giovedì 6 maggio 2010

DIVINA COMMEDIA (Divine Comedy) - Dante Alighieri



GENESI INTERIORE E CRONOLOGIA DELLA COMMEDIA


È verosimile che la mirabile visione ultima della “Vita nuova”, del cui contenuto il poeta non dà nessun ragguaglio, sia, come ho detto nella relativa opinione, la visione di Beatrice trionfante tra i Beati: il tema di un racconto divino, una sintesi ancora indefinita, per sviluppare la quale il poeta domanda anni di meditazione e di studio.
Nel 1300, l'anno del Giubileo, cioè della penitenza e della redenzione e del più diffuso perdono divino, il poeta, già sviato dietro altri amori, già contristato dal primo contatto con la iniquità e la volgarità degli uomini, provó forse la nostalgia dell'innocenza, il bisogno di ridiventare puro, di vivere non più secondo l'istinto, ma secondo ragione. E Beatrice, viva nel suo cuore sempre, gli si presentò allora come l'angelo tutore della sua vita morale, come la voce di Dio in lui, se non pure come l’illuminatrice.
Non è impossibile che in quell'anno, o nel seguente, il poeta incominciasse l'opera sua…, conforme alla tradizione conservataci dal Boccaccio, il quale ci attesta che Dante scrisse avanti l'esilio i primi sette canti dell'Inferno. Ma ci sono concezioni che si portano nel cuore per tutta una vita, e si sviluppano, si determinano, si illuminano sempre più, aumentandosi di tutte le impressioni della vita: come il “Faust” del Goethe. La “Commedia”, germinata indistinta nei tempi della “Vita Nuova”, incominciata forse dieci anni dopo la morte della diletta Beatrice, nella concezione si amplifica, si trasforma con l’ampliarsi della esperienza e della dottrina, col mutarsi dell'umanità e del pensiero dantesco.
Per tutti gli anni dell'esilio Dante lavora al poema, in cui getta tutto se medesimo, con i suoi dolori, con le sue amarezze, con i suoi entusiasmi, con il suo sapere: al poema che doveva essere la sua gloria, la sua vittoria, la sua glorificazione.
Forse verso il 1308 l'Inferno era terminato, se non finito…, e verso il 1313 il Purgatorio.
Nel 1318, nel commento latino ai “Documenti d'amore”, Francesco da Barberino dà come conosciute le due prime cantiche. Il Paradiso fu l'opera degli ultimi anni, e non fu pubblicato che morto il poeta…, anzi, stando al Boccaccio, si erano smarriti gli ultimi canti di esso, ritrovati poi dal figlio Iacopo, per vie che sanno di miracolo.

Tale, approssimativamente, la genesi intima del poema, e la cronologia della sua composizione, secondo i più recenti studiosi del difficilissimo problema. Però l'opinione più comune, fino a pochi anni fa, e che è ancora sostenuta da molti e illustri, è che la “Commedia” sia l'opera degli ultimi anni dell'esilio, e che Dante vi lavorasse con ogni impegno dopo la morte di Arrigo VII, quando l'esule non ebbe più speranze e sì raccolse nel suo mondo intimo.
L'argomento principe in favore di questa ipotesi si desume dalle allusioni che sono nella “Commedia” a fatti posteriori alla morte di Arrigo VII, anche nell'Inferno.
Ma già il Foscolo aveva avanzato l'ipotesi, che ora trova più di un sostenitore: che, cioè, Dante non scrivesse di seguito i canti della “Commedia” dal primo all'ultimo. Fermo nella mente il disegno di essa, egli poteva bene, secondo che gli avvenimenti lo determinavano, ritornare sui canti già scritti, completarli, rimutarli.
D'altronde mal si concilierebbe con la psicologia di Dante - e di ogni grande poeta - l'ammettere che egli, passati, molte volte, parecchi anni dagli avvenimenti, vi ritornasse sopra a mente fredda e ne scrivesse pagine accese di lirismo e di satira. Sarebbe poco meno che assurdo il supporre, per esempio, che la tempestosa invettiva contro l'Italia nel canto VI del Purgatorio, dove si invoca il giudizio di Dio contro Alberto tedesco che abbandona la nazione alle sue discordie, fosse stata scritta molto più tardi, dopo la morte di Arrigo VII, secondo successore di Alberto.


IL TITOLO “COMMEDIA”

Esso ha probabilmente riferimento non al contenuto drammatico del poema, né al fatto che il racconto termina lietamente; ma ano stile.
Dal “De Vulgari Eloquentia” sappiamo che stile tragico è per Dante stile altissimo, e proprio dei componenti maggiori, come la canzone. “Commedia” è dunque appellativo di modestia, sia per lo stile, sia per il contenuto…, e commedia chiama Dante il poema suo, mentre chiama tragedia l’Eneide.
L'appellativo “divina” non accenna alla materia religiosa, ma alla eccellenza artistica, e comparve, e restò poi sempre, nella stampa che del poema fu curata a Venezia nel 1555.
È qui il caso di aggiungere che, se la “Commedia” non ha neppure la più piccola lacuna, ed è sicuramente, nel suo insieme e nei suoi minimi particolari, quale Dante la dettò, si è tuttavia incerti, e lo stesso si dica delle altre opere, intorno alla esatta lezione di molti e molti passi.
Smarritosi, quale che sia la ragione, l'autografo del poema, e le copie derivate da esso, è probabile che i trascrittori spesso abbiano alterato il testo, secondo il proprio arbitrio. E si può ammettere, come regola, che essi abbiano generalmente tentato di rendere più facile, ossia più conforme alla propria capacità o al proprio gusto, i passi più difficili e più personali…, e che quindi, di un passo che si legge in più modi, sia probabilmente di Dante la variante meno comune.
Nel sesto centenario della morte del poeta (1921) la Società dantesca pubblicò in un solo volume (Firenze, Bemporad) e la “Commedia” e le altre opere di Dante: edizione critica, che può considerarsi fondamentale, e definitiva direi, dato che la leggiamo così anche oggi.


