venerdì 19 febbraio 2010

ORLANDO FURIOSO - Ludovico Ariosto


LA FAVOLA DEL POEMA

Dopo aver presentato le opere minori di Ludovico Ariosto, ora non resta che entrare nel sorridente mondo fantastico dell'Orlando Furioso, perché l'Ariosto è tutto in quest'opera: alla quale lavorò la parte migliore della sua vita, con serietà ed amore grandissimi: come si può vedere dalle innumerevoli correzioni dei suoi manoscritti: e dal confronto della prima edizione con la terza. Si può dire perciò che il poema, che sembra dei più spontanei della nostra letteratura, sia in realtà dei più pensati e dei meno improvvisati..., a dire lucidamente tutto il proprio mondo interiore i poeti arrivano con fatica, tanto più, quanto più sono grandi.


ECCO LA TRAMA DEL RACCONTO

Già Matteo Maria Boiardo aveva condotto sotto le mura di Parigi Agramante re d'Africa con tutti i suoi re, e Marsilio re di Spagna. Ora, le varie peripezie di quel favoloso assedio rimangono come il filone centrale del poema ariostesco, come il punto di riferimento a cui, dai luoghi più lontani e per le vie più diverse, è ricondotto il racconto.
I Cristiani, da principio, sono vinti. Angelica, la donna tanto contrastata, che Orlando aveva condotta, attraverso mille pericoli, in Francia, Angelica, che l'imperatore Carlo Magno voleva dare in premio a quello dei paladini che uccidesse più copia d'infedeli..., come sa che i Cristiani sono rotti, si mette a fuggire, inseguita da Rinaldo, che ella odia cordialmente. Ma egli ne perde la traccia..., e poi è mandato da Carlo Magno a fare soldati in Inghilterra. E intanto appare Bradamante, feroce guerriera e tenerissima donna, sorella di Rinaldo, amante di Ruggero pagano (il poeta immagina, come già il Boiardo, che da loro discenderà la casa d'Este). Essa cerca appunto di Ruggero, che la buona maga Melissa, la sua protettrice, le ha detto esser chiuso in un castello dei Pirenei, dove il mago Atlante (che ha preveduto che Ruggero si sarebbe fatto cristiano) lo tiene prigioniero, in mezzo ad ogni dolcezza. Atlante raccoglieva difatti in quel castello incantato tutte le belle donne, che trovava per quelle contrade. Le rapiva, calando su un cavallo alato (ippogrifo)..., e con uno scudo che abbacinava, appena si scoprisse, faceva cader tramortito chiunque volesse contrastargli.

Bradamante possedeva un anello già di Angelica, che rendeva vani tutti gli incantesimi. Grazie a questo, sfida Atlante: e lo prende. Non ha coraggio di ucciderlo..., ma libera Ruggero.
Il castello è sparito..., ma Ruggero vuole cavalcare l'ippogrifo..., vi monta sopra e imbraccia lo scudo incantato..., e l'ippogrifo sale velocissimo, lasciando desolata Bradamante, e trasporta il giovane (e in ciò si adempie ancora la volontà di Atlante) nell'isola della bella Alcina..., una seduttrice che, saziatasi degli amanti, li convertiva poi in alberi, in fonti, in animali, e così via. Ma la buona Melissa sovviene anche questa volta alla sua protetta. Sotto le sembianze dello stesso Atlante, ella libera Ruggero, cioè lo fa arrossire del suo indegno amore..., una donna saggia, Logistilla, gli insegna a domare l'ippogrifo, ed egli poggia in alto, con l'idea di ritornare in Francia a Bradamante sua.


Ruggero libera Angelica (1819)
Jean Auguste Dominique Ingres (1780-1867)
Museo del Louvre a Parigi
Olio su tela cm. 147 x 190


