Franz Gunthers, allievo di Lutero, su 97 tesi contro la Scolastica.

31 Ottobre 1517 - Pubblicazione ed affissione delle 95 Tesi di Lutero sulle indulgenze e sulla remissione dei peccati.
Inizio del movimento riformatore come ideologia della prima rivoluzione borghese in Germania.

Gennaio 1518 - Il predicatore d'indulgenze domenicano Tetzel inizia la sua polemica contro Lutero pubblicando le “Contortesi”.
Esce il libello “Obelisci” di Ecks.
Lutero viene denunciato al papa dai Domenicani come eretico.

Febbraio 1518 - Lutero pubblica un'apologia delle sue Tesi ed il suo “Sermone sull'indulgenza ed il perdono”.

Maggio 1518 - Riunione generale dei Domenicani a Roma.

Giugno-Luglio 1518 - I Domenicani Tetzel e Prierias pubbli­cano nuovi scritti contro Lutero. Con­tro di lui viene aperto un processo canonico.

Agosto 1518 - Decreto dell'imperatore Massimiliano I contro l'eretico Lutero.
Il cardinale Caìetani chiede la sua consegna e la sua traduzione a Roma per il processo.

12-21 Ottobre 1518 - Lutero viene ascoltato ad Augusta e rifiuta ogni ritrattazione.

Novembre 1518 - L'elettore di Sassonia si rifiuta di con­segnare Lutero.

4-6 Gennaio 1519 - Trattative con l'inviato del papa Miltitz.

Giugno-Luglio 1519 - Disputa di Lipsia di Karlstadt e Lutero contro Eck.

Gennaio 1520 - Sickingen e Hutten offrono protezio­ne a Lutero.

Maggio 1520 - “Sermone sulle buone opere”.

15 Giugno 1520 - Bolla papale di scomunica “Exsurge Domine” contro Lutero a cui vengo­no concessi 60 giorni di tempo per abiurare.

Agosto-Novembre 1520 - Lutero pubblica gli scritti fondamen­tali della Riforma.

10 Dicembre 1520 - Lutero dà alle fiamme a Wittenberg un esemplare del diritto canonico, i decretali del papa, gli scritti dei suoi nemici e la bolla di scomunica.

3 Gennaio 1521 - Bolla papale di definitiva scomunica contro Lutero.

Gennaio-Maggio 1521 - Dieta di Worms: Lutero espone le sue ragioni e rifiuta ogni abiura.

4 Maggio 1521 - Lutero viene ‘rapito’ e portato a Wartburg dove inizia la traduzione della Bibbia. Con l'Editto di Worms viene messo al bando dall'Impero.

Ottobre 1521 - A Wittenberg viene abolita la Messa. Inizia l'esodo in massa dai conventi.

Dicembre 1521 - A Wittenberg la borghesia radicale chiede di proseguire fino in fondo sul­la via delle riforme.
Karlstadt somministra la Comunione sotto le due specie e pronunciando le formule in tedesco.
Melantone espo­ne sistematicamente la dottrina lute­rana nel libro “Loci communes”.

Marzo 1522 - Lutero ritorna a Wittenberg dove tie­ne delle prediche contro la radicaliz­zazione della Riforma.

Settembre 1522 - Viene data alle stampe la prima tra­duzione tedesca del Nuovo Testamen­to (Bibbia di settembre).

Dicembre 1522 - Thomas Münzer pubblica uno scrit­to contro Lutero.

1523 - Scritti che invitano i princìpi tede­schi a mantenere l'ordine.
Traduzione tedesca di una parte del Vecchio Testamento.

1524-25 - Scritti sull'insegnamento cristiano e contro i “falsi profeti”.

19 Aprile 1525 - Esortazione alla pace e 12 articoli sui contadini.

Maggio 1525 - Numerosi scritti contro i contadini rivoluzionari.

15 Maggio 1525 - Battaglia di Frankenhausen. Cattura di T. Münzer.

Maggio-Giugno 1525 - Spietata reazione dei principi contro i contadini.

13 Giugno 1525 - Matrimonio di Lutero con Caterina von Bora.

Dicembre 1525 - Scritti sull'organizzazione della ecclesiastica tedesca.

Giugno-Agosto 1526 - Dieta di Spira che rimanda ogni de­cisione ad un futuro Concilio.
Prati­co riconoscimento dei principi pro­testanti.

1526-1529 - Attività di Lutero come visitatore organizzatore di comunità, chiese scuole.

1528 - Prima edizione del « Piccolo Catechi­smo ».

1-4 Ottobre 1529 - Conferenze di Marburgo tra i rappre­sentanti delle opposte fazioni prote­stanti, Zwingli, Butzer, Hedio e Oe­colampad.

16 Aprile - 13 Ottobre 1530 - Soggiorno a Coburgo durante la Die­ta di Augusta

25 Giugno 1530 - Promulgazione della “Confessione di Augusta” redatta da Melantone.

1530-1534 - Intenso lavoro dì traduzione del Vec­chio Testamento con l'aiuto di una Commissione Biblica.

1531 - Fondazione della lega militare di Smalcalda tra i principi protestanti.

1534 - Prima edizione della Bibbia tedesca integralmente tradotta da Lutero e illustrata da Cranach.

1536 - I rappresentanti delle fazioni prote­stanti stipulano il “Concordato di Wittenberg”.

1541 - Compare a Wittenberg la seconda e­dizione della Bibbia.

1542 - Lutero designa il primo vescovo pro­testante.