SPIRITI ANIMATORI DEL POEMA

Dante e Virgilio in Inferno
Adolphe-William Bouguereau (1850)
Il poema è, nel suo motivo iniziale, la storia della conversione del peccatore a Dio.
Dante non fu il primo a trattare tale soggetto, famigliare a scrittori mistici, dei quali basti qui ricordare San Pier Damiano, San Bonaventura e San Bernardo. La conversione è il momento saliente, la crisi tipica e decisiva nella storia dell'anima cristiana…, giacché il santo è sempre un convertito, o quanto meno uno che ha superato, per grazia di Dio, il mondo. Ma bisogna aggiungere che la conversione di Dante non è solamente quella di un individuo, che dal mondo si rifugia in Dio.
L'ascetismo non uccide in Dante mai l'uomo sociale. Egli non vuole solamente innalzare sé al regno di Dio, ma tutti gli uomini. Egli ha fede in una trasformazione della Chiesa corrotta, in una prossima o lontana apparizione divina sulla terra, a riportare non solo le virtù cristiane, ma anche le umane e le civili, e sopra tutte la giustizia.
È una delle concezioni riguardanti la fine delle cose…, che nel tempo di Dante, e massime in certe fervide correnti di spiritualità francescana, trovava espressione nell'attesa di un misterioso Riformatore…, del quale, e del mutamento delle cose che lo avrebbe accompagnato, sono frequenti ed oscurissimi accenni profetici nel poema.

La storia della conversione dell'anima a Dio si allegorizza nel racconto di un viaggio di Dante nei regni dell'oltretomba, nel regno del peccato che è l'Inferno, della penitenza, e cioè della volontà, che è il Paradiso.
Coincideva così l'opera di Dante con la letteratura dell'oltretomba, con la descrizione, cioè, dei viaggi all'altro mondo, che, incominciando da una visione attribuita a San Paolo, si stende sino all'età del poeta.
È molto discutibile però se l'austero e colto spirito di Dante pur conoscesse la goffa letteratura monastica di questi oscuri, che a torto furono chiamati suoi precursori.
Per l'Inferno, sia nella sua costituzione, sia in molti particolari, e qua e là talvolta anche per il Purgatorio, Dante guardò a ben altro modello: al viaggio di Enea negli Inferi, nel VI libro della “Eneide”.
Per qualche carattere o passo del Paradiso, egli si ricordò del “Sogno di Scipione” di Cicerone.
Aristotile gli fu presente nella valutazione delle colpe e delle virtù.
Ma ben fu detto che la “Divina Commedia” non ha fonti. D'altronde, dove l'intento dei finti viaggiatori medioevali nell'altra vita era di far conoscere qualche cosa di quell'al di là che occupava la coscienza dei vivi, e di confermare i fedeli nella vita della penitenza e del sacrificio (talvolta erano anche scopi chiesastici più egoistici), Dante si sente anch'egli come quei viaggiatori mistici, un umile, cui Dio ha voluto chiudere nella sua grazia…, ma nel medesimo tempo un eletto da Dio, a rivelare al mondo i Suoi infallibili giudizi e i principi eterni su cui deve poggiare là salute spirituale e temporale degli uomini…, si sente qualche cosa come i profeti d'Israele, che Dio consacrava suoi banditori e messaggeri, davanti al popolo ed ai re ed al sacerdozio stesso…, quindi non è da escludere l'opinione di quei dantisti, i quali credono che Dante medesimo sia il Riformatore che più volte è preannunciato nel poema.

Inoltre quel giudice, quell'illuminatore, porta nel poema dell'al di là tutta la realtà e l'esperienza della terra: tutta la sua dottrina, in quanto essa era sapienza di vita, e tutte le sue passioni, i suoi amori e i suoi odi, e i suoi ricordi e le sue speranze.
L'uomo è in Dante troppo più forte e ricco del mistico. Il misticismo resta nella “Commedia” il presupposto del poema…, è come il midollo della grande e verde pianta, che si espande tutta in una umanità così piena e varia, quale forse non fu veduta mai in nessuna opera di poesia.


SCHEMA DEL POEMA

La “Commedia” è divisa in 100 canti, il primo dei quali può considerarsi di proemio, quindi restano 99 canti…, in tre cantiche: Inferno, Purgatorio, Paradiso…, e ciascun canto è scritto in terzine.
Il mistico numero 3, come si vede, domina nella costituzione del poema. Il quale incomincia con un canto tutto allegorico: a mezzo della sua vita, nell'anno 1300, Dante sente il richiamo a Dio: cioè vuol uscire da una selva selvaggia (la vita disordinata).
Tre fiere (una lonza, un leone, una lupa), figure delle concupiscenze che piegano l'anima al peccato: la carnalità, l'amore di sé e l'amore dei beni terreni, si oppongono all'uomo, che dispera oramai, quando gli viene in aiuto, simbolo della ragione, Virgilio.
Accenna egli ad un tempo in cui il Veltro, il Riformatore, caccerà la lupa…, ma per allora non c'è scampo contro di essa…, e Virgilio si offre a guida dell'uomo per l'Inferno ed il Purgatorio. Solo vedendo gli effetti del peccato e le vie della correzione e della espiazione, l'uomo potrà adempiere al suo proposito di liberarsi dal male.

Dante accetta, grato…, ma poi trema di aver accettato.
Come egli, povero uomo, sosterrà l'aspetto delle cose dell'al di là? Né egli merita il privilegio di vedere, vivo, i regni dei morti: egli non è Enea, che negli Elisi senti profetarsi la grandezza dei suoi successori, e fu confermato nella sua impresa di conquistare il Lazio: egli non è San Paolo, che nel cielo trovò conforto alla fede cristiana da lui novellamente portata nel mondo. Ma come egli intende che Virgilio è stato mosso in aiuto di lui da Beatrice sua (la quale qui raffigura quella grazia divina, senza la quale non solo non è possibile la conversione, ma neppure la volontà e il desiderio di essa), come sente che è voluto da Beatrice quel suo viaggio.., allora riprende il coraggio che pure gli mancherà ancora tante volte, e si affida al suo compagno di viaggio.


