domenica 18 ottobre 2009

La battaglia delle idee: BENEDETTO CROCE

Benedet­to Croce
    
Non meno importante dell'opera dei poeti che elaborano, in Italia, le esperienze fondamentali del decadentismo, fu l'attività degli intellettuali che promossero un processo di rin­novamento culturale e che diedero vita ad un vivacissimo dibattito idea­le attraverso numerose riviste. Pro­tagonista e, in un certo senso, mat­tatore, di tale dibattito fu Benedet­to Croce.

Egli nacque a Pescasseroli (in Abruzzo) il 25 febbraio del 1866 e morì a Napoli nel 1952. A Napoli appunto compì gli studi elementari e medi e trascorse gran parte della sua vita, se si to­glie il breve periodo degli studi u­niversitari, rimasti incompiuti, quan­do, avendo perduto il padre, si tra­sferì a Roma in casa dello zio Silvio Spaventa.

La biografia del Croce coincide con la pubblicazione delle sue ope­re. Cominciò con studi di erudizione (“Studi storici sulla rivoluzione na­poletana del 1799”) e le ricerche sui teatri di Napoli (dal Rinascimento al Settecento), subì poi l'influenza di Antonio Labriola e del marxismo, alla quale reagì con un saggio che egli ritenne definitivo per la confutazione delle tesi marxiane (“Ma­terialismo storico ed economia mar­xistica”) s'indirizzò quindi verso una rielaborazione dell'idealismo classi­co e, in particolare, del pensiero di Georg Hegel.
La sua “Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale”, apparsa nel 1902, sembrò segnare una rivoluzione nella critica e nella concezione dell'arte. La sua rivista, “La Critica”, uscita l'anno seguen­te, divenne lo strumento con il qua­le Croce continuò ad elaborare in ogni campo le sue dottrine, a diffon­derle nell'opinione intellettuale ita­liana, ad esercitare su di essa una sorta di egemonia fino alla crisi del­la seconda guerra mondiale (“La Critica” cessò le pubblicazioni come rivista nel 1943).

Frutto di questa attività svoltasi, quasi senza interruzione, per cinquant’anni sono gli innumerevoli volumi di filosofia, storia, critica letteraria, teoria dell'arte, note di costume, economia, erudizione. Basterà qui ci­tarne solo qualcuno… I volumi della “Filosofia dello spirito” (l'organico si­stema filosofico elaborato dal Croce)…, il “Breviario d'Estetica”…, i “Nuovi saggi di Estetica”…, “La Poesia di Dante…, Ariosto…, Shakespeare…, Corneille”…, “Poesia e non poesia”…, “Poesia popola­re e poesia d'arte”…, “Poesia antica e moderna”…, “Poeti del primo e del tar­do Rinascimento”…, la “Letteratura del­la Nuova Italia”…, “Storia d'Italia dal 1871 al 1915”…, “Storia d'Europa nel secolo XIX”…, “La Storia come pensiero e come azione”…, “Il carattere della filosofia moderna”.

Accanto alle opere, si dovrà ricor­dare che il Croce appoggiò prima della guerra 1915-18 le esperienze giolittiane, fu neutralista di fronte alla guerra e, dopo un iniziale di­sorientamento, decisamente avverso al regime fascista. Dopo la Liberazione fu per alcuni anni ministro e presidente del partito liberale e ac­centuò i caratteri conservatori e antisocialisti della sua ideologia.

A proposito di Benedetto Croce credo si possa formulare questo giudizio: che la parte più interessan­te del suo pensiero e della sua criti­ca vada trovata nella lotta che, all’inizio del secolo, egli condusse con energia e spregiudicatezza contro gli aspetti deteriori del positivismo in genere e della scuola storica in spe­cie (vale a dire la critica letteraria erudita d'ispirazione positivista) per affermare una cultura e una critica più moderne ed avanzate. L'introdu­zione nella cultura italiana di De Sanctis e di Hegel, del pensiero dia­lettico e della filosofia classica tedesca, di una problematica culturale più vivace e libera, la mortificazio­ne della piatta erudizione dei posi­tivisti e della grettezza dei cattolici rimangono meriti acquisiti ormai per sempre da Benedetto Croce.
In quegli anni, alla rivolta antipositivistica condotta in nome di un generico ‘ideale’ e di ancor più generiche “ragioni dello spirito”, egli diede una sistemazione organi­ca e razionale, sostanzialmente laica e immanentistica, in cui si cercava di conservare alcune delle conquiste del pensiero borghese dell'Ottocento.

