sabato 18 settembre 2010

FAVOLE (Fables) - Fedro

Fedro é il più antico favolista della letteratura latina, ed inoltre il più antico scrittore delle letterature antiche che abbia composto una raccolta di favole in versi.
Sulla vita di lui sappiamo ben poco, e questo poco si ricava soltanto da allusioni, piuttosto vaghe, contenute nell'opera.
Fu, alla nascita, uno schiavo, se anche schiavo dell'imperatore Augusto, e liberato da lui, ancora bambino, visse poi una buona parte della sua giovinezza presso il successore di Augusto, Tiberio.
Era nato, un po' prima dell'era volgare, non si sa bene se in Macedonia o in Tracia, paesi ambedue di lingua greca, ma la lingua dei suoi primissimi anni fu certamente il latino.
Della sua vita si conosce, e molto imperfettamente, solo un episodio.
Accusato da Seiano, favorito di Tiberio, di una colpa che non conosciamo - forse di allusioni maligne sparse nei suoi versi - dovette andare in esilio. Non sappiamo se fu liberato dalla pena neppure quando, nel 31 d.C., Seiano cadde , vittima di una congiura di palazzo. Ed è pure ignoto l'anno della morte. Alcuni studiosi fanno arrivare la sua vita fino all'inizio del regno di Nerone (56 d.C.)...., per altri egli arrivò a vedere il principio del regno di Vespasiano (70 d.C.).
Abbiamo, di Fedro, cinque libri di favole, in tutto centotrentacinque, ma è certo che egli ne scrisse di più.
Di ciascun libro una parte si è perduta. Un altro gruppetto ne possediamo in riduzioni medioevali in prosa.
Di Fedro come scrittore è sempre stata lodata, ed è lode che egli si fece anche da sè, la brevità. Si avrebbe torto a considerare la brevità in sè, pregio di un poeta, e ancor più a considerarla pregio essenziale, come per tanto tempo si è fatto, del genere favolistico.
Il più gran favolista di tutti i tempi, La Fontaine, è tutt'altro che breve ed è in ogni modo lontanissimo dalla brevità di Fedro.
Ma in Fedro la brevità è mezzo artistico spesso efficace, e sempre cercato con sincerità e in armonia con l'impulso da cui nasce la sua favola.
Moralista semplice, uomo amareggiato e disilluso e in sè più vivo che ogni altra, l'elemento della favola che meno parla alla fantasia: la morale.
A questa ha occhio continuamente, di essa riempie, anche nei particolari, la sua narrazione..., anzi talvolta non si direbbe neppure che egli racconti, ma che richiami soltanto nei tratti essenziali un fatterello noto, accentuando solo quel che ha significato per l'osservazione morale o per il precetto.
Se non della favola, la brevità è tendenza naturale e pregio della sentenza, E Fedro è scrittore intimamente sentenzioso, anche quando non pronuncia esplicite massime.
La morale a cui egli crede è in complesso sconsolata. Egli accentua perfino il pessimismo che è proprio del genere fin dalle origini.
Il mondo della favola è per lui il mondo della violenza e dell'astuzia, delle vendette maligne e meritate, dell'ipocrisia che copre l'egoismo con la veste della benevolenza e soprattutto della vittoria eterna dei forti sui deboli ai quali non rimane, quando rimane, che la via dell'astuzia.
Questo atteggiamento di uomo serio e sincero, e in fondo semplice, nonostante l'acutezza di sguardo che vorrebbe possedere, rende simpatico Fedro come uomo, ma come artista lo appesantisce.
Pur tra parecchi pregi particolari, davvero notevoli nei momenti felici, di rappresentazione svelta e spiritosa, di lingua precisa, di metro agile ed elegante, si avverte in liti un'uniformità di tono grave, una certa insistenza in espressioni marcate e pesanti e insieme impacciate e convenzionali, che gli tolgono il movimento e la spontaneità leggera della grande arte.

Il punto di partenza di Fedro è la favola esopica, ma egli la sviluppa e vi aggiunge personaggi nuovi, per cui spesso agli animali è accostato l'uomo.
La narrazione si fa più ampia e moraleggiante.
Anche la forma subisce delle trasformazioni, non è più in prosa, ma in versi e spesso si rivela una ricercatezza di stile che nuoce alla freschezza del racconto.
I motivi di Fedro sono i motivi di Esopo, ma lo stile è completamente diverso.
Esopo è breve, scarno, incisivo..., Fedro narra in versi e si dilunga compiacendosi nel riferire piccoli dialoghi e riflessioni interiori. Oltre a ciò le sue favole sono sempre precedute o concluse dalla morale..., talvolta si trova anche un piccolo commento che ne chiarifica il significato.
Lo scopo è sempre lo stesso...., sferzare gli uomini e cercare di correggerne i difetti mettendoli in evidenza.


