martedì 4 maggio 2010

PAESAGGIO CON MERCURIO E ARGO (Landscape with Mercury and Argus) - Paul Brill

PAESAGGIO CON MERCURIO E ARGO (1606)
Paul Brill (1554-1626)
Pittore fiammingo
Galleria Sabauda di Torino
Olio su rame cm. 27 x 39

CLICCA IMMAGINE per un'alta risoluzione

Pixel 1760 x 2500 - Mb 2,26


L'episodio dell'incontro fra Mercurio e Argo, narrato da Ovidio nelle “Metamorfosi”, è ambientato in un'ampia valle laziale, attraversata da un corso d'acqua, coronata sulle alture da edifici di fantasia.

Il mito assume un ruolo di secondo piano e lascia spazio alla natura, tanto che i due protagonisti della storia sono ai margini del paesaggio.

Essi sono Mercurio, nei panni di un pastore, ma identificabile perché porta i calzari alati, e Argo, il pastore che su ordine di Giunone custodisce Io tramutata da Giove in una bianca giovenca.

L'asprezza del paesaggio smussa la serenità della visione, che indica che Paul Brill non ha ancora del tutto abbandonato la sua cultura fiamminga a favore dell'ideale classico che, invece, comprese pienamente negli anni successivi.

Tale sua capacità è testimoniata dal biografo Giulio Mancini (1620) che di lui scrisse…

“Con la longhezza del stare in Italia (...) ha (...) nel paesaggio lasciato quello stento fiammingo, accostandosi al vero”.

In passato alcuni studiosi hanno suggerito che si trattasse di un'opera a quattro mani: il paesaggio di Brill e le figure di Elsheimer.

Questa collaborazione non va esclusa in quanto i due non solo erano amici, ma era prassi comune che paesaggisti e figuristi collaborassero.


L'opera, realizzata su rame, fu eseguita da Paul Brill nel 1606, come conferma la scritta sullo stesso dipinto.

Nel 1866 essa era nella Collezione Sabauda a Torino, dove si trova ancora oggi.

Un'altra opera, raffigurante il medesimo soggetto, è citata dallo storico dell'arte Andrea Emiliani.


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PAUL BRILL - Vita e opere

LA MADDALENA PENITENTE (The Penitent Magdalene) - Tiziano Vecellio


La Maddalena penitente (1530-1535)
Tiziano Vecellio
Palazzo Pitti - Firenze
Olio su tavola cm. 85 x 68



Nessun artista è più "pittore" di Tiziano.

Dalla sua bottega sono usciti straordinari capolavori che hanno conosciuto immediata notorietà, come il caso della "Maddalena", eseguita per i Gonzaga, e ne conosciamo parecchie versioni il cui prototipo si trova al Palazzo Pitti a Firenze.

Il dipinto "La Maddalena" è una mirabile rappresentazione della bellezza femminile: questa donna nella pienezza delle sue doti fisiche, che i meravigliosi capelli d'oro fulvo, anziché coprire, mettono in evidenza il turgido seno e non pare per nulla contrita per le sue colpe d'amore.

Tiziano sapeva cogliere la bellezza del corpo come tale, la bellezza cioè di questa speciale materia in cui la vita si manifesta nel modo più visibile, più ricco e profondo..., la "Maddalena" è uno dei quadri in cui questa virtù di Tiziano si avverte in tutta la sua grandezza, con una pittura morbida, doviziosa, opulenta, ma al tempo stesso piena di vitalità e di energia.

Nel ritratto ciò che distingue il linguaggio, specie se confrontato con quello degli imitatori, è che quelle ampie stesure di colore visualizzano sempre il movimento di una figura sorprendendolo nell'attimo, inesistente nella continuità temporale di cui noi abbiamo esperienza, in cui si offre al massimo della sua ostensibilità, al punto che il moto si allenti fino a fermarsi sopraffatto dall'inquartarsi delle zone di colore e sia possibile godere lo spettacolo di un risvolto che si imbastisce al diritto della veste, di una camicia che si spartisce lo spazio con un campo di nudità fiorente, di uno scollo formato (vedi questo dipinto, dai capelli d'oro), come collare di pelliccia.

Ma è chiaro che si tratta di un attimo di stasi in un movimento, perché le cuciture di quei piani, anche delle figure che posano per un ritratto, sono sempre inarcate, tese a generare lo spazio del dipinto.


In tutto Tiziano giovane è veramente qualcosa di fidiaco: il suo impasto stesso ha il sapore vivente del marmo greco: e la medesima sensualità sublimata, incolpevole, in confronto a quella troppo carica e flagrante dell'ultimo Giorgione.

