venerdì 30 aprile 2010

L'INCORONAZIONE DI NAPOLEONE I - The Coronation of Napoleon I (1805 - 1807) Jacques Louis David

  
L'INCORONAZIONE DI NAPOLEONE I (1805 - 1807)
Jacques Louis David (1748-1825)
Pittore francese
Museo del Louvre a Parigi
Tela cm. 621 x 979
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Pixel 1770 x 2500 - Mb 1,91


Jacques Louis David, "Primo Pittore dell'Imperatore", fino al 1807 fu impegnato alla raffigurazione della solenne cerimonia in cui Napoleone venne incoronato imperatore dei francesi, svoltasi nel dicembre del 1804 nella chiesa di Notre Dame.

La scena è rappresentata dal pittore nella maniera più obiettiva possibile: non si fa ricorso alle allegorie, ma è narrato quello che lui stesso ha potuto vedere come eccezionale spettatore.

L'evento storico è narrato in maniera impeccabile, con cura meticolosa dei particolari, mescolata comunque ad una vitalità ed a una ricchezza cromatica straordinarie.

La pennellata, studiata certamente sui grandi quadri di Rubens, ha una consistenza densa, ma leggera e sottile allo stesso tempo.

I ritratti di tutti i notabili presenti alla cerimonia sono assolutamente fedeli e realmente caratterizzati.

Il quadro si snoda su linee orizzontali contrappuntate però dalle figure in piedi e dai pilastri che si stagliano verso l'alto.

David coglie il momento più importante dell'evento, quando Napoleone, e non il papa Pio VII venuto da Roma per l'occasione, depone la corona sulla testa di Giuseppina.

Nei primi disegni i1 pittore aveva pensato di rappresentare Napoleone nel momento in cui quasi strappava la corona dalle mani del Papa per incoronare se stesso.

Ma poi, per motivi di opportunità, l'autore preferì dare risalto al momento successivo, quando Napoleone, ormai Imperatore, incorona la moglie.

Questa accortezza piacque molto a Napoleone che, visitando lo studio dell'artista, disse...

"Vi sono grato di aver tramandato ai secoli a venire la prova di affetto che ho voluto dare a colei che divide con me il peso del governo".


Jacques Louis David eseguì i primi schizzi per quest'opera durante la cerimonia, nel dicembre 1804, e cominciò, subito dopo, a lavorare ai disegni preparatori.

Il pittore sperava infatti di poter ultimare il dipinto entro la fine del 1806, ma non ci riuscì prima del novembre 1807..., ulteriori modifiche furono richieste da Napoleone e il quadro fu finalmente concluso nel febbraio 1808.

Nel 1810 fu esposto al Salon di Parigi. Dopo la caduta di Napoleone, venne dato da David al Museo Royal nel 1819..., vi rimase fino al 1837, anno in cui fu trasferito al Museo di Versailles.

Successivamente, nel 1889, passò al Louvre.

Il disegno preparatorio di "Napoleone incorona se stesso" (1804) si trova a Parigi nel Museo del Louvre.


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GESUITI CELEBRI - JUAN MARIANA


Un apostolo del "tirannicidio"



Il gesuita spagnolo non era affatto, come potrebbe sembrare a prima vista, un audace democratico "ante litteram", bensì un accorto e sottile difensore degli interessi ecclesiastici.

Juan Mariana, gesuita spagnolo, teologo ed umanista, nacque a Talavera nel 1536, e morì a Toledo il 16 febbraio 1624. Era un "trovatello" e venne raccolto, nutrito, educato dalla Compagnia di Gesù, a cui appartenne fin dall'età di sedici anni.
Nel 1561 insegnava "esegesi biblica" a Roma..., poi teologia in Sicilia dal 1564, e dal 1569 a Parigi.
Nel 1574 i superiori dell'Ordine decisero di mandarlo a Toledo, ed ivi scrisse le sue opere: ad esempio, "De rèbus Hispàniae", cioè la storia della Spagna, i cui primi 20 libri apparvero a Toledo nel 1592, e l'insieme completo, in 30 libri, a Magonza, nel 1605.
Mariana ne fece anche una riduzione in lingua spagnola pubblicandola con il titolo "Historia general de Espana".
Si tratta probabilmente del suo lavoro migliore.

