giovedì 10 giugno 2010

MARX E L’ECONOMIA – IL CAPITALE - DAS KAPITAL - Kritik der politischen Oekonomie

Il capolavoro di Marx, il cui primo volume venne pubblicato nel 1867 in una edizione di mille esemplari, analizza i rapporti di produzione di una società determinata (quella capitalistica), nella loro origine, sviluppo e decadenza.

Marx nel 1867 scrisse….

“Lo scopo della mia opera è la scoperta della legge economica dello sviluppo della società moderna”.


Il rapporto tra Marx e gli economisti classici è importante non solo per comprende la discendenza teorica della dottrina economica dell'autore de “Il Capitale” ma per valutare in generale la posizione che Marx occupa nell’evoluzione del pensiero economico.
Due aspetti fondamentali caratterizzano tale rapporto: l'uno ci rivela la derivazione della dottrina economica di Marx dalla teoria classica di Smith e Riccardo in particolare, l'altro pone invece in rilievo la soluzione originale che Marx diede ad alcuni problemi posti dai classici e quindi ciò che costituisce il suo contributo personale nel campo della teoria economica.
Il primo aspetto è stato trascurato di proposito da quanti avevano interesse a presentare la teoria economica di Marx come qualcosa di estraneo alla linea di evoluzione del pensiero economico stesso. Più raramente esso è stato accentuato fino a presentare Marx quasi come l’ultimo discendente degli economisti classici ponendo così in ombra le differenze profonde tra la sua interpretazione delle tendenze evolutive del sistema capitalistico e la visione che ebbero i classici di tale sistema agli albori della sua formazione.

Vi è stata poi anche una certa tendenza a mettere in particolare rilievo ciò in cui Marx si differenzia dai classici e a porre con ciò in ombra tutto quello che deve ad essi per la costruzione del suo impianto teorico. In tal modo l'aspetto analitico della sua elaborazione è apparso quasi meno importante di quella grande sintesi teorica che egli seppe fare dei risultati della sua analisi.

Ora, se è vero che Marx fu capace di compiere grandi sintesi teoriche, egli però le trasse da analisi particolareggiate degli aspetti economici, tecnico-economici e storico-sociali del sistema capitalistico che fu al centro della sua indagine. Ciò rilevò giustamente lo Sehumpeter (pur essendo stato critico aspro di certi aspetti del suo pensiero), il quale collocò Marx tra i grandi economisti sia per il disegno gigantesco della sua costruzione teorica, sia per i contributi specifici dati nei vari campi della elaborazione teorica (1).

Questo duplice aspetto della personalità scientifica di Marx - capacità eccezionale di sintesi teorica e ricerca analitica attenta di ogni particolare - risalta in modo particolare nella sua opera maggiore “Il Capitale” e nelle “Teorie sul plusvalore”, nelle quali è contenuta una minuziosa analisi delle dottrine degli economisti che lo precedettero e in particolare dei fisiocratici e dei classici.
Ciò deve essere oggi sottolineato anche come avvertimento per coloro che continuano quasi inavvertitamente a considerare, in modo astratto e improprio, la visione generale di Marx economista quasi come l'approdo dell'applicazione del suo metodo al campo specifico dell'economia, e non anche come il risultato di laboriosissime ricerche analitiche, senza le quali sarebbe stato impossibile dare sostanza e coerenza a quella visione più generale e alle conclusioni contenute nelle sue sintesi.
Questo atteggiamento, che si riscontra talvolta anche tra coloro che si richiamano a Marx, può avere in qualche modo contribuito ad alimentare taluni preconcetti tuttora diffusi nei riguardi dell'opera economica dì Marx: essere cioè essa una sorta di « filosofia dell'economia »…, il che è esattamente l'opposto del lavoro svolto da Marx sin da quando egli intraprese lo studio dei classici con quell'ardore teorico che fu anzitutto rivolto a forgiare l'apparato analitico, il più rigoroso possibile per la sua epoca, che egli derivò sì dai classici (da Ricardo in particolare) ma che fu anche in gran parte sua originalissima elaborazione.
Molto, certamente, egli attinse al pensiero economico classico: Smith, Ricardo e Quesnay tra i fisiocratici in particolare gli fornirono, si può ben dire, le basi su cui egli elevò la sua costruzione teorica.

