venerdì 30 aprile 2010

GESUITI CELEBRI - JUAN MARIANA


Un apostolo del "tirannicidio"



Il gesuita spagnolo non era affatto, come potrebbe sembrare a prima vista, un audace democratico "ante litteram", bensì un accorto e sottile difensore degli interessi ecclesiastici.

Juan Mariana, gesuita spagnolo, teologo ed umanista, nacque a Talavera nel 1536, e morì a Toledo il 16 febbraio 1624. Era un "trovatello" e venne raccolto, nutrito, educato dalla Compagnia di Gesù, a cui appartenne fin dall'età di sedici anni.
Nel 1561 insegnava "esegesi biblica" a Roma..., poi teologia in Sicilia dal 1564, e dal 1569 a Parigi.
Nel 1574 i superiori dell'Ordine decisero di mandarlo a Toledo, ed ivi scrisse le sue opere: ad esempio, "De rèbus Hispàniae", cioè la storia della Spagna, i cui primi 20 libri apparvero a Toledo nel 1592, e l'insieme completo, in 30 libri, a Magonza, nel 1605.
Mariana ne fece anche una riduzione in lingua spagnola pubblicandola con il titolo "Historia general de Espana".
Si tratta probabilmente del suo lavoro migliore.

Compose, inoltre, "De rege et regis institutione libri tres" (Toledo, 1599) e a "Tractatus septem" (Colonia, 1609), che gli fruttarono molte noie ed anche il carcere.
Infatti, nella quarta parte di quest'ultimo libro egli accusa i ministri di Filippo III di rovinare il popolo diminuendo il valore della moneta.
La rinchiusero per oltre dodici mesi in un convento di francescani, e ne uscì vivo quasi per miracolo.
Scontento dei governo del generale della Compagnia, Claudio Aquaviva, scrisse un "Discursus de erroribus qui in forma gubernationis Societàtis occurrunt" (uscito postumo, nel 1625, a Bordeaux), e appoggiò quei gesuiti dissidenti, che volevano, per la Spagna, un Ordine separato da quello di Rama.
I suoi concittadini, nel 1888, gli eressero un monumento a Talavera


PREDECESSORE DI LOCKE?

Quello però che valse a salvare il Mariana dall'oblio e ad assicurargli anche dopo la morte una certa celebrità, è la sua dottrina sul "tirannicidio", o "uccisione del sovrano oppressore del popolo".
Il quesito che il Mariana espone e risolve è molto semplice.
Ammettiamo, per esempio, che esista un monarca legittimo: quindi possessore, a giusto titolo, del governo politico.
Ma costui lo esercita con abuso: anzi, è un tiranno insopportabile.
Si prende gioco dei beni, della coscienza, e persino della vita fisica dei cittadini.
Perciò, il fine per il quale l'autorità ha qualche motivo per esistere - ossia, la ricerca del bene pubblico, e, in conseguenza, privato - è addirittura capovolto.
Ma, allora, è evidente che nessuno potrebbe negare al popolo il diritto di ribellarsi al sovrano, di scacciarlo, dì ucciderlo anche, se altri mezzi non appaiono efficienti ad ottenere lo scopo, che è quello della salvezza comune.
E ammazzare il re è lecito a chiunque tra i cittadini, purché intervengano le accennate circostanze.
Realmente, se a Tizio, come individuo privato, è interdetto uccidere chicchessia, tanto più il capo dello Stato (a meno che questi non divenga aggressore di lui: ad esempio, entrandogli in casa con la forza, allo scopo di rubare, di violentargli la moglie, eccetera), la faccenda cambia aspetto quando il sovrano si trasforma in un nemico pubblico, cioè di tutti.
Allora Tizio, se lo ammazza, agisce come un soldato in guerra giusta: rivestito, cioè, di pubblico potere, a lui concessa da l'unica autorità legittima esistente, la quale, in caso di tirannia, è e non può essere che il popolo.
La società, infatti, è superiore al re, avendogli conferito il potere a condizione che governasse Politicamente, e non tirannicamente.
Questa teoria ha un indubbio fondamento democratico e in essa possono ritrovarsi i primi germi delle future dottrine del "contratto sociale" e della "sovranità popolare" legate ai nomi di Locke e di Rousseau.