Compose, inoltre, "De rege et regis institutione libri tres" (Toledo, 1599) e a "Tractatus septem" (Colonia, 1609), che gli fruttarono molte noie ed anche il carcere.
Infatti, nella quarta parte di quest'ultimo libro egli accusa i ministri di Filippo III di rovinare il popolo diminuendo il valore della moneta.
La rinchiusero per oltre dodici mesi in un convento di francescani, e ne uscì vivo quasi per miracolo.
Scontento dei governo del generale della Compagnia, Claudio Aquaviva, scrisse un "Discursus de erroribus qui in forma gubernationis Societàtis occurrunt" (uscito postumo, nel 1625, a Bordeaux), e appoggiò quei gesuiti dissidenti, che volevano, per la Spagna, un Ordine separato da quello di Rama.
I suoi concittadini, nel 1888, gli eressero un monumento a Talavera


PREDECESSORE DI LOCKE?

Quello però che valse a salvare il Mariana dall'oblio e ad assicurargli anche dopo la morte una certa celebrità, è la sua dottrina sul "tirannicidio", o "uccisione del sovrano oppressore del popolo".
Il quesito che il Mariana espone e risolve è molto semplice.
Ammettiamo, per esempio, che esista un monarca legittimo: quindi possessore, a giusto titolo, del governo politico.
Ma costui lo esercita con abuso: anzi, è un tiranno insopportabile.
Si prende gioco dei beni, della coscienza, e persino della vita fisica dei cittadini.
Perciò, il fine per il quale l'autorità ha qualche motivo per esistere - ossia, la ricerca del bene pubblico, e, in conseguenza, privato - è addirittura capovolto.
Ma, allora, è evidente che nessuno potrebbe negare al popolo il diritto di ribellarsi al sovrano, di scacciarlo, dì ucciderlo anche, se altri mezzi non appaiono efficienti ad ottenere lo scopo, che è quello della salvezza comune.
E ammazzare il re è lecito a chiunque tra i cittadini, purché intervengano le accennate circostanze.
Realmente, se a Tizio, come individuo privato, è interdetto uccidere chicchessia, tanto più il capo dello Stato (a meno che questi non divenga aggressore di lui: ad esempio, entrandogli in casa con la forza, allo scopo di rubare, di violentargli la moglie, eccetera), la faccenda cambia aspetto quando il sovrano si trasforma in un nemico pubblico, cioè di tutti.
Allora Tizio, se lo ammazza, agisce come un soldato in guerra giusta: rivestito, cioè, di pubblico potere, a lui concessa da l'unica autorità legittima esistente, la quale, in caso di tirannia, è e non può essere che il popolo.
La società, infatti, è superiore al re, avendogli conferito il potere a condizione che governasse Politicamente, e non tirannicamente.
Questa teoria ha un indubbio fondamento democratico e in essa possono ritrovarsi i primi germi delle future dottrine del "contratto sociale" e della "sovranità popolare" legate ai nomi di Locke e di Rousseau.

A vero dire, ritratta di una teoria per nulla originale in quanto, anche nel campo cattolico, con maggior acutezza del Mariana, ebbero a trattarla, più o meno nello stesso tempo, altri gesuiti di notevole valore, come il Bellarmino (1542-1621)..., il Molìna (1536-1600)..., il Suàrez (1548-1618)..., il Lèssio (1554-1623), però in modo troppo 'scientifico', mentre egli ne scrisse in maniera letteraria, politica e concreta, adoperando non di rado un linguaggio mordente e vivo, adatto a garantire al suo lavoro ampia diffusione.
Questa, poi, diventò grandissima allorquando molti videro nel libro del Mariana ("De rege et regis... ecc." ) un incitamento allusivo e indiretto a indirizzare le cose in Francia a netto vantaggio della Spagna, mediante l'uccisione di Enrico IV, il re che con la sua conversione "pro forma" dal calvinismo al cattolicesimo era riuscito ad acquistare il trono di Francia .

