lunedì 11 ottobre 2010

GREGORIO XVI - UN PAPA NEMICO DELLE FERROVIE

               

UN PAPA NEMICO DELLE FERROVIE


Fu GREGORIO XVI, che definì il liberalismo "malvagità cinica e scienza spudorata", e che era particolarmente avverso alle stra­de ferrate, considerandole mezzi per accelerare le rivoluzioni,­ quindi non volle mai che se ne costruissero negli Stati Pontifici.

Gregorio XVI, al secolo Mauro Cappellari, di Belluno, durò dal 2 febbraio 1831 al 1 giugno 1846.
Darò qual­che sintetica indicazione sulle con­dizioni sociali nelle quali si trova­va allora lo Stato Pontificio, segnalando gli avvenimenti che si svolsero in quel periodo ed in mo­do particolare, ai moti rivoluziona­ri del 1831, del 1843 e del 1845 (per ampliare la panoramica dell'operato di Gregorio XVI, oltre al volume "I regolamenti penali di papa Gregorio XVI per lo Stato pontificio" - CEDAM, ho consultato dell'insigne storico Domenico de Marco “Il tramonto dello Stato Pontificio -  Il papato di Gregorio XVI” – Einaudi, di cui ho largamente tenuto conto).

La popolazione dello Stato Pon­tificio, che si aggirava sui tre mi­lioni scarsi di abitanti, contava, gros­so modo, 1.000.000 di agricoltori, 200 mila proprietari, 250.000 artigiani, 100.000 commercianti, 50.000 eccle­siastici, 100.000 fra professionisti, ar­tisti, militari e studenti. Il resto era composto da domestici, individui dai mestieri numerosi e variabili, men­dicanti laici e religiosi, e briganti.
Le classi dominanti erano due: l'al­to clero e l’aristocrazia.


Le classi dominanti nella società romana.

L'alto clero, ricchissimo, non so­lamente possedeva un enorme pa­trimonio che si faceva ascendere a oltre cento milioni di scudi, ma di­sponeva anche dei beni e delle en­trate dello Stato, di cui esercitava, in modo esclusivo, tutte le funzio­ni direttive.
In Roma dominava il papa con la sua innumerevole Cor­te di dignitari, di funzionari, e di servitori.
Poichè ad ogni cambiar di pontefice cambiava anche la mag­gior parte dei funzionari e dei ser­vitori, costoro non avevano altro pensiero che di far fortuna durante la permanenza del pontefice regnan­te e la facevano con ogni mezzo.
Fuori di Roma, invece, nelle quat­tro Legazioni e nelle altre provin­ce, esercitavano i più ampi pieni poteri i Cardinali-Legati e gli alti prelati incaricati del governo, dei quali si diceva che erano principi a Roma, e pascìà nelle province.
La corruzione della Corte ponti­ficia era sulle bocche di tutti. Si at­tribuivano ad ogni prelato ed allo stesso papa una o più amanti, e si parlava dei loro onnipotenti favo­riti, come, ad esempio, del barbiere Gaetano Morone, divenuto primo cameriere di Gregorio XVI.
Pri­vilegiati, insindacabili da parte dei laici e investiti di tutte le cariche importanti, erano anche gli eccle­siastici subalterni, preposti all'ammi­nistrazione civile e religiosa delle città. Persino i curati potevano pe­netrare a tutte le ore nelle case dei contadini, per assicurarsi dell'osser­vanza dei buoni costumi e dei pre­cetti della religione. Avevano spie, ordinavano perquisizioni ed arresti. Naturalmente, dalla religione e dai costumi si scivolava con estrema fa­cilità nella politica.


