giovedì 21 gennaio 2010

Gramsci e Machiavelli - Quaderni del carcere - Il moderno Principe (Prison Notebooks - The Modern Prince)


Niccolò Machiavelli (Terracotta del XV secolo)


Il nucleo centrale della interpretazione gramsciana di Machiavelli - l'idea di un “moderno Principe” - matura lentamente nella tormentata elaborazione dei “Quaderni del carcere”. Il primo quaderno, iniziato l’8 febbraio 1929, si apre con uno schema degli argomenti che Gramsci si proponeva di trattare, ma in tale schema uno studio su Machiavelli non era previsto, e Machiavelli non vi è neppure menzionato. Solo tre anni dopo, nel nuovo programma di lavoro redatto nel 1932 nell'ottavo quaderno (XXVIII secondo la vecchia numerazione), sotto il titolo generale di “Note sparse e appunti per una storia degli intellettuali italiani”, una sezione è dedicata a Machiavelli: poco dopo però, nello svolgimento di questo programma abbozzato nello stesso quaderno, l'argomento va oltre i limiti indicati nel titolo dello schema - che aveva come centro la storia degli intellettuali italiani -, acquista una sua autonomia e assume quel rilievo che sarà poi sottolineato dall'ultima stesura dei “Quaderni”.

Come si spiega questa lenta maturazione? E' importante rendersene conto e seguirne le diverse fasi per capire più chiaramente il ritmo di sviluppo e la logica interna del pensiero gramsciano. L'interesse di Gramsci per Machiavelli era di antica data. In una lettera a Tania del 23 febbraio 1931, lo stesso Gramsci ricordava come nel 1922, in occasione del suo ultimo incontro con il suo ex-professore Umberto Cosmo, quest'ultimo avesse ancora insistito per fargli scrivere uno studio su Machiavelli e il Machiavellismo…
“…era una sua idea fissa, fin dal 1917, che io dovessi scrivere uno studio sul Machiavelli, e me lo ricordava a ogni occasione “.
Per dieci anni, dal 1917 fino all'arresto, Gramsci, com'è noto, aveva avuto ben altro da fare: ma non aveva mai cessato di interessarsi a Machiavelli. Posso ricordare, ad esempio, come tra i primi libri da lui richiesti appena giunto al confino di Ustica (dicembre 1926) vi fosse il volume, uscito da poco, di Francesco Ercole su “La politica di Machiavelli”, che aveva acquistato prima dell'arresto ma non aveva fatto a tempo a leggere.

L'anno seguente, nel carcere di Milano, segue con attenzione tutto ciò che gli è possibile leggere delle celebrazioni per il quarto centenario della morte di Machiavelli (22 giugno 1927)…, alcuni mesi dopo il giudizio che egli dà di tali celebrazioni permette di capire che cosa soprattutto lo interessi in questo periodo nell'opera del segretario fiorentino…
“Mi ha colpito il fatto - scrive in una lettera del 14 novembre 1927 - come nessuno degli scrittori del centenario abbia messo in relazione i libri del Machiavelli con lo sviluppo degli Stati in tutta Europa nello stesso periodo storico. Deviati dal problema puramente moralistico del cosidetto “machiavellismo” non hanno visto che il Machiavelli é stato il teorico degli Stati nazionali retti a monarchia assoluta, cioé che egli, in Italia, teorizzava ciò che in Inghilterra era energicamente compiuto da Elisabetta, in Ispagna da Ferdinando il Cattolico, in Francia da Luigi XI e in Russia da Ivan il Terribile, anche se egli non conobbe e non poté conoscere alcune di queste esperienze nazionali, che in realtà rappresentavano il problema storico dell'epoca che il Machiavelli ebbe la genialità di intuire e di esporre sistematicamente”.

Due anni dopo, in una delle prime note dei “Quaderni”, questo spunto del 1927 è ripreso e sviluppato…
“Si suole troppo considerare Machiavelli come "il politico in generale" buono per tutti i tempi: ecco già un errore di politica. Machiavelli legato al suo tempo:
1) lotte interne alla repubblica fiorentina;
2) lotte tra gli Stati italiani per un equilibrio reciproco;
3) lotte degli Stati italiani per equilibrio europeo.