Il 2 maggio 1598, Filippo II aveva dovuto sottoscrivere il trattato di pace di Vervìns, piegando la schiena ai voleri di Enrico IV di Francia: e tale fu il suo dolore e la vergogna da morirne dopo pochi mesi, il 13 settembre dello stesso anno.
L'ira degli spagnoli e degli ambienti romani giunse al colmo.
Ben s'intende, era indispensabile sorridere e tacere.
Ma, sott'acqua, il fanatismo cattolico di larghi strati della gente francese veniva abilmente aizzalo onde il conflitto potesse riaccendersi.

A buon punto, dunque, giunse a riscaldare gli animi il libro del Mariana, in cui si diceva lecita l'uccisione di un "re tiranno".
Ognuno, infatti, vi scorgeva la controfigura di Enrico IV, e non quella di un monarca qualunque, altrimenti un regime assolutista come lo spagnolo non avrebbe esitato a incarcerare lo scrittore, che, invece, ricevette lodi e incoraggiamenti da tutte le parti, primi i superiori gesuiti, i quali approvarono la stampa del volume.


OBBEDIENZA INCONDIZONATA

Gli accennati rilievi servono a spiegare come mai una dottrina, in certo modo democratica, abbia potuto avere, in quell'epoca, cittadinanza cattolica, e, niente meno, tra i gesuiti..., e perché il Vaticano si sia ben guardato, allora, dal condannarla, od anche, più semplicemente. dall'inserire nell'Indice il libro del Mariana.
Ma non spiegano ancora - per lo meno con sussidio dei termini ristretti entro i quali sinora ci siamo limitati a porre il problema - una cosa che e principale: cioè, perchè, esaurite le circostanze contingenti atte a motivare un simile contegno, la Santa Sede non abbia poi, fino ad oggi, proscritto le teorie del Mariana e degli altri gesuiti contemporanei di lui, Bellarmino, Molìna, Suàrez, eccetera.

Si risponderà: "Perché vi meravigliate? Non sapete che il Vaticano in ogni tempo si è schierato per la difesa dei diritti dei popoli, e che, quindi, conserva la dottrina del Mariana - del resto già insegnata da San Tommaso d'Aquino nel "De regìmine prìncipum" e in altri luoghi - perchè è democratica?".

Ma - replico - mi si permetta di essere incredulo dato che le cose stanno addirittura all'opposto.
Infatti Roma, riguardo all'obbedienza dell'individuo verso le autorità, ha sempre difeso e sostenuto teorie reazionarie all'estremo, le quali, con la precedente, fanno letteralmente a pugni.
D'altra parte, la Sacra Scrittura - su cui è necessario che la dottrina ecclesiastica trovi appoggio e base - parla chiaro, San Pietro, nella sua "Prima Lettera", al capitolo secondo, impone questo indirizzo:.. "è per riguardo a Dio siate soggetti a ogni uomo creato: tanto al re, che è sopra di tutti, quanto ai prèsidi...." (vv. 13-14)..., e rivolgendosi agli schiavi aggiunge:... "Servi, siate soggetti con ogni timore ai padroni, non soltanto ai buoni e modesti, ma anche a quelli che sono perversi" (v. 18).
La ragione è facile a capirsi, e ce la dice San Paolo: ..."Non vi è potestà se non da Dio..., e quelle che esistono, sono da Dio ordinate"("Ai romani", 13, 1).
E subito dopo: ..."Pertanto, chi si oppone alla potestà, resiste all'ordinamento di Dio" (v. 2).

Dunque, parlar di 'tirannicidio', di potere delegato dai popoli ai governi, di diritto di insurrezione, eccetera, è un'utopia, anzi un errore, una colpa.
Questo è tanto vero che "Sant'Alfonso Maria dei Liguòri non ha dubitato di definire falsa e perniciosa l'opinione del Suàrez e dei moralisti e teologi del secolo XVI, confutando il principio democratico sul quale quelli si erano appoggiati.
Egualmente contrario è stato il Taparelli".