1545 - Lutero, i suoi seguaci ed i principi te­deschi rifiutano di partecipare al Concilio di Trento.

18 Febbraio 1546 - Martin Lutero muore ad Eisleben. Le sue spoglie vengono trasportate a Wittenberg ed inumate nella Schlosskirche.


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MARTIN LUTERO - La Riforma luterana nella storia
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MARTIN LUTERO E LA NAZIONE TEDESCA


Lutero travestito da possidente Jörg

Nel 1519 Carlo I, re di Spagna, venne eletto imperatore del Sacro Romano Impero. Egli aveva compe­rato la sua elezione versando ai set­te principi elettori la somma, per quei tempi veramente astronomica, di 852.000 fiorini d'oro per trovare i quali aveva dovuto contrarre grossi debiti, soprattutto coi banchieri FUGGER. Il nuovo imperatore, che prese il nome di Carlo V, convocò per l'ini­zio del 1521 la sua prima Dieta a Worms per discutere e impostare i piani della sua politica in base ai suoi precisi interessi dinastici.
Il cammino del giovane imperatore della Casa d'Asburgo non era certo dei più facili, si presentava irto di difficoltà ed era vincolato a lunghi ed esasperanti patteggiamenti. Per­ché i principi elettori erano più che mai fermamente decisi a far valere le loro esigenze e le loro politiche par­ticolaristiche ai danni di una potenza imperiale accentratrice che sarebbe stata fatalmente contraria ai loro in­teressi; ed erano ben contenti di utilizzare ai loro fini anche la diffi­denza e la tensione che si era stabi­lita tra lo strapotere degli Asburgo e la politica della Santa Sede. D'altra parte, tra le condizioni che Carlo V era stato costretto a sottoscrivere per ottenere la sua elezione c'era l'im­pegno a introdurre nella Costituzione dell'Impero un articolo in base al quale, in assenza dell'imperatore, spet­tava ai più importanti principi as­sumerne le prerogative e la rappre­sentanza. Impegno questo particolar­mente prezioso per gli interessi par­ticolari dei grandi dell'Impero dal momento che era facilmente prevedi­bile che il nuovo imperatore, doven­do dividere le sue cure tra Spagna, Italia, Mediterraneo, Fiandre, Germania e colonie, sarebbe rimasto spesso e lungamente assente dalla sua ‘provincia’ tedesca.
Spinti dalla pressione della stra­grande maggioranza della popolazio­ne, una gran parte della piccola no­biltà e larghi strati della borghesia urbana avevano aderito al movimen­to anti-romano che, a quel tempo, era diventato una forza ormai inconteni­bile. I consiglieri del principe elettore di Sassonia, interamente conquistati dal pensiero di Lutero, suggerirono a Federico il Saggio di chiedere alla Dieta di Worms di ascoltare le ra­gioni e gli argomenti del professore ribelle; ciò per evitare che la Dieta stessa potesse, su sollecitazione del partito avverso, prendere improvvisa­mente la decisione di condannarlo senza possibilità di appello.
E infatti, grazie al gioco degli in­teressi contrastanti che agitavano i partecipanti alla Dieta, ma soprattutto grazie alla pressione dell'opinione pubblica e della piccola nobiltà, ven­ne approvata una risoluzione che, senza tener in alcun conto le furibon­de proteste del nunzio pontificio Alender, invitava « l'eretico notorio » a presentarsi a Worms per esporre le sue idee con le più ampie garanzie per la sua libertà personale. Eviden­temente l'eroe della lotta nazionale contro Roma era diventato anche un'importante pedina da utilizzare nei conflitti d'interessi e nelle trattative diplomatiche che la Dieta si prepa­rava ad affrontare.
Accompagnato dall'araldo imperia­le Kaspar Sturm, Martin Lutero si mise in cammino. Il suo viaggio, fin dall'inizio si trasformò in un vero e proprio viaggio trionfale: ovunque egli passasse, veniva accolto dalle ac­clamazioni e del plauso delle folle. A Naumburg fu ospite d'onore del governatore della città, a Weimar gli venne offerto un sussidio, ad Erfurt lo accolsero alle porte della città i professori e gli studenti dell'Univer­sità guidati dal rettore. In numerose località, come Erfurt, Gotha, Eisenach, egli fu subito invitato a tenere delle prediche. I disperati appelli del nunzio Aleander che aveva invitato i fedeli a “tenere il mostro lontano da Worms”, caddero nel vuoto susci­tando anzi in Lutero una determina­zione ancor più forte che egli ebbe modo di esprimere nella seguente pit­toresca maniera: « Anche se a Worms ci fossero più diavoli che tegole sui tetti, ci andrei di corsa lo stesso » !
L'ingresso di Lutero nella città di Worms fu in tutto simile a quello dei personaggi più potenti e famosi: quando il battagliero monaco agosti­niano percorse le strette vie cittadine non gli mancò né un brillante corteo di accompagnatori a cavallo né il re­verente omaggio di migliaia di cit­tadini accorsi a far ala al suo passaggio. Del resto già prima di questo ingresso trionfale, il nunzio Aleander era stato costretto a scrivere alla Cu­ria informandola che ormai i nove decimi dei tedeschi avevano adottato come parola d'ordine il nome di Lutero mentre il rimanente decimo si accontentava di urlare con odio: « Morte alla corte papale » ! Ora egli era costretto a riprendere la penna in mano per scrivere a Roma, molto preoccupato, che tra i potenti dell’Impero convenuti a Worms ce n'era­no molti che proteggevano Martin Lutero; che tutti i principi tedeschi non facevano che affliggere l'impera­tore con innumerevoli lamentele con­tro l'operato della Chiesa e che ogni giorno comparivano sempre nuovi scritti di propaganda luterana sia in latino che in tedesco. Non solo, ma che ormai perfino negli ambienti di corte non si acquistavano che gli scritti di Lutero e che i ritratti dell'e­retico riprodotti in migliaia di esem­plari, erano andati -a ruba tanto che egli stesso non era riuscito a procu­rarsene uno.
