domenica 11 aprile 2010

IL CANZONIERE (The songbook) - Petrarca

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IL POETA DELL'AMORE

Il Petrarca fu poeta, disse spontaneamente l'anima sua e mostrò insieme la squisitezza della sua arte, nei versi volgari, d'amore i più, che gli caddero sparsamente dalla penna, principalmente negli anni della giovinezza.
Vero che egli apprezzò molto le sue opere latine, e che affettò un grande disprezzo per le rime volgari..., ma non è questa la prima volta che i poeti scambiano per più belle le opere che loro costarono più fatica.
Richiesto da qualche illustre amico, Francesco Petrarca raccolse tardi le sue rime, che egli chiamò "Rerum vulgarium fragmenta" (frammenti in volgare) e che si conservano, in parte autografe, in un prezioso manoscritto della Vaticana.
Aggiunse alcuni sonetti introduttivi, nel primo dei quali deplora le sue passioni giovanili..., conservò approssimativamente alle rime il loro ordine cronologico, le ritoccò, le raffinò.
Il "Canzoniere" (come gli editori chiamarono poi le sue rime) del Petrarca è il più copioso del Trecento: ed è, dopo la "Divina Commedia", la maggior opera di poesia che abbia quel secolo.

Come l'amore dei poeti del "Dolce stil nuovo", anche quello del Petrarca è per una creatura che passa tra gli uomini illuminata da una luce di cielo.
È amore non corrisposto, o corrisposto più di lusinghe che di affetto.
È l'amore aspirazione e desiderio. Ma Laura non è più un angelo, come Beatrice..., è una donna..., l'amore per lei non è più soltanto beatitudine celeste, come è l'amore per Beatrice, ma continuo travaglio interiore, e sentimento malinconico.
E se il poeta tante volte dichiara che nella contemplazione delle bellezze di Laura egli s'innalza alle bellezze divine, pure è spesso sorpreso dal pensiero che egli era fatto per altro che per consumarsi in quella passione..., ed ha sbigottimenti e rimorsi, dai quali si rifugia, con fervida religiosità, in Dio.
Il "Canzoniere" è la espressione ingenua di tutti quei movimenti profondi e vari, di tutti quegli stati d'animo, talora indefiniti e indefinibili, che accompagnano la passione fondamentale dell'amore: gioie e rapimenti brevi (come nel sonetto "Stiamo, Amore, a veder la gloria nostra"), ricordi e rimpianti (come nella canzone "Chiare, fresche e dolci acque"), soliloqui e meditazioni (come in quella "Di pensiero in Pensier, di monte in monte"), lamenti sconsolati (come nell'altra "Nella stagion che il sol rapido inchina"), disperazioni (come nel sonetto in morte di Laura "0imè il bel viso, oimè il soave sguardo"): e gridi supplichevoli a Dio..., come in vari sonetti, e nella Canzone "Vergine bella", che chiude il "Canzoniere", ed è tutta una confessione che l'uomo fa della sua miseria, della sua incapacità di sollevarsi dalla terra.

La poesia del Petrarca è più di sentimento che di immagini..., ripete, variandoli e approfondendoli sempre più, non molti motivi..., richiede lettori disposti alla meditazione, e non comuni.
L'espressione nel "Canzoniere" è squisita, come è profondo il sentimento.
La consuetudine dei classici porta nelle rime del Petrarca un senso di nobiltà formale, che la poesia lirica italiana conserverà poi per più secoli. Nessun vocabolo o costrutto plebeo, o irregolare, o che risenta troppo del dialetto materno: nessuna parola che non sia ancor viva e fresca oggi. Cospicua è la dolcezza dei suoni, la musicalità dei ritmi..., ora tenui e leggeri, ora, e più spesso, solenni e gravi..., musicalità che esprime essa stessa ciò che la parola non sempre può dire. Vero che nel Canzoniere non sono infrequenti certe artificiosità (come i giuochi sulla parola Laura, e le antitesi, troppo volute, e le protratte allegorie)..., le quali sono da considerare come un'eco della poesia dei Trovatori, e si spiegano nel poeta che cantò in Provenza, e per una provenzale.
Purtroppo gli innumerevoli imitatori del Petrarca si fermarono - come accade a tutti gli imitatori - su queste esteriorità: e le riprodussero fino al fastidio..., e petrarchista significò poeta falso e artificioso.
Ma il Petrarca è troppo più alto dei suoi imitatori..., e i maggiori critici moderni, a incominciare dal Foscolo, hanno ben saputo distinguerlo da essi.

L'amore per Laura, considerato come un pretesto, o meglio come uno strumento di indagine e di approfondimento dell'esperienza spirituale, ha ispirano i 317 sonetti e le 29 canzoni di questa raccolta.
La sofferenza per il rifiuto della donna amata, il dolore per la morte di Laura, il malinconico ricordo dei pochi momenti trascorsi insieme, servono al Petrarca per guardare a fondo nel proprio animo, per tracciarne in certo senso la storia, per conoscerne meglio i dubbi e le debolezze.
Il Petrarca ci offre un completo ritratto autobiografico: sono presenti in questa opera i sentimenti, le aspirazioni, le incertezze della sua vita di uomo e di poeta, di studioso e di filosofo..., tutti i problemi della sua esistenza di testimone attivo ed acuto degli sviluppi sociali e politici del tempo, di partecipe e costruttore di una civiltà nuova, l'Umanesimo, di cui fu iniziatore e poeta.
In quasi tutto il "Canzoniere" è il sentimento melanconico della brevità e caducità delle cose umane, e un dolore dolce che nasce dall'impossibilità di staccarsi dagli affanni del cuore, dal desiderio di gloria e di successo, per vivere nella solitudine pensosa del saggio.

