giovedì 3 giugno 2010

ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS - Ugo Foscolo

LE ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS





La produzione giovanile del Foscolo culmina nel romanzo "Ultime lettere di Jacopo Ortis", che, dopo una redazione diversa nella prima parte, falsificata, da un Angelo Sassoli bolognese, nella seconda, apparve nella forma definitiva il 1802, anonimo.
Certi tratti contro il Bonaparte non avrebbero lasciato tranquillo l'autore.
Infatti essi furono soppressi in tutte le edizioni pubblicate durante il dominio del despota.


L'ORTIS è un romanzo epistolare d'amore, quali usavano nel Settecento: come la "Nouvelle Heloise" del Rousseau, come i "Dolori del Werther" del Goethe, che con l'ORTIS hanno moltissima somiglianza, anche nella costituzione della favola.
L'autore immagina che le lettere dello studente suicida Ortis, dirette ad un suo fedele amico, Lorenzo Alderani (cioè il poeta Niccolini, grande amico del Foscolo), siano da costui raccolte: il quale interviene sobriamente, ma quanto è necessario, per narrare ciò che in esse non può esser narrato.

La traccia del romanzo è molto semplice.

Jacopo Ortis è uno dei tanti giovani veneziani che il trattato di Campoformio (un trattato che vedrà Venezia passare nelle mani degli Austriaci) cacciò da Venezia.
Vive in un paesello dei colli Euganei, inerte e sconfortato spettatore di quanto vede accadere in Italia.
In qui posti conosce una giovinetta, Teresa, figlia di padre anch'egli profugo, nobile di animo, non ricco, e che vuol bene a Jacopo..., ma i tempi sono tristi, il domani incerto, ed egli ha stabilito di dare la mano di sua figlia a un Odoardo, giovine ricco e che avrà una posizione sicura.
Odoardo è assente spesso per i suoi affari..., e Jacopo ha sempre più occasione di avvicinare Teresa e se ne innamora perdutamente, ma sa che è promessa ad un altro, e d'altronde, anche potendo, non la sposerebbe, tanto misere sono le condizioni sue e della patria.
Anzi, per dimenticare, intraprende un viaggio in Italia.
Tocca Firenze, ove adora i sepolcri dei grandi nostri in Santa Croce, visita Montaperti, insigne per le prime lotte fratricide degli Italiani..., viene a Milano, dove il vecchio e abbandonato Parini gli dice disperanti parole sulle condizioni della patria, sulla impossibilità di redimerla.
Poiché Jacopo si sente tenuto d'occhio dalla polizia della Cisalpina, si avvia in Liguria, con l'intenzione di passare poi in Francia.
A Pietra Ligure conosce un altro emigrato dopo Campoformio, tapinante, misero, con la moglie e una bambina.
A Ventimiglia si inoltra nella valle del Roia e medita, dalle Alpi, sulla alterna onnipotenza delle umane sorti.
Ma a Nizza non gli basta l'animo di inoltrarsi per la Francia..., e ritorna pel Monferrato.
Poco dopo è a Ravenna sulla tomba di Dante.
Intanto lo raggiunge la notizia che Teresa è diventata moglie.
Bisogna che egli ritorni..., gli basterà di rivederla.
Dopo una breve corsa a Venezia, per salutarvi sua madre per l'ultima volta, eccolo di nuovo al luogo della sua beatitudine e della sua infelicità.
Nella notte scrive una lunga lettera alla invano adorata; e al mattino lo si trova morto d'un colpo di pugnale al cuore.

La passione d'amore è la dominante in questo breve romanzo..., e vi trova espressioni di fremiti e di tenerezza..., e più ardente è l'affetto, e più puro e divino.
Ma un'altra passione domina e si confonde con quella: la disperazione per la patria, ingannata e asservita dai nuovi padroni.

Nel suo viaggio per l'Italia Jacopo vede in tutti gli aspetti più odiosi il nuovo governo.
La giustizia è così farisaica e inumana, che a Bologna condanna a morte due poveri ladri di legna.
La polizia è così invadente, che viola il segreto epistolare.
Le classi colte francesizzanti si vergognano di leggere libri italiani e decretano la soppressione del latino.
Ora, Jacopo è l'erede legittimo del Parini e dell'Alfieri..., le sue lettere sono la più generosa affermazione d'italianità, nel momento in cui l'Italia stava per essere assorbita dalla potenza e dalla prepotenza francese.
Perciò l'ORTIS è un gran libro di fede, anche se la disperazione geme per tutte le pagine.
Giuseppe Mazzini giovinetto se ne entusiasmò e lo imparò a memoria, e non poco derivò da quello stile immaginoso e oratorio.