Intanto Lutero, assistito dai consi­glieri del principe elettore di Sassonia, si preparava per l'udienza. Il 17 aprile 1521 egli compariva al co­spetto dell'imperatore e dei grandi dell’Impero. Per prima cosa gli furono mostrati i suoi scritti e i suoi libri, ed egli ammise esplicitamente di esserne l'autore. Invitato a ritrattare subito il loro contenuto egli chiese del tempo per riflettere sulla questione, seguen­do così le istruzioni che gli erano state impartite dai suoi consiglieri. Convenientemente preparato egli si presentò qualche giorno dopo nell'af­follatissima sala del palazzo vescovile. Egli esordì con apparente umiltà di­cendosi pronto ad accettare le obie­zioni e gli insegnamenti di chiunque ne sapesse più di lui dal momento che lui stesso non era altro che un uomo soggetto a sbagliare. Anzi egli scon­giurava l'imperatore, i principi e le autorità e chiunque fosse in grado di farlo, di confutare le sue idee in base alle Sacre Scritture.
Ma quando Lutero fu nuovamente esortato a fare una ritrattazione pie­na, non equivoca e chiaramente e­spressa dei suoi scritti già condannati dalla Chiesa, egli rispose: « Dal mo­mento che la Maestà Vostra e le Si­gnorie Vostre Illustrissime esigono da me una risposta chiara, voglio darve­ne una chiarissima, priva di ogni sot­tinteso e per me anche di ogni via d'uscita: se non verrò convinto del contrario con argomenti tratti dalle Sacre Scritture o con chiare argomen­tazioni razionali, continuerò a cre­dere che sia il papa che i Concili hanno spesso sbagliato e si sono spes­so contraddetti, confortato in questo mio atteggiamento dai brani della Sacra Scrittura che ho sottoposto all’attenzione dei miei lettori, dalla mia coscienza e dal mio scrupoloso ri­spetto per la Parola di Dio. Perciò non posso e non voglio ritrattare nul­la di quanto ho detto perché altri­menti entrerei in conflitto con la mia coscienza che, fino a questo momen­to, é perfettamente integra. Che Dio mi aiuti, Amen »!
Questa sua coraggiosa dichiarazio­ne suscitò nella sala un indescrivibile tumulto e Martin Lutero fu scortato all'uscita da un gruppo di nobili suoi simpatizzanti. Egli dunque non si era piegato! A questo punto c'era da aspettarsi che il tragico verdetto intro­dotto nell'uso giudiziario dall'inquisi­zione spagnola e che si esprimeva con la formula sacrale di “Al fuego!” (“Al rogo!”), si abbattesse su di lui come un secolo prima si era abbat­tuto su Jan Hus. Bisognava tuttavia fare i conti anche con i numerosi par­tigiani di Lutero le cui intenzioni era­no tutt'altro che occulte e trascura­bili. Sui muri della città di Worms comparve infatti immediatamente un manifesto clandestino in cui si annun­ciava che 400 nobili cavalieri si erano riuniti e avevano giurato di difendere Lutero a tutti i costi dichiarando una guerra senza quartiere contro i ‘Ro­manisti’ e i loro seguaci.
Il manife­sto terminava con questa frase: « Noi non sappiamo scrivere correttamente, non siamo uomini di lettere ma in cambio siamo in grado di menare molto bene le mani. Possiamo rac­cogliere in qualsiasi momento 8.000 uomini e scendere in campo aperto. Viva la Lega della Scarpa »!
Il nun­zio pontificio Aleander ricevette nu­merose minacce di morte.
In una situazione così esplosiva le autorità dell'Impero decisero saggia­mente di non precipitare la sîtuazio­ne ma di nominare una commissione composta da principi (tra i quali c'era anche l'arcivescovo di Treviri) e da teologi il cui compito era di trattare con Lutero e di indurlo ad una paci­fica ritrattazione. Ma egli non si lasciò commuovere da questo insolito spiri­to conciliatore né tanto meno indurre “a farsi strappare la Bibbia di ma­no”. Egli respinse ogni compromesso che potesse portarlo ad una sia pur parziale ritrattazione. Ormai tutto il mondo commentava apertamente il fatto che “il bandito eretico” non si era piegato nemmeno davanti all’autorità dell'imperatore e dell'Im­pero. E Carlo V non poteva certa­mente rimanere insensibile di fronte a questo incredibile attentato alla sua autorità. Egli decise perciò di ricor­rere ad alcune astuzie procedurali per stroncare questa ribellione senza pre­cedenti ai pubblici poteri.
Così, il 25 maggio 1521 una mi­noranza di membri della Dieta, con­vocata affrettatamente escludendo tut­ti coloro che simpatizzavano per Lutero, approvò un documento stillato dalla segreteria imperiale e passato alla storia con il nome di « Editto di Worms ». Questo documento fu antedatato, compiendo un evidente falso, all'8 maggio per dare l'impres­sione che fosse stato approvato dalla schiacciante maggioranza della Dieta riunita appunto l'8 maggio in seduta solenne e plenaria. Ma l'uomo messo già al bando ed ora anche perseguibi­le grazie all'« Editto di Worms » si trovava già al sicuro. Per ordine del principe elettore Federico, la “volpe di Sassonia” si era ricorsi ad un espe­diente piuttosto astuto: Lutero du­rante il viaggio di ritorno era stato assalito e rapito da un gruppo di sconosciuti ribaldi e di lui non si sapeva più nulla, era semplicemente sparito, probabilmente era anche mor­to. In realtà gli agenti dell'elettore travestiti da banditi di strada, aveva­no portato dopo il finto assalto il "possidente Jörg" (questo fu in­fatti il nome assunto nel periodo clandestino da Lutero, messo al ban­do dell'Impero) nel castello sassone di Wartburg proprietà personale dell’Elettore, le cui spesse mura e il cui isolamento dovevano proteggere Lutero da ogni trama ordita dall'impe­ratore o dal papa.

