venerdì 18 giugno 2010

LE TRAGEDIE (Tragedies) - Vittorio Alfieri

LA TRAGEDIA ALFIERIANA






In momenti rari di straordinaria commozione, Vittorio Alfieri vedeva, come in un baleno, disegnarsi in sintesi le sue tragedie. Con l'anima piena della sua visione, le stendeva in prosa (le prime tragedie in francese, le altre in italiano), e così incomposte e ridondanti le lasciava riposare, talvolta per lunghissimo tempo; le riprendeva poi, in momenti di nuova inspirazione, le riduceva, le verseggiava.

La tragedia alfieriana è dunque in origine creazione di impeto e di ardore: come ogni opera di alta poesia; e conserva l'impronta della sintesi originaria: che è quanto dire della sua intrinseca unità. La quale spiega parecchi caratteri di quella tragedia. Spiega le unità tradizionali, e per l'autore non più estrinseche, di tempo e di luogo, a cui egli volle rigidamente sottostare; come avevano fatto i tragici francesi. Spiega la soppressione di tutti i personaggi non necessari e non significativi (come non avevano fatto i tragici francesi, se non forse il Voltaire), quali precettori, confidenti, nutrici..., e di tutte le situazioni, che non abbiano diretta attinenza con il motivo fondamentale del dramma. La tragedia alfieriana conta per ciò pochissimi personaggi. I caratteri si rivelano nel concitato dialogo, o nei brevi monologhi. Anche l'azione non ha generalmente nulla di arbitrario. È la estrinsecazione logica dei caratteri dei personaggi, e delle loro passioni, le quali sono le vere e uniche motrici del dramma, e non il cieco caso, come spesso in Shakespeare, e non il destino. In quell'azione si entra di balzo. Gli antefatti sono accennati occasionalmente e con la massima brevità. Il protagonista compare nel secondo atto: quando è già conosciuto, nella sua fisionomia, attraverso il primo, e l'interesse è già vivo intorno a lui. Il quarto atto è, a parere dell'Alfieri, che fece egli stesso dei suoi drammi la critica più oggettiva e severa, il più fiacco di tutti, ossia quello in cui l'azione talvolta ristagna..., nel quinto scoppia inaspettata la catastrofe. E' il più denso e il più breve.

La lotta fra la libertà e la tirannide, l'esaltazione dell'uomo libero, che vince alla fine, o, come più spesso accade, soccombe: ecco il motivo predominante di molte tragedie alfieriana. L'uomo libero accoglie in sé tutte le qualità superiori: la fierezza, il coraggio..., ma quasi sempre la sua lealtà lo perde. Il tiranno è ritratto assai profondamente: cupo, astuto, ironico, cinico. Se nella delineazione dell'uomo libero si sente Plutarco, che era, per l'età dell'Alfieri, il libro degli eroi, nella delineazione del tiranno si sentono Machiavelli e Tacito, non meno familiari al poeta.
Gli amori non sono frequenti in quel terribile mondo..., ma non mancano mai le donne: madri, spose, figlie: tenerissime.
La tragedia per l'Alfieri vuol essere un'azione: un'azione per suscitare negli Italiani la brama e l'esaltazione per l'eroico, unica via alla ricostruzione delle coscienze. Quindi egli è il protagonista nascosto, ma costante, delle sue tragedie..., e di lui, delle sue ire, delle sue idee, delle sue passioni, è pieno il suo teatro. E tutto suo, tutto rispondente al suo intento di scuotere le molli fibre degli uditori, di arrivare al loro intimo e non solo al loro orecchio, di farli riflettere e non di divertirli, è lo stile, e l'espressione: il verso poco melodico, anche se talvolta profondamente armonico: la secchezza, che pure è ben altro dalla prosaicità: la concisione, talvolta, come nei grandi tragici, sublime.