E inutile dire che anche Orlando è entrato in azione. Fermo di seguire Angelica, parte solo da Parigi, in cerca della donna che non troverà mai..., percorre la stessa via che ella percorre..., ma arriva sempre troppo tardi. Angelica, sorpresa dai Corsari, è portata all'isola di Ebuda, dove, secondo un'usanza del luogo, deve essere offerta a un mostro marino. Orlando s'avvia a quella volta..., ma prima vi era arrivato, sull'ippogrifo, Ruggero. Il quale libera la donna, abbacina con lo scudo la fiera..., si toglie Angelica in groppa. Ma quando scende in terra per trovarsi più ad agio con lei, Angelica gli leva di mano l'anello già suo e, mandato da Bradamante a Ruggero..., se lo mette in bocca, e si rende invisibile..., l'anello aveva anche questa virtù. Per colmo di sventura, a Ruggero sfugge l'ippogrifo.
Intanto, nell'isola di Ebuda, un'altra bella donna è offerta: l'infelice Olimpia. Orlando la libera..., ed uccide il mostro, entrandogli con un palischermo e un'ancora in gola, e trascinandolo poi boccheggiante sulla riva. E riprende la sua vana ricerca.

Ora il poeta ci trasporta a Parigi, cinta d'assedio.
Carlo Magno supplica Dio..., il quale manda l'arcangelo Michele a cercar del Silenzio (che guidi nella notte, inavvertite, le schiere di Rinaldo dall'Inghilterra) e della Discordia (che separi l'uno dall'altro i tremendi assalitori). L'arcangelo trova la Discordia là dove meno avrebbe creduto, in un convento..., dove c'è anche la Frode, che gli insegna, alla sua volta, dove pescare il Silenzio. E guidate dal Silenzio, le schiere di Rinaldo arrivano a Parigi, sul punto che si incomincia l'assedio della città, nel quale giganteggia la figura di Rodomonte, re di Algeri, che, lui solo, mette a ferro e fuoco Parigi..., finché Carlo Magno, coi paladini, riesce a spingerlo fuori delle mura..., mentre Rinaldo prende gli assedianti alle spalle. Allora anche l'imperatore esce dalla città. Gli assedianti diventano assediati. Dardinello, con la sua resistenza, con l'eroica morte, indugia l'eccidio totale dei Saracini: che si rinchiudono nelle trincee. Un giovinetto, Medoro, un oscuro soldato di Dardinello, con l'amico Cloridano, esce per seppellire il suo re. Sorpreso da una schiera di Cristiani, cade trafitto ed è lasciato per morto. Angelica, sfuggita dalle mani di Ruggero, col suo anello che la rende invisibile ha potuto intanto scorrere sicura gran parte di paese. Sopraggiunge a Medoro che muore. Ha pietà del bel giovinetto. Lo guarisce con le arti, che ella apprese nel suo Oriente..., si innamora di lui, con lui passa alcuni giorni di felicità presso un pastore..., e con lui parte per Barcellona, donde s'imbarcherà per l'India, per incoronarlo re del Cataio. Così Angelica, a mezzo del poema, scompare per sempre.


Angelica e Medoro
Simone Peterzano (1540-1596)
Olio su tela (collezione privata)


Ed ecco che Orlando, seguitando nella sua ricerca, arriva, in un pomeriggio ardente, nel boschetto caro ad Angelica e a Medoro. Nei tronchi degli alberi vede incisi i loro nomi: sull'entrata di una spelonca legge una troppo lunga e troppo eloquente inscrizione. Teme di aver compreso. Ospita dal pastore che gli narra, credendo di dissipare la sua tristezza, la storia dei due amanti, e gli mostra una gemma, datagli da Angelica, perché si pagasse: una gemma che egli, Orlando, aveva già regalato alla donna!
Quella notte il paladino non dorme. Il giorno seguente rompe in una pazzia furiosa. Fuori di sé, ignudo, scorre la Francia, devastando e spaventando. Ritrova Angelica, che sta per imbarcarsi..., ma non la riconosce e non è riconosciuto. Valica, a nuoto, lo stretto di Gibilterra, e passa in Africa.