In questa volontaria segregazione Lutero iniziò quell'opera che doveva rappresentare la base della lingua let­teraria tedesca unitaria ed uno degli elementi fondamentali per lo svilup­po della futura nazione tedesca: la traduzione della Bibbia.

“Lutero é l'uomo che ha risvegliato e liberato questo grande gigante addormentato, la lingua tedesca” (Herder)…

“Egli ebbe l'incredibile merito di trasfor­mare una lingua morta, é non ancora del tutto sepolta, in una nuova lin­gua, il tedesco, che non era ancora dotata di una struttura propria e che quindi non era ancora del tutto na­ta” (Heine).

A dire il vero alcuni brani della Bibbia erano già stati tra­dotti in tedesco prima di Lutero ma da un punto di vista linguistico non possono certo essere nemmeno para­gonati all'opera di Lutero. Egli tra­dusse il Nuovo Testamento partendo dal testo originate greco consultando probabilmente l'edizione critica cu­rata da Erasmo da Rotterdam e la sua mirabile traduzione latina. Più tardi, e con l'aiuto di esperti linguisti, egli tradusse anche dall’ebraico l'An­tico Testamento. Per dare un'idea del valore e della precisione della sua traduzione basterà dire che successi­vamente la « Commissione Biblica » di Wittenberg accettò la consultazio­ne della « Vulgata » latina del IV secolo (che fino allora era stato l'uni­co indiscutibile testo) solamente co­me curiosità storica utile tutt'al più per fare dei confronti.
La Bibbia di Lutero tradotta du­rante l'esilio di Wartburg, portata a termine nel 1522 e nota come la « Bibbia di settembre », comprendeva il Nuovo Testamento e rappresentava un esemplificazione perfetta di quelle che erano le idee fondamentali del ri­formatore. Infatti, come egli stesso ebbe a dire, la sua fatica letteraria era ispirata dal concetto che biso­gnava usare delle parole e dei termini « nati sulla bocca del popolo ». E il suo vocabolario e il suo stile non fu­rono solo ispirati a quello che era il miglior tedesco colto dell'epoca, quel­lo di Meissen, ma sopratutto alla parlata della “comunità umana”.


LUTERO FONDATORE DELLA LINGUA TEDESCA


Lutero non spazzò soltanto la stalla d’Augia della Chie­sa, ma anche quella della lingua tedesca; creò la prosa tedesca moderna, fece sia il testo che la melodia di quel corale, pieno di certezza nella vittoria, che divenne la Marsigliese del XVI secolo. (Friedrich Engels)


IL CANTICO DI LUTERO


Testo e musica del corale di Lutero

Una solida fortezza é il nostro Dio

Una salda fortezza è il nostro Dio,
un rifugio sicuro.
Di rabbia freme il vecchio nemico,
perfido e geloso, contro di noi si arma
del gladio e dell'ingiuria.
A che servono tutti i nostri lavori
in questo estremo pericolo ?
Per noi combatte il vero eroe
scelto da Dio medesimo.
Riconosci questo Salvatore: E' Cristo, il Signore.
Il Dio santo e forte,
nella vita e nella morte
il tuo supremo Redentore.
E quando i demoni furiosi
riempiranno questa terra,
che importanza avrà la collera
di questi audaci tiranni
Dio onnipotente è qui tra noi.
Prega e non temere: Una sola parola,
o cristiano, abbatte l'avversario.
Questa parola è del gran Re dei re
la parola immortale : Uniti il mondo e l'inferno
contro essa nulla possono.
Prendete corpi e beni, donne, fanciulli e sostegni:
Sforzi inutili !
Il tuo regno, o Gesù! resta al cristiano fedele.