Leone XIII, nella Enciclica "Quod apostolici mùneris" (28 dicembre 1878) insegna quanto segue....

"Posto il caso che qualche volta la pubblica potestà venga dai Prìncipi (cioè dai governi) esercitata a capriccio ed oltre misura, la dottrina della Chiesa Cattolica non consente ad alcuno di insorgere, dietro iniziativa propria, contro di loro: e questo affinché la tranquillità dell'ordine non rimanga ancor più sconvolta, e non derivi perciò alla società un danno maggiore.
E quando le cose sian giunte a tal punto che non sorrida alcun'altra speranza di salvezza, occorre che si affreni il rimedio coi meriti della pazienza cristiana e con preghiere al Signore".

Questa posizione è molto chiara.
E i trattatisti cattolici Aertnys e Damen, commentandola nella loro "Theologia moralis"(Edizione Marietti, Torino, 1944, vol. I, pagg. 449-450) osservano che ciò è molto giusto "perchè spesso là Provvidenza di Dio adopera la malvagità dei Principi onde punire il popolo, il quale, con i delitti pubblici e comuni, specialmente con il disprezzo della Religione (cattolica), ha richiamato sopra se stesso l'ira giustissima di Dio: e quindi il rimedio sicuro e ottimo sarà la penitenza, la preghiera, il mutamento dei costumi, e il culto della Religione".

Dunque, non ci si venga a dire che la Chiesa è amica del popolo e della democrazia.
La dottrina del "tirannicidio , cioè, meglio, dei diritto che ha una nazione di rovesciare il governo che la opprime anche mediante l'uso della forza, non sembra aver cittadinanza in Vaticano.


UNA CONTRADDIZIONE APPARENTE

Ma - si domanda - come spiegate, allora, che la Santa Sede conserva anche oggi questa teoria? In effetti, essa non è mai stata condannata.
Inoltre molti trattatisti fra i più moderni la sostengono: ad esempio, il cardinal Tommaso Zigliara, il gesuita Viktor Cathrein, Rutten, Hammerstein, J. Leelercq, D. Lallement, eccetera.
XI vi ricorse a parecchie riprese, ad esempio nel 1926 (Enciclica del 18 novembre di quell'anno), incitando i cattolici del Messico a rovesciare con le armi il loro legittimo governo.

Evidentemente qui esiste una contraddizione, tuttavia apparente, come dimostrano varie circostanze: non ultima quella ora ricordata, concernente l'intervento di Pio XI negli affari interni messicani.
La cosa, infatti, è molto semplice: è indispensabile obbedire ai governanti, ad ogni costo, anche se, mettiamo, si tratta di autentici mascalzoni, purché questi - come avvenne in Italia durante il ventennio fascista - proteggano gli interessi vaticani.
La faccenda muta radicalmente quando, anche trattandosi di persone oneste e di ottimi amministratori della cosa pubblica, ostacolino la Santa Sede e le organizzazioni clericali nelle loro mire economico-politiche.
Un esempio fin troppo probante tutti lo hanno visto durante l'insurrezione franchista in Spagna.

Ecco perchè la teoria del Mariana non è mai stata condannata, e vive tranquilla nel corpo dottrinale ecclesiastico, senza contraddizione.
Essa, infatti, come a suo tempo era diretta non verso il 'cattolicissimo' sovrano della Spagna, ma contro il re francese, considerato pressocché un eretico anche dopo la conversione ( * ), oggi, per analogia, riguarda soltanto i governi che non concedono mano libera alle forze clericali.
Del resto, che l'obbedienza alle autorità debba intendersi entro questi limiti lo insegna anche Leone XIII, ad esempio nella Enciclica "Libèrtas" (20 giugno 1888, n. 9)..., "Diutùrnum" (29 giugno 1881, n. 8), e altrove.