Su Machiavelli opera l'esempio della Francia e della Spagna che hanno raggiunto una forte unità statale. Fa un "paragone ellittico" come direbbe il Croce e desume le regole per un forte Stato in generale e italiano in particolare. Machiavelli è uomo tutto della sua epoca e la sua arte politica rappresenta la filosofia del tempo che tende alla monarchia nazionale assoluta, la forma che può permettere uno sviluppo e un'organizzazione borghese”.
In sostanza, in questo periodo, Gramsci è soprattutto interessato, contro le speculazioni dottrinarie sul ‘machiavellismo’ come “teoria generale” della scienza politica, ad una valutazione concreta di Machiavelli nella storia d'Italia, in rapporto alla storia europea. Questo punto di vista (che non sarà mai abbandonato anche quando sarà integrato in una prospettiva teorica più complessa) spiega perché Gramsci si limiti, in questa fase della sua ricerca, ad occuparsi di Machiavelli solo occasionalmente, per l'approfondimento dello studio della storia d'Italia, dall'epoca dei Comuni in poi.
Si tratta quindi per lui soprattutto di un tema storico, che sebbene implichi direttamente un interesse politico attuale (si pensi, ad esempio, al problema dei rapporti tra città e campagna e alle indicazioni di classe che l'analisi gramsciana ricava a questo proposito dagli scritti militari di Machiavelli) non ha ancora acquistato tutta la pregnanza teorico-politica che gli sarà conferita dalla successiva indagine di Gramsci. Ad esempio, l'analisi del partito politico moderno, che più tardi viene a convergere attorno all'asse ideologico del « moderno Principe », è in questo periodo sviluppata indipendentemente dalle riflessioni su Machiavelli.

E' solo nella seconda metà del 1930, iniziando una nuova serie di note raccolte provvisoriamente sotto il titolo di “Appunti di filosofia. Materialismo e idealismo”, che il tema di Machiavelli viene affrontato da un altro punto di vista. In un primo breve appunto, intitolato “Machiavellismo e marxismo”, Granisci riprende una vecchia questione che lo aveva interessato profondamente nel periodo ordinovista e anche prima: la questione del valore obiettivo del marxismo come scienza. Si pensi all'articolo famoso del 1917, a commento della rivoluzione d'Ottobre: “La rivoluzione contro il Capitale” (dove si afferma che il “Capitale” di Marx era diventato il libro dei borghesi, e quindi la rivoluzione contro la borghesia aveva dovuto assumere anche la forma di una rivoluzione intellettuale contro gli schemi del Capitale). Ora invece la questione appare rovesciata, e l'esempio di Machiavelli serve da paradigma…
“Duplice interpretazione del Machiavelli: da parte degli uomini di Stato tirannici che vogliono conservare e aumentare il loro dominio e da parte delle tendenze liberali che vogliono modificare le forme di governo. Questa seconda tendenza ha la sua espressione nei versi del Foscolo: "che, temprando lo scettro ai regnatori, gli allor ne sfronda ed alle genti svela ecc". Il Croce scrive che ciò dimostra la validità obbiettiva delle posizioni del Machiavelli e ciò è giustissimo”.