Durante la traduzione dell'intera Bibbia, portata a termine negli anni successivi sopratutto grazie alla pre­ziosa collaborazione di Melantone, intere giornate venivano dedicate alla discussione per definire anche i par­ticolari più insignificanti e l'esatta formulazione di singole parole. E Lutero nella sua “Lettera sulla cor­retta traduzione” pubblicata nel 1530, si fece premura di comunicare le esperienze, i successi e gli insuccessi che lui stesso e i suoi collaboratori avevano dovuto affrontare.
Nel 1534 comparve finalmente a Wittenberg la prima edizione comple­ta della Bibbia tedesca con nume­rose pregevoli illustrazioni tratte dall’opera pittorica di Lucas Cranach.
Ma la traduzione della Bibbia in tedesco per opera di Lutero rappre­sentò un'arma formidabile anche per la prima rivoluzione borghese della storia. Le Sacre Scritture, tradotte in un linguaggio accessibile al popolo, lette avidamente dai cattolici e dal basso clero documentavano il pro­gressivo allontanamento della Chiesa dall'insegnamento evangelico e costituivano quindi un argomento pre­zioso nella lotta contro l'oppressione di Roma.
Non solo: gli sfruttati e i disere­dati potevano ora leggere anch'essi la parola di Dio e lo facevano certa­mente con occhi ben diversi della nobiltà e dei possidenti: nelle Sacre Scritture non era difficile per loro trovare un appoggio anche ai loro de­sideri e alle loro rivendicazioni so­ciali, un appoggio che proveniva loro direttamente dal messaggio evangeli­co di Gesù Cristo. Di conseguenza la loro entusiastica adesione ai principi della Riforma aveva un contenuto sostanziale e di classe ben diverso di quello dei principi che avevano accol­to la Riforma stessa per i loro inte­ressi separatistici, o di quello dell'alta borghesia che l'aveva accolta per i suoi interessi economici. Questo con­tenuto sociale che le classi oppresse intravedevano nella Riforma era in­fine ben lontano anche dalle inten­zioni e dalle idee di Lutero stesso.


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La sfida di Lipsia tra Karlstadt e Lutero