I proletari e i mendicanti

Là nobiltà si divideva in tre ca­tegorie, a seconda della sua origi­ne: nobiltà feudale, nobiltà nepoti­stica e nobiltà del denaro. Costitui­va una casta privilegiata, che qua­si sempre sfuggiva alle sanzioni del­la legge, anche in occasione, di gra­vi delitti e che traeva i suoi mezzi di sussistenza dalle rendite di gran­di proprietà terriere ed urbane.
Gli istituti feudali del fedecommesso e del maggiorasco, diretti alla perpe­tuazione dei patrimoni familiari erano tuttora in vita; ciò non pertanto, la nobiltà versava in continue dif­ficoltà economiche, a causa del lus­so eccessivo e del giuoco che divo­rava intere sostanze.
Contrariamen­te a ciò che avevano cominciato a praticare alcuni nobili dell'Alta Italia, l'aristocrazia romana non, pensava minimamente a far sorgere una industria agricola sui vasti suoi ter­ritori. I più poltrivano nell'ozio, li­mitandosi alla vita mondana e ri­coprendo qualche carica onorifica alla Corte vaticana.
I cadetti risol­vevano il proprio problema econo­mico, brigando qualche redditizio beneficio ecclesiastico.

Il fenomeno che maggiormente colpiva gli stranieri venuti per la prima volta nello Stato Pontificio era la mendicità.
“La Mendicità e la straccioneria, scriveva il francese Briffault, fioriscono a Roma e per tutta l'estensione dello Stato Ponti­ficio:.. I mendicanti... assediano e in­sozzano tutti gli accessi delle chiese-, dei monumenti, delle passeggiate e dei palazzi”.

All'enorme numero dei mendicanti si aggiungeva quello non meno no­tevole dei frati questuanti (Queste condizioni e, in generale, tutte quelle esposte in questa pagina, sussistevano ancora quando l’About, il giornalista francese, visitò Roma sotto Pio IX e ne scrisse nel libro “Roma contemporanea”).

Ugualmente penosa era la condizione del proletariato di campagna, dei braccianti, il cui numero cresce­va senza posa per il progressivo declassamento degli altri ceti contadi­ni.
“Essi”, scrive il Gismondi, “offrono le loro braccia ai proprietari dei terreni così per eseguire i più faticosi lavori dei piccoli poderi di collina, come per seminare, o mietere nei campi della pianura; ma questi lavori occasionali non danno loro occupazione fuorchè per poche settimane all'anno; pel rimanente del tempo essi son condannati a poltrire nell'ozio e devono vivere di quello che riesce loro di rubacchiare nei campi o di elemosine”.
Quando lavoravano,, i braccianti erano ricompensati con salari di fame. Difficilmente essi potevano mangiare qualcosa più del pane e come abitazione usufruivano di capanne di stoppia o di caverne. La disoccupazione infieriva anche negli artigiani e negli operai, che, per pochi soldi, lavoravano sino a undici ore al giorno. La conseguenza di questo stato di cose era il costante aumento della delinquenza e l'enorme diffusione del brigantaggio. Centro del brigantaggio la Ciociaria e particolarmente la città di Frosinone. Era, per esem­pio, in strette relazioni coi brigan­ti la famiglia del futuro segretario di Stato di Pio IX, cardinale Antonelli.


Il ceto medio

Nelle città gli impiegati laici, i medici, gli avvocati, vegetavano sen­za avvenire, perchè era loro inter­detto ogni progresso di carriera dal­la invadente supremazia del clero e dalla dichiarata ostilità verso ogni forma di cultura.
Nelle campagne i piccoli e i me­di proprietari erano in difficoltà per il continuo aumento delle tasse e mi­seri ancora i mezzadri, i piccoli af­fittuari e i coloni.

Ed ecco la testimonianza di D.A. Farini.
“Chi può dubitare delle strettezze e delle angustie fra le qua­li menano i contadini una vita af­faticata, penosa e disagiata?.. Conducasi a suo piacimento alte case loro e mi dirà quante volte vi trovi a bollire la pentola. E quando vi bolle, mi dirà se un pezzo d'osso o di lardo rancido non ne formi, se non tutto, almeno l'ingrediente principale.:. Il pane loro è quasi sempre composto di un miscuglio di varie biade onde per il più, il grano è esclusa.. vedrà che a paglia nel­le cascine è nelle stalle costituisce il letto migliore”.
Ad ogni, sia pur lieve, disgrazia famigliare o avver­sità naturale essi dovevano ricorrere agli usurai e ingolfarsi nei debiti. Se non riuscivano a pagarli, perdevano tutto e andavano ad in­grossare il grande esercito dei braccianti.