Le tragedie sono, in approssimativo ordine di tempo: il Filippo, il Polinice, l'Agamennone, l'Oreste, la Virginia, La congiura dei Pazzi, il Don Garzia, la Maria Stuarda, la Rosmunda, l'Ottavia, il Timoleone, l'Antigone, la Merope, il Saul, l'Agide, la Sofonisba, la Mirra, il Bruto primo, il Bruto secondo: in tutto diciannove: alle quali sono da aggiungere l'Alcesti seconda (frutto della traduzione dell'Alcesti di Euripide), e la tramelogedia, come egli la chiamò, di Abele.

Il FILIPPO, in cui la lotta fra Filippo, il truce re di Spagna, e il nobile figlio Carlo non è solamente lotta fra gli spiriti della tirannide e quelli della libertà, ma, da parte del padre, gelosia pel figlio che ama la matrigna già a lui promessa...

L'ORESTE, in cui è umanizzato il rigido mito greco di Oreste che uccide la madre Clitennestra, in quanto che consciamente Oreste uccide il drudo Egisto, e, senza accorgersene, accecato dalla collera, anche la madre accorsa a difenderlo...

Il DON GARZIA, fosca e sanguinosa storia della famiglia de' Medici...

La MEROPE, scritta a emulazione di quella, pure tenerissima, del Maffei...

La MIRRA, che tratta del mitico miserabile amore di Mirra per il padre, che ella soffre tacitamente e lungamente e nel momento stesso che con una parola lo tradisce, si uccide.

Queste, selezionate in maiuscolo, sono per me tra le più perfette tragedie di Vittorio Alfieri, ma per comune consenso più che secolare il capolavoro è il SAUL: tragedia venutagli, come l'autore narra, di impeto..., dove, sotto le sembianze dell'antico re d'Israele, abbandonato da Dio, preda dello spirito maligno, suicida sul campo di battaglia contro i Filistei, l'autore ritrae, in forme gigantesche, non più il tiranno, ma se stesso, con le sue esaltazioni e i suoi abbattimenti, le sue furie e le sue disperazioni. Per la prima volta, in una grande opera d'arte, si rappresentava l'uomo vittima miserabile del proprio io soverchiante: l'uomo-romantico.


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VITA - LIFE of Vittorio Alfieri

Vita di Vittorio Alfieri da Asti scritta da esso medesimo e le sue concordanze


Vittorio Alfieri nacque ad Asti nel gennaio 1749 dal conte Antonio e da Monica Maillard di Tournon.
Dopo aver ricevuto la prima educazione ad Asti, fu inviato a frequentare l'Accademia di Torino, da dove uscì a sedici anni col grado di "porta insegna" del reggimento provinciale.
L'Alfieri viene indicato come il rinnovatore, assieme al Parini, della coscienza politica degli Italiani.
Ebbe infatti un odio innato e istintivo contro la tirannide ed un amore assoluto per la libertà.
Irrequieto e in preda a profonde malinconie, uscito dall'Accademia, viaggiò per l'Italia e percorse Francia, Inghilterra, Paesi Bassi, Germania, Russia, Spagna, Portogallo con quella sempre viva "febbre di andare" che lo spingeva verso la ricerca di una patria ideale, dove la libertà fosse alta e completa.

Libertà e sentimento individuale, furono i motivi più evidenti che animarono la sua produzione letteraria e poetica e che gli fecero aborrire tiranni e schiavi.
Per questo, durante i suoi continui viaggi per l'Europa, non si fermò, in quegli Stati dove la libertà era negata ai sudditi: a Vienna non volle conoscere il poeta Metastasio perché lo aveva visto mentre faceva "la genuflessioncella d'uso" all'Imperatrice Maria Teresa; dalla Prussia si allontanò indignato perché gli era sembrata "una universal caserma"; lasciò pieno di sdegno la Russia per la "schiavitù universale e totale di quel popolo".

La viltà dei tempi lo spingeva alla ricerca della solitudine; egli infatti constatava intorno a se una realtà che era la negazione assoluta di quel mondo nuovo e libero, cui egli anelava; e perché fosse veramente "libero scrittore" e liberuomo, cedette tutti i suoi beni alla sorella, riservandosi però un vitalizio.
Con questa decisione troncava ogni dipendenza dal Re di Sardegna e poteva realizzare il suo ideale di liberuomo e di libero scrittore.