IL ROMANZO AUTOBIOGRAFICO

Il vero ingresso nella storia della letteratura Foscolo lo compie con questo romanzo scritto in forma epistolare: le "Ultime lettere di Jacopo Ortis", di cui è evidente il carattere autobiografico.
Nello sventurato protagonista è infatti identificabile la figura dello stesso autore.
Semplice è la struttura del romanzo, costituita appunto dalle lettere che Jacopo Ortis ha inviata all'amico Lorenzo Alderari e che questi, appresone il suicidio, ha pubblicato, con una breve premessa, quali testimonianze di una dolorosa esistenza.
Altrettanto semplice è la vicenda tratteggiata nelle lettere: costretto a fuggire da Venezia, dopo la consegna della città agli Austriaci, Jacopo Ortis si rifugia sui Colli Euganei, per ritrovare pace e raccoglimento, e dimenticare l'amara esperienza politica.
Nella tranquillità del suo eremo incontra una giovane donna, Teresa, di cui s'innamora.
Jacopo nutre la speranza di una serena felicità, ma è breve illusione: la ragazza è promessa a un giovane del luogo, che può offrirle una vita ben più certa e quieta di quanto non possa un esule.
Jacopo se ne rende conto e si distacca da Teresa e dalle colline venete, iniziando un disperato vagabondaggio per l'Italia oppressa dallo straniero.
La visione continua e ossessiva della patria calpestata e della inerzia degli Italiani induce il giovane ad una estrema, tragica decisione: torna a Venezia per rivedere ancora una volta sua madre e poi si uccide.

Evidentemente l'importanza del romanzo non risiede nell'esile intreccio della vicenda, ma nella piena dei sentimenti, che sgorgano tumultuosi e irrefrenabili, di indignazione, per le sorti d'Italia, di ribellione contro il destino.
L'identità tra lo scrittore e il suo personaggio è, in questo, totale.
Per struttura, per espressione e significato, l'ORTIS è la prima opera letteraria italiana che si possa definire già compiutamente romantica.



MOLTE LACRIME PER JACOPO E TERESA


Eserciti stranieri per la penisola, cacciata di tiranni, loro breve rivincita, poi trionfo della Libertà... Repubblica cisalpina, Repubblica italiana, Regno italico... Grandi battaglie, rapidi mutamenti politici, poi, finalmente, un lungo periodo di assestamento... Aumento delle ricchezze circolanti, elevamento del tenore di vita, fervore di studi... E, sullo sfondo, le splendide forme riprese da quelle dei classici, quasi a significare - nello stesso termine di neoclassicismo - che l'età così piena e matura ripeteva la pienezza e la maturità dei tempi greci e romani.

Età dunque di sicurezza spirituale, di solidità, di costruttivo impegno, di completa adeguazione del singolo nel corpo sociale? No davvero.
In questo periodo, che segna il passaggio dal Settecento all'Ottocento, la coscienza collettiva è presa quasi da un senso di angoscia, di turbamento: la realtà viene vista con occhi mesti e sfiduciati, ci si rifugia nella fantasia, nel sogno..., ci si abbandona al dolore..., si guarda ad altre età trascorse, al lontano medioevo, pieno di leggende, impregnato di religiosità.
Atteggiamento questo, che tra qualche anno sarà chiamato 'romantico'.
I primi segni se ne hanno appunto nell'età napoleonica: e a sua fondamento sta soprattutto la delusione per la rivoluzione mancata, per il tradimento degli ideali, il loro scadimento nella realtà di una borghesia sazia, della nuova tirannide bonapartesca.