I corpi di Tiziano s'imbastiscono: imbastitura è abbozzo..., ed è proprio ai limiti di ogni zona cromatica che Tiziano lascia il respiro di un abbozzo mutevole, di una vita cangiante e in crescenza.


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SAN SEBASTIANO (1570 circa) - Tiziano Vecellio 



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PRESENTAZIONE DELLA VERGINE AL TEMPIO (1534 - 1538) - Tiziano Vecellio   

DANAE - Tiziano Vecellio

INCORONAZIONE DI SPINE - Tiziano Vecellio

L'UOMO MALATO - Tiziano Vecellio



ROSA LUXEMBURG - La libertà per gli altri (Freedom to others)

Rosa Luxemburg
Rivoluzionaria tedesca
Zamosc, Polonia 1870 - Berlino 1919




L'anniversario dell'assassinio di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht perpetrato a Berlino il 15 gennaio 1919, è stato commemorato dai lavoratori e dagli studenti berlinesi tra l'altro con una manifestazione di protesta davanti alla sede della socialdemocrazia, considerata l'erede diretta dei mandanti dell'uccisione dei due grandi rivoluzionari comunisti. La cosa ha creato un certo disagio tra gli scrittori al servizio della borghesia italiana che oggi sembra abbia trovato la sua "ultima spiaggia" nella tutela del "buon nome" della socialdemocrazia.
Giornalisti di nome si sono sforzati di dimostrare che la socialdemocrazia tedesca non ha avuto nessuna responsabilità nell'assassinio dei due fondatori del Partito comunista tedesco e che la responsabilità del delitto apparterrebbe esclusivamente a "un sicario dell'estrema destra militare".
La verità, con buona pace dei nostri, è ben diversa.
Nel 1925, al processo di Magdeburgo, il generale Groener testimoniò che il 29 dicembre 1918 Ebert (presidente socialdemocratico della repubblica tedesca) chiamò Noske (ministro socialdemocratico degli interni) a guidare le truppe "bianche" contro la Lega di Spartaco. I corpi di volontari si adunarono lo stesso giorno e poté così avere inizio la lotta che si sarebbe conclusa con l'assassinio della Luxemburg e di Liebknecht. Eugen Ernst, l'esponente socialdemocratico la cui nomina al posto di questore di Berlino segnò l'inizio della battaglia, si vantò pubblicamente qualche tempo dopo di aver costretto gli spartachisti a scatenare la battaglia anzitempo...

"Quando ancora non volevano, dovettero attaccare..., noi eravamo così in grado di fronteggiarli".

Questo per quanto si riferisce alle responsabilità più generali nella repressione sanguinosa contro i comunisti tedeschi. Ma le responsabilità della socialdemocrazia in merito all'assassinio dei leaders del Partito comunista, sono ben più precise e dirette.
Come risultò al processo per l'assassinio il "servizio ausiliario del partito socialdemocratico, sezione 14" aveva messo una taglia di 100.000 marchi sulle teste di Karl Liebknecht e di Rosa Luxemberg.
Il 13 gennaio, alla vigilia dell'assassinio, il giornale socialdemocratico "Vorwàrts", pubblicò una poesia di Artur Zickler che auspicava apertamente l'uccisione di Karl Liebknecht e della Luxemburg. Che in un clima del genere l'esecutore materiale sia stato un sicario militare, è, evidentemente, questione non fondamentale.
Certo la repressione venne assicurata dai militari che, per dirla con la Luxemburg, dopo essersi fatti battere vergognosamente sui campi di battaglia speravano di ristabilire la loro fama con una "brillante vittoria" sugli spartachisti.
Ma Noske, l'Operaio", era il generale capace di organizzare la vittoria là dove non era riuscito Ludendorff.

È, comunque, un fatto abbastanza significativo che oggi anche gli organi della borghesia più retriva, che pure implorano l'apparizione sulla scena di un "uomo forte" (un nuovo Mussolini, un nuovo Hìtler, o più semplicemente un nuovo ..........?) non considerino più un titolo di merito da sbandierare in pubblico l'assassinio dei leaders rivoluzionari.
Ma la borghesia non si limita a questo.
Essa tenta anche di utilizzare le proprie vittime in funzione antipopolare e anticomunista. Un po' dovunque infatti, negli scritti dedicati alla Luxemburg, si è tentato di farne una bandiera dell'anticomunismo.
Al rigido e freddo spirito rivoluzionario di Lenin si è tentato di contrapporre lo spontaneismo, per certi aspetti romantico, della Luxemburg, si è tentato di approfondire i motivi di divergenza che su tutta una serie di questioni hanno contrapposto il rivoluzionario russo alla polacca dimenticando che nel fuoco della lotta queste divergenze si erano venute attenuando fino a scomparire nel periodo immediatamente precedente l'assassinio della Luxemburg.
Al limite si è giunti a sostenere che la Luxemburg fu "più vicina idealmente a Trotski che a Lenin, antibolscevica", e questo è non solo un travisamento delle posizioni della Luxemburg ma una vera e propria falsificazione.