A vero dire, ritratta di una teoria per nulla originale in quanto, anche nel campo cattolico, con maggior acutezza del Mariana, ebbero a trattarla, più o meno nello stesso tempo, altri gesuiti di notevole valore, come il Bellarmino (1542-1621)..., il Molìna (1536-1600)..., il Suàrez (1548-1618)..., il Lèssio (1554-1623), però in modo troppo 'scientifico', mentre egli ne scrisse in maniera letteraria, politica e concreta, adoperando non di rado un linguaggio mordente e vivo, adatto a garantire al suo lavoro ampia diffusione.
Questa, poi, diventò grandissima allorquando molti videro nel libro del Mariana ("De rege et regis... ecc." ) un incitamento allusivo e indiretto a indirizzare le cose in Francia a netto vantaggio della Spagna, mediante l'uccisione di Enrico IV, il re che con la sua conversione "pro forma" dal calvinismo al cattolicesimo era riuscito ad acquistare il trono di Francia .

Il 2 maggio 1598, Filippo II aveva dovuto sottoscrivere il trattato di pace di Vervìns, piegando la schiena ai voleri di Enrico IV di Francia: e tale fu il suo dolore e la vergogna da morirne dopo pochi mesi, il 13 settembre dello stesso anno.
L'ira degli spagnoli e degli ambienti romani giunse al colmo.
Ben s'intende, era indispensabile sorridere e tacere.
Ma, sott'acqua, il fanatismo cattolico di larghi strati della gente francese veniva abilmente aizzalo onde il conflitto potesse riaccendersi.

A buon punto, dunque, giunse a riscaldare gli animi il libro del Mariana, in cui si diceva lecita l'uccisione di un "re tiranno".
Ognuno, infatti, vi scorgeva la controfigura di Enrico IV, e non quella di un monarca qualunque, altrimenti un regime assolutista come lo spagnolo non avrebbe esitato a incarcerare lo scrittore, che, invece, ricevette lodi e incoraggiamenti da tutte le parti, primi i superiori gesuiti, i quali approvarono la stampa del volume.


OBBEDIENZA INCONDIZONATA

Gli accennati rilievi servono a spiegare come mai una dottrina, in certo modo democratica, abbia potuto avere, in quell'epoca, cittadinanza cattolica, e, niente meno, tra i gesuiti..., e perché il Vaticano si sia ben guardato, allora, dal condannarla, od anche, più semplicemente. dall'inserire nell'Indice il libro del Mariana.
Ma non spiegano ancora - per lo meno con sussidio dei termini ristretti entro i quali sinora ci siamo limitati a porre il problema - una cosa che e principale: cioè, perchè, esaurite le circostanze contingenti atte a motivare un simile contegno, la Santa Sede non abbia poi, fino ad oggi, proscritto le teorie del Mariana e degli altri gesuiti contemporanei di lui, Bellarmino, Molìna, Suàrez, eccetera.

Si risponderà: "Perché vi meravigliate? Non sapete che il Vaticano in ogni tempo si è schierato per la difesa dei diritti dei popoli, e che, quindi, conserva la dottrina del Mariana - del resto già insegnata da San Tommaso d'Aquino nel "De regìmine prìncipum" e in altri luoghi - perchè è democratica?".