Non si può negare che alla ven­tata irrazionalistica e alla disordina­ta ricerca di modernità egli seppe contrapporre reali esigenze di rinnovamento e di svecchiamento, che portò avanti con coraggio contro gli schemi piatti e stantii della cultura accademica, contro gli aspetti più caramellosi e torbidi dello spiritua­lismo trionfante (anche se, com'è sta­to osservato, egli compì un'analoga operazione contro le punte più avan­zate e rivoluzionarie del materiali­smo e dello stesso pensiero borghese).

E' proprio questa posizione di conservatore, ma illuminato, che provocò nei confronti di Benedetto Cro­ce la reazione non solo di coloro che si ponevano all'opposizione e rifiu­tavano la società a loro contempo­ranea, ma anche dei campioni dello spiritualismo e dell'irrazionalismo, che non potevano perdonargli di es­sere “una bomba carica di buon sen­so”, cioè non potevano perdonargli la sua disciplina mentale, fatta di idee chiare e distinte, la sua pole­mica contro la retorica e la facilo­neria tradizionali e contro i nuovi miti decadenti. Né a costoro poteva piacere la crociana “religione della libertà” la quale - con tutti i suoi limiti borghesi e conservatori - fu senza dubbio una componente non trascurabile degli orientamenti anti­fascisti nel periodo della dittatura.

Così Benedetto Croce in quegli an­ni dominò la cultura italiana ma non ebbe veri amici, non fu certo ogget­to d'entusiasmo o di esaltazioni (co­me del resto Giolitti che può con­siderarsi il corrispettivo del filosofo napoletano sul piano della politica).
Il Croce, insomma, ebbe un'influenza enorme su tutti, ma rimase estra­neo alle correnti di opinione e di cultura che allora si venivano ma­nifestando: restò estraneo - nono­stante le iniziali confluenze, o, me­glio, confusioni - ai movimenti di avanguardia, respinse tutte le cor­renti irrazionalistiche, diffidò dei novatori cattolici, rimase indifferen­te nei confronti della problematica meridionalistica, non si confuse nem­meno con i moralisti della “Voce”, verso i quali mantenne sempre un ben chiaro distacco.

Con la prima guerra mondiale si attenuò molto la spinta progressiva e nel corso degli anni, man mano che ci si avvicinava alla crisi del regime fascista, il pensiero crociano subì una rapida involuzione metten­do sempre più in risalto i suoi trat­ti conservatori, rendendo sempre più pallide e sfocate le sue istanze progressive.
Voglio dire che anche l’opera del Croce deve essere guardata storicamente e soprattutto non deve essere considerata come blocco uni­tario: tanti motivi e sollecitazioni di­versi - e spesso contradditori - si intrecciano in essa rendendola dispo­nibile di fronte a interpretazioni e suggestioni contrastanti. Esaminia­mola un po' da vicino, sotto l'angolo visuale che interessa di più il nostro discorso, quello dell'estetica e della critica letteraria.

Croce si presentò all'inizio del se­colo alla ribalta della cultura italia­na e bandì la nuova verità: l'arte è intuizione pura. Voleva dire, cioè, che l'arte è una delle forme del co­noscere, conoscenza individuale di­stinta dalla conoscenza universale che è propria della filosofia e della sto­ria.

Non starò qui ad esaminare la validità filosofica della definizione: non è compito nostro ma dei filoso­fi di professione. Cercheremo inve­ce di esaminare alcune conseguen­ze che c'interessano per il nostro di­scorso sulla critica letteraria di Benedetto Croce.