LENIN E ROSA LUXEMBURG

Certo Lenin e la Luxemburg furono a lungo divisi su una serie di questioni anche importanti.
La polemica fra i due rivoluzionari fu dura e anche aspra ma, come è stato costretto a riconoscere un critico non certo benevolo del comunismo, "si trattò sempre di contrasti che, malgrado la fermezza e la fierezza dei contendenti..., non degenerarono mai in reciproche incriminazioni. La Luxemburg, nel momento stesso in cui criticava Lenin, ne esaltava le capacità di capo rivoluzionario e il merito di aver condotto il partito bolscevico alla vittoria d'Ottobre. Per Lenin la Luxemburg, malgrado quelli che egli riteneva degli "errori ", restava un'aquila del pensiero marxista e dell'azione rivoluzionaria".


La stessa Luxemburg, nel suo scritto sulla rivoluzione russa, steso in carcere nell'autunno 1918, pur criticando per certi aspetti i bolscevichi (ma come vedremo nelle settimane successive avrebbe modificato la sua posizione) concludeva con parole non equivocabili che meritano di essere ricordate...

"I socialisti governativi tedeschi - concludeva la Luxemburg - possono strillare che il dominio bolscevico in Russia sarebbe una caricatura della dittatura del proletariato. Se lo è stato, se lo è, lo è soltanto perché è stato un prodotto della condotta del proletariato tedesco, che era una caricatura della lotta di classe socialista. Noi siamo tutti sottoposti alla legge della storia, e l'organizzazione socialista della società non si può attuare che internazionalmente. I bolscevichi hanno dimostrato che essi possono fare tutto ciò che un vero partito rivoluzionario è in grado di fare nei limiti delle possibilità storiche. Essi non devono pretendere di compiere miracoli. Perché una rivoluzione proletaria, esemplare e perfetta, in un paese isolato, spossato dalla guerra mondiale, strozzato dall'imperialismo, tradito dal proletariato internazionale, sarebbe un miracolo. Quel che importa è distinguere, nella lotta dei bolscevichi, l'essenziale dall'accessorio, la sostanza dall'accidente. In questo periodo in cui noi siamo alla vigilia di battaglie finali decisive nel mondo intero, il più importante problema del socialismo, anzi addirittura la questione scottante del giorno, è stato ed è tuttora non quel particolare tattico, ma la capacità di azione del proletariato, la energia delle masse, la volontà di conquista del potere del socialismo in genere. A questo proposito Lenin e Trotski con i loro amici sono stati i primi che hanno dato l'esempio al proletariato mondiale e sino ad ora sono stati gli unici che possano gridare con Hutten: " Io ho osato! ". Questo è l'elemento essenziale e duraturo della politica bolscevica. In questo senso resta loro immortale merito storico di aver marciato alla testa del proletariato internazionale, conquistando il potere politico, e ponendo praticamente il problema della realizzazione del socialismo, come di aver dato un potente impulso alla resa dei conti fra capitale e lavoro nel mondo. In Russia il problema poteva essere posto. Non poteva essere risolto in Russia. Ed è in questo senso che l'avvenire appartiene dappertutto al 'bolscevismo'."


LA LIBERTÀ PER GLI ALTRI

La Luxemburg che scriveva in carcere, nel suo articolo, che accettò di non pubblicare e che venne poi pubblicato in funzione antisovietica con penose mutilazioni e interpolazioni dal transfuga Paul Levi, dopo la sua espulsione dal Partito comunista tedesco, aveva appuntato la sua polemica soprattutto sul modo come í comunisti russi avevano posto, dopo la conquista del potere, il problema del rapporto democrazia-dittatura del proletariato.
In particolare, criticando una serie di misure limitative della libertà di stampa e dei diritti di associazione e di riunione, senza dei quali sarebbe stato "del tutto impossibile concepire il dominio delle grandi masse popolari", la Luxemburg scriveva la frase famosa che in questi giorni ci è stata propinata in tutte le salse....

"La libertà riservata ai partigiani del governo, ai soli membri di un unico partito - siano pure numerosi quanto si vuole - non è libertà.
La libertà è sempre soltanto libertà di chi pensa diversamente.
Non per fanatismo per la 'giustizia', ma perché tutto quanto vi è di istruttivo, di salutare, di purificatore nella libertà politica dipende da questo modo di essere, e perde la sua efficacia quando la 'libertà' diventa privilegio".