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Traccio, delle favole che mi sono piaciute di più e che per me hanno maggior significato, il senso e la morale che ne ho dedotto.


IL LUPO E L'AGNELLO

Il forte nell'opprimere il debole cerca, di solito e fino a che può, di non mostrare chiare le sue intenzioni di violenza e d'arbitrio.
Non gli basta di poter ottenere ciò che vuole, gli preme anche di avere per sé l'apparenza della ragione.
Ma i pretesti che accatta sono così assurdi, che l'intenzione iniqua risulta, proprio per essi, più chiara, il buon diritto vale dunque qualcosa nel mondo, se anche quelli che potrebbero farne a meno per ottenere i loro scopi, non rinunziano a tentare di attribuirselo.
Fedro però non arriva a questa morale in qualche modo rasserenante.


LA CORNACCHIA SUPERBA E IL PAVONE

Dalla favola è passata in proverbio "la cornacchia vestita delle penne del pavone".
Ciò che prendiamo dagli altri, per farci belli, non può essere che poca roba, malamente appiccicata.
Ciò non vuol dire che non si debba cercare di migliorarsi, ma quella di fingersi diversi non è la buona via.


LA MUCCA, LA CAPRA, LA PECORA E IL LEONE

Lo spirito di questa favola è affine a quello della favola del lupo e l'agnello, l'amara riflessione sulle ragioni dei più forte, in questo caso però non c'è traccia di quel bisogno, che ha pur la violenza, di giustificarsi in qualche modo, al quale si può sentire un accenno nell'altra favola: qui le ragioni del leone sono soltanto un chiaro e preciso scherno alla semplicità dei tre animali, che hanno creduto possibile una società col leone.
Dalla favola nacque un modo di dire: "societas leonina" per indicare una alleanza nella quale i vantaggi son tutti da una parte.
Nei predecessori greci del nostro poeta era l'asino che andava a caccia col leone.
Fedro ha sostituito i tre animali evidentemente perchè la loro natura eccessivamente mansueta gli pareva fare con quella del leone un contrasto più umoristico.


LA VOLPE E LA MASCHERA TRAGICA

In Esopo la morale di questa favola è più semplice e più aderente al significato letterale. Egli dice dì parlare per gli stolti, belli di viso.
Fedro invece contrappone alla stoltezza l'alta posizione sociale..., l'importanza.
Probabilmente, e a noi moderni pare che avesse ragione, egli non vedeva bellezza nelle maschere in uso per gli attori tragici, ma riconosceva solo il tentativo di rappresentare un'espressione maestosa e grave.


LA VOLPE E IL CORVO

La favola è veramente piena di spirito e di festosità e, come quasi sempre, la morale non ne coglie tutto lo spirito, ma solo un elemento. La morale, per sua natura del resto, non può vedere che un personaggio, ma oltre l'asino, tutti gli altri sono i vivi..., più vivo è il loro contrastare in un quadro ricco ed efficace. Così i poveri animali, che presi da un terrore pazzo di quella voce che empie tutto il bosco, vanno a farsi macellare a mucchi, e il leone, che, abbandonati i suoi sistemi soliti di caccia leale, si mette a imbacuccare di foglie l'asino, e quando è stanco di menare il dente, dà una voce all'asino e sembra che gli dica : "Troppa grazia!"... e l'asino stesso, buono soltanto nella voce, ma buono sul serio, se adoprato bene, sono figure che permettono alla nostra fantasia di spaziare oltre il breve e rigido cerchio della morale.


IL CIABATTINO MEDICO

Non esser capace a fare il calzolaio parve all'eroe di questa favola una ragione sufficiente per mettersi a fare il medico. Lo stato della medicina antica faceva sì che la differenza fra un medico vero e un ciarlatano fosse molto scarsa. Però anche oggi e sempre rimane e rimarrà efficace la più importante causa dal successo dei ciarlatani, il "vulgi stupor".