Di questa sottigliezza gesuitica il Mariana è stato certamente, un cospicuo rappresentante.
Tuttavia, insieme a molte lodi, ebbe qualche noia.
Enrico IV, con esimia generosità, aveva, nel 1603, riammesso i gesuiti in Francia, contro il volere dei Parlamenti.
Ma la dottrina del 'tirannicidio', sostenuta da quei padri, li dimostrava nemici pericolosi nel paese.
Infatti gli autori dei numerosi attentati alla vita del monarca - tra cui il Ravaìllac, che lo uccise il 14 maggio 1610 - erano tutti indistintamente cattolici fanatici, imbevuti di queste teorie.

L'assassinio del re ebbe come effetto naturale di scatenare in Francia una lotta furente contro i gesuiti.
Per porvi un rimedio, e cercar di provare, tuttavia vanamente, che nel fatto di sangue la Compagnia non c'entrava per nulla, il generale di questa, Claudio Aquaviva, proibì sotto pena di scomunica ad ogni membro dell'Ordine di insegnare, in pubblico e in privato, anche sotto forma di semplice consiglio, a parole o per iscritto, la dottrina del 'tirannicidio' (6 luglio 1610).
Però non intese condannarla, ma, con ordine emanato il 14 agosto dello stesso anno, si limitò a vietare a tutti i gesuiti di scrivere a favore o contro il Mariana.

La dottrina di costui, quindi, rimase valida.
Il tentativo di far passare il Mariana come un difensore del popolo e un assertore della democrazia è comunque insostenibile.
Egli non è altro che un difensore degli interessi ecclesiastici.
E' vero che Filippo III lo fece incarcerare, come già dissi, quando costui, nella quarta parte del libro "Tractatus septem", acerbamente criticò la politica economica inflazionistica di quel re.
Ma è provato che ì rimproveri del Mariana erano indirizzati a difendere non tanto i risparmiatori spagnoli, quanto le riserve monetarie ecclesiastiche, soprattutto del suo Ordine, minacciate dal governo.


NB - ( * ) Cfr. con quanto scriveva il pensatore e patriota italiano del Ottocento Bertrando Spaventa...

"Tutte ciò (ossia la teoria secondo cui l'autorità politica, d'origine divina, risiede nei popoli i quali la conferiscono ai monarchi mediante un contratto o convenzione che essi debbono rispettare) tornava comodo ai gesuiti in quei tempi..., né i popoli, nè essi medesimi comprendevano tutte le conseguenze politiche di quella dottrina.
Quando bisognava disfarsi di un principe cattolico, che non faceva consistere la pietà religiosa e il rispetto verso la Chiesa nella dipendenza della podestà laica dalla ecclesiastica, e mostrava di saper discernere gli interessi celesti dagli interessi mondani del clero, era facile ai gesuiti insinuare nelle coscienze dei fedeli la persuasione che il principio aveva violato qualche clausola del contratto o convenzione primitiva".


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La Compagnia di Gesù - Gesuiti celebri - IGNAZIO DI LOYOLA

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LE SABINE (1799) - Jacques-Louis David

LE SABINE (1799)

Jacques-Louis David (1748-1825)

Pittore francese
Museo del Louvre a Parigi
Olio su tela cm. 385 x 522

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Davanti ad una città turrita infuria una feroce battaglia fra guerrieri a piedi e a cavallo, muniti di scudi, spade e lance che si perdono sullo sfondo contro i toni del cielo nuvoloso.
Stranamente, oltre ai guerrieri, la scena include personaggi femminili e bambini che costituiscono un immediato richiamo alla "Strage degli Innocenti" soprattutto, per quella donna che, sulla sinistra del quadro, fugge via sollevando in aria il proprio figlio per salvarlo dall'infuriare della battaglia.
Ma nessuno dei bambini presenti è morto o trafitto ed anzi, è così poca l'attenzione dei guerrieri verso di loro che tre fanciulli possono guardarci e giocare divertiti proprio in primo piano, quasi protetti da una donna inginocchiata sopra di loro.