Il 12 ottobre del 1518 ebbe luogo nella casa dei Fugger il primo incontro tra Lutero e i plenipotenziari della Cu­ria. Il cardinale Caetani, che aveva partecipato in veste di legato Ponti­ficio a una Dieta imperiale tenutasi ad Augusta, esortò il monaco agosti­niano a riconoscere i suoi errori, a rin­negarli e ad astenersi da ogni azione suscettibile di recar danno alla Chiesa. Ma Lutero non si piegò. Passò anzi al contrattacco impegnando immediata­mente il sapiente generale dei Domenicani in una discussione teologica nel corso della quale ebbe occasione di esporre e di sottolineare con vigo­re ancor maggiore le sue idee e le sue convinzioni. Soprattutto egli sosten­ne senza mezzi termini la sua assolu­ta certezza che il peccatore potesse ottenere il perdono divino anche sen­za la mediazione del papa perchè, per ottenere questo perdono, non occorre­va la somministrazione di alcun sacra­mento dal momento che, secondo lui, bastava aver fede nella possibilità di salvarsi.
L'atmosfera della riunione divenne ancor più tesa quando il “miserabile monaco mendicante” ebbe l'ardire di tacciare di presunzione il papa il quale reputa la sua autorità superio­re a quella della Bibbia e del Conci­lio, e di correggere con aria trionfante alcuni involontari errori commessi dal cardinale durante la dotta disputa. I tentativi di conciliazione fatti dal timoroso Staupitz non ebbero alcun successo. Lutero rimaneva irremovi­bile. Dalla sua bocca non uscì la mi­nima ritrattazione! In queste condi­zioni una sua ulteriore permanenza ad Augusta diventava veramente pe­-ricolosa. In fondo, il generale dei do­menicani poteva, di fronte al manca­to pentimento e alla mancata ritratta­zione “del noto eretico”, farlo arre­stare e tradurre a Roma per il proces­so. E' per questo che i due consiglieri sassoni persuasero Lutero a fuggire la notte stessa dalla città per sottrar­si alla pericolosa vicinanza del cardi­nale.
Dopo il suo ritorno a Wittenberg, Lutero si aspettava giorno per giorno di ricevere la bolla papale di scomu­nica e pertanto si preparava a emi­grare in Boemia oppure in Francia.
Federico il Saggio che aveva già una volta rifiutato l'estradizione di Lutero a Roma, era sottoposto a continue pressioni della Curia che lo solleci­tava da una parte a por termine all'at­tività sediziosa di Lutero, dall'altra ad assecondare i piani della diploma­zia vaticana.
Nel 1519 morì l'imperatore Massimiliano I senza esser riuscito ad assicu­rare al nipote la successione al trono imperiale. Per la Curia quindi ebbe inizio un periodo di trattative e mer­canteggiamenti in vista della designa­zione del nuovo imperatore e queste trattative, durate lunghi mesi, rive­stivano ovviamente un'importanza mol­to maggiore di quelle relative all'istru­zione del processo canonico contro Lutero che, di fronte alle esigenze della alta politica, passò naturalmente in secondo piano.
Intanto una polemica letteraria sor­ta tra Andrea Karlstadt e Giovanni Eck aveva spinto questi due personag­gi ad organizzare una pubblica dispu­ta sulle loro contrastanti idee. Il pro­fessore di Ingolstadt aveva approfit­tato dell'occasione per impostare le sue tesi in modo violentemente pole­mico nei confronti di Lutero, e il su­scettibile monaco di Wittenberg non poteva certo restare indifferente di fronte a questa pubblica presa di po­sizione contro di lui nè esimersi dal partire al contrattacco sfidando a un duello oratorio il suo denigratore. Ac­compagnato da una scorta di 200 stu­denti dell'Università “Leucorea” ar­mati, Lutero si recò quindi insieme a Karlstadt a Lipsia, dove, nella sala maggiore del castello di Pleissen eb­be luogo un memorabile scontro ora­torio che durò quasi tre settimane e si svolse alla presenza del principe Giorgio, del ramo albertino della Ca­sa di Sassonia.
I protagonisti della disputa furono Lutero ed Eck i quali esposero e rias­sunsero in modo molto dotto e vivace le loro opposte tesi; tra il pubblico, seguiva con particolare attenzione i loro argomenti un giovane Magister, Thomas Müntzer.
Lutero demolì le presunte origini divine su cui si voleva basare il potere assoluto dei papi; von Eck replicò che questa sua presa di posizione met­teva Lutero pericolosamente vicino al­le eresie di Wycliff e di Huss; Lutero allora gli rispose che alla base delle dottrine di Jan Huss e degli hussiti c'erano delle idee profondamente cri­stiane e perfettamente accettabili dai veri credenti. Eck, in modo apertamen­te provocatorio, ricordò allora a Lutero che il Concilio di Costanza, con­vocato per giudicare l'eresia di Huss, si era concluso con la condanna al ro­go del riformatore. Lutero gli rispose duramente dicendo che, prima, egli avrebbe dovuto dimostrare che i Con­cili non possono sbagliare e che non hanno mai sbagliato. Dopo questa au­dace affermazione -di Lutero, l'abile Eck potè trionfalmente concludere la disputa dicendo: « Se Lutero sostie­ne che un Concilio di padri della Chie­sa legittimamente costituito e regolar­mente convocato possa sbagliare o ab­bia sbagliato in materia di fede, vuol dire che egli cerca semplicemente di contrabbandare tra di noi il paganesi­mo e l'ateismo. Perciò è perfettamente superfluo che io perda altro tempo per dimostrare la sua evidente ere­sia ».
La disputa di Lipsia segnò la rot­tura definitiva tra Martin Lutero e la Chiesa papale e fu proprio questa cla­morosa rottura a fare della Riforma l'i­deologia e il potente impulso della pri­ma fase della rivoluzione borghese. L'attacco a fondo condotto dall'ereti­co professore di Wittenberg contro il centro spirituale del mondo feudale, e i suoi primi appelli, compilati con chiarezza e senza mezzi termini, suscitavano tra le masse popolari una risonanza e un’adesione sempre più vaste. Anche i più famosi umanisti, tra i quali va ricordato soprattutto Erasmo da Rotterdam, cominciavano a interessarsi sempre più vivamente alle idee e all'opera del monaco ri­belle. Idee luterane circolavano sempre più frequentemente tra le mas­se e la teoria stava per trasformarsi in una grande forza materiale. Da quel momento gli scritti di Lutero ri­prodotti e continuamente ristampati in quantità fino allora mai viste, in­cominciarono a esser letti, commenta­ti e discussi in quasi tutte le famiglie. Le idee dell'audace monaco valicava­no anche i confini e si diffondevano in Svizzera, in Olanda, in Francia e perfino in Spagna e in Italia. A Wittemberg arrivavano numerosi studen­ti stranieri attirati dalla fama di Lutero e del circolo umanistico di Filippo Melantone. La piccola università “Leucorea”, grazie all'impostazione moderna impressale dal contributo umanistico di Melantone, grazie alla protezione accordatale dallo Spalatino e, soprattutto, grazie agli stretti legami che essa manteneva con il mo­vimento , della Riforma, fu per molti anni, nonostante la modestia dei suoi mezzi, la scuola più frequentata di tut­ta la Germania.