L'economia classica, che aveva avuto una grande influenza sul pensiero della sua epoca, aveva creato il concetto di « sistema economico determinato », di un sistema cioè regolato da particolari leggi che consentivano di formulare previsioni sul corso dei futuri eventi economici.
La teoria - secondo Ricardo ad esempio - doveva essere tale da poter dire come si sarebbero modificate certe grandezze economiche nella situazione reale quando si fossero modificate altre grandezze funzionalmente correlate alle prime. Si trattava di sapere (per dirla con questo grande rappresentante del pensiero classico) come ad esempio variano i profitti al variare dei salari e quali dunque saranno in conseguenza di tale mutamento le proporzioni in cui si dividerà i1 prodotto sociale; perché secondo Ricardo « la determinazione delle leggi che regolano questa distribuzione è il problema fondamentale dell'economia politica » (2)

Ecco qui dunque l'indagine dei rapporti economici fra le classi sociali e delle condizioni in base alle quali si determinano le modificazioni nella ripartizione delle grandi categorie dei redditi: quella che Marx chiamava la fisiologia dell'economia capitalistica. Ed era in risposta a questi quesiti che sorge-va la necessità di una teoria del valore che avesse il requisito di spiegare in modo coerente le condizioni che determinano tanto i rapporti di scambio delle merci quanto la ripartizione del prodotto sociale tra le varie classi (3).

Tanto Ricardo che Marx trassero dai fisiocratici l'idea che il livello dei salari corrisponde a ciò che nella terminologia classica era il cosiddetto « consumo necessario » o « livello abituale di sussistenza » (4).

Ora, però, col passaggio dal mondo agricolo dei fisiocratici a quello industriale di Ricardo era evidente che il prodotto netto – “produit net” dei fisiocratici, plusvalore o sovrappiù - poteva essere posto in relazione con le merci costituenti i mezzi di sussistenza dei lavoratori solo in termini di valore, e non più come complesso di quantità fisiche (5).

Ecco dunque come sorge il problema del valore come elemento essenziale della teoria classica, anzi come principio unificatore delle relazioni tra le grandezze economiche studiate dalla teoria.
Qui Ricardo andò più avanti di Smith nel definire le circostanze che regolano i rapporti di scambio tra le merci e evitò alcune contraddizioni nelle quali il fondatore dell'economia classica si era imbattuto. Ciò che per Ricardo in definitiva regola i rapporti di scambio tra le merci sono le quantità di lavoro diretto e indiretto incorporate nelle merci, quantità che sono state necessarie per produrle. Ne deriva che i rapporti determinanti e che stanno al fondo dei rapporti di scambio sono i rapporti tra i produttori, sicché le proporzioni in cui le merci si scambiano sul mercato dipendono in ultima analisi dai rapporti tra i costi reali delle merci (nel senso di costi oggettivi misurabili in termini di lavoro).
Sicché l'economia politica risulta in definitiva fondata anzitutto su una teoria della produzione, giacché è dai rapporti di produzione che discendono quelli di scambio.
Ciò è importante tener presente, per la diversa impostazione che fu poi data dagli economisti dopo Ricardo…, quando cioè l'analisi dei rapporti di scambio tra le merci, ovverosia del processo di circolazione, fu al centro delle indagini degli economisti postricardiani, che si fermarono soprattutto ad indagare gli aspetti più appariscenti dei processi economici, senza collegare i fenomeni dello scambio ai più profondi rapporti di produzione che li sottendono.

E' in base a questi presupposti teorici che Ricardo aveva cercato di formulare la sua teoria della distribuzione e del processo economico. Quando egli affermava che « i profitti dipendono dai salari alti o bassi e da null'altro » e che « quando i salari aumentano, i profitti cadono », egli in sostanza veniva a determinare il saggio di profitto come un rapporto tra ciò che rimane del prodotto sociale dopo aver dedotto il « consumo necessario » dei lavoratori, e il capitale complessivo.
Qui tuttavia egli incontrò le maggiori difficoltà, perché, quando sono diverse le proporzioni tra lavoro e mezzi di produzione impiegati per produrre le merci, i rapporti in cui queste si scambiano sul mercato non corrispondono nel caso generale ai rapporti tra le quantità di lavoro incorporate.
Questa difficoltà, come vedremo, si presentò anche a Marx che l'affrontò nella sua teoria dei « prezzi di produzione » indicando alcune linee di soluzione (nel III libro del Capitale) lungo le quali si sono mossi successivamente altri economisti per mostrare la coerenza di quella impostazione.