INFERNO

L'Inferno è una immensa voragine, che si appunta al centro della terra, ed è chiusa da una calotta della superficie terrestre, nel cui punto eminente é Gerusalemme…, Cristo, il Redentore, era venuto a debellare l'Inferno…, e l'Inferno sta così, materialmente, sotto Gerusalemme.
La voragine ha un vestibolo, una specie di anticamera, dove discende la maggior quantità degli uomini, quelli che non fecero né bene né male e non sentirono che la vita è battaglia per un'idea.
Questo Antinferno si stende fino al fiume Acheronte, oltre il quale è il Limbo, la sede di coloro che morirono senza battesimo, non per loro colpa, e che non peccarono…, qui ci sono anche i poeti e i grandi del mondo antico, che Dante si esalta in se stesso d'aver visto.

Poi incomincia l'Inferno vero e proprio.
Il peccato è per Dante tanto più grave, quando più ha violato ciò che 1'uomo ha in sé di divino: l'anima razionale, come dicevano le scuole: cioè l'intelletto e la volontà. Meno gravi sono i peccati del senso e della passione: i quali perciò sono i primi che il pellegrino vede puniti, e prima di tutti, meno grave di tutti alla mente di Dante, il peccato dell'amore. Dopo i peccatori d'amore, sono i golosi, poi gli avari ed a prodighi, poi gli iracondi, i superbi, gli accidiosi (o malinconici) e gli invidiosi loro affini.
Entro le ferree mura di Dite, che vallano la più profonda parte dell'Inferno, soffrono gli eresiarchi, e poi, in tre cerchi concentrici, i violenti contro il prossimo, come i tiranni…, o contro sé, come i suicidi…, o contro Dio, come i bestemmiatori.
Con i suicidi Dante colloca i dilapidatori delle proprie sostanze: non ci corre molto fra il togliersi la vita e i mezzi per vivere…, e presso i bestemmiatori coloro che violarono, con degradanti affetti, la santa legge della natura, e gli usurai che oltraggiarono l'arte figlia della natura…, ossia quell'industria, che non dovrebbe mai contrastare ai limiti che la natura pose alla sete del guadagno.
Nel cerchio più basso sono i fraudolenti, divisi in dieci scompartimenti, che il poeta, non senza intenzione satirica, chiama bolge (valige).
L'infimo dei cerchi, il nono, è per gli artisti del peccato: per i miserabili che la coscienza cristiana non meno che la cavalleresca considerava come indegni di ogni pietà: i traditori…, divisi anch'essi in vari scompartimenti, secondo che avevano tradito i parenti, o gli amici o i benefattori.
Nel fondo della voragine, imprigionato sotto tutta la mole terrestre, giganteggia dal ventre in sù l'arcangelo precipitato dal Cielo, il padre della superbia e della ribellione: Satana.
Nelle sue tre bocche il caduto maciulla Giuda, il traditore di Cristo fondatore della Chiesa, e Bruto e Cassio, i traditori e uccisori di Cesare, fondatore dell'altra istituzione, per Dante egualmente divina, dell'Impero.

Ogni cerchio è vigilato da una di quelle divinità pagane, che il Cristianesimo considerava come demoni.
Caronte è, come in Virgilio, l'antico ed aspro traghettatore delle anime…, Minosse, il giudice, è all'ingresso del cerchio dei lussuriosi, cioè dell'Inferno…, una lunga coda lo rende mostruoso: Cerbero, il cane trifauce, custodisce i golosi…, Pluto, il dio delle ricchezze, trasformato in lupo, gli avari…, le Furie appaiono sulle mura di Dite…, il Minotauro, più belva che uomo, sta all'ingresso del cerchio dei violenti…, Gerione, l'uomo-serpe-volante, nuota nell'aria grigia dei fraudolenti…, i Giganti, che già minacciarono Giove, stanno incatenati e istupiditi intorno al cerchio dei traditori.
Non mancano le Arpie nella selva dei suicidi: i Centauri intorno al ruscello di sangue, dove bolliscono i sanguinari.
Né mancano i diavoli della credenza cristiana: molti si stipano dietro alle mura di Dite, per impedire ai pellegrini di passare oltre…, altri appaiono ministri di tormenti nella bolgia dei mezzani, e in quella dei barattieri…, e allora si accompagnano, compagni non punto graditi, ai due poeti.
Dante ha conservato loro il pauroso aspetto tradizionale…, ma ne ha fatto esseri di una vita morale inferiore e pure vivacissima.

Le pene, diverse per ogni peccato e specie di peccato, seguono quella legge di corrispondenza con la natura della colpa che si chiamò, da Dante stesso, legge del contrappasso.
Generalmente, le pene hanno analogia col peccato, e sono quasi una figurazione sensibile dei suoi effetti: così i lussuriosi sono agitati da una bufera eterna, che può significare il tumulto delle passioni, quindi furono perturbati in vita…, i simoniaci, attaccati al danaro, e che errarono nella valutazione delle cose, sono piantati nel suolo e capovolti…, i seminatori di scandali e di scismi, che separarono o la famiglia, o la città, o la Chiesa, ciò, insomma, che costituisce un corpo solo, recano squarciato e diviso il proprio corpo.
Non è però agevole scoprire sempre nella pena la legge del contrappasso e la figurazione del peccato. Direi che sempre le pene sono suggerite da un impeto di sdegno e dalla più robusta e atroce fantasia.

In ogni cerchio Dante parla con uno o più dei dannati, che appartengono alla sua generazione, o, come che sia, sono vivi nella sua memoria o nella sua coscienza.
Solo tra gli avari non parla con nessuno: il vizio gli ha resi irriconoscibili.
Discorre spesso di cose presenti…, e quelle accadute dopo il supposto anno della visione, cioè dopo il 1300, sono accennate in via di profezia…, giacché, non solo alle anime del Paradiso e del Purgatorio, ma anche a quelle dell'Inferno Dante riconosce la capacità di prevedere il futuro.
È un artificio che gli consente di conchiudere nel poema tutta la storia della sua età.
Penosamente il pellegrino discende di cerchio in cerchio, accortamente guidato da Virgilio. Nei momenti gravi, come per passare Acheronte, o per penetrare in Dite, contesa dai diavoli, interviene un miracoloso aiuto divino.
Passa il fiume di sangue a cavallo di un centauro. Sulle spalle del mostro Gerione discende tra i fraudolenti. Per uscire dall'Inferno egli si aggrappa a Satana immerso nel centro della terra, e risale, per una angusta apertura, agli antipodi di Gerusalemme, nel mare Atlantico.
Il viaggio per l'Inferno è durato tre giorni.