Il 1520 fu un anno decisivo per l'e­voluzione e per il rafforzamento del movimento riformatore. Fu infatti questo l'anno in cui Lutero attaccò più duramente la chiesa papale e com­pilò i suoi più efficaci manifesti e ap­pelli, in cui trovò in Filippo Melantone il collaboratore più fedele e il più geniale teorico del Protestantesimo, in cui ottenne anche l'appoggio della piccola nobiltà.
In quegli anni l'umanista italiano Lorenzo Valla era riuscito a dimostra­re che la cosidetta « Donazione di Costantino », su cui il papato aveva basa­to la giustificazione giuridica del suo diritto di esercitare un :potere tempo­rale al quale tutti gli altri Stati do­vevano essere sottoposti, non era al­tro che un falso storico. Nel 1519 il polemico umanista von Hutten aveva pubblicato in Germania lo scritto del Valla, ben lieto di poterlo utilizzare co­me un'arma nell'accanita lotta che egli conduceva contro la chiesa papale nella quale egli aveva individuato il nemico più pericoloso dell'evoluzione nazionale del popolo tedesco. Nel trattato del Valla, Lutero potè così trovare una sia pur tardiva giustificazione a quanto egli aveva affermato durante la disputa di Lipsia e cioè che l'autori­tà papale non traeva origine dalla vo­lontà e dai decreti del Signore. Sol­tanto che ora egli si spingeva molto più lontano: fortemente scosso dalla violenta campagna scatenata contro di lui e dall'odio che il clero ortodos­so gli dimostrava, logorato dall'incer­tezza e dall'attesa della scomunica e delle sanzioni papali, egli arrivò ad­dirittura alla conclusione che il papa­to romano non fosse altro che l'incar­nazione dell'Anticristo. Tanto che in una serie di repliche scritte contro Prierias, egli dichiarò apertamente questo suo nuovo convincimento sot­tolineandolo con vigore ancora mag­giore in certi suoi scritti pieni di ran­core nei confronti di quei curialisti che avevano condannato le sue tesi.
Nel corso di una polemica con il fran­cescano Alfeld, di Lipsia, Lutero scris­se un opuscolo intitolato “Sul papato di Roma, contro un ben noto sostenito­re della Curia romana a Lipsia”, in cui ribadì che il primato dei ponte­fici e l'intera gerarchia ecclesiastica erano istituzioni anticristiane. Per di più sottolineò ancora una volta la pro­gressiva spogliazione subita dalla Germania ad opera della chiesa papale.
Da ogni parte si chiedevano a gran voce riforme. Lutero, che era ormai diventato la personalità più popolare della Germania, non poteva certamen­te rimanere sordo di fronte a questa enorme pressione che veniva dal bas­so. Necessariamente egli fu costretto a porsi il problema di chi dovesse mettersi a capo di questo irresistibi­le movimento realizzando quelle forme che tutti auspicavano. Ed egli rispose a questo problema in modo tale da dimostrare di essere in realtà il por­tavoce dell'alta borghesia del suo tem­po; lo fece in uno scritto dal titolo significativo “Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca sul migliora­mento delle condizioni dei cristiani”. In esso egli esortava i potenti e i governanti tedeschi ad assumere la direzione della lotta contro Roma e di promuovere e proteggere tutti quei necessari mutamenti che si sarebbero irresistibilmente verificati nella na­zione tedesca. Lutero inoltre rivolge un vibrante appello alla “nobile nazio­ne tedesca” perchè respinga la tiran­nide romana e chiede la convocazione di un concilio nazionale organizzato dai governanti tedeschi.
In questo, che è il più ‘tempora­le’ dei suoi scritti, egli propone inol­tre uno schema di riforme da appli­care alla chiesa e ad alcuni settori del­la vita laica, riforme dettate ovvia­mente dalle necessità della nascente borghesia. Tant'è vero che nel suo sche­ma di società ideale il posto premi­nente va ai ceti più abbienti per i qua­li sono riservati anche notevoli privi­legi religiosi. Tuttavia Lutero non ri­conosce alcuna idea astratta e precon­cetta della religiosità: è per questo che anche il diritto canonico diventa inutile e va eliminato in blocco. La consacrazione e l'investitura sacerdota­le deve essere sostituita dall'elezione, da parte della comunità cristiana, di un lettore che diffonda e commenti le parole del Signore. Soltanto in caso di controversie tra le varie comunità si potrà ricorrere al consiglio di una personalità religiosa più autorevole che in nessun caso però potrà appro­fittare del suo prestigio per influire su questioni mondane. La maggior par­te delle feste religiose e dei pellegri­naggi deve essere abolita, gli ordini mendicanti devono essere soppressi, le assoluzioni in cambio di danaro ri­gorosamente proibite mentre il nu­mero delle feste di precetto deve essere ridotto. Quasi tutti i monasteri ed i conventi devono essere chiusi o tra­sformati in ospedali o in scuole.
Al problema della scuola e dell'edu­cazione che per la prima volta viene indicato come uno dei doveri fonda­mentali dello Stato, Lutero ammette una grandissima importanza, tanto da stendere dei dettagliati piani di stu­dio sia per le scuole inferiori che per quelle superiori. I principi della sua riforma erano quindi diretti a favo­rire il consolidamento dell'alta borghe­sia nell'ambito degli Stati principeschi.
Nell'ottobre del 1520 Lutero pubbli­cò “De captivitate babylonica eccle­siae” (Sulla cattività babilonese del­la chiesa); il nucleo centrale di questa opera contiene una confutazione del­la dottrina dei sacramenti con la qua­le la chiesa romana giustificava teo­logicamente la speciale posizione di privilegio - riservata ai suoi preti. Di tutti i sette sacramenti, Lutero ne ac­cetta solo tre: il Battesimo, la Peni­tenza e l'Eucarestia in quanto essi fa­voriscono il rafforzamento dei lega­mi spirituali e sociali che uniscono ogni comunità di cristiani. Tutti gli altri, la Cresima, l'Ordine Sacro, il Matrimonio e l'Estrema Unzione, ven­gono respinti in quanto istituiti dai preti con lo scopo ben preciso di in­fluenzare la vita privata degli uomi­ni. Il credente può stabilire diretta­mente il contatto con Dio e, se vuol farlo, non ha bisogno della mediazione del prete. Con questo scritto tutta la organizzazione ecclesiastica con le sue schiere di chierici veniva svuota­ta di ogni contenuto e non aveva più alcuna ragione di esistere.