Ruggero entra in un palazzo incantato (fatto sorgere da Atlante, che non vuole assolutamente lasciar che il giovine vada a Bradamente), perché gli è parso di udire la voce della sua cara donna, che lo chiami. Si aggira di stanza in istanza, senza ritrovarla mai. Melissa sa dell'inganno. E accorre con Bradamante a quel palagio..., avvertendola che uccida subito chi le sembrerà Ruggero: solo così cadrà l'incanto. Ma la donna non ardisce colpire lo spettro dell'uomo che ama: ed anch'ella resta presa nel palagio. Se non che il paladino Astolfo, già uno degli amanti di Alcina, da lei convertito in mirto, e poi ritornato nella forma di uomo da Melissa - il più pazzo avventuriero del poema - arriva a proposito. Egli possiede un libro, che gli insegna tutti gli incanti e il modo di distruggerli..., possiede un corno di un suono formidabile..., suona: e il castello va in fumo..., e Bradamante e Ruggero si ritrovano finalmente. Ma la donna, prima di dar la mano di sposa a Ruggero, esige che egli si faccia cristiano. Egli le ubbidirebbe subito..., ma vuole prima attendere che l'assedio di Parigi termini: non gli basta l'animo di abbandonare nel pericolo il suo re Agramante. Bradamante ritorna al suo castello di Montalbano e Ruggero si reca al campo di Agramante. Per via si accompagna con una guerriera, Marfisa, che non gli dispiace..., e Bradamante, che viene a saperlo, si cuoce dalla gelosia.

I Saraceni ritornano ad assediare Parigi. L'arcangelo Michele ripesca la Discordia, che sedeva in un capitolo di frati, raccolti per l'elezione del superiore..., le rompe un manico di croce sulle spalle..., la rivuole al campo dei Saraceni. Ed essa ci ritorna, difatti..., e questa volta adempie assai bene al suo ufficio. Pei motivi più vari, i pagani più formidabili vengono poco meno che alle armi l'uno contro l'altro: Gradasso e Ruggero, Marfisa e Mandricardo, Rodomonte e Sacripante. Il più infelice è Rodomonte. Convinto che Doralice lo ami, e che subisca, per forza, Mandricardo, la invita a scegliere fra loro due..., ed ella sceglie Mandricardo.
Rodomonte parte pieno d'ira contro le donne: quasi impazzisce anche lui come Orlando. Si ferma a Mompellieri, presso una chiesetta abbandonata, su un fiume:m di qui passa la buona Isabella, che si porta con sé la bara del suo Zerbino. Rodomonte se ne invaghisce, ma ella preferisce essere uccisa, anzi che posseduta da lui. Ricorre perciò ad una bugia..., gli dice che sa preparare un liquore, che rende invulnerabili..., glie lo insegnerà, se egli le promette di non offenderla. Spreme delle erbe, se ne unge il collo, invita Rodomonte a colpire. Il rozzo uomo la decapita. Ad espiare il suo errore, converte la chiesa in sepolcro di Isabella e costruisce uno stretto ponte sul fiume. Chiunque passerà, dovrà contrastare con lui, ed egli appenderà le armi del vinto come trofeo dovuto alla morta. Di là non si vuol muovere, per quanto Agramante lo richiami.
Bradamante, che vuole aver nuove di Ruggero, passa su quel ponte. Una lancia d'oro incantata la rende vincitrice. Allora Rodomonte, per la vergogna, va a nascondersi in una grotta, e giura di non vestire più armi, per un anno, un mese e un giorno.

Rinaldo, con una schiera dei suoi fedeli, è arrivato alle spalle dei Saraceni, e ne fa strage. Agramante si salva a fatica, e si ritira ad Arli in Provenza, con la poca gente che gli resta. Ad Arli si trova Ruggero. Bradamante, gelosa, viene, lo sfida. E si lascia vincere. Anche Marfisa è intervenuta. Bradamante le si avventa. Ma una voce di sotterra - la voce di Atlante (che, morto pel dolore di aver perduto al paganesimo Ruggero, era sepolto là) - chiarisce che Marfisa è la sorella di Ruggero: rapita ancora bambina dai pagani. Ruggero abbraccia la inaspettata sorella, le rivela il suo amore per Bradamante, e narra la storia dei suoi antenati, a incominciare, nientemeno, che da Ettore. Ne risulta che cristiani sono originariamente Ruggero e Marfisa, la quale vuol subito ricevere il battesimo.