Tutto un cataclisma aveva accompagnato la caduta di Lucifero. Le terre che sorgevano nell'emisfero australe, spaventate alla vista del Mostro, si nascosero sotto le acque, e fuggirono, ed emersero nell'emisfero nostro: a cui bastò, per essere contaminato, la veduta di lui.
La parte della massa terrestre spostata dalla caduta di Lucifero lasciò quell'apertura, per cui i pellegrini salgono, e ricorse in direzione opposta, e spuntò dalle acque deserte, formando una grande montagna.
È la montagna che, dopo il sacrificio di Cristo, diventò il Purgatorio.
Nessuno degli uomini si era mai spinto fino ad essa…, salvo Ulisse, l'esploratore del mondo senza gente, che, in vista di quella, perì sommerso da una tempesta.
Un angelo guida le anime dei destinati alla redenzione dalle foci del Tevere - l'autorità della Chiesa è simboleggiata in tale determinazione locale - fino là.
La montagna sorge altissima. Dal punto dove non possono più i turbamenti atmosferici, incomincia il Purgatorio propriamente detto, circondato da un muro.
Ai piedi e sulla prima parte della montagna sono distribuite le anime di coloro che morirono in grazia di Dio, ma non fecero penitenza…, o perché morirono sotto il peso della scomunica, o perché furono sorpresi da morte violenta, o perché furono, naturalmente, dei pigri. In una fiorita valletta a parte sono i principi del mondo, che in terra non sentirono i doveri del loro ufficio.


PURGATORIO

Il Purgatorioè diviso in sette cornici o ripiani, in ciascuno dei quali si espia uno dei sette peccati capitali: la superbia, l'invidia, l'ira, l'accidia, l'avarizia, la gola, la lussuria.
Le pene non hanno tanto scopo punitivo, quanto correttivo: devono cioè redimere l'anima dalle tendenze al male, che essa si è portata dal mondo, e ridarle la libertà del volere (o dell'arbitrio), come quando uscì dalle mani di Dio.
Le pene sono perciò dure discipline, che contrastano alla natura del peccato punito.
Se i superbi andarono qui a testa alta, nella prima cornice della montagna si trascinano curvi, sotto enormi pesi.
Gli invidiosi, che vollero qui aprire troppo gli occhi sulla felicità altrui, colà li hanno cuciti con filo di ferro, e, appoggiati alla parete della montagna, si sostengono caritatevolmente l'un l'altro, essi che qui non seppero che l'odio contro il prossimo.
Gli accidiosi, inerti qui nel mondo, sono costretti, nel Purgatorio, a correre sempre…, e così via.
E spesso anche le anime cantano preghiere liturgiche: perché la preghiera, secondo l'insegnamento della Chiesa, produce ed accompagna la contrizione del cuore.
Ma perché sia pieno lo scopo correttivo della pena, essa è sempre accompagnata da un'ampia esemplificazione, sia delle virtù contrarie al vizio da espiare, sia delle punizioni che quel vizio meritò già nella storia, o nella leggenda, che per Dante è storia.
Quella esemplificazione è offerta coi mezzi più vari: sono sculture nelle pareti e sul pavimento, come nel girone dei superbi, o voci misteriose che passano, come nel cerchio degli invidiosi, o visioni estatiche, come in quello degli iracondi.
Gli esempi di vizio punito e di virtù esaltata sono presi dalla storia sacra e dalla antica: giacché per Dante il mondo greco-romano aveva raggiunta la perfezione umana. Le anime possono passare per vari cerchi, a seconda della maniera di peccati, onde furono macchiate qui. Purgate, naturalmente si staccano dalla montagna, e tra tonanti canti di giubilo salgono verso il cielo.
La vetta, poi, della montagna è il Paradiso terrestre, la sede del primo uomo.
Non è difficile intendere perché il poeta collochi su quella vetta il Paradiso terrestre. Esso è il simbolo dell'innocenza e della felicità dell'anima cristiana, i cui istinti inferiori sono tutti domati attraverso le discipline della penitenza.

I due pellegrini sono arrivati sull'alba ai piedi della montagna.
Li accoglie il venerando Catone, colui che morì in Utica per serbarsi libero dall'obbedienza a Cesare, e che, nell'ardimentosa allegoria dantesca, viene a significare quella libertà dal peccato, o libertà dell'arbitrio, che il cristiano conquisterà per mezzo della penitenza. Quel custode dell'isola sacra impone che Dante si circondi la fronte di giunco: immagine dell'umiltà, ossia della soppressione dell'uomo in Dio, senza cui la penitenza non è possibile.
Una intera giornata passano i pellegrini nella prima parte della montagna…, e Dante si addormenta nella valletta dei principi, dopo aver visto il serpente tentatore messo in fuga da due angeli mandati da Maria.
Nel sonno, Lucia, la grazia divina, lo porta sù fino alla porta del Purgatorio: ché, senza l'aiuto dall'alto, non è possibile all'uomo, nonché avanzare nella penitenza, tentare.