La concezione dell'arte come in­tuizione pura, malgrado i successivi approfon-dimenti, ha sempre avuto come con- seguenza che l'arte fosse considerata come un fatto immediato e non come il risultato di una lenta e faticosa costruzione.
E' vero che il Croce riconosce ad ogni poeta un periodo di elaborazione dei suoi motivi: ma si tratta soltanto di un antecedente, materia bruta, finché non viene illuminata dal lampo dell’intuizione.
E' su questo momento, sul momento dell'intuizione, che Cro­ce in definitiva - malgrado che tal­volta affermi il contrario - fissa la sua attenzione, disinteressandosi del resto. Ne consegue che anche l'iden­tità, nell'intuizione, di forma e di contenuto, è una identità immediata e non una unità dialettica, faticosa­mente conquistata.
Il contenuto esiste, prima del fat­to estetico, come materialità di im­pressioni: diventa contenuto solo quando - con lo scoccare dell'in­tuizione - s'identifica con la forma.
E il lungo processo di chiarimento dei propri motivi a se stesso?
E il travaglio della ricerca formale, del­la formazione di uno stile, della sco­perta delle parole, dei colori, dei suoni adeguati a quei motivi? Ante­cedenti.

Di qui la polemica del Croce con­tro la filologia, le ricerche sullo sti­le, sulle poetiche, sulla formazione dei poeti. Di qui anche per lui, la incapacità di comprendere che quel­lo che egli negava sul terreno astrat­tamente teorico si affermava inve­ce ed era valido sul terreno della storia concreta. Da quanto si è detto prima, appare chiaro, per esem­pio, che la qualità di un'opera non risiede nel contenuto (bruta materia) ma nell'identità di un contenuto con la forma.
Egli ne deduceva una polemica giusta contro le dottrine che voleva­no stabilire in astratto i contenuti estetici e quelli non estetici. Ma egli non riusciva a comprendere quanto giusta fosse - sul terreno della crea­zione storica della poesia - la pole­mica che ogni poeta e ogni tenden­za conduce per i contenuti. Lo stes­so potrebbe dirsi dei generi lettera­ri, o delle caratteristiche specifiche delle varie poetiche, problemi che Croce con la sua intuizione pura cre­de di annullare, ma che si ripropon­gono nella concreta attività di ogni artista.

L'intuizione crociana, insomma, ci porta a concepire l'arte come pura “contemplazione del sentimento” : essa è, sì, conoscenza, ma del sen­timento e non della realtà.
Attraver­so di essa, quindi, non si conosce - sia pure in forme diverse dalla storia e dalla scienza - la realtà che ci circonda, la vita degli uomini e delle cose, e, attraverso questa-: conoscenza, non si partecipa al pro­cesso di trasformazione e di progres­so della vita degli uomini e delle cose.
E' un'arte distaccata dalla real­tà, dalla storia, dalla vita. E' la for­ma eterna della Bellezza che non ri­de, non piange, non lotta, non sof­fre, non si esalta, e non si dispera, ma ha sempre sul volto il velo im­mutabile di una serena e dolce ma­linconia.

Da una simile concezione dell'ar­te scaturisce il modulo critico di Be­nedetto Croce. E' ormai diventata classica la sua definizione...

« Il criti­co non è artifex additus artifici, ma philosophus additus artifici ».

Cioè, per dirla in parole povere, il critico per giungere al giudizio sull'opera d'arte deve passare attraverso vari stadi. Il primo sarà quello della riproduzione in noi stessi dell'opera d'arte, perché non sarà possibile giudicare una poesia se essa sarà per noi un bruto dato di fatto, un arido documento. Chi le si accosta con lo animo del miope ricercatore di noti­zie, dell'erudito, del cronista, la fa avvizzire prima ancora di toccarla.
E' necessario che si riviva la poe­sia, che se ne senta il fascino e la armonia del canto: altrimenti ci è preclusa la via della critica.