Ma a dare la definitiva vittoria ai Cristiani contribuisce soprattutto quel pazzo di Astolfo..., che sull'ippogrifo, da Ruggero passato a lui, scorre la Francia, la Spagna, l'Africa, l'Etiopia, dove libera il cieco re Senàpo dalle Arpie, e, inseguendole col suono terribile del suo corno, le caccia sino all'inferno..., da qui sale sulla montagna soprastante, il paradiso terrestre. Qui, da San Giovarmi Evangelista, che vi dimora, sa della pazzia d'Orlando, e come egli, Astolfo, è destinato a guarirlo. Sul carro di fuoco del profeta Elia s'innalzano, egli e San Giovanni, sino alla Luna.
Nella Luna si raccoglie tutto ciò che di buono o di non buono si perde qui sulla Terra, dalla quale una sola cosa non si parte mai: la pazzia. Il senno degli uomini è nella Luna. E, in una grande ampolla, il paladino trova quello di Orlando, e lo porta con sé, non senza prima aver fiutato e ricuperato il suo.
Ridisceso sul monte del paradiso terrestre, Astolfo coglie un'erba, con cui rende la vista a Senàpo, che Dio aveva accecato per la sua superbia. Senàpo, per gratitudine, si fa cristiano, e gli dà genti per assalire il regno di Agramante, e così costringerlo ad abbandonare la Francia.

Ma l'esercito manca di cavalli. Astolfo prega fervidamente Dio, rotola sassi da una montagna, e i sassi diventano cavalli..., e così muove all'assalto di Biserta. Anche, disegna di togliere la Provenza ai Saraceni..., ma gli manca una flotta. Prega, getta in mare foglie di allori, di palme, di cedri, e quelle foglie diventano navigli. Mentre la flotta è in procinto di salpare, appare, devastando il paese, un pazzo: Orlando.
E' il momento. Lo si lega, gli si fa fiutare l'ampolla del suo senno. Egli riacquista la ragione, si vergogna di ciò che ha fatto, giura di vivere per difendere la cristianità, partecipa con Astolfo all'assedio di Biserta..., mentre la flotta si scontra di notte con quella di Agramante, che, disfatto, spiegava le vele per far ritorno in Africa. E vede da lontano le fiamme della sua Biserta, incendiata. Un duello fra Orlando, Oliviero e Brandimarte, dalla parte dei cristiani, Agramante, Gradasso e Sobrino dalla parte dei Saraceni, nell'isola di Lipadusa, pone fine alla guerra.
Orlando uccide Agramante e Gradasso, Sobrino è ferito gravemente, e si arrende. Ferito resta pure Oliviero. E Brandimarte muore, raccomandando la sua cara donna Fiordiligi. All'isola giunge, troppo tardi, Rinaldo..., che, con Orlando, trasporta Brandimarte in Sicilia, per fargli un funerale degno.

Ma e Ruggero e Bradamante? Il duca Anione, padre di Bradamante, non vuol sapere ch'ella sposi Ruggero..., egli l'ha promessa a Leone, figliuolo di Costantino, imperatore di Bisanzio. Bradamante, da figliuola obbediente, si rassegna alla rinuncia, ma ottiene da Carlo Magno (e il padre non osa opporsi) che soltanto colui possa sposarla, che la vinca in una giostra. Ruggero, sotto il nome di cavaliere del Liocorno, va, pieno d'ira, per deporre dal trono Leone..., ma Leone ammira tanto i suoi atti di bravura, che i due giovani diventano i migliori amici, al punto che Ruggero accetta di combattere contro Bradamante, con gli abiti e la divisa di Leone, per conquistare a lui la donna..., e vince. Se non che Leone, saputo che il cavaliere del Liocorno era Ruggero, il fidanzato di Bradamante, non vuol essere vinto da lui in cortesia, e domanda egli stesso, pel suo amico, all'imperatore la mano della donna.
Finalmente si celebrano, dinanzi a Carlo Magno, le nozze..., turbate da Rodomonte, che, uscito dalla sua solitudine, compare improvviso nella sala del banchetto, a sfidare Ruggero, apostata dalla propria credenza.
Col duello dei due guerrieri e la morte di Rodomonte, la cui anima fugge bestemmiando all'inferno, termina così il poema.