È il mattino del secondo giorno.
Un angelo confessore introduce i pellegrini nel primo girone: e prima, con la punta della spada, ha segnato sulla fronte dell’uomo sette P…, giacché l’assoluzione ha tolto il peccato attuale, non le tendenze al peccato, significate da quei sette P.
Come poi Dante salirà dall'uno all'altro girone, un altro angelo con un colpo dell'ala gli cancellerà uno di quei P…, e l'uomo si sentirà via via più leggero: come il salire gli riuscirà più facile. Quegli angeli si chiamano del perdono, e intonano, ciascuno, una delle beatitudini pronunciate da Cristo sulla montagna.
Dante percepisce, appena entrato in ciascuno dei gironi, gli esempi della virtù esaltata, indi parla con uno o più dei penitenti, poi percepisce gli esempi del vizio punito.
Due giorni passa Dante nel Purgatorio.
Dal girone degli avari e prodighi in poi, si accompagna ai due anche il poeta latino Stazio: che Dante immagina sia morto cristiano, e in gran parte per merito di Virgilio, cioè per avere interpretato come profezia del cristianesimo la quarta egloga virgiliana.
Giunto all'ultimo girone, l'uomo è costretto a passare per il fuoco che purga i lussuriosi: il pensiero che di là vedrà Beatrice lo incoraggia al terribile cimento. E di là, sulla vetta del monte, nella divina foresta del Paradiso terrestre, Dante s'incontra in una creatura di celestiale serenità e bellezza: Matelda…, né si sa chi sia: forse il simbolo dell'innocenza primitiva. Poi assiste ad una complicata processione, nella quale predomina un carro misterioso, che significa la Chiesa: nel Paradiso terrestre, ove l'uomo fu innocente, è opportuna la figurazione della Chiesa, che mediatrice della grazia divina, purga l'uomo dal peccato originale e per la penitenza gli ridà l'innocenza di Adamo.
Su quel carro discende dal cielo, trionfante, Beatrice, la illuminatrice divina, che accoglie Dante con parole, in cui l'amore più ardente è misto alla più femminile gelosia.
Virgilio, il dolce padre Virgilio, è sparito. L'uomo, pentito e piangente, è immerso nel fiume Lete, il quale fa dimenticare le colpe commesse.
Dopo di che, il carro mistico è legato a un grande albero, l'albero della vita, di cui è discorso nel Genesi, ma qui sembra significare l'autorità imperiale, la fonte, secondo Dante, della felicità terrena degli uomini…, come tutto il Paradiso terrestre significa lo stato di felicità, a cui l'uomo è naturalmente destinato, e che avrebbe mantenuto, se le concupiscenze non l'avessero traviato.
Quindi il carro subisce una serie di mostruose trasformazioni, che indicano la storia esteriore della Chiesa, e la corruzione a cui essa era pervenuta: suprema, l'asservimento alla casa di Francia e il trasferimento della sede pontificia in Avignone…, rappresentato nel dominio di un gigante sopra una druda.
Beatrice, come già Virgilio prima del viaggio infernale, annunzia un Riformatore, adombrato con il numero cinquecento dieci e cinque, che sembra la sigla di Arrigo VII, l'imperatore in cui Dante tanto e tanto invano sperò.
Il pellegrino è quindi immerso nel fiume Eunoè, che desta nell'uomo lieta memoria delle buone opere fatte nella sua vita.
Egli è ormai in tutta la sua purità e disposto a salire al cielo.
Il Purgatorio è terminato.


PARADISO

Beatrice guarda nel cielo (la speculazione teologica, di cui ella è qui il simbolo, non può ricevere che da Dio la sua efficacia) e Dante negli occhi di Beatrice: e, come folgore, dietro lei si solleva in alto, ora che nessuna delle concupiscenze lo piega più verso la terra.
In ognuno dei sette cieli trionfano quelle anime, che nella vita risentirono, volgendola a bene, l'influenza del cielo che ora abitano.
Quello della Luna è, per così dire, un Antiparadiso…, qui godono le anime di coloro che, non per loro volontà, ma non avendo opposto alla volontà altrui una resistenza eroica, vennero meno ai voti monastici. Anche queste anime però sono perfettamente beate: giacché, come una di esse spiega al poeta, la beatitudine consiste nella consonanza della volontà propria con quella di Dio: in questa suprema “virtù di carità”.
Le anime della Luna, che non trionfarono di tutte le debolezze terrene, hanno tenui parvenze di corpi umani…, ma quelle degli altri cieli hanno aspetto di fiamme, che più si accendono, quanto più si esaltano di carità.
E sono, nel cielo di Mercurio, le anime degli spiriti che operarono per il bene, ma con la mira alla gloria degli uomini, più che a quella di Dio: nel cielo di Venere, gli spiriti che qui in terra furono vinti dall'amore.
Nel cielo del Sole trionfano i teologi…, gli spiriti dei re e principi giusti nel cielo di Giove…, i combattenti per la fede di Cristo in quello di Marte…, i contemplativi, o mistici, nel cielo di Saturno.
Quindi, nel cielo delle stelle fisse, il pellegrino assiste al trionfo delle luci di Cristo e di Maria: trapassato il quale, davanti a Pietro, Jacopo, Giovanni (da ultimo compare anche Adamo), egli sostiene rispettivamente un esame intorno alle virtù teologali della fede, della speranza e della carità, per poi udire da Pietro la più fiera invettiva che sia nel poema contro la corruzione del papato, e ancora l’annuncio di una restaurazione.
Più sù, nel cielo cristallino, o primo mobile, l'uomo mira, in forma di cerchi concentrici, dei quali il più rapido è quello che dovrebbe essere il più tardo, perché più vicino al centro (a Dio), i sette cori angelici.
Ascende poi nel cielo decimo, l'Empireo: un cielo metafisico, che è fuori del tempo e dello spazio, nel quale è la più propria sede della Divinità, supremo desiderio del Tutto: dove, quasi a confondersi con Essa, ruota rapidissimo il cristallino o primo mobile, e imprime il suo movimento ai cieli sottostanti, sempre più debolmente, sino che si perde nella terra, immobile. Intelligenze angeliche presiedono ai movimenti dei vari cieli, e alle influenze che essi piovono sugli uomini, e che non sono mai tali da distruggere la libertà dell'arbitrio.
Ma nell'Empireo è anche il Paradiso propriamente detto, il Paradiso dei contemplanti.
I beati sono distribuiti, insegna Beatrice, apparentemente nei vari cieli, per dare come un'immagine della scala delle attività umane, che dalle pratiche salgono alle contemplative…, ma le anime, che sono perciò dotate di ubiquità, hanno tutte il proprio luogo nell'Empireo…, dove, non più luci, ma sembianze umane di divina bellezza, godono la visione di Dio.
Esse sono qui distribuite come in un anfiteatro…, da una parte siedono le anime dei giusti dell'antica legge: dall'altra quelle dei giusti dell'età cristiana.
Da questa parte sono ancora poche sedie vuote (una è per Arrigo VII), segno che la fine delle cose non è lontana.
Dante scorge tra un volteggiare di angeli la Vergine…, scorge i santi maggiori…, e, bellissima… Eva.
Anche Beatrice ha preso il suo posto…, e il più ardente dei mistici, San Bernardo, si offre ora a guida dell'uomo…, giacché, non per lume di ragione, ma solo per rapimento, sarà possibile che egli compia il suo viaggio, cioè veda Dio, e si immedesimi in lui.
San Bernardo prega prima la Vergine che tanto conceda all'uomo…, e poi l'uomo - come, non sa più dire - vede: vede nella luce divina il mistero della Trinità, e quello dell'Incarnazione…, e mentre, come il geometra che cerca invano la quadratura del circolo, si travaglia di penetrare quei misteri, una luce, d'un tratto lo illumina.
E qui termina il poema del viaggio dell'anima a Dio.