L'opera di Marx risulta, dunque, profondamente radicata nella tradizione del pensiero economico classico, dal quale egli era partito per elaborare la sua concezione originale dell'evoluzione della società capitalistica. Ciò spiega come accanto alla critica degli economisti che lo precedettero vi è in Marx una profonda considerazione e un alto apprezzamento del pensiero economico classico.
Marx riconobbe il contributo di Smith, ad esempio, nell'individuare la « vera origine del plusvalore nel pluslavoro »;…, egli considerò questa come una visione penetrante nell'indagine del processo economico e rese omaggio alla genialità di Adamo Smith.
Così pure, a proposito di Ricardo, egli mise in rilievo il « grande significato storico della sua opera per la scienza economica » e in particolare apprezzò la spregiudicatezza scientifica e l'amore della verità di questo grande rappresentante dell’economia politica classica.
Tra i predecessori dei classici particolare attenzione pose Marx allo studio dei fisiocratici..., di cui apprezzò in particolare il contributo all'analisi del capitale e del processo economico considerato come un tutto, che fu la geniale scoperta fatta dal Quesnay nel suo “Tableau économique”, in cui per la prima volta si considera appunto il processo complessivo di riproduzione della ricchezza sociale. Egli attinse dunque ai maggiori rappresentanti del pensiero classico e ai fisiocratici in particolare.
Ma se egli mutuò dai classici la concezione di un sistema economico regolato da proprie leggi, concepì però tale sistema come regolato da leggi non immanenti ad un ordine naturale, ma specifiche del sistema stesso, cioè del sistema capitalistico che fu al centro della sua indagine…, arrivando a questo fondamentale risultato attraverso un continuo affinamento dei suoi strumenti analitici - vale la pena di sottolinearlo ancora - giacché è qui il punto di svolta del suo pensiero rispetto all'apparato concettuale fornitogli dagli economisti classici.
Questo punto di svolta segna tuttora il suo contributo originale allo sviluppo della teoria del valore, soprattutto per ciò che concerne la spiegazione che Marx cercò di dare della natura del plusvalore, e quindi dell'origine del profitto come categoria di reddito determinante del sistema capitalistico, nonché delle contraddizioni interne al sistema stesso.
E questo egli fece con uno studio approfondito dei processi economici della sua epoca, che - come disse Schumpeter - egli « sapeva abbracciare con uno sguardo che penetrava attraverso le casuali irregolarità della superficie, fin dentro la grandiosa logica dei fatti storici ».

Qui egli si differenzia dai classici soprattutto in ciò che concerne l'indagine dei rapporti economici specifici della società capitalistica e delle forze operanti al fondo del processo dello sviluppo capitalistico.
In questa indagine delle contraddizioni del sistema sociale egli sviluppò l'analisi dei classici in una direzione che fu propriamente adeguata al compito che egli si era posto, spiegare cioè le « leggi di movimento » della società capitalistica. La forza della sua analisi deriva pertanto dalla capacità di saper penetrare all'interno delle forze in conflitto dal cui movimento risulta la dinamica del sistema stesso nelle sue contraddizioni (6)

E' appunto questa specificità delle forme capitalistiche di produzione che Marx cercò di cogliere nella loro esatta determinazione storica e logica. E' qui che risalta « quel tratto geniale col quale Marx ha inserito la sua teoria in una vasta trama di connessioni sociologiche ».