LA FANTASIA ARIOSTESCA

Pur da questo scheletro di esposizione è lecito scorgere la grande virtù costruttiva dell'Ariosto. Il Furioso è un edificio di grande varietà e vastità: e pure semplicissimo.
L'enorme tutto gravita su tre motivi principali.
Il primo, che chiamerei epico, che è come lo sfondo di tutto quanto il racconto, è la guerra tra pagani e cristiani, culminante nell'assedio di Parigi.
Il secondo, amoroso, rappresentato dalla passione di Orlando per Angelica, tocca il più alto grado proprio a mezzo del poema, con la follia del conte.
Il terzo si aggira intorno ai contrastati amori e alla conversione di Ruggero e al matrimonio finale di lui con Bradamante: dal quale discenderanno gli Estensi.
Ma i tre motivi si fondono poi in un tutto armonico, e lo sviluppo dell'uno giova alla soluzione degli altri. Anche le azioni minori - di cui non ho potuto sempre far cenno - sono parte non accessoria, ma necessaria del racconto (salvo le novelle, messe in bocca a vari personaggi, e che hanno ufficio di diversione e di riposo)..., e, togliendole, l'edificio si rilasserebbe e rovinerebbe. In ciò, in questo senso della simmetria, della proporzione, dell'unità (che diventerà poi legge fondamentale, ma tutta estrinseca, della poesia narrativa), in questa capacità di dominare dall'alto la materia più varia, è il segno dello spirito classico dell'Ariosto, e che differenzia il suo dai poemi romanzeschi precedenti, e massime dal Morgante. Né minore è la fantasia inventiva del poeta..., benché altri abbia dimostrato che la materia del Furioso è derivata a lui, in grandissima parte, da vecchi poemi cavallereschi, e, in parte non piccola, dai poeti latini: da Virgilio, da Lucano, da Stazio, e forse anche più da Ovidio. Ma l'Ariosto trasforma e impronta di sé e rende perfettamente consoni ai modi della sua fantasia le narrazioni, i passi, i motivi, le similitudini, che desume dagli altri poeti.
E' la sua originalità, cioè la potenza della sua personalità artistica, nonché diminuire, ne apparisce anzi maggiore. Ma meravigliosa è nell'Ariosto la fantasia, che si può chiamare rappresentativa: cioè la facoltà di ritrarre il mondo pittorescamente.
Egli è il più grande dei poeti pittori, e giustamente fu più volte riavvicinato ai pittori dell'età sua, a Tiziano, e anche più al suo quasi concittadino, il Correggio. Uno, poi, dei caratteri più individuali dell'Ariosto è il perpetuo senso del reale e della logicità. Il Furioso è pieno di prodigi, di incantesimi, di mostri, di avvenimenti che sono fuori di ogni realtà e di ogni esperienza..., ma tutto cotesto mondo è circostanziato, è determinato in maniera, da non sembrare più arbitrario, ma verisimile, che è quanto dire, in arte, vero. L'ippogrifo - per fare un esempio - è un capriccio fantastico..., ma il poeta lo ritrae con tanta vivezza di particolari, da dare l'illusione che sia un essere reale.

Che se l'Ariosto è poeta prevalentemente del mondo esteriore..., se egli sente la gioia del confondersi, a così dire, coi fenomeni..., tuttavia la psiche dei suoi personaggi è ben ricca più che nel Boiardo. Orlando, che nell'Innamorato è un semplicione, nel Furioso è un appassionato..., gli intendenti trovano che i momenti, lo sviluppo, i caratteri della sua follia sono di una perfetta verità. Angelica, nell'Innamorato non altro che una civettuola, nel Furioso diventa una donna, che, dalla pietà verso un povero soldato moribondo, arriva a quell'amore, che tutto dà e nulla chiede, e che le fa dimenticare di essere stata l'idolo dei più celebri campioni cristiani e pagani. Il Radamonte del Boiardo è un gigante feroce e smargiasso..., il Rodomonte ariostesco, pur crudele e primitivo, nella seconda parte della sua azione ha rimorso della sua volgarità criminosa e termina difensore della sua fede contro Ruggero, che l'ha abbandonata. E, pur serbando i caratteri di bizzarria dell'Astolfo boiardesco, quanto più urbano e simpatico l'Astolfo dell'Ariosto!

Alcuni caratteri poi sono tutti creati dal poeta..., e sono tra i più felici: come quelli di Ruggero e di Bradamante.., personaggi dal Boiardo appena abbozzati e accennati. Ruggero, così innamorato di Bradamante, e pur così facile a deviare e a traviare, può parere falso a chi nell'uomo non cerca l'uomo, ma l'eroe: o crede che l'eroe non sia un uomo. Bradamante, nel suo affetto costante e gentile verso Ruggero, nelle sue ingenuità e nelle sue gelosie, nel suo dualismo di guerriera invitta e di trepida amante, è dei personaggi femminili più cari e più veri di tutta la nostra poesia narrativa.