In questa capacità di aderire al bello e rifuggire dal brutto consiste la sensibilità di cui tanto si è parla­to e si parla. Per mezzo di essa la poesia “se realmente esiste, è rin­venuta e fatta propria con gioia dal­lo spirito contemplante, e, se, inve­ce, si prova menzognera e inesisten­te, lo delude e l'irrita con la sembianza della bruttezza”.
La critica sensibilistica e impressionistica - sempre a parere del Croce - si fer­ma a questo primo stadio; ma si fer­ma nell'anticamera della critica ve­ra, la quale invece sorge solo con il giudizio, cioè quando i dati della sen­sibilità vengono universalizzati dalla categoria, quando viene dato il no­me alle cose, e ciò che si è sentito come bello, è riconosciuto bello, e; al contrario, è definito brutto ciò che al gusto ripugna. Il giudizio non ha bisogno di molte parole; gli è suf­ficiente la formula..

"C'è un'opera d'arte A - con la corrispondente negativa: non c'è un'opera d'arte A".

Questo sarebbe l'elemento nuovo che Croce introdurrebbe nella me­todologia critica: il philosophus (la categoria) accanto e sopra l’artifex (la riproduzione fantastica, la sen­sibilità).
Non già che prima non si giudicasse, perché in tutti i tempi si è fatto della buona critica e non è certo detto che, nel passato, si fa­cesse peggiore di quella di oggi; ma il Croce per primo ha avuto coscien­za del carattere filosofico della cri­tica e ha sentito l'inadeguatezza di una interpretazione affidata solo al­la sensibilità e al gusto.
E a chi, incautamente, pensasse che tale novità non sia molto impor­tante e che, tutto sommato, non sia tanto difficile dare il nome alle co­se, il Croce risponde rilevando la complessa preparazione filosofica che richiede il rigoroso pensamento del­le categorie, che “non può operar­si se non mercé la filosofia, unica­mente mercé la filosofia, e neppure con una parte sola di essa, come sa­rebbe la filosofia dell'arte o esteti­ca, la quale non è veramente com­prensibile se non nel tutto di cui è parte, ossia in relazione con la filo­sofia di tutte le altre forme dello spirito”.

Il processo, a questo punto, sem­brerebbe compiuto: una volta giu­dicato, che cosa rimane da fare?
Nel­la prima fase del pensiero crociano ci si fermava al giudizio.
Ma, in un ulteriore sviluppo del suo pensiero, ai due stadi già descritti egli ne aggiunge un terzo, la caratterizzazio­ne, la quale non può riguardare la forma della poesia che è la forma unica ed eterna della bellezza ma “si riferisce veramente al contenu­to della poesia, al sentimento che la poesia ha espresso e nell'atto stesso ampliato trasferendolo nel suo aere, e che ora, prescindendo da questa idealizzazione, si considera nelle sue sembianze, in quel ‘caratteristico’ che (secondo il motto ricordato dal Goethe) è come il punto di partenza del bello”.


ALCUNE CITAZIONI

* Se la storia non è punto idillio, non è neppure una « tragedia di orrori », ma è un dramma in cui tutte le azioni, tutti i personaggi, tutti i componenti del coro sono, nel senso aristotelico, « mediocri », colpevoli-incolpevoli, misti di bene e di male, e tuttavia il pensiero direttivo è in essa sempre il bene, a cui il male finisce per servire da stimolo, l'opera é della libertà che sempre si, sforza di ristabilire, e sempre ristabilisce, le condizioni sociali e politiche di una più intensa libertà. Chi desideri in breve persuadersi che la libertà non può vivere diversamente da come è vissuta e vivrà sempre nella storia, di vita pericolosa e combattente, pensi per un istante a un mondo di libertà senza contrasti, senza minacce e senza oppressioni di nessuna sorta; e subito se ne ritrarrà inorridito come dall'immagine, peggio che della morte, della noia infinita. * (Benedetto Croce)