Come si vede, lo spunto è appena accennato (lo stesso confronto tra machiavellismo e marxismo non è nemmeno esplicito) ed ha valore solo come spiraglio che lascia intravedere la impostazione di un nuovo problema. Poco dopo infatti il tema è ripreso in una nuova nota, intitolata “Machiavelli e Marx”, e approfondito in diverse direzioni. In primo luogo per chiarire la differenza specifica che occorre non perder mai di vista nell'esaminare i rapporti tra Marx e Machiavelli…
“…l’innovazione fondamentale instaurata da Marx nella scienza politica e storica in confronto del Machiavelli è la dimostrazione che non esiste una "natura umana" fissa e immutabile e che pertanto la scienza politica deve essere concepita nel suo contenuto concreto (...) come un organismo storicamente in sviluppo”.
In che modo quindi, al di là di questa differenza, si può cercare ancora in Machiavelli un insegnamento obiettivo di scienza politica, valido anche per il nostro tempo?
Oppure, in altri termini: che cosa hanno in comune Machiavelli e Marx?
Intanto, osserva Gramsci, “l'importanza storica e intellettuale delle scoperte del Machiavelli si può misurare dal fatto che esse sono ancora discusse e contraddette ancora al giorno d'oggi: ciò significa che la rivoluzione intellettuale e morale contenuta “in nuce” nelle dottrine del Machiavelli non si è ancora realizzata "manifestamente" come forma ‘pubblica’ della cultura nazionale”.
Affermando che la politica è una scienza autonoma, indipendente dalla morale e dalla religione, e che le sue leggi hanno un carattere oggettivo, Machiavelli non ha fatto altro che dare un'espressione teorica a una pratica seguita in tutti i tempi dalle classi dominanti, le quali però normalmente non sono affatto interessate a rendere di pubblico dominio le
norme del loro comportamento. L'affermazione citata del Foscolo “implica quindi - osserva Gramsci - un giudizio storico-politico” né può spiegarsi soltanto, come aveva fatto Croce, ricordando che il machiavellismo, per il suo contenuto scientifico oggettivo, poteva servire tanto ai reazionari quanto ai democratici. Machiavelli in realtà non vuole ‘suggerire’ a chi già sa, ma proprio “a chi non sa”, alla classe rivoluzionaria del suo tempo, vuole educare questa classe all’arte del governo. La stessa situazione si ripete ora per Marx. Il fatto che la dottrina di Marx sia servita, “oltre che alla classe alla quale Marx esplicitamente si rivolgeva”, anche alle vecchie classi dominanti (“il cui personale dirigente in buona parte ha fatto il suo tirocinio politico nel marxismo”) non toglie evidentemente che solo la classe rivoluzionaria, la classe che ancora “non sa”, è in grado di trarre il maggior profitto dal carattere oggettivo della nuova scienza.

E' a questo punto che sorge per la prima volta l'idea di un “moderno Principe”. Poco dopo, infatti, riprendendo l'argomento, Gramsci scrive che il tema dei rapporti tra Marx e Machiavelli “può dar luogo a un duplice lavoro: uno studio sui rapporti reali tra i due in quanto teorici della politica militante, dell'azione, e un libro che traesse dalle dottrine marxiste un sistema ordinato di politica attuale del tipo Principe. L'argomento sarebbe il partito politico, nei suoi rapporti con le classi e con lo Stato: non il partito come categoria sociologica, ma il partito che vuole fondare lo Stato”.
Ma Gramsci pensa in modo specifico a un determinato partito rivoluzionario, e lo fa capire chiaramente…
“…il protagonista di questo "nuovo principe" non dovrebbe essere il partito in astratto, una classe in astratto, uno Stato in astratto, ma un determinato partito storico, che opera in un ambiente storico preciso, con una determinata tradizione, in una combinazione di forze sociali caratteristiche e ben individuate. Si tratterebbe insomma, non di compilare un repertorio organico di massime politiche, ma di scrivere un libro "drammatico" in un certo senso, un dramma storico in atto, in cui le massime politiche fossero presentate come necessità individualizzata, e non come principi di scienza”.
Gramsci pensa insomma al partito di cui è stato a capo prima dell'arresto, al Partito comunista italiano.

Nel periodo in cui stendeva queste note (seconda metà del 1930) Gramsci era impegnato in una vivace discussione politica con i compagni del carcere di Turi sulla nuova linea politica impostata dal centro del partito, sotto la direzione dell'Internazionale. Si sa che Gramsci non era d'accordo su questa linea, orientata verso la prospettiva non solo di un rovesciamento imminente del fascismo ma anche della sua immediata sostituzione con un regime di dittatura del proletariato. Per Gramsci la prospettiva reale comportava un processo molto più complesso, nel quale la lotta rivoluzionaria poteva assumere la forma di una lunga “guerra di posizione”. Si sa anche che queste posizioni di Gramsci, non coincidendo con quelle che nello stesso periodo erano difese e propagandate dalla linea ufficiale del partito, incontrarono una vivace opposizione tra gli stessi compagni del carcere, e che per evitare che il dibattito politico degenerasse in un'aspra lotta frazionistica tra detenuti, Gramsci fu costretto ad interrompere la discussione.
Il “dramma storico in atto” si riflette in Gramsci nel complicarsi di un dramma personale: alle sofferenze del carcere si aggiunge l'amara sensazione di un crescente isolamento politico. Ma anche questa esperienza lo spinge ad approfondire lo studio di Machiavelli, per ritrovare una nozione di realismo politico che non sia capitolazione di fronte alle esigenze immediate, ‘diplomatiche’, della piccola politica del giorno per giorno.