L'ASINO E IL VECCHIO PASTORE

La favola ha sicuramente un significato politico, anche se non sembra che si possa applicare a qualche caso determinato.
Per i sudditi più umili, per quelli che si sentono soltanto sudditi e schiavi, e non cittadini, la persona del padrone non ha importanza.
Nella Roma imperiale ai tempi di Fedro indubbiamente la grande massa degli umili non sentiva più la fierezza nazionale, la gloria del nome romano. Sentiva solo l'umiliazione e la miseria del servire.
Il "quasi schiavo" Fedro poteva avvicinarsi a dividere sentimenti meschinamente sconsolati come questo.


I CANI AFFAMATI

Non è strano che un pezzo di immangiabile cuoio abbia attirato la cupidigia di queste povere bestie affamate. Tutti sanno che non c' è nulla di così refrattario al gusto e ai denti che il cane non si provi a rosicchiare.
E proprio per il cuoio il cane ha una predilezione. Anzi la povertà della cosa che desta cupidigia, mette in rilievo la sciocchezza e la miseria delle bestie.
Nelle favole in genere il cane, che l'uomo chiama intelligente perchè dà retta a lui, fa spesso la figura di stupido. Ma, bisogna riconoscerlo, è uno stupido bonario, al quale non si può voler male.


IL LEONE MORENTE

Per quanto nella morale di questa favola sia così evidente l'allusione a condizioni particolari dell'età e della esperienza dell'autore, essa è una delle più vive, come precisa rappresentazione di mondo animalesco, e delle più significative della concezione universale della vita propria di Fedro: concezione desolatamente triste, che assegna alla forza, all'istinto di sopraffazione la parte di esclusivo dominatore del mondo.
Gli uomini si identificano davvero agli animali, poichè anch'essi vivono secondo quella legge di violenza, che gli animali attuano in maniera più chiara e franca.
Tutti violenti, in questa favola: il leone, che ha recato ingiurie continue quando era forte..., il cinghiale e il toro, che non perdonano all'estrema debolezza dei nemico mortale, e, secondo il suo potere, anche l'asino.
E il leone, nel ricevere l'estremo insulto dell'asino, si rattrista soprattutto nel constatare la propria debolezza senza rimedio, la necessità della rinunzia alla violenza.


IL NIBBIO E LE COLOMBE

Un'altra delle favole dei forti e dei deboli: il tema nel quale Fedro suole essere particolarmente efficace.
Se non è mai sicura l'alleanza col potente, tanto più è da evitarsi, fin che si può, il venire a un patto di sudditanza e di tributo col nemico potente, illudendosi che con alcune concessioni egli vorrà consentire almeno la salvezza.
Contro il violento sopraffattore non c'è, pensa Fedro, che la guerra, e se la guerra della forza non è possibile, quella dell'astuzia e della fuga.
Ma in realtà anche da questa favola appare che vero rimedio per i deboli non c'è.


IL LEONE E I DUE VIANDATI

Qui viene applicata la legge della favola precedente: che non si deve mai concedere nulla al violento e prepotente.
Ma chi parla è il leone, che riduce l'altro al silenzio non per la bontà della sua ragione, ma per gli artigli che ha a disposizione per difenderla.
Il leone capisce che, nonostante la sua generosità, il povero viandante non oserà fare un passo, finché se lo vedrà vicino. Ma non se ne ha a male, anzi spinge la compitezza fino ad andare a rintanarsi.
Per una volta che Fedro rappresenta la generosità di un violento, non ha voluto lesinargli le buone qualità. Ma proprio questo particolare, con l'umorismo che raggiunge, mostra, anche prima degli ultimi due versi, che Fedro crede possibili simili generosità solo nel regno delle favole.


L'OCCHIO DEL PADRONE

La morale di questa favola è in un proverbio assai familiare: "L'occhio del padrone ingrassa il cavallo", ed altri ce ne sono con immagine diversa, ma con identico significato:
"Chi fa da se fa per tre"...., "Chi vuole vada, chi non vuole, mandi".


IL LUPO E IL CANE

Senza dubbio è questa, per me, una delle più belle e meglio lavorate favole di Fedro.
I due animali sono vivi ugualmente come simboli e nei loro caratteri reali, è raggiunta con piena naturalezza quella perfetta fusione di mondo animalesco e di sentimento umano che i favolisti e gli scrittori di storie di animali hanno sempre cercato. Non è facile dimenticare il cane bonario e meschino, in qualche momento consapevole della propria
viltà e desideroso di coprirla, in qualche altro stupidamente sfrontato, e il lupo duro, sprezzante, dominatore, con le sue domande ironiche e precise, che mirano a mettere in luce la miseria dell'altro.
È stato notato giustamente che gran parte dell'efficacia della favola deriva dalla somiglianza dei due animali.
Il cane è qui un fratello degradato del lupo.