Se Marx appare dunque profondamente radicato nel pensiero economico classico, che gli fornì le basi della elaborazione teorica, egli però se ne distacca per lo sviluppo originale che diede alla teoria classica.
Punto di partenza della sua analisi, com'è noto, fu la teoria del valore elaborata dai classici…, egli però sviluppò questa teoria cercando di superare le maggiori difficoltà che Smith e Ricardo avevano incontrato nell'analisi del plusvalore in modo particolare.
Essi infatti avevano concepito il plusvalore come un residuo, ossia come quella differenza tra prodotto e salario che costituisce il sovrappiù economico.
Le difficoltà di fronte alle quali si trovarono Smith e Ricardo furono appunto relative al modo con cui era possibile conciliare la teoria del profitto con la teoria del valore.
Quando infatti essi determinavano il salario in termini di quantità di lavoro necessario per la produzione dei mezzi di sussistenza non sorgevano particolari difficoltà per collocare la teoria del salario nell'ambito della teoria del valore-lavoro…, quando tuttavia essi passavano alla determinazione del tasso di profitto per tutto il sistema economico, sembrava presentarsi una anomalia per la legge del valore nel senso che, mentre si poteva ricondurre la determinazione del salario alla quantità di lavoro incorporata, il sovrappiù appariva come una grandezza determinata dal saggio medio del profitto prevalente nell'economia e dalle dimensioni dei capitali investiti. Ciò faceva sì che la determinazione del profitto sembrava non essere coerente con la legge generale del valore, che era alla base della teoria dei classici.
Questa difficoltà fu tale da far nutrire dei dubbi, a Smith prima e a Ricardo poi., sulla possibilità di inserire nella legge del valore una teoria del profitto.

Marx cercò di superare questa difficoltà riconducendo anche la categoria del profitto sotto la forma originaria del plusvalore alla teoria generale del valore-lavoro, e questa analisi egli condusse tanto nel I che nel III volume del Capitale, in cui cercò, sulla base della teoria dei prezzi di produzione, di giungere ad un principio unificatore della teoria del valore e del prezzo (in cui appunto il profitto è determinato dal rapporto tra plusvalore complessivo e capitale complessivo).
Essendo il capitale per Marx lavoro accumulato, cioè lavoro cristallizzato nei beni di produzione, egli trovava coerente la determinazione del tasso di profitto per tutto il sistema economico in base al capitale complessivo. Fu questa una soluzione alla quale egli arrivò in termini di analisi macroeconomica, che lascia tuttavia scoperto il problema della determinazione dei prezzi (intesi come prezzi di breve - e non di lungo periodo) alla quale questione egli era meno interessato.

Un altro punto importante dell'analisi di Marx concerne, a differenza dell’analisi dei classici, la natura del rapporto capitale-lavoro…, qui Marx introduce degli elementi originali della sua analisi rispetto alla analisi del salario che era stata fatta da Smith e da Ricardo. Infatti, per sciogliere l'enigma del plusvalore (come egli disse), aveva trovato che era necessario analizzare quella merce particolare che era la forza lavoro, o capacità lavorativa dell'operaio…, la quale, a differenza delle altre merci, secondo Marx, era in grado di creare nel processo lavorativo una somma di valore superiore al valore contenuto nei mezzi di sussistenza necessari per riprodurla.
In questo egli vide la soluzione del problema dell'origine (ossia della fonte) del plusvalore, come valore creato nel processo lavorativo dall'operaio e appropriato dal capitalista come proprietario dei mezzi di produzione (7).


Quelle che da Marx furono considerate le lacune di Ricardo nella spiegazione dell'origine del plusvalore diedero luogo ai successivi tentativi che gli epigoni di Ricardo cercarono di compiere per spiegare il profitto in termini di una presunta produttività del capitale, imputando al possessore del capitale una corrispettiva remunerazione. Marx respinse tanto questa concezione del profitto quanto la spiegazione, data da altri, come equivalente di un “costo reale”.
Egli ricondusse la spiegazione del profitto alla specifica natura dei rapporti di produzione del sistema capitalistico, e la sua critica fu al tempo stesso critica di tali teorie e del sistema, come tale.
Perciò egli, come aveva altamente apprezzato il contributo degli economisti classici alla elaborazione della teoria economica, con altrettanto vigore criticò quelli che chiamava economisti “volgari”, che si fermavano cioè all'analisi dei rapporti (superficiali) dei fenomeni economici quali apparivano al livello dei rapporti di scambio.
Sicché, per dirla con Marx, quelli che erano dei rapporti fra uomini apparivano ai loro occhi come “la forma fantastica di un rapporto tra cose”: ciò che egli definiva “feticismo delle merci”.
Sicché, in questo processo di mistificazione di quella che per Marx era la vera sostanza dei rapporti capitalistici di produzione, « l'esistenza del reddito qual esso, appare alla superficie viene separato dalle sue relazioni interne e da tutte le connessioni. Così la terra diventa la fonte della rendita, il capitale la fonte del profitto e il lavoro la fonte dei salari » (“Teorie sul plusvalore”).
Questo modo di considerare i processi economici secondo le relazioni che appaiono “prima facie” fu all’origine della degenerazione dell'economia politica classica ad opera di alcuni epigoni di Ricardo.