Il secondo richiamo iconografico è al "Ratto delle Sabine" ma vi sono nel dipinto alcuni particolari che offrono una chiave di lettura diversa del testo figurativo: la donna a braccia larghe che, al centro della tela, divide due guerrieri e l'altra figura femminile inginocchiata a terra che con un braccio tiene un bambino e con l'altro si aggrappa pietosa al polpaccio di un guerriero.
Non si tratta dunque del più raffigurato "Ratto delle Sabine" ma di un soggetto assai raro che presenta un episodio accaduto tre anni dopo, quello in cui le Sabine scendono in campo a separare i propri uomini dai Romani, quando Tatius, capo dei Sabini, aveva attaccato Roma per sterminare i rapitori delle donne del suo paese.

La scelta del tema, dove le donne si fanno eroicamente avanti per placare le ire dei propri congiunti e riportare tutti alla concordia, diventa un monito contro la guerra ed una speranza di pace che si riferiscono ai travagliati avvenimenti della storia francese di quegli anni.


Quando nel 1796 il tedesco Fr. J. L. Meyer visitò lo studio di David, poté vedere le prime idee del quadro che, realizzato da David in parte durante la prigionia, fu terminato nell'autunno del 1799.
Esposta a pagamento al Louvre fino al maggio 1805 e poi nell'atelier di David nella chiesa di Cluny, l'opera passò in custodia all'allievo di David, Gros, nel 1816 per essere venduta ai Musei Reali nel 1819 insieme al suo pendant Léonidas per un totale di 100.000 franchi.
Collocata al Luxembourg nel 1820, la tela fu esposta al Louvre dal 1826, dopo la morte di David.


L'EXPOSITION PAYANTE DELLE "SABINE"

David dipinse "Le Sabine" per proprio conto, cioè senza aver ricevuto da qualcuno la commissione del quadro.

Quando lo ebbe terminato domandò di poter presentare la propria opera in una «Expositíon payante» pubblica, al tempo una moda poco diffusa.

Precedentemente a David aveva avuto la medesima idea l'artista svizzero Füssli, che aveva presentato a Londra, con poco successo, una sua opera.

La scelta di esporre un quadro e di farlo vedere previo pagamento di un biglietto d'entrata, può sembrare a noi moderni, assidui frequentatori di mostre, un fatto banale ma, nella mentalità del tempo, costituì un importante passo avanti nella definizione della libertà creativa dell'artista, il quale, precedentemente alla Rivoluzione, era stato in qualche modo sottomesso alla volontà della committenza: per la Francia, in particolare, a quella del re.
Purtroppo David sconfesserà poco dopo la causa per la quale si era battuto diventando il pittore di Napoleone Bonaparte.


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LA DISPUTA DI SANTO STEFANO (Disputation of St Stephen) - Vittore Carpaccio


LA DISPUTA DI SANTO STEFANO (1514)

Vittore Carpaccio (1465 - 1525)
Pittore italiano
Pinacoteca di Brera a Milano
Olio su tela cm. 147 x 172

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La Disputa di Santo Stefano presenta il momento in cui il Santo discute con i dottori del sinedrio, qui rappresentati con vesti orientali.

La scena si ambienta sotto una architettura aperta di tipo rinascimentale veneto: grandi arcate poggiano su capitelli, a motivi vegetali, e colonne la cui base è formata da pilastri.

Una fila di astanti, fuori della loggia, in abiti veneziani, forse da identificare con i confratelli della Scuola, ascolta, in parte attenta e in parte commentando, le parole che Santo Stefano pronuncia dall'alto del podio, all'estrema sinistra del dipinto.

Uno sfondo ricco di edifici che ricalcano forme orientali ma anche fantastiche è preceduto da una distesa erbosa.

Dalla piramide alla monumentale scultura equestre, agli edifici semplici, al palazzo con le terrazze e le torri, tutto è collocato ordinatamente e in modo da formare una schiera continua.

Sebbene curato nei minimi particolari è comunque un paesaggio movimentato da numerose figurette che si radunano, che arrivano a cavallo, che si affacciano dai balconi.

E per concludere uno sfondo di dolci colline e alberi che rimandano alla tipica tradizione paesaggistica veneta.


Numerosi sono i particolari, di stampo quasi fiammingo, presenti nella tela, quali il libro aperto appoggiato sul gradino a sinistra, l'animale piumato in primo piano al centro e soprattutto gli elementi architettonici delle strutture retrostanti.