Si capisce quindi come del “duplice lavoro” che, come si è visto, Gramsci si era proposto di affrontare a proposito dei rapporti tra Marx e Machiavelli , il secondo - incentrato attorno all'idea del moderno Principe - sia lasciato maturare ancora per qualche tempo.
Tra la fine del 1930 e lo inizio del 1932, Gramsci infatti studia la politica di Machiavelli in relazione alla storia degli intellettuali italiani e approfondisce l'analisi di Machiavelli come “il primo giacobino italiano”. Vengono cioé affrontate in questo periodo tutte le premesse storico-analitiche che rendono possibile un discorso coerente sui compiti costruttivi di un moderno partito politico della classe operaia.



IL “MODERNO PRINCIPE”

Antonio Gramsci in una foto del carcere

Infine, in una nota del primo semestre del 1932, intitolata “Il moderno Principe”, questo tema è ripreso in modo organico, come centro fondamentale di interessi per il futuro lavoro carcerario…
“Sotto questo titolo [Il moderno Principe] potranno raccogliersi tutti gli spunti di scienza politica che possono concorrere alla formazione di un lavoro di scienza politica che sia concepito e organizzato sul tipo del “Principe” del Machiavelli”.
Si è già visto quale significato Gramsci attribuisse a questa indicazione. In primo luogo per quella che gli appare come la caratteristica principale del capolavoro di Machiavelli: non una trattazione sistematica, ma un libro con lo stile del “manifesto politico”. Gramsci però chiarisce subito dopo perché il “moderno Principe” non può essere una persona reale, un individuo particolare. Si tratta probabilmente di un chiarimento polemico, giacché egli non ignora che la tendenza ad affidare le sorti di un popolo alle virtù carismatiche di un ‘capo’ si è fatta strada anche in seno al movimento operaio rivoluzionario. Gramsci nega recisamente che per questa via - comprensibile nelle situazioni ‘difensive’ - sia possibile la costruzione di un nuovo Stato e di una nuova società.
“Solo un'azione politico-storica immediata, caratterizzata dalla necessità di un procedimento rapido e fulmineo, può incarnarsi in un individuo concreto: la rapidità non può essere data che da un grande pericolo imminente, grande pericolo che appunto crea fulmineamente l’arroventarsi delle passioni e del fanatismo e annulla il senso critico e l'ironia che possono distruggere il carattere "carismatico" del condottiero (...). Ma questa azione immediata, per ciò stesso non può essere di vasto respiro e di carattere organico”.
“Sarà, aggiunge Gramsci, un'azione di tipo difensivo, nella quale si suppone che una "volontà collettiva" già esistente si sia snervata e dispersa e occorra riconcentrarla e irrobustirla, e non già che una "volontà collettiva" sia da creare ex-novo e da indirizzare verso mete concrete sì, ma di una concretezza non ancora verificata dalla esperienza passata” .

La rivalutazione che Gramsci viene facendo in questo periodo del concetto politico di giacobinismo presenta quindi due aspetti polemici: da un lato contro il mito della spontaneità (a cui è da ricondurre ad esempio l’antigiacobinismo di un Sorel, del quale lo stesso Gramsci a suo tempo aveva subito in qualche modo l'influenza), dall’altro contro il mito del capo infallibile, che finisce col vanificare la funzione stessa del partito. Per giacobinismo Gramsci intende il processo di formazione di una volontà collettiva come protagonista di “un reale ed effettuale dramma storico”: ed appunto la formazione di questa volontà collettiva è il compito del “moderno Principe””, cioè del partito rivoluzionario della classe operaia. Aspetto fondamentale di questo compito è la questione della riforma intellettuale e morale, che è per Gramsci condizione essenziale per lo sviluppo di tutto il processo rivoluzionario…
“… il moderno Principe deve e non può non essere il banditore e l'organizzatore di una riforma intellettuale e morale, ciò che poi significa creare il terreno per un ulteriore sviluppo della volontà collettiva nazionale popolare verso il compimento di una forma superiore e totale di civiltà moderna”.