Ma il fatto che Marx abbia sviluppato la sua indagine nella direzione appunto di scoprire le contraddizioni del sistema sociale che egli analizzava e di mettere in luce gli elementi non solo economici ma sociali di queste contraddizioni) - questo fatto appunto fu tale da dar luogo a una serie di critiche al sua sistema teorico, così come del resto analoghe critiche erano state mosse nei riguardi della dottrina di Ricardo, considerato (da un economista come Jevons) colui che aveva portato fuori strada il carro della scienza economica, mentre “Il Capitale” di Marx ne costituiva la “reductio ad absurdum”.
Secondo alcuni economisti marginalisti, che crearono una nuova dottrina fondamentalmente diversa da quella dei classici, ciò che effettivamente era valido nella elaborazione economica che si era svolta lungo il pensiero degli economisti classici era tutto ciò che si riferiva all'analisi dei rapporti di scambio (e a quell'accentuazione che alcuni economisti antiricardiani avevano fatto della utilità e della domanda del consumatore in contrapposizione a quello che per i classici era il valore di scambio e il lato dell'offerta, ossia l'indagine del processo produttivo).
Anche un economista come Marshall, che aveva considerato Marx come un discendente delle teorie classiche, ritenne che in realtà Marx avesse frainteso Ricardo e che quindi si fosse allontanato da quella che era la sua linea di ricerca.

Ben si comprendono del resto certi attacchi alla teoria di Marx qualora si tenga presente non soltanto quella che era stata la degradazione del pensiero di Ricardo ad opera di alcuni dei suoi epigoni, ma quando si tenga presente che l'analisi di Marx metteva a nudo proprio quelle contraddizioni che da un economista come Carey erano state già prima rimproverate allo stesso Ricardo, il cui sistema era considerato come un “sistema di discordia... un manuale per demagoghi”.

In realtà fu merito particolare di Marx quello di avere indagato i modi e le forme specifiche del sistema capitalistico e di avere indagato la logica del suo movimento, che procede per forza di impulsi interni al sistema stesso e che determina le condizioni del suo ulteriore sviluppo. Questa geniale analisi delle forze endogene del sistema capitalistico di produzione, che ò stata compiuta da Marx particolarmente nel Capitale, rende ragione del perché alla distanza di cento anni quest'opera resta come un monumento di pensiero nella storia umana.

* * *

(1)Dice Joseph Schumpeter in proposito:- L'analisi teorica era per Marx una profonda necessità, né egli riusciva mai a dirsi soddisfatto dei suoi dettagli. Anche questo contribuisce a spiegare il suo successo in Germania. All'epoca in cui apparve il suo primo volume non vi era altri che potesse competere con lui, sia per vigore intellettuale, sia per sapere teorico »
(“Il sistema classico e i suoi sviluppi” in “Epoche di storia delle dottrine dei metodi” – Editore Utet).

(2) DAVIDE RICARDO – “Principi dell'economia politica e delle imposte”, Torino, Editore Utet, 1948

(3) Quando infatti si tratta di determinare il modo in cui avviene la divisione del reddito tra salari, profitti e rendite, diventa necessario per la teoria che i valori dell'insieme di merci che costituiscono il prodotto sociale possano essere espressi in termini di una unità di misura, le cui variazioni siano indipendenti dalle variazioni nella distribuzione del reddito. Ciò chiarisce l'importanza che diede Ricardo alla ricerca di una misura ‘invariabile’ del valore che testimonia non già di confusi intendimenti nell'analisi (come è stato a volte sostenuto da qualche economista) ma al contrario della sua penetrazione nell'analisi delle basi stesse della teoria.