Ma - replico - mi si permetta di essere incredulo dato che le cose stanno addirittura all'opposto.
Infatti Roma, riguardo all'obbedienza dell'individuo verso le autorità, ha sempre difeso e sostenuto teorie reazionarie all'estremo, le quali, con la precedente, fanno letteralmente a pugni.
D'altra parte, la Sacra Scrittura - su cui è necessario che la dottrina ecclesiastica trovi appoggio e base - parla chiaro, San Pietro, nella sua "Prima Lettera", al capitolo secondo, impone questo indirizzo:.. "è per riguardo a Dio siate soggetti a ogni uomo creato: tanto al re, che è sopra di tutti, quanto ai prèsidi...." (vv. 13-14)..., e rivolgendosi agli schiavi aggiunge:... "Servi, siate soggetti con ogni timore ai padroni, non soltanto ai buoni e modesti, ma anche a quelli che sono perversi" (v. 18).
La ragione è facile a capirsi, e ce la dice San Paolo: ..."Non vi è potestà se non da Dio..., e quelle che esistono, sono da Dio ordinate"("Ai romani", 13, 1).
E subito dopo: ..."Pertanto, chi si oppone alla potestà, resiste all'ordinamento di Dio" (v. 2).

Dunque, parlar di 'tirannicidio', di potere delegato dai popoli ai governi, di diritto di insurrezione, eccetera, è un'utopia, anzi un errore, una colpa.
Questo è tanto vero che "Sant'Alfonso Maria dei Liguòri non ha dubitato di definire falsa e perniciosa l'opinione del Suàrez e dei moralisti e teologi del secolo XVI, confutando il principio democratico sul quale quelli si erano appoggiati.
Egualmente contrario è stato il Taparelli".

Leone XIII, nella Enciclica "Quod apostolici mùneris" (28 dicembre 1878) insegna quanto segue....

"Posto il caso che qualche volta la pubblica potestà venga dai Prìncipi (cioè dai governi) esercitata a capriccio ed oltre misura, la dottrina della Chiesa Cattolica non consente ad alcuno di insorgere, dietro iniziativa propria, contro di loro: e questo affinché la tranquillità dell'ordine non rimanga ancor più sconvolta, e non derivi perciò alla società un danno maggiore.
E quando le cose sian giunte a tal punto che non sorrida alcun'altra speranza di salvezza, occorre che si affreni il rimedio coi meriti della pazienza cristiana e con preghiere al Signore".

Questa posizione è molto chiara.
E i trattatisti cattolici Aertnys e Damen, commentandola nella loro "Theologia moralis"(Edizione Marietti, Torino, 1944, vol. I, pagg. 449-450) osservano che ciò è molto giusto "perchè spesso là Provvidenza di Dio adopera la malvagità dei Principi onde punire il popolo, il quale, con i delitti pubblici e comuni, specialmente con il disprezzo della Religione (cattolica), ha richiamato sopra se stesso l'ira giustissima di Dio: e quindi il rimedio sicuro e ottimo sarà la penitenza, la preghiera, il mutamento dei costumi, e il culto della Religione".

Dunque, non ci si venga a dire che la Chiesa è amica del popolo e della democrazia.
La dottrina del "tirannicidio , cioè, meglio, dei diritto che ha una nazione di rovesciare il governo che la opprime anche mediante l'uso della forza, non sembra aver cittadinanza in Vaticano.


UNA CONTRADDIZIONE APPARENTE

Ma - si domanda - come spiegate, allora, che la Santa Sede conserva anche oggi questa teoria? In effetti, essa non è mai stata condannata.
Inoltre molti trattatisti fra i più moderni la sostengono: ad esempio, il cardinal Tommaso Zigliara, il gesuita Viktor Cathrein, Rutten, Hammerstein, J. Leelercq, D. Lallement, eccetera.
XI vi ricorse a parecchie riprese, ad esempio nel 1926 (Enciclica del 18 novembre di quell'anno), incitando i cattolici del Messico a rovesciare con le armi il loro legittimo governo.

Evidentemente qui esiste una contraddizione, tuttavia apparente, come dimostrano varie circostanze: non ultima quella ora ricordata, concernente l'intervento di Pio XI negli affari interni messicani.
La cosa, infatti, è molto semplice: è indispensabile obbedire ai governanti, ad ogni costo, anche se, mettiamo, si tratta di autentici mascalzoni, purché questi - come avvenne in Italia durante il ventennio fascista - proteggano gli interessi vaticani.
La faccenda muta radicalmente quando, anche trattandosi di persone oneste e di ottimi amministratori della cosa pubblica, ostacolino la Santa Sede e le organizzazioni clericali nelle loro mire economico-politiche.
Un esempio fin troppo probante tutti lo hanno visto durante l'insurrezione franchista in Spagna.