Dante e Beatrice


LA POESIA DI DANTE

Tali le linee della costruzione materiale e allegorica della “Commedia”…, e pur da esse è lecito scorgere la grandiosità l'unità e l'ordine mirabile di tutto il vasto organismo. Quell'unità consente però la varietà massima…, c'è posto per le rappresentazioni di tutti i fenomeni dell’Essere, di tutti i gradi della vita: dal dèmone, all'angelo, a Dio…, dal criminale, all'eroe e al santo. E veramente al” poema sacro” “han posto mano e cielo e terra”, come Dante dice. Ma la poesia dantesca è principalmente nella verità della rappresentazione del mondo esterno…, e, assai più, di quel mondo psicologico, che a Dante interessa più del primo.
Dante è un poeta psicologico, come Shakespeare…, e se nei personaggi innumerevoli della “Commedia” egli rappresenta i più diversi aspetti delle anime meno comuni, in sé, viaggiatore nei regni dell'al di là, in sé, soggetto a quando a quando alla paura, alla pietà, allo sdegno, alla curiosità, alla meraviglia, ritrae l'umanità più normale ed universale…, quindi può parlare di sé per cento canti, senza mai stancarci…, perché in lui non c'è mai nessun atteggiamento, nessuna posa, ma quella umanità più vera, che è poi, a lungo andare, la più interessante.
Non meno vera, ma più alta e squisita è la umanità del maestro Virgilio…, il quale non ha nulla del maestro, nel senso comune e scolastico della parola, ma è a quando a quando paternamente tenero e nobilmente ammonitore, e, massime nel Purgatorio, ineffabilmente malinconico della coscienza che non per lui è la salute…, e, di sotto la parvenza dello stoico, rompono in lui le passioni dell'uomo. Che se anche per la “Commedia” vale quel principio della inspirazione, che genera le liriche della “Vita Nuova”, il poeta della “Commedia” formula un altro canone estetico, là dove, nel basso Inferno, si augura di avere parole di suono anche più aspro, per rappresentare l’orrore di quel luogo.
È il canone della perfetta corrispondenza del contenuto e della forma, che per noi moderni vuole poi dire la perfetta identità dell'uno con l'altra: canone semplice, che sbandisce ogni retorica, ogni convenzionalismo…, dei quali, difatti, non è vestigio nella poesia dantesca.
Pecca essa invece qualche volta di oscurità formale, e rivela il travaglio del poeta, che non è sempre riuscito a tradurre in atto quel principio, a trovare al suo mondo una adeguata espressione. Sulla estrema difficoltà dell'arte, il poeta ritorna spesso…, principalmente nel Paradiso, ove è costretto a esprimere l'ineffabile, e dove perciò preferisce, qualche volta, il silenzio alla parola.

Giacché con Dante sorge veramente per la prima volta, nell’età moderna, la coscienza estetica, il senso dell'arte, delle sue difficoltà e delle sue gioie. E l'arte è principalmente “freno”, cioè proporzione ed euritmia delle parti rispetto al tutto: e capacità di costringere il molto in poco, di ridurre la visione fantastica alle linee più espressive.
La concisione, la brevità, la forza, la immediatezza sono difatti - anche dove il poeta è più tenero e delicato - le caratteristiche insigni dello stile dantesco.

Che se chi mi legge riga per riga vuole qualche cosa di più distinto intorno alla poesia della Commedia, dirò che L’Inferno è la cantica dalle più tangibili bellezze: cioè la cantica più umana: che cosa più umano del peccato?
E qui la materia è molta, più che nelle altre cantiche: e i limiti sono gli stessi…., quindi la rappresentazione guadagna in efficacia ciò che perde in estensione.
Nel Purgatorio è meno vigore. Il penitente è come un uomo dimezzato. Ma quei penitenti, presi ancora dalla terra, e mossi dalla brama di Dio, diventano figure di una spiritualità squisita. Per tutta la cantica scorre un senso elegiaco: e forse sono in essa le più delicate bellezze della poesia di Dante.
Il Paradiso è invece, nella sua inspirazione fondamentale, un'altissima lirica, un canto di vittoria,e di tripudio. Ma la passione umana vi è sublimata: esso echeggia delle voci della terra, assai più che dei canti angelici…, e l'impeto assume talvolta il linguaggio della più vivace satira. Nel cielo empireo, nel paradiso dei contemplanti, il poeta ha fatto miracoli. Qui la parola umana ha raggiunto il massimo del suo potere. La fantasia è diventata estasi.

Certo non ogni parte della Commedia è ugualmente felice. Ma una amorosa e lunga lettura e meditazione del poema mi convince sempre più delle bellezze di esso, che spesso sono tanto più profonde, quanto meno evidenti. Il consenso pubblico ha fatto, per così dire, come una scelta dei cento canti.
Tra i passi più letti dell'Inferno, o meglio quelli che mi piacciono di più, sono il canto terzo, dove è la concezione eroica della vita: battaglia e dovere…, il quinto, o il canto di Paolo e Francesca, di un amore che trova la sua sublimità e il suo castigo nell'essere più forte della morte e dell'Inferno…, il decimo, o di Farinata, la superba figurazione del ghibellino, che però ama la sua città anche più del suo partito…, il tredicesimo, di Pier della Vigna, il suicida “per disdegnoso gusto”…, il diciannovesimo, dei papi simoniaci…, il venticinquesimo, dei ladri…, il ventiseiesimo, di Ulisse, l'eroe del navigare e del conoscere…, il trentesimo, di Ugolino, la tragedia dell'amore paterno.
Casella, Manfredi, la Pia da Siena sono delle figure più dolci del Purgatorio (canti II, III e V)…, e Sordello (canti VI e VII) è delle più magnanime.
Tra gli iracondi, Marco Lombardo (canto XVI) esprime duramente il credo morale e politico di Dante.
Piena di magnificenza e di passione è l'apparizione e il rimprovero di Beatrice a Dante (canto XXX).
Del Paradiso ho letto con infinito piacere il canto della soave Piccarda (canto III), e quello dove Giustiniano imperatore celebra la storia di Roma (canto VI)…, e il panegirico di San Francesco (canto XI)…, e i mirabili, in cui Cacciaguida parla dell'antica Firenze e predice a Dante il suo esilio e lo incoraggia alla verità (canti XV - XVII)…, la fulminante invettiva di San Pietro sui pontefici degenerati (canto XXVII)…, e la fervente preghiera alla Vergine, nell'ultimo canto.