(4) Come Marx precisò in proposito:- Una delle basi dell'economia moderna il cui compito è l'analisi della produzione capitalistica è quindi quello di concepire il valore della forza lavoro come qualcosa di fisso, come una grandezza data, cosa che essa è anche praticamente in ogni caso determinato »
(KARL MARX – “Storia delle teorie economiche”, Torino, Einaudi, 1954, vol. I).

(5) Quando infatti si assume l'ipotesi semplificatrice, già adottata inizialmente da Ricardo, che il grano - inteso come prodotti agricoli in generale - rappresenta tanto il consumo necessario ai lavoratori quanto il prodotto del loro lavoro, il confronto tra produzione e costi può essere fatto in termini fisici; ma, evidentemente, quando sono eterogenei (com'è nella realtà) i beni che entrano sia nel consumo necessario che nella produzione finale, per calcolare il rapporto tra produzione e costi sorge la necessità di . ridurli all'omogeneità in termini in una certa unità di misura.

(6) Ecco ad esempio un brano dal quale appare chiaramente questa caratteristica dell'analisi di Marx in confronto con gli economisti che lo procedettero. « Tutte le difficoltà sollevate da Ricardo contro la sovraproduzione - egli nota - si basano sul fatto che si considera la produzione borghese come un modo di produzione in cui non esiste alcuna differenza tra acquisto e vendita (...), ovvero la si considera come produzione sociale, come se la società ripartisse secondo un piano i suoi mezzi di sussistenza e le sue forze produttive.nel grado e nella misura in cui sono necessari al soddisfacimento dei suoi diversi bisogni (...). Questa finzione non ha origine in generale che dalla incapacità di concepire la forma specifica della produzione borghese ».

(7) Dal punto di vista della legge del valore questo scambio tra salario anticipato dal capitalista e lavoro prestato dall'operaio si presenta come uno scambio di equivalenti (essendo per ipotesi nello schema di Marx il salario uguale al valore della forza lavoro). Nel libero contratto (che è caratteristico della società capitalistica fondata sul rapporto tra capitale e lavoro salariato) tra capitalisti da una parte e lavoratori dall'altra, questo scambio si presenta appunto come uno scambio di equivalenti; ma solo dal punto di vista formale, secondo Marx, perché l'analisi della sostanza di questo rapporto rileva che si tratta in realtà di una appropriazione da parte dei possessori dei mezzi di broduzione di una parte del lavoro creato dall'operaio - ossia la parte corrispondente a quello che Marx chiama lavoro supplementare, che egli distingue dal lavoro necessario considerato uguale al cosiddetto consumo necessario dei classici, o tempo di lavoro necessario nello schema di Marx. Questa distinzione tra scambio di equivalenti formalmente, e scambio di non equivalenti secondo la sostanza economica, è appunto ciò che Marx cercò di mettere in luce in modo particolare per svelare quello che egli chiamò l'arcano della produzione capitalistica, per svelare cioè la sostanza del rapporto tra capitale e lavoro, che non può essere afferrata osservando il processo dello scambio, ma risalendo al processo di produzione specifico della società capitalistica.


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IL MARXISMO E NAPOLEONE (Marxism and Napoleon)

PENSIERO POLITICO DEL XIX SECOLO – LIBERALISMO e SOCIALISMO

IL SOCIALISMO SCIENTIFICO (Scientific socialism)

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UTOPIA di Thomas More

LA CITTA' DEL SOLE di Tommaso Campanella

IL CONTRATTO SOCIALE - Jean Jacques Rousseau - On The Social Contract

EMILIO - ÉMILE - Jean Jacques Rousseau

TRATTATO SUL GOVERNO - John Locke

SAGGIO SULL'INTELLETTO UMANO - John Locke

Storia del pensiero filosofico e scientifico - Ludovico Geymonat

PENSIERO ECONOMICO MODERNO - Vincenzo Vitello

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1 commento:

Le Journal de Leslie ha detto...

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http://lejournaldeleslie.blogspot.com/

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