Durante i suoi sermoni, Lutero toc­cò spesso alcuni aspetti pratici della vita borghese. Egli insegnò così che non bisognava tollerare alcuna forma di mendicità e che per eliminare la povertà bisognava praticare la virtù del risparmio, bandire ogni inutile lus­so ed ogni spreco anche nel mangiare e nel bere, che bisognava chiudere le case di tolleranza; che Dio andava o­norato soprattutto svolgendo con peri­zia e diligenza il proprio lavoro e ac­quistando una abilità sempre maggio­re nella propria professione. La valo­rizzazione del concetto di professi­one (notiamo che il corrispondente ter­mine tedesco “Beruf” è stato conia­to proprio da Lutero utilizzando il verbo “berufen sein” che significa “essere chiamati” a fare qualcosa di importante anche da un punto di vi­sta spirituale), il riformatore si fece promotore di una nuova etica del la­voro. Con la sua battaglia contro il disprezzo in cui veniva fino a quel momento tenuto ogni tipo di lavoro « profano », egli contribuì a creare u­na coscienza borghese.
Queste idee erano naturalmente de­stinate a suscitare una vasta risonan­za. Esse rappresentavano, anche se Lutero non poteva averne coscienza, l'esatta trasposizione teologica delle aspirazioni che, in quel -periodo di grandi cambiamenti economici e so­ciali, animavano gli strati più evolu­ti della società e in particolare l'alta borghesia che, all'alba della prima ri­voluzione borghese, si trovava anco­ra alla testa delle masse popolari in lotta per il progresso. Gli insegnamen­ti di Lutero affondavano le loro radi­ci nelle necessità reali della società del XVI secolo impegnata in un labo­rioso processo di passaggio dai rappor­ti di produzione feudali a quelli ca­pitalistici. Lutero fornì alle forze che operavano questa trasformazione la più efficace ideologia religiosa.
Dopo l'elezione dell'imperatore, la Curia aveva ripreso il processo cano­nico contro Lutero e cercava di acce­lerare i tempi. Dopo che un'apposita commissione, studiato in modo sbriga­tivo il caso, ebbe espresso in modo piuttosto superficiale il suo parere, il dottor Eck potè raggiungere papa Leo­ne X, impegnato a cacciare il cinghia­1e nella sua tenuta della Magliana, e sottoporgli l'abbozzo della bolla di sco­munica “Exsurge Domine”. Questa bolla è compilata in uno stile molto immaginoso e comincia con le seguen­ti frasi: « Sorgi o Signore e salva i tuoi. beni... perchè ci sono delle volpi che stanno devastando la tua vigna... e le Tue viti vengono abbattute da un feroce cinghiale uscito dalla fore­sta... » E più avanti: « La nostra mis­sione pastorale non deve più essere inquinata dal mortale veleno dell'er­rore. Non possiamo tollerare oltre che la serpe velenosa strisci nei campi del Signore. I libri di Martin Lutero che compongono questo cumulo di errori, devono essere quanto prima giudica­ti e bruciati ». All'eretico fu imposto di ritrattare i suoi errori entro 60 gior­ni, trascorsi i quali egli sarebbe stato inesorabilmente e automaticamente colpito dalla scomunica.
Lutero cercò per l'ultima volta di raggiungere una soluzione di compro­messa indirizzando al papa uno scrit­to intitolato “Sulla libertà di ogni cri­stiano”. In questo scritto egli enun­cia il principio dei “due regni” in ba­se al quale i cristiani hanno l'obbligo di obbedire solamente a quelle auto­rità che rappresentano il “regno ter­reno”, cioè lo Stato. Soltanto spiritua­le è invece il secondo regno, cioè l'as­sociazione dei cristiani desiderosi di risolvere i problemi della fede e della anima. Essi sono uniti in una chiesa “invisibile” e sono responsabili sol­tanto di fronte a Dio e a Lui solo de­vono piena obbedienza. La teoria dei “due regni” e il dovere per ogni cri­stiano di obbedire alle autorità poli­tiche costituite, rappresenta il primo rifiuto di Lutero a ogni decisivo cam­biamento nelle gerarchie sociali che potesse essere richiesto dalle masse popolari.
I legati pontifici Aleander ed Eck, incaricati di divulgare la bolla papale e di far bruciare gli scritti di Lutero, incontrarono notevoli difficoltà. Mol­to spesso il boia gettava deliberata­mente nel fuoco le opere degli scrit­tori scolastici e degli antiluterani al posto di quelle dell'eretico condan­nato.
Per effetto dell'emozione prodotta in lui dalla bolla, Lutero scrisse di getto una violenta replica indirizzata al papa e l'intitolò “Contro la bolla dell'Anticristo”. Per di più, in rispo­sta all'ordine di bruciare i suoi scrit­ti, che aveva vivamente impressiona­to e indignato tutti gli uomini di buon senso, Lutero invitò i professori e gli studenti con i loro parenti ed amici, nonchè la popolazione di Wittenberg, a compiere un atto simbolico di gran­de efficacia. Così il 10 dicembre 1520 sullo spiazzo destinato alle esecuzio­ni situato davanti alla torre di Elster, furono dati alle fiamme i libri di di­ritto canonico, i decreti del papa, gli scritti dei nemici di Lutero - soprat­tutto quelli di Eck e di Hieronymus Emser - e infine una copia della bol­la di scomunica.
La notizia di questa nuova sfida lan­ciata da Lutero suscitò un'enorme impressione in tutta la Germania ed ebbe un grandioso successo propagan­distico. Il monaco di Wittenberg di­venne automaticamente l'eroe della lotta tra la nazione tedesca e Roma, e il movimento da lui promosso ac­quistò una forza tale da non poter più essere in alcun modo contenuto. L'u­niversità di Wittenberg si schierò com­patta con il suo professore di teologia colpito dal bando di scomunica. Intor­no a Lutero si era formato un grup­po di valenti collaboratori, tra i qua­li primeggiavano uomini come Nico­la von Amsdorf, Caspar Cruciger, Ju­stus Jonas e Giovanni Bugenhagen. U­na vasta corrente letteraria e un'agi­tazione politica delle più disparate tendenze contribuivano a diffondere in modo ancor più capillare tra il po­polo le dottrine de “L’Usignolo di Wittenberg” (così infatti lo definì nel 1523 Hans Sachs in una sua celebre poesia). L'appoggio ormai palese e sco­perto dell'Elettore di Sassonia e l'evi­dente e crescente popolarità raggiun­ta in tutti i ceti sociali e nelle masse popolari, misero Martin Lutero al ripa­ro da ogni vendetta della Curia, gli diedero un'assoluta sicurezza morale e resero del tutto inefficace la bolla di scomunica “Decet Romanum Pon­teficem” che rimase perciò lettera mor­ta e non ebbe alcuna conseguenza pratica.


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