La pittura fa parte di una serie che originariamente comprendeva cinque teleri; realizzata da Carpaccio tra il 1511 e il 1520 per la Scuola di Santo Stefano a Venezia.

Il ciclo mostra episodi della vita del Santo dalla consacrazione a diacono, alla predica, alla disputa nel sinedrio, alla lapidazione.

Essa giunse nella Pinacoteca di Brera in seguito alle confische napoleoniche.

Dell'opera, firmata e datata come si legge nei pilastri in primo piano, esiste un disegno preparatorio per alcune teste conservato al British Museum a Londra.

Con la distruzione di una tela, avvenuta forse nel 1773, ne restano in complesso quattro, sparse tra i Musei di Berlino, Parigi, Milano e Stoccarda.


CARPACCIO E LE SCUOLE VENEZIANE

Pittore dalle spiccate qualità artistiche, influenzato dalla cultura ferrarese di Ercole de' Roberti e di Francesco del Cossa, il successo del Carpaccio si deve soprattutto ai grandi cicli narrativi realizzati, come allora era assai frequente, per le Scuole della sua città natale, Venezia.

In particolare, l'artista emerge nel primo dei cinque, cioè la "Leggenda di Sant'Orsola", dipinta tra il 1490 e il 1498, nella prima maturità artistica: l'opera ha colpito non solo i contemporanei ma anche la critica moderna.

Seguendo la richiesta dei committenti, Carpaccio realizzò nove tele con uno stile gioioso e vivace e soprattutto ricco di
ornamenti e particolari pittoreschi.

Dopo aver partecipato ai "Miracoli della Croce" per la Scuola di San Giovanni Evangelista, a partire dal 1502 l'artista si dedicò con grande successo alla Scuola di San Giorgio degli Schiavoni, le cui opere mostrano una piena esaltazione del colore e l'affermazione del pittore come narratore magico ed evocatore di miti.


Gli ultimi due cicli per la Scuola degli Albanesi e per la Scuola di Santo Stefano, qualitativamente inferiori, segnano il declino artistico di Carpaccio ormai sorpassato dai rapidi cambiamenti in senso naturalistico dovuti a Giorgione e Tiziano.


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VITTORE CARPACCIO - Vita e opere

SPOSALIZIO DELLA VERGINE (1504-1505) Vittore Carpaccio


PAUL BRILL

      

      

Panorama fantastico
1598













Paul Brill nacque ad Anversa nel 1554.

Della sua formazione artistica si conosce ben poco..., sappiamo però che all'età di quattordici anni frequentava l'atelier di Dani Wartelmans.

Nel 1574 partì per la Francia, dove soggiornò a Lione, quindi raggiunse il fratello Matthijs a Roma.

Inizialmente collaborò con il fratello alla decorazione della Torre dei Venti in Vaticano, successivamente affrescò le lunette della volta della sagrestia della Cappella Paolina, in Santa Maria Maggiore.

Questi primi lavori conservano ancora uno stile legato alla cultura artistica fiamminga.

Intorno al 1599, l'artista frequentò la scuola di Girolamo Munziano.

A questa nuova esperienza, che determinò una maggiore comprensione della pittura romana, corrisponde lo stile degli affreschi del Casino Rospigliosi e della chiesa di Santa Cecilia.

I suoi paesaggi furono influenzati da quelli prettamente classici di Annibale Carracci, ma arricchiti da elementi fantastici.

I numerosi dipinti e disegni sono intrisi di serenità e il loro equilibrio è l'elemento determinante che attribuisce a Brill il merito di essere stato uno dei precursori del paesaggio classico.

Visto il grande successo della sua pittura, molti artisti suoi connazionali, come Martin Ryckeart, Wilhelm van Nieulandt e Balthasar Lauwers, tentarono di imitarlo, ma senza mai ottenere il successo sperato.

Brill morì a Roma il 7 ottobre 1626.


VEDI ANCHE . . .

PAESAGGIO CON MERCURIO E ARGO (1606) Paul Brill


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