Da qui il suo terrore umano della morte, l'angoscia del distacco da tutte le cose terrene: questo sentimento pervade dolorosamente tutta l'opera e ne costituisce, forse più dell'amore per Laura, il motivo unificatore e lo aspetto più vicino alla nostra sensibilità moderna.


Particolarmente piacevole mi è il sonetto "Voi che ascoltate in rime sparse il suono".
Questo sonetto, composto dal Petrarca negli ultimi anni della sua vita, è il proemio, cioè l'introduzione, del "Canzoniere". Il poeta è ormai pienamente consapevole del fatto che l'amore con le sue lusinghe è lontano, e tutte le cose terrene sono caduche, troppo brevi, inutili. Egli, stanco e indifferente di fronte a ciò che un tempo lo ha fatto soffrire, si rivolge a coloro che ascoltano le sue poesie frammentarie ispirate dai sentimenti amorosi che nutrivano il suo cuore negli anni della prima follia giovanile, quando era un uomo diverso da quello che è ora.
Egli spera di trovare tra coloro che odono i diversi modi in cui esprime il suo dolore e le sue riflessioni, combattuto tra le vane speranze e l'inutile sofferenza, non so l perdono ma anche pietà, soprattutto se qualcuno tra loro ha provato l'amore per propria esperienza.
Ora egli si accorge di essere stato per molto tempo oggetto di chiacchiere e di riso per molte persone..., perciò spesso si vergogna di se stesso. Il risultato del suo interesse per le cose inutili è la vergogna e il pentimento e il comprendere con chiarezza che tutte le cose che danno piacere in questa terra sono soltanto un breve sogno.


Un altro sonetto che mi giunge gradevole è "Solo e pensoso".
Questo sonetto, pervaso da una profonda tristezza, esprime in modo misurato e senza alcuna ostentazione, il tormento e la sofferenza dell'animo del poeta che, solo e in preda a pensieri tristi, cammina lentamente per i campi deserti, desideroso soltanto di evitare ogni luogo in cui appaiano segni della presenza umana.
Soltanto in questo modo può evitare la curiosità degli altri..., infatti dai suoi gesti privi di allegria si comprende facilmente quanto sia sconvolto e turbato. E' ormai con vinto che i monti e le spiagge, i fiumi e le selve conoscano le intime sofferenze che nasconde agli altri.
Purtroppo non riesce a trovare un luogo tanto aspro e selvaggio da impedire che l'Amore con le sue sofferenze gli sia sempre, quasi materialmente, accanto.


SOLO E PENSOSO

Solo e pensoso i più deserti campi vo
mesurando a passi tardi e lenti,
e gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio uman l'arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti;
perché negli atti d'allegrezza spenti
di fuor si legge com'io dentro avvampi:

sì ch'io mi credo omai che monti e piagge
e fiumi e selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch'è celata altrui.

Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so ch' Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io con lui.


È difficile trovare un sonetto così pieno di cose, e che con così poca ostentazione di passione sia più appassionato. Nella misura lenta e grave dei due primi versi io sento il suono monotono e triste del passo..., quegli occhi spaventati che fuggono ogni vestigio di piede umano, mi rivelano con una immagine che illumina tutta la faccia, l'amarezza dell'anima ferita, sazia e disgustata del mondo..., e vedo che in quegli atti d'allegrezza spenti, frase così originale, così energica di costruzione, non si nasconde più dolore che in tutta una notte di Young.
Ma quest'uomo ha abbracciato la solitudine per disperazione, vi ha portato tutti i pensieri del mondo, e l'amore, attaccatosegli dietro, ve lo persegue.
E tutto questo detto con tranquillità, sotto cui giace la tempesta.
Mai il poeta non si è tanto avvicinato alla nudità antica, vale a dire a quello stile tutto cose, recisa ogni espressione di sentimento, a quello stile di marmo, che tanto mi spaventa nel Machiavelli.
Nel Petrarca, poeta della forma, è un momento passeggero, che esprime un dolore concentrato, di cui non sa assegnare la causa, una desolazione muta, senza sfogo.
Confesso che di tutti i suoi sonetti nessuno mi commuove tanto profondamente quanto questo sonetto senza lacrima, cupo e fosco.
Ma la sua anima tenera non poteva lungamente reggere in questa silenziosa consunzione..., succede l'alleviamento, lo scoppio delle lacrime, il prorompere di lamenti.... "o cameretta! o letticciuolo...".

Forse questo è il sonetto più poeticamente valido del Petrarca..., con parole semplici, e senza veemenza, egli riesce ad esprimere tutta la sofferenza e il dolore di un animo ferito, stanco e disgustato dal mondo.
Ancora una volta il poeta esprime dolorosamente l'incapacità di trova re nella solitudine, abbracciata per disperazione, la pace dello spirito.



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