Ecco perchè la teoria del Mariana non è mai stata condannata, e vive tranquilla nel corpo dottrinale ecclesiastico, senza contraddizione.
Essa, infatti, come a suo tempo era diretta non verso il 'cattolicissimo' sovrano della Spagna, ma contro il re francese, considerato pressocché un eretico anche dopo la conversione ( * ), oggi, per analogia, riguarda soltanto i governi che non concedono mano libera alle forze clericali.
Del resto, che l'obbedienza alle autorità debba intendersi entro questi limiti lo insegna anche Leone XIII, ad esempio nella Enciclica "Libèrtas" (20 giugno 1888, n. 9)..., "Diutùrnum" (29 giugno 1881, n. 8), e altrove.

Di questa sottigliezza gesuitica il Mariana è stato certamente, un cospicuo rappresentante.
Tuttavia, insieme a molte lodi, ebbe qualche noia.
Enrico IV, con esimia generosità, aveva, nel 1603, riammesso i gesuiti in Francia, contro il volere dei Parlamenti.
Ma la dottrina del 'tirannicidio', sostenuta da quei padri, li dimostrava nemici pericolosi nel paese.
Infatti gli autori dei numerosi attentati alla vita del monarca - tra cui il Ravaìllac, che lo uccise il 14 maggio 1610 - erano tutti indistintamente cattolici fanatici, imbevuti di queste teorie.

L'assassinio del re ebbe come effetto naturale di scatenare in Francia una lotta furente contro i gesuiti.
Per porvi un rimedio, e cercar di provare, tuttavia vanamente, che nel fatto di sangue la Compagnia non c'entrava per nulla, il generale di questa, Claudio Aquaviva, proibì sotto pena di scomunica ad ogni membro dell'Ordine di insegnare, in pubblico e in privato, anche sotto forma di semplice consiglio, a parole o per iscritto, la dottrina del 'tirannicidio' (6 luglio 1610).
Però non intese condannarla, ma, con ordine emanato il 14 agosto dello stesso anno, si limitò a vietare a tutti i gesuiti di scrivere a favore o contro il Mariana.

La dottrina di costui, quindi, rimase valida.
Il tentativo di far passare il Mariana come un difensore del popolo e un assertore della democrazia è comunque insostenibile.
Egli non è altro che un difensore degli interessi ecclesiastici.
E' vero che Filippo III lo fece incarcerare, come già dissi, quando costui, nella quarta parte del libro "Tractatus septem", acerbamente criticò la politica economica inflazionistica di quel re.
Ma è provato che ì rimproveri del Mariana erano indirizzati a difendere non tanto i risparmiatori spagnoli, quanto le riserve monetarie ecclesiastiche, soprattutto del suo Ordine, minacciate dal governo.


NB - ( * ) Cfr. con quanto scriveva il pensatore e patriota italiano del Ottocento Bertrando Spaventa...

"Tutte ciò (ossia la teoria secondo cui l'autorità politica, d'origine divina, risiede nei popoli i quali la conferiscono ai monarchi mediante un contratto o convenzione che essi debbono rispettare) tornava comodo ai gesuiti in quei tempi..., né i popoli, nè essi medesimi comprendevano tutte le conseguenze politiche di quella dottrina.
Quando bisognava disfarsi di un principe cattolico, che non faceva consistere la pietà religiosa e il rispetto verso la Chiesa nella dipendenza della podestà laica dalla ecclesiastica, e mostrava di saper discernere gli interessi celesti dagli interessi mondani del clero, era facile ai gesuiti insinuare nelle coscienze dei fedeli la persuasione che il principio aveva violato qualche clausola del contratto o convenzione primitiva".


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