* Mi pareva che tanto io come il Cosmo come molti altri intellettuali del tempo (si può dire nei primi 15 anni del secolo) ci trovassimo in un terreno comune che era questo: partecipavamo in tutto o in parte al movimento di riforma morale e intellettuale promosso in Italia da Benedetto Croce, il cui primo punto era questo, che l'uomo moderno può e deve vivere senza religione rivelata o positiva o ,mitologica o come altrimenti si vuol dire. Questo punto mi pare anche oggi il maggiore contributo alla cultura mondiale che abbiano dato gli intellettuali moderni italiani, mi pare una conquista civile che non deve essere perduta. * (Antonio Gramsci)


CONTRO I PATTI LATERANENSI


* Come che sia, accanto o di fronte agli uomini che stimano Parigi valer bene una messa, sono altri pei quali l'ascoltare o no una messa è cosa che vale infinitamente più di Parigi, perché è affare di coscienza. Guai alla società, alla storia umana, se uomini che così diversamente sentono, le fossero mancati, o le mancassero! * (Benedetto Croce)

* Al di sopra del blocco agrario funziona nel Mezzogiorno un blocco intellettuale che praticamente ha servito finora a impedire che le screpolature del blocco agrario divenissero troppo pericolose e determinassero una frana. Esponenti di questo blocco intellettuale sono Giustino Fortunato e Benedetto Croce, i quali, perciò, possono essere giudicati come i reazionari più operosi della penisola. In una cerchia più ampia di quella molto soffocante del blocco agrario, essi hanno ottenuto che la impostazione dei problemi meridionali non soverchiasse certi limiti, non diventasse rivoluzionaria. Uomini di grandissima cultura e intelligenza, sorti sul terreno tradizionale del Mezzogiorno ma legati alla cultura europea e quindi mondiale, essi avevano tutte le doti per dare una soddisfazione ai bisogni intellettuali dei più onesti rappresentanti della gioventù colta del Mezzogiorno, per consolarne le irrequiete velleità di rivolta contro le condizioni esistenti, per indirizzarli secondo una linea media di serenità classica del pensiero e dell'azione. I cosiddetti neoprotestanti o calvinisti non hanno capito che in Italia, non potendoci essere una Riforma religiosa di massa, per le condizioni moderne della civiltà, si è verificata la sola Riforma storicamente possibile con la filosofia di Benedetto Croce: è stato mutato l'indirizzo e il metodo del pensiero, è stata costruita una nuova concezione del mondo che ha superato il cattolicismo e ogni altra religione mitologica. In questo senso Benedetto Croce ha compiuto una altissima funzione « nazionale »; ha distaccato gli intellettuali radicali del Mezzogiorno dalle masse contadine, facendoli partecipare alla cultura nazionale ed europea, e attraverso questa cultura li ha fatti assorbire dalla borghesia nazionale e quindi dal blocco agrario. * (Antonio Gramsci)


* Quanto alla teoria politica, il concetto di potenza e di lotta, che il Marx aveva dagli Stati trasportato alle classi sociali sembra ora [durante la prima guerra mondiale] tornato dalle classi agli Stati, come mostrano nel modo più chiaro teoria e pratica, idea e fatto, quel che si medita e quel che si vede e tocca. La qual cosa non deve impedire di ammirare pur sempre il vecchio pensatore rivoluzionario: il socialista, che intese come anche ciò che si chiama rivoluzione, per diventare cosa politica ed effettuale, debba fondarsi sulla storia, armandosi di forza o potenza (mentale, culturale, etica, economica), e non già confidare nei sermoni moralistici e nelle ideologie e ciarle illuministiche. E, oltre l'ammirazione, gli serberemo, - noi che allora eravamo giovani, noi da lui ammaestrati, - altresì la nostra gratitudine, per aver conferito a renderci insensibili alle alcinesche seduzioni (Alcina, la decrepita maga sdentata, che mentiva le sembianze di florida giovane) della Dea Giustizia e della Dea Umanità. * (Benedetto Croce)

* Non era ammissibile, per il Croce, che alla libertà si affiancasse la giustizia. Non era concepibile, per lui, che dalla libertà come metodo si tentasse di passare alla libertà come sostanza, cioè alla rivendicazione di un mutamento dell'ordinamento sociale che esiste attualmente. * (Palmiro Togliatti)

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