Vi era tuttavia nelle campagne un ceto che si arricchiva. Esso si era co­stituito dagli usurai, dagli amministratori delle grandi tenute, dagli arru7olatori di boscaioli, carbonai e operai, chiamati caporali, da alcuni commercianti, dagli appaltatori di lavori pubblici o delle tasse e specialmente dai mercanti di campagna, cioè dagli affittuari dei latifondi ap­partenenti all’aristocrazia romana, dove essi praticavano la cultura dei cereali o l’allevamento su vaste pro­porzioni.
Tutti costoro disponevano di denaro e costituivano il nucleo della borghesia capitalista dello Sta­to Pontificio.
Avidi di prestigio e di potere, invidiosi dei privilegi del­la nobiltà e del clero, costoro avreb­bero voluto moltiplicare coi traffici e con l'industria i propri guadagni, ma la loro attività era fortemente ostacolata dalla arretrata politica e­conomica del governo, che vedeva di cattivo occhio ogni novità anche in campo tecnico, che considerava come un'invenzione del diavolo le ferrovie, l'illuminazione a gas e il telegrafo, che amministrava, senza controllo e senza nemmeno pubbli­care un bilancio il pubblico dena­ro, cercando solo di far denari il più possibile, con tutti i mezzi.
“L’anarchia organizzata, per quanto una cosa simile è possibile, diceva il Mazzini, costituisce la caratteristica del governo del papa”.

Deplorevole infine, era l'ammini­strazione della giustizia, per l'arre­tratissima condizione della cultura e di ogni forma di civiltà, per l'op­pressione costante di tutte le liber­tà del cittadino, sotto il più bestia­le regime poliziesco posto a servi­zio di un oscurantismo medioevale.

Gregorio XVI (Mauro Cappella­ri, di Belluno) seguiva, dopo un breve pontificato di Pio VIII, a Leo­ne XII, papa ciecamente reaziona­rio, al cui confronto i reazionari maggiori apparivano dei liberali; e ne raccolse e ne incrementò l’eredità.


Gregorio XVI e il liberismo

Quali fossero le idee di Gregorio XVI in fatto di libertà e di pro­gresso - mentre in Italia sorgeva una coscienza patriottica e naziona­le - è presto detto.
Nel 1832 il Portogallo era agitato dalla guerra ci­vile tra reazionari e liberali. Gregorio XVI non esitò, naturalmente, ad intervenire con un'enciclica (“Solleci­tudo ecclsiarum”, cioè “La sollecitu­dine delle chiese”) dove prendendo le parti dei primi, “ribadiva la tra­dizionale dottrina della Chiesa sulla soggezione alle autorità stabilite”: i cristiani, cioè, devono “rendere obbedienza civile a chiunque di fat­to detiene il principato”.
Così mons. Casitiglioni nella sua “Storia dei pa­pi” (vol. II, pag. 593-4).
“Con ener­gia - egli continua - Gregorio si oppose risolutamente a tutte quel­le novità del suo tempo che segnano, dice nell'enciclica “Mirari vos” (15 agosto 1832) il trionfo “di una malvagità cinica, di una scienza, spudorata, di una licenza senza limiti”.
Nella medesima enciclica condanna le libertà di coscienza, dì stampa e di pensiero che, entro limiti più o meno ampi erano sostenute anche da alcuni cattolici, specialmente in Francia”.

 Hugues Felicité Robert de Lamennais


Qui alludo al religioso Hugues Felicité Robert Lamennais propugnatore di un cattolicesimo liberale, che nel 1830, con la rivoluzione di luglio, abbandonate le pregiudiziali mo­narchiche ed abbracciata decisamen­te la causa repubblicana, aveva fon­dato il giornale “L’Avenir”, col motto – “Dieu et la Liberté”, sostenendo la separazione fra Chiesa e Stato ed esor­tando la Chiesa ad allearsi con le forze liberali.
Alla reazionaria scon­fessione del papa il Lamennais ri­spose con l'opuscolo “Parole di un credente”, che ebbe vastissima eco fra i cattolici e che Gregorio XVI fulminò con una nuova condanna.
Allora, fra il “cristianesimo del pa­pato” e il “cristianesimo della raz­za umana” Lamennais scelse quest’ultimo, abbandonando la Chie­sa (Gramsci – “Risorgimento”, Einaudidi, pag. 183), sottolinea la necessità di  studiare il Lamennais per l’influsso che le sue idee ebbero su alcune correnti culturali del Risorgimento, specialmente per orientare una parte del clero verso le idee liberali e anche come elemento ideologico dei movimenti democratico-sociali prima del ’48)