IL GALLETTO E LA PERLA

La favola esprime lo stato d'animo del poeta solitario e inasprito. Ho già indicato altrove che Fedro non piacque ai suoi contemporanei, o che, almeno, fu giudicato d' importanza molto secondaria.
Il poeta, che ha del suo valore una coscienza anche esagerata e forse proprio per il disconoscimento eccessivo che si vedeva intorno, si vendica con questa favola, chiamando ignoranti e grossolani coloro che non lo ammirano.
La favola aveva in origine un significato universale, reso più personale da Fedro. Il senso di essa è in molti detti abbastanza comuni, tra i quali ricordo quello del Vangelo: "nolite jacere margaritas ante porcos".


L'ASINO DEI SACERDOTI DI CIBELE

I "Galli" sono sacerdoti di Cibele, dea frigia, il cui culto penetrò presto nelle città greche dell'Asia e del continente europeo e fu portato in Roma al tempo della seconda guerra punica. Cibele, la "magna mater", personificazione del potere generante della natura, fu rappresentata su un carro tirato da leoni, col capo cinto di una corona di torri. Il suo culto, e in generale i culti delle divinità orientali, era principalmente fondato sulla esaltazione mistica, sul delirio sacro, che i devoti ottenevano abbandonandosi a danze sfrenate sul ritmo incalzante di timpani e piatti di bronzo percossi dai sacerdoti, Galli o Coribanti.
In questa favola Fedro li rappresenta come una rozza masnada questuante, alla quale dava da vivere la credulità del popolino.
I Romani colti non ebbero mai molta simpatia per la pratica effettiva di culti orientali, e li lasciarono volentieri alle donne e alla plebe


LA VOLPE E L'UVA

La volpe è l'animale astuto, abituato a vincere, ed è naturale che non si adatti a riconoscer di aver dovuto rinunziare all'oggetto di un desiderio.
La favola è notissima e passata in proverbio, forse perchè molto comunemente si dà il caso di dover applicare L'exemplum in essa contenuto.
La gente che fa come la volpe, e, più o meno, qualche volta lo facciamo tutti, si illude di non dare ai nemici e agli amici la soddisfazione di vederla delusa.


LA BATTAGLIA DEI TOPI E DELLE DONNOLE

Bisogna ricordare che le donnole servivano nell'antichità per difendere le case dai topi e che il gatto non era un animale domestico. L'esercito delle donnole in battaglia con quello dei topi dovette essere un'invenzione burlesca, una specie di caricatura o parodia dei racconti epici, come quella a noi giunta nel poema "Batracomiomachia" o "Battaglia dei topi e delle rane".
Fedro mantiene per tutta la favola il tono solenne, anche lui con intento di caricatura.
La morale della favola è fatta per consolare la povera gente dell'umiltà e del dispregio., che deve sopportare.
Non tutto il male viene per nuocere.
Chi non ha onori, salva più facilmente la vita e quel poco che ha.
Non è certo questa una favola di morale eroica, poiché Fedro certamente si sente più dalla parte degli umili sicuri, che da quella dei potenti in pericolo.


LA VOLPE E IL CAPRONE

Non che il furbo sia necessariamente cattivo, ma certo la furberia, che è cosa diversa dall'intelligenza, non ripresenta spontaneamente al pensiero unita con la bontà.
Comunemente si chiama furbo chi riesce con abilità a vincerla sugli altri perché pensa continuamente al proprio vantaggio.


LE DUE BISACCE

Non è propriamente una favola, ma uno di quei raccontini mitologici con i quali si volle spiritosamente esprimere, più che spiegare, qualche qualità permanente dell'anima umana.
Ed è proprio nostra qualità fondamentale questa di criticare gli altri e di non vedere i nostri difetti., anche più grandi.
Il vangelo dice che "vediamo la pagliuzza nell'occhio del vicino e non vediamo la trave che occupa il nostro".