Giusta in linea di principio, questa posizione prescindeva in realtà dalle condizioni concrete in cui i bolscevichi avevano preso il potere ed erano costretti a gestirlo.
Del resto la stessa Luxemburg, nel fuoco della lotta e di fronte alle concrete difficoltà dell'azione rivoluzionaria, corresse ben presto la sua prospettiva avvicinandosi, sensibilmente, anche sui problemi del potere e della dittatura del proletariato a Lenin e ai bolscevichi.
Come hanno testimoniato i suoi fedeli compagni di lotta Adolf Warski e Clara Zetkin, Rosa aveva mutato avviso, prima della sua morte, proprio sul punto principale, quello della democrazia e della dittatura, che nell'autunno 1918 ancora la opponeva a Lenin.

Lei stessa nel programma della Lega di Spartaco, riecheggiando la famosa indicazione di Engels che "fino a quando il proletariato ha bisogno dello Stato, non ne ha bisogno nell'interesse della libertà ma per schiacciare i suoi avversari", avrebbe di lì a poco scritto, riferendosi alla opposizione controrivoluzionaria...

"Tutta questa resistenza deve essere spezzata passo a passo con pugno di ferro e con energia senza riguardi.
Alla forza della controrivoluzione borghese deve essere contrapposta la forza rivoluzionaria del proletariato".


L'AQUILA DELLA RIVOLUZIONE

Il tentativo odierno di presentare la Luxemburg come una irriducibile avversaria del leninismo, esaltando, al di fuori della sua collocazione di classe e rivoluzionaria, "quel rispetto della libertà e della democrazia [astratte] che erano per lei propellente interno, non additivo tattico, di ogni profondo rivolgimento popolare", è destinato a sgonfiarsi miseramente per quello che è in realtà: un mediocre espediente di polemica anticomunista.
Già Lenin, rintuzzando tentativi di questo genere e con preciso riferimento alla pubblicazione dello scritto sulla rivoluzione russa, ha avuto occasione di scrivere: a Paul Levi desidera adesso particolarmente guadagnare i favori della borghesia (e di conseguenza quelli della II Internazionale e dell'internazionale due e mezzo, che sono i suoi agenti) ripubblicando proprio le opere di Rosa Luxemburg in cui essa ha avuto torto.
Io rispondo a ciò con le parole di una buona fiaba russa: accade a volte alle aquile di scendere persino più in basso delle galline, ma mai alle galline di salire al livello delle aquile.
Rosa Luxemburg si è sbagliata sulla questione dell'indipendenza della Polonia..., si è sbagliata nel 1903 nella sua valutazione del menscevismo..., si è sbagliata nella sua teoria dell'accumulazione del capitale..., si è sbagliata quando nel luglio 1914, accanto a Plekhanov, Vandervelde, Kautsky, ecc., ha difeso l'unificazione dei bolscevici e dei menscevichi..., si è sbagliata nei suoi scritti dalla prigione nel 1918 (per altro, essa stessa, dopo essere uscita di prigione, alla fine del 1918 e all'inizio del 1919 ha corretto una gran parte dei suoi errori).
Ma malgrado i suoi errori essa è stata e rimane un'aquila..., e non soltanto il suo ricordo sarà sempre prezioso per i socialisti del mondo intero, ma anche la sua biografia e le sue opere complete costituiranno una lezione utilissima per l'educazione di numerose generazioni di comunisti del mondo intero.
"La socialdemocrazia tedesca dopo il 4 agosto del 1914 è un fetido cadavere": è con questa sentenza che il nome di Rosa Luxemburg entrerà nella storia del movimento operaio mondiale.
Mentre invece nel cortile posteriore del movimento operaio, tra i mucche di letame, le galline come Paul Levi Scheidemann, Kautsky e tutta queste confraternita ammireranno soprattutto, ovviamente, gli errori della grande comunista.
A ciascuno il suo.

Sono parole che, soprattutto dopo la recente reviviscenza di luxemburghismo di origine sospetta, mantengono intatta la loro validità.
A ciascuno il suo.

Per me Rosa Luxemburg resta la grandissima rivoluzionaria che fin dal 1893 aveva bollato la socialdemocrazia scrivendo...

"Un partito socialista che si appoggia sulle masse, deve difender le loro condizioni di esistenza, ma non deve perdere di vista nella lotta quotidiana, il fine rivoluzionario.
Le riforme sono solo tappe e posizioni di forza sulla via che porta alla rivoluzione sociale".


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ROSA LUXEMBURG - Scritti politici

Materialismo ed empiriocriticismo - Vladimir Lenin

SULLA RELIGIONE - Vladimir Lenin

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