Singolare finalmente nel Furioso è che, dal principio alla fine, il poeta si sente sempre presente, con le sue qualità di gentiluomo e di galantuomo e di conversatore, spesso più salace e più licenzioso, che non comportino i nostri costumi. Il poeta vive in una costante e simpatica relazione col lettore..., commenta egli la sua storia: massime nei preludi di ogni canto, dove il racconto gli porge occasione a brevi divagazioni sui costumi degli uomini, e alla professione di una sua filosofia tra bonaria e rassegnata.
Le lodi alla casa d'Este - e più specialmente al cardinale - e le tante adulazioni..., che l'Umanesimo aveva rese obbligatorie, sono temperate dall'intervento dell'autore, da un non so che di confidenziale, che lascia intendere nell'iperbole il complimento. Ma la presenza del poeta si avverte principalmente in un atteggiamento leggermente ironico, molto difficile a definire, come sono certi stati profondi e complessi del sentimento. Di fronte al suo mondo meraviglioso, il poeta ha coscienza non meno della sua bellezza, che della sua inanità..., e ha coscienza delle prosaiche esigenze della realtà contro la libera ed eslege vita dei cavalieri. Nel Furioso è come il buon senso di Sancio Panza, che corregge del continuo le follie eroiche di Don Chisciotte. In quell'atteggiamento di ironia, diffuso in tutto il racconto, come il sale nell'acqua del mare, è tanta parte della modernità del poema.


SIGNIFICATO DELL'ORLANDO FURIOSO

L'Orlando Furioso rappresenta un'età in cui la poesia, la grande poesia, non prende più le sue inspirazioni dal mondo vivo della realtà, ma vive di una sua vita autonoma, segregata dalla storia.
Le misere condizioni dell'Italia diventata campo di combattimento delle cupidigie francesi, tedesche e spagnole, dettano, sì, qualche magnanima strofa all'Ariosto, ma dallo spettacolo dei mali della Patria, che lo turba per un istante, egli si rifugia nei paesi incantati della sua fantasia.
I grandi problemi morali, politici, religiosi dell'età non lo commuovono affatto, e se un ideale egli ha, è la restaurazione della splendida età cavalleresca..., per cui maledice le armi da fuoco, che per lui significano la morte del valore, e il prevalere del numero sull'individuo, dell'insidia sull'ardimento.
Per questo rispetto, il Furioso è l'antitesi della Divina Commedia: in cui la realtà di ogni specie urge con tanto impeto, da diventare passione e poesia altissima.
L'Ariosto si propone di divertire, puramente e semplicemente: come scriveva al doge di Venezia, chiedendo il privilegio di stampa per la prima edizione del Furioso.
Egli aveva lavorato "per spasso et recreatione dei signori et persone di animi gentili et madonne"..., aveva scritto "per sollazzo et piacere".

Perciò egli teme di stancare il suo pubblico: di cui vuole sempre tener vivo l'interesse: quindi certi accorgimenti, che non avevano esempi nell'epopea classica: come di interrompere il racconto sul più bello, per ricominciarlo poi molto dopo: e iniziare, o riprendere, un racconto di tutt'altra specie, e di tutt'altro tono: e di chiudere il canto nel mezzo del fatto, invitando il pubblico a ritornare un'altra volta: come era costume dei vecchi cantastorie.

Grande la varietà, grande il movimento. Egli è il signore delle immagini: è il maestro dello stile..., che in lui non ha nulla di retorico: e trapassa con mirabile facilità dal tono più alto al più dimesso, da un linguaggio tutto splendore a un linguaggio che potrebbe confondersi con la prosa, comune.
Ma uno squisito senso della perfezione e dei limiti seconda in lui il genio.
Dove egli è copioso, e non mai prolisso..., spontaneo, e non mai volgare.
Alla lingua - come accade ad ogni vero poeta - dedicò cure non lievi. Volle rifatta sull'uso fiorentino l'edizione definitiva del Furioso. E per il Furioso la toscanità si venne imponendo anche nell'Italia settentrionale, pure non senza difficoltà.
Ma il vocabolario toscano fu per l'Ariosto, come poi per Alessandro Manzoni, precisione, ricchezza e dignità..., né passarono nel Furioso, come non passarono nei Promessi Sposi, quei modi oscuri e plebei, che furono e sono la delizia dei toscanisti di professione.


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