ERCOLE E LA RICCHEZZA

Gli antichi vedevano in Ercole una personificazione della semplice, brutale forza fisica. Nei tempi più antichi e primitivi, quando il mito di Ercole si formò, non si distingueva troppo tra forza fisica e morale e si pregiava ed esaltava la forza fisica e il valore in battaglia con quell'entusiasmo che in altri tempi si è tributato al valore morale degli uomini. C'era già la coscienza, ancora non chiara e distinta, che è l'animo che vince ogni battaglia, non le mani o i muscoli. In tempi più recenti e certamente ai tempi di Fedro, la distinzione tra anima e corpo, fra forze fisiche e forza spirituale, si fece nettissima, tanto che Ercole, che non poteva essere più ammirato soltanto per la sua miracolosa robustezza, fu amato e venerato come simbolo dell' « uomo forte » nella più vasta estensione del termine, che col sacrificio e la lotta raggiunge la gloria, e anche del « sapiente » che debella i mostri veri, le passioni dell'animo, per raggiungere una più vera ed immortale gloria.
Ercole, figlio di Giove e di una donna mortale, Alcmena, è, per i Greci antichi la più alta personificazione dell' « eroe », cioè dell'uomo di stirpe divina, che per la sua più che umana virtù, merita dopo la morte la pienezza dell' immortalità, merita di essere fatto dio. Tutti abbiamo sentito parlare della sua vita, di miracolose fatiche impostegli da una divinità sua nemica, della sua morte infelice.
Fedro immagina l'arrivo di Ercole all'Olimpo, come quello di un magistrato o di un senatore nominato di fresco tra i colleghi che gli si affollano intorno.per congratularsi.
La ricchezza chiude la via al vero merito, perchè, come Ercole dice nei due versi finali, essa, che è puramente casuale, compra dagli uomini quella ammirazione, che dovrebbe andare solo ai virtuosi e ai forti.
Gettate davanti agli occhi degli uomini il lucro, la speranza di guadagno e così li renderemo insensibili all'appello della virtù.


UN DETTO DI SIMONIDE

Simonide di Geo visse dal 556 al 467 a.C. e fu uno dei più celebrati poeti lirici greci. Contemporaneo delle guerre persiane, scrisse un canto di esaltazione dei morti alle Termopili. Si narrava di lui che fu il primo dei poeti greci a farsi pagare per la sua opera poetica, anzi corsero nell'antichità parecchi aneddoti sull'avarizia di Simonide.
Il motto che in questo raccontino è attribuito a Simonide è più conosciuto come detto dal saggio Biante, uno dei sette savi della Grecia. Quelli però che l'attribuirono all'antico sapiente, vollero fargli dire una cosa un po' diversa da quella che nella favola di Fedro si attribuisce a Simonide. Questi dice semplicemente che, perduta una fortuna, il dotto potrà sempre farsene un'altra col suo ingegno, mentre lo spirito del detto di Biante è che il vero sapiente non considera sue le cose materiali, che possano essergli da un momento all'altro rapite.
Forse Fedro, che però non dovette avere mai molte ricchezze, si consola con questo racconto del poco guadagno che dà a lui l'ingegno, pensando al guadagno che la poesia seppe dare ad un grand'uomo dell'antichità.


IL PARTO DELLA MONTAGNA

Si tratta più che di una favola, di un motto, o proverbio, che anche per tutti noi è di chiaro significato : "La montagna che partorisce il topo".
Si diceva che un re d'Egitto lo avesse pronunziato quando, dopo aver tanto aspettato l'aiuto del suo alleato spartano Agesilao, se lo vide dinanzi piccolo di statura.
"La montagna aveva i dolori del parto, Giove stesso ne aveva paura, ma essa partorì un topo".
Orazio, prima di Fedro, in un verso spiritoso, lo adopera per canzonare gli esordi pomposi e solenni dei poeti da strapazzo.


IL CALVO E LA MOSCA

Il fatto della favola è un frammentino di realtà, di una comicità semplice e di effetto sicuro.
Una testa calva su cui si posa una mosca, e una manata rabbiosa, che ci si abbatte e ci lascia il segno, mentre l'insetto ronza via.
Sono proprio queste le scenette di cui ridono i ragazzi, provocando il rimprovero di mancanza dì rispetto.
Ma Fedro la prende molto sul serio e le dà uno svolgimento inaspettato, con un dialoghetto moralistico, ingegnoso sì, ma tale che non si fonde con lo spunto iniziale, ed è una morale che non sembra derivare dal racconto stesso.
Questa favola, meno i due primi versi, è tutta morale, mentre gli ultimi tre versi sono proprio inutili.
Sarebbe stata invece d'accordo col valore umoristico del fatto una morale come questa: l'ira porta spesso a risultati dannosi per l'iroso e perciò comici per chi lo sta a vedere.
Con la pazienza e la bonarietà si ottiene molto di più.