SCIENZA E FILOSOFIA NELLA COMMEDIA

Ma che Dante fosse essenzialmente poeta - e che tutto il suo mondo finisse per assumere carattere di poesia - non fu sempre inteso. In altri tempi si guardò prevalentemente a ciò che Dante ebbe comune con l'età sua: alla dottrina, all'allegoria, da qui discussioni senza fine su versi oscurissimi ed enigmatici, nei quali davvero Dante non è, o non è tutto. Certo la dottrina, limitata nell'Inferno, è già considerevole nel Purgatorio (ove si toccano questioni di filosofia morale e naturale) e abbonda nel Paradiso, ove sulla filosofia morale si innesta, copiosa, la teologia.
Né poche sono le allusioni alla fisica del tempo, e molte quelle all'astronomia: per non dire che il poeta ostenta con compiacimento la sua dottrina nel campo della mitologia.
Ma l'interesse umano predomina nel poema, e la cultura non vi è mai fine a se stessa.
La storia, per esempio, che nel Paradiso si fa di Roma e dell'Impero, mira a dimostrare quanto piccoli siano i ghibellini e i guelfi.
Neppure le discussioni teologiche sono mai oziose.
Il problema, per un altro esempio, sulla natura dei voti, si risolve, in una allusione ostile agli ordini monastici, che facevano guadagno con l'acconsentire la sostituzione di elemosine all'adempimento dei voti difficili. Ed è notevole che i santi che Dante incontra nei cieli sono santi recenti o, comunque, vivi ancora nella coscienza della sua età: gli Scolastici, non i Padri, San Tommaso e non Sant'Agostino.
La teologia è per Dante non tanto speculativa, quanto pratica…, fondamento alla fede, che egli non ama discutere, e che sa che per la sua stessa essenza non può essere discussa. E spesso, sotto la forma teologica, è il problema etico, cioè il problema più altamente umano, che incalza…, come quello, su cui tante volte egli ritorna, della libertà dell'arbitrio.

Quanto poi alla dottrina di Dante, essa, in sé, è tutta, nei singoli elementi, medioevale…, se pur non si vogliano eccettuare le sue idee politiche. Ma altro sono i presupposti intellettuali, ed altro l'atteggiamento sentimentale.
Per questo rispetto Dante è già fuori dell'età sua, tanto egli si stacca dalle idee caratteristiche del Medioevo e si innalza alle idee universali e precorre il Rinascimento. Il culto per il mondo latino e greco trova in lui significanti espressioni. Così egli pone i grandi antichi in un luogo riservato e glorioso del Limbo…, e salva - giovandosi dell'interpretazione allegorica – Catone…, e ad Ulisse fa pronunciare le parole più espressive della grandezza umana…, e nelle esemplificazioni morali del Purgatorio non esita ad alternare esempi della storia di Grecia e di Roma con quelli della storia sacra…, e la storia e l'epopea di Roma celebra in mezzo ai fulgori del Paradiso.
Pur con la fede, e un'ardente fede, esistono per Dante, presso la fede, le virtù umane e civili. Dio non distrugge l'uomo, ma lo eleva in tutte le sue attività.
Dante è veramente il più grande assertore e il più eloquente poeta di quelli che si chiamano i valori umani…, è forse la più alta coscienza, che vide il mondo occidentale.

Perciò la “Divina Commedia” è libro che può rifare, moralmente, una generazione: perciò gli scrittori italiani, che più giovarono al risorgimento d'Italia, l’Alfieri, il Foscolo, il Mazzini, guardarono a Dante come al padre spirituale della nazione, che prima si sentì e si affermò in lui.
Perciò, come più volte fu osservato, il culto di Dante si oscurò nei tempi vili della nostra storia e risorse nei momenti più solenni.
E per quegli Italiani che non vivono solo di pane lo studio di Dante dovrebbe essere un alto dovere, assai più che una necessità di cultura.


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Natalija Sergeevna Gončarova

  
Natalija Sergeevna Gončarova nasce a Ladzinka il 4 giugno 1881.

Dal 1891 al 1896 frequenta il liceo di Mosca e si interessa di sociologia e di storia.

Nel 1898 si iscrive alla Scuola di pittura, scultura e architettura, dove nel 1901 incontra il pittore Larionov che sposerà in Francia cinquanta anni dopo.

Espone per la prima volta nel 1906 alla mostra di arte russa del Salon d'Automne di Parigi.

Natalija Gončarova studia le antiche icone russe e le stampe popolari del suo paese, ma mostra anche grande interesse perla pittura di Matisse, Van Gogh e Toulouse-Lautrec.

Nel 1912 si accosta e contribuisce alle ricerche di Larionov, tanto che l'anno successivo è fra le firmatarie del “Manifesto del Raggiamo”.

Sempre nel 1913 organizza la sua prima grande personale a Mosca, dove presenta alcune tele che si caratterizzano per l'inserimento di lettere alfabetiche e simboli tipografici.

Nello stesso tempo estende il suo interesse anche al teatro d'avanguardia e realizza per Diaghilev le sue prime scenografie.

Nel 1914 si trasferisce a Parigi con Lanonov e nel 1917 soggiorna per qualche tempo a Roma dove conosce i Futuristi Balla, Depero e Bragaglìa.

Dal 1920 continuala sua attività di scenografa collaborando ancora con Diaghilev e anche con Strawinsky.

La morte la coglie a Parigi il 17 ottobre 1962.


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LAMPADINE ELETTRICHE (1912 circa) - Natalija Gončarova

LAMPADINE ELETTRICHE (Electric Lamp) - Natalija Gončarova

LAMPADINE ELETTRICHE (1912 circa)
Natalija Gončarova
Pittrice russa
Museo Nazionale d’Arte Moderna a Parigi
Olio su tela cm. 105 x 81



Il tema della luce sprigionata dalla elettricità è sviluppato nella composizione attraverso forme geometriche liberamente combinate.