RIFORMA MORALE E INTELLETTUALE

Si tratta di un progetto assai ambizioso (come è ambizioso tutto il disegno dei “Quaderni del carcere”), che da un lato va oltre Machiavelli e sembra allontanarsene sempre più nello svolgimento, ma dall'altro ritorna continuamente alla riflessione su Machiavelli e sul valore della sua metodologia scientifica. In particolare, quando sente il bisogno di rispondere a possibili obiezioni dei pretesi seguaci di Machiavelli, Gramsci (costretto ad impostare un dialogo nella forma obbligata dei monologo), torna regolarmente a cercare la compagnia del segretario fiorentino. Sapeva bene, ad esempio, quante volte il richiamo al realismo politico, alla machiavellica “realtà effettuale”, fosse stato usato in senso opportunistico, contro ogni progetto giacobino di riforma intellettuale e morale. E proprio in nome di Machiavelli, Gramsci è spinto invece a rivalutare la dispregiata categoria del “dover essere”…
« Il "troppo" (e quindi superficiale e meccanico) realismo politico porta spesso ad affermare che l'uomo di Stato deve operare solo nell'ambito della "realtà effettuale", non interessarsi del "dover essere", ma solo dell' "essere". Ciò significherebbe che l'uomo di Stato non deve avere prospettive oltre la lunghezza del proprio naso. Questo errore ha condotto Paolo Treves a trovare nel Guicciardini, e non nel Machiavelli, il "vero politico" ».
Bisogna distinguere, aggiunge Gramsci, tra “diplomatico” e “politico”, e inoltre tra “scienziato della politica” e “politico in atto”.



SCIENZIATO DELLA POLITICA E POLITICO IN ATTO

La prima pagina del quaderno
di note 
e appunti iniziato da
Antonio Gramsci nel 1929


"Il Machiavelli non è mero scienziato; egli è un uomo di parte, di passioni poderose, un politico in atto, che vuole creare nuovi rapporti di forze e perciò non può non occuparsi del "dover essere", certo non inteso in senso moralistico".
La “realtà effettuale” non è qualcosa di statico e di immobile, ma un rapporto di forze in continuo movimento. «Applicare la volontà alla creazione di un nuovo equilibrio delle forze realmente esistenti ed operanti, fondandosi su quella determinata forza che si ritiene progressiva, e potenziandola per farla trionfare, è sempre muoversi sul terreno della realtà effettuale, ma per dominarla e superarla (o contribuire a ciò). Il "dover essere" è quindi concretezza, anzi è la sola interpretazione realistica e storicistica della realtà, è sola storia in atto e filosofia in atto, sola politica».

E' chiaro che qui Gramsci parla di Machiavelli, ma pensa anche a se stesso, al suo programma di lavoro e di azione. Affermando che l'opposizione Savonarola-Machiavelli non è tra essere e dover essere, ma « tra due dover essere, quello astratto e fumoso del Savonarola e quello realistico del Machiavelli, realistico anche se non diventato realtà immediata, poiché non si può attendere che un individuo o un libro mutino la realtà ma solo la interpretino e indichino la linea possibile dell'azione », non poteva non aver presente i limiti imposti alla sua azione politica dall'isolamento del carcere. Scrivendo i “Quaderni del carcere” anche Granisci poteva agire, come Machiavelli, solo come “una persona privata”, come scrittore e non come il capo di uno Stato e di un esercito, che è pure una singola persona, ma avente a sua disposizione le forze di uno Stato o di un esercito e non solo eserciti di parole.
Ma dire per questo che il Machiavelli sia stato anch'egli un profeta disarmato sarebbe, aggiunge Granisci, fare dello spirito a troppo buon mercato.
“Il Machiavelli non dice mai di pensare o di proporsi egli stesso di mutare la realtà, ma solo e concretamente di mostrare come avrebbero dovuto operare le forze storiche per essere efficienti”.
Ancora una volta parla di Machiavelli in termini che riflettono la sua stessa disposizione d'animo nel prospettare le tesi del “moderno Principe”.



IL COMPITO DEI CONTINUATORI DI GRAMSCI


E' questo l'impianto del lavoro - incompiuto - che Gramsci sviluppa intorno a Machiavelli. Dalle fine del 1932 al 1933 raccoglie e rielabora in un quaderno speciale (sotto il titolo “Notarelle sulla politica di Machiavelli”) una parte delle note e degli appunti stesi fino a quel momento. Nel 1934, nella clinica di Formia, inizia un nuovo quaderno come seconda parte del lavoro (“Machiavelli II”), che rimane però interrotto dopo le prime pagine. Molte altre pagine, altri capitoli di questo “moderno Principe”, restano ancora da scrivere: è il compito dei continuatori di Gramsci per completare il suo progetto di riforma intellettuale e morale del nostro tempo.


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