IL TORO E IL VITELLINO

In questa favola, il toro cerca di spiegare che non gli manca la conoscenza di come si fa, ma il mezzo, perchè la sua mole l'impaccia. Ciò non gli avveniva quando era vitello anche lui, ben prima che l'altro nascesse.
Quando si sputano sentenze sulle azioni altrui, si crede spesso che gli altri non sappiano risolversi oppure operino male per mancanza di ragionamenti o di cognizioni. Invece siamo noi che non comprendiamo che il difficile è appunto applicare quello che si sa, tenendo conto delle circostanze..., e provochiamo la giusta impazienza di quelli che debbono ascoltare le nostre varie esortazioni.
E' una favoletta tipica, di quelle nelle quali la verità morale è ridotta in breve e chiara applicazione, come una legge fisica in uno strumento da laboratorio.


IL GALLO PORTATO IN LETTIGA DAI GATTI

Il gallo è l'animale tronfio per eccellenza, ma non molto intelligente né forte, ed è ben scelto per far contrasto alla crudeltà dissimulata e risoluta dei gatti.
Sicuramente Fedro pensa a certi signori del suo tempo, tronfi delle loro ricchezze e del loro lusso, e buoni a niente, che si tenevano per casa, specialmente come portatori di lettiga, schiavi barbari, di forme erculee e di aspetto fiero, che avrebbero potuto levar di mezzo il padrone con un pugno. E chi li vedeva, si meravigliava che non lo facessero.
La piacevolezza, pur sempre amara di questa favola sta proprio in quel gioco di fantasia, che mescola animali così lontani tra di loro e fa loro compiere azioni puramente umane.
Questo tipo di favola non è molto frequente in Fedro, ed è invece il più comune in favolisti più recenti, per esempio in Trilussa.


IL CORSIERO DECADUTO

Il "compagno di vita" è una parola da uomini, una di quelle che già prima di quelle malinconiche che il corsiero pronuncia, danno al cavallo di questo raccontino, carattere di pietosa e nobile umanità. Sembra un accenno evocatore della vita di prima, così libera e splendida, finita per sempre.
In questo raccontino Fedro non è stato così moralista da mettere in principio o in fine una morale. E in realtà non gli importa questa volta di insegnare nulla. Egli intuisce e rappresenta nel suo personaggio un dolore umano, e uno dei più terribili, quello di ricordarsi del tempo felice nella miseria.
Alcuni hanno detto, e può esser vero, che egli parla di sè, che un odioso provvedimento di Seiano, liberto di Tiberio, cacciò in esilio.
La favola però non ci commuove di più, se noi pensiamo che il nobile corsiero decaduto sia il simbolo del poeta stesso.
Essa ha in sè tutta la virtù poetica del simbolo.


IL CORVO PARLANTE

Il significato di questo raccontino semplice, forse troppo semplice, che ha qualche grazia solo in alcuni particolari, è forse, che noi incontriamo spesso nella vita corvi, o, come noi diremmo, pappagalli, in forma umana, che ci fanno perder tempo colle loro chiacchiere. Le quali di discorsi da uomini hanno solo l'apparenza.
Ma potrebbe anche darsi che Fedro, trovato buffo il raccontino in sè, lo avesse verseggiato senza dargli l'importanza di una favola. In questo caso bisogna riconoscere che si tratta di una spiritosaggine un po' scarsa.
Di svolgimento migliore è il seguente fatterello attribuito a un contadino di una provincia d'Italia:

"Un tale vide una volta su un albero un pappagallo, forse scappato da qualche casa.
Si fermò ad ammirare l'animale, che non aveva mai visto, e rimase di stucco sentendosi rivolgere il saluto usuale "cerea" (piemontese "buona sera" o "buon giorno"... [soleluna... è vero?]).
Allora, tutto confuso, levandosi il cappello...
"Oh, scusi, l'avevo preso per un uccello".

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5 commenti:

Gabe ha detto...

Buongiorno Loris, delle favole magnifiche e ricche di spunti riflessivi; è imbarazzante non riuscire a sceglierne una...sono tutte splendide.

stella ha detto...

Loris, post stupendo...pane per i miei denti.
Ti avevo invitato a passare sul mio blog dei premi, ci tengo.

soleluna29 ha detto...

a questo punto non posso far altro che dirti "cerea neh" !!!

Anonimo ha detto...

Assolutamente d'accordo con lei. Ottima idea, condivido.
Assolutamente d'accordo con lei. L'idea di un bene, sono d'accordo con lei.

zloris ha detto...

ahahahahah :-P

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