A sinistra quattro sinuosi fili elettrici percorrono verticalmente la composizione, mentre al centro cinque strutture circolari concentriche si sovrappongono una all'altra emettendo dal punto centrale violenti fasci luminosi, come lampeggiamenti improvvisi di lampadine in funzione.

Natalija Gončarova fissa sulla tela gli effetti provocati da queste rapide folgorazioni, attraverso una sintesi di forme nello spazio.
Il dipinto, che risale al momento della sua adesione al movimento raggista, esprime l'avvicinamento alle tendenze cubiste, futuriste ed orfiche, propugnate dalle avanguardie occidentali.

Il “Manifesto del Raggiamo” dichiarava che lo stile di questa nuova pittura “occupa delle forme spaziali conseguite attraverso l'intersezione di raggi riflessi dai vari oggetti e dalle forme individuate dall'artista”.




Il raggio è dunque la striscia di colore, il simbolo assoluto della luce e del movimento.


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Natalija Sergeevna Gončarova - Vita e opere


LA SECCHIA RAPITA (The Bucket Kidnapped) - Alessando Tassoni

  
LA SECCHIA RAPITA
Alessando Tassoni
Editore Artioli
Genere - Letteratura italiana
Curatore - P. Pulitati
Pagine 224
Anno 1984







Contro la poesia secentistica e contro tutte le falsificazioni, insorgeva il buon senso, che trovò espressione in un bizzarro spirito, Alessandro Tassoni.

Alessandro Tassoni nacque a Modena nel 1565.
Ancora giovane si recò a Roma, ai servizi del cardinale Ascanio Colonna, che lo condusse con sé in Spagna.
Il Tassoni vide così coi propri occhi che cosa era la Spagna di Filippo III, e si sentì animato sempre più di odio verso quel governo, contro cui avrebbe poi scritto delle orazioni fierissime: le "Filippiche", che la critica oramai riconosce per sue.
Dal servizio del Colonna, passò, dopo molti contrasti di invidiosi e forse opposizioni del governo spagnolo a quello del cardinale Maurizio di Savoia, prima a Torino, poi a Roma, finché da esso, che non voleva noie con la Spagna, fu licenziato.
Il pretesto fu, si dice, l'avere il poeta formato un oroscopo, da cui si desumeva che il cardinale era un grande ipocrita.
Il Tassoni si ritirò in una sua villetta in Trastevere, e si fece dipingere con in mano un fico, a dare ad intendere quanto vantaggio aveva ricavato dal suo servire nelle corti.
Ma poi riprese il mestiere del cortigiano.
Fu al servizio (quanto erano servitori, nel Seicento, anche gli uomini liberi!) del cardinale Ludovisi e finalmente del suo naturale sovrano Francesco I, duca di Modena..., nella qual città morì il 1635, non senza aver mostrato la sua bizzarria anche nel testamento, perché, tra l'altro, lasciò alla chiesa dove sarebbe stato seppellito dieci scudi d'oro, "senza obbligo alcuno, non mi parendo di meritare ricompensa di sì piccola somma: massimamente che, quanto io lascio, è per non lo poter portare con esso meco".


LA SECCHIA RAPITA


Alessandro Tassoni incominciò a rendersi famoso con i suoi dieci libri di "Pensieri diversi", che versano in gran parte su argomenti fisici, e deprezzano il metodo aristotelico (che parte da principi metafisici e assoluti).
Parecchi di quei "Pensieri" trattano questioni letterarie, e il decimo libro agita il problema, che divenne poi vivissimo in Francia: se gli antichi valessero più dei moderni.
Il Tassoni è per i moderni.
Violente polemiche destarono le sue "Considerazioni sopra le rime del Petrarca", ostili al poeta, più acute che profonde, e anzi più pedantesche che acute, perché non vanno mai oltre la parola, non penetrano in quel mondo interiore, nel quale soltanto si può intendere e valutare un'opera d'arte.


Ma l'opera classica del Tassoni è la "Secchia rapita", un poema in dodici canti, eroicomico: il quale, nella forma più solenne ed eroica tratta un argomento dei più futili ed esilaranti.

Nel tredicesimo secolo i Modenesi vinsero a Zappolino i Bolognesi, portandosi via, come trofeo, una secchia.
Su questo avvenimento storico il Tassoni costruisce il suo poema, immaginando che fra le due città scoppi una tremenda guerra.
Tutti i potentati italiani, compreso il papa, partecipano ad essa, quali per i Petroniani (così sono detti i Bolognesi dal loro Santo protettore), quali per i Modenesi o Gemignani (così detti da San Gemignano)..., e vi partecipano anche gli Dei, che si raccolgono in un umoristico concilio.
L'imperatore Federico II manda in aiuto dei Modenesi suo figlio Enzo, che è fatto prigioniero dai Bolognesi, mentre ai Modenesi resta la memorabile secchia.

Parve a taluno che il poema fosse la rappresentazione satirica delle lotte comunali, che, per tanti secoli, travagliarono l'Italia..., ma è interpretazione troppo moderna.
Forse la "Secchia rapita" è una canzonatura della mania secentistica di scrivere poemi eroici ad imitazione della "Gerusalemme liberata", dei quali comparvero in quel secolo parecchie centinaia.
Più probabilmente l'opera non ha nessuno scopo, se non quello di tenere allegri i lettori, specialmente con la rappresentazione di tipi, nei quali i contemporanei videro l'uno o l'altro dei nemici (o anche degli amici) del poeta: come nel conte di Culagna, spavaldo, pauroso, cascamorto e ingannato, fu facile scorgere il "Brusantini", sorto a combattere le "Considerazioni sul Petrarca".

Il poema, a mio avviso, è un po' noiosetto e pesantuccio..., ricco, a parer mio, più di freddure e di grossolanità che di arguzie..., ma è scritto alla brava, con grande immediatezza e verità.
Ebbe grande fortuna e molti imitatori sia in Italia che all'estero.
Per il motivo fondamentale si possono riavvicinare alla "Secchia rapita" il "Leggìo" del Boileau, francese..., e il "Ricciolo rapito" del Pope, inglese.


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