Le persecuzioni politiche

Gregorio XVI era papa all'incirca da tre mesi quando, nel febbraio 1831, Bologna si ribellò al gover­no pontificio, i moti si estesero all’Emilia alla Romagna alle Marche e all'Umbria e il potere temporale fu dichiarato decaduto dai delegati delle Province Unite d'Italia conve­nuti a Bologna. Contro l'esercito rivoluzionario che si avvicinava a Roma, il Segretario di Stato cardinale Bernetti assoldò una masnada di delinquenti reclutati da un suo pro­tetto, l'ex sbirro Palanti.
Come ho detto a suo tempo, solo la cattiva organizzazione e direzione del mo­to rivoluzionario ne causò il fallimento allorchè l'Austria intervenne: e quando il papa riebbe le sue ter­re le più feroci vendette furono esercitate contro i patrioti.
Da al­lora la sbirraglia legata alle sagre­stie diventò onnipotente: e si sca­tenò il terrore.
Il papa faceva, spes­so e volentieri, il bel gesto di com­mutare nell'ergastolo condanne a morte appioppate ad innocenti.
Quando, ai principi del 1832, le Romagne tentarono una riscossa, il go­verno pontificio ordinò saccheggi e massacri a Ravenna e Forlì. Si an­nunciavano, intanto, riforme irrisorie.

Politicamente Gregorio valeva ze­ro.
Perciò il cardinale Bernetti (che discendeva da uno sbirro e che riu­scì a trasmettere ai discendenti del­la sua famiglia il titolo di conte), dopo essersi già rivelato l'anima ne­ra della reazione sotto Leone XII, fu il papa di fatto. Col suo strapotere assoluto e dispotico, con i suoi favoritismi verso il Palanti (che di­ventò arbitro della polizia) e simi­li canaglie, con una politica econo­mica e fiscale disastrosa, aggravò smisuratamente la rovina dello Stato. Egli creò nelle Romane “i centurioni”, corpo di volontari (delinquenti comuni) con l’incarico di sorvegliare i liberali. Nessun domicilio era sacro a costoro: essi entravano da per tutto, anche di note, arrestavano per semplice sospetto, taglieggiavano la popolazione.
Il cardinale Lambruschini, che gli seguì, pareva animato da intenzioni più oneste, ma finì con l’introdursi presso di lui l’abate Giacomo Antonelli; colui che sarà, sotto Pio JX, il cardinale Antonelli e le cose continuarono come prima.

Il  fermento nelle Romane era incontenibile: e quando, nel 1845, scoppiarono i moti di Rimini, le carceri - dopo la sanguinosa repressione - furono zeppe di patrioti.

Morì il 1 giugno 1835 a circa ottant'un anni, dopo aver pontificato per quindici anni e quattro mesi.


Il giudizio della storia

“In poco più di tre milioni di abitanti sopra i quali voi regnate non meno di quarantamila sono ammoniti, vale a dire esclusi da qualsivoglia ufficio onorevole o lucrativo sia di governo, sia di municipio; quattromila sono esuli, proscritti o rinchiusi nelle prigioni e nelle fortezze, perché rei di avere amato la patria; il sangue versato; or misurate il sangue versato per voler vostro a Cesena, a Forlì, a Rimini, a Ravenna, a Bologna, a Velletri, ad Ancona, dappertutto ove sventola la bandiera dalle chiavi d’oro; misurate le lagrime delle vedove, degli orfani, dei genitori, ai ammazzaste i figliuoli per aver creduto che Dio non creasse i tiranni; e poi dite se voi oserete sostenere gli sguardi del vostro giudice eterno” (Giuseppe La Farina - Storia d'Italia).


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