Una prova di questo diffuso stato d'animo?
Il successo di libri appartenenti ad un genere letterario che proprio in quest'epoca si rinnova profondamente, ed assume la forma moderna: il romanzo.
Fantastico e avventuroso, prima..., poi, nel Settecento, filosofico, esso diviene ora, nella letteratura europea, sentimentale.
Il suo pubblico non è più quello ristretto della gente colta, ma si fa sempre più largo e popolare.
Alla fine del secolo XVIII, per esempio, in Italia, fece piangere migliaia di lettori la "Vera storia di due amanti infelici", uscita a Bologna durante il breve periodo dell'occupazione austro-russa del '99.
Si trattava di un libercolo in edizione spregevole... e tuttavia, in quella veste e sotto quel titolo, si presentava il primo romanzo moderno della letteratura italiana.
Il suo autore non era certo quell'Angelo Sassoli il cui nome figurava in copertina: egli si era limitato a compiere un'opera di rifacimento, purgando quelle pagine da tutto ciò che poteva non piacere ai momentanei vincitori.
Battuta definitivamente la reazione, il libro uscì definitivamente nel 1801 nella giusta versione, col titolo che lo rese celebre: "Le ultime lettere di Jacopo Ortis", di Ugo Foscolo.

Libro autobiografico dunque: lo stesso Foscolo, in una lettera del 1801, dice ...

"Così dipinsi la mia vita come io la meditava, sotto il nome di Jacopo.
Alcune lettere d'amore sono stampate quale io le aveva scritte e inviate...".

Ma in Jacopo, in questo giovane appassionato e triste, che visti delusi i suoi sogni d'amore e di libertà per la patria, si uccide..., nel suo stato d'animo soffuso di pessimismo, quanti giovani di quel tempo non si riconobbero!
Quante fanciulle lacrimarono sulle tenera storia di Teresa, la donna da Jacopo amata, costretta ad andar sposa ad un altro per volere del padre, infranta la sua intravista felicità dalla malvagia disposizione delle circostanze, che costringevano il giovane amato ad- andar esule dalla sua terra!

Ma c'è un punto nell'ORTIS che ci spiega compiutamente il tormento dell'epoca, l'insoddisfazione, la delusione, le paure dei giovani intellettuali usciti dalla Rivoluzione.
Jacopo Ortis, fuggito dai Colli Euganei, là dove aveva conosciuto Teresa, va ramingo per l'Italia: e a Milano conosce Giuseppe Parini.
E al Parini, il Foscolo fa dire alcune terribili verità del suo tempo.
Il vecchio poeta disincantato ed aspro dice al giovane dominato da un suo "furore di gloria"...

"Un giovane dritto e bollente di cuore, ma povero di ricchezze, ed incanto d'impegno quale sei tu, sarà sempre o l'ordigno del fazioso, o la vittima del potente.
E dove tu nelle pubbliche cose possa preservarti incontaminato dalla comune bruttura, oh, tu sarai altamente laudato..., ma spento poscia dal pugnale notturno della calunnia..., la tua prigione sarà abbandonata dai tuoi amici, e il tuo sepolcro degnato appena di un secreta sospiro...
Ma poniamo che tu, superando e la prepotenza degli stranieri, e la malignità dei tuoi concittadini, e la corruzione dei tempi, potessi aspirare al tuo intento..., dì?, spargerai tutto il sangue col quale conviene nutrire una nascente repubblica?..., arderai le tue case con le faci della guerra civile?...., unirai col terrore i partiti?..., spegnerai con la morte le opinioni, adeguerai con le stragi le fortune?
Ma se tu cadi tra via vediti esecrato dagli uni come demagogo, dagli altri come tiranno".

Inutilità dell'azione, dunque: non resta che il suicidio.
Jacopo segue appunto questa strada.
Il Foscolo, no: se sfumano, nel corso della sua breve vita, le speranze per le sorti della patria, se, come il suo Jacopo, anche egli è costretto ad andare in esilio (al ritorno degli austriaci a Milano, piuttosto di prestar: giuramento, lascia l'Italia: si stabilirà poi a Londra, dove morrà in miseria), tuttavia lo lega alla vita un virile senso di responsabilità di fronte a se stesso, di fronte alla sua missione di letterato.
Di questa missione egli è profondamente consapevole: e ciò ne fa un tipo del tutto nuova di intellettuale diverso dal letterato dei secoli precedenti.

Col suo "Jacopo Ortis" siamo dunque entrati nel nuovo secolo, di cui il Ugo Foscolo anticipò le inquietudini.


VEDI ANCHE . . .

ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS - Ugo Foscolo (L'eroe romantico)

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