Egli, tuttavia, fu sempre tormentato e insoddisfatto.
Un degno amore finalmente lo allacciò per sempre a Luisa Stolberg, Contessa d'Albany, che il poeta aveva conosciuto a Firenze e che seguì a Pisa, in Alsazia ed a Parigi, da dove fuggì, assieme all'amata, nel 1792, perché, durante la Rivoluzione Francese, gli era stata invasa la casa da quella plebe che egli aveva salutato con entusiasmo nell'ode "Parigi sbastigliata".
Si rifugiò allora a Firenze, dove morì l'8 settembre 1803.
La contessa d'Albany gli fece innalzare dallo scultore Canova un monumento in Santa Croce, tempio delle glorie italiane, che il Foscolo immortalerà nei "Sepolcri".


Delle opere dell'Alfieri ricordo:

1 - Le tragedie: Filippo, Polinice, Antigone, Virginia, Agamennone, Oreste, Saul, Mirra, Bruto primo, Bruto secondo, ecc.

2 - La Vita, divisa in quattro epoche: Puerizia, Adolescenza, Giovinezza, Virilità

3 - Le Satire, il Canzoniere, il Misogallo.


* * *


VITA di Vittorio Alfieri da Asti scritta da esso medesimo e le sue concordanze

Nella Vita l'Alfieri si ripiega su se stesso e si esamina attraverso i vari episodi della puerizia, adolescenza, giovinezza e virilità, episodi che ci rivelano quel "forte sentire di sé" che gli permise di realizzare il suo ideale di liberuomo e di libero scrittore.
La narrazione è fedele e, mentre delinea la personalità dell'autore, non ne nasconde le manchevolezze.
Le pagine che poi estrapolerò dall'opera sono tra quelle in cui più evidente appare l'ansia che spinge l'Alfieri verso la ricerca di una terra che potesse quietare la malinconia, le angosce ineffabili, l'irrequietudine che la viltà dei tempi e degli uomini esasperavano.
Questa affannosa ricerca ha momenti di distensione solo quando il suo spirito è a contatto con la natura aspra e silenziosa: l'ampia distesa del mare di Marsiglia, il Baltico gelato, i "vasti deserti dell'Aragona che lo scrittore attraversa a piedi, col suo "bell'andaluso" accanto, "piangendo alle volte dirottamente senza sapere di che e nello stesso modo ridendo"; riso e pianto senza apparente ragione: "due cose che, se non sono seguitate da scritto nessuno, sono tenute per mera pazzia, e lo sono; se partoriscono scritti, si chiamano poesia, e lo sono".
Il poeta percorre l'Italia e l'Europa, ma non vede altro che se medesimo, e le cose esterne si ferma a descrivere solo per quello che siano valse a rivelarlo a se stesso.
Lo stato d'animo teso e pugnace che pervade la "Vita" ne determina lo stile: irto e senza pacatezza letteraria, rivolto a smorzare ogni abbandono del sentimento troppo vivo, perché sostenuto da un ardentissimo moto della coscienza, ma non vario e ricco, e a cui danno un sapore particolarissimo gli alfierismi, parole che il poeta inventa e deforma per significare immediatamente il suo acceso stato d'animo.

Tra queste pagine della "Vita" ho colto il motivo che ha animato Vittorio Alfieri a scriverle: quello, cioè, di mostrare con quanta volontà egli fosse riuscito a vincere la propria ignoranza e come la ricerca di una patria ideale si accompagni sempre alla lotta contro ogni dispotismo, perché non c'è patria dove non c'è libertà.


UNA MUSA APPIGIONATA - L'UNIVERSAL CASERMA PRUSSIANA
(Epoca III, cap. VIII)

Nel primo dei due episodi che propongo (Una musa appigionata) mi trovo di fronte due poeti che rappresentano due concezioni diverse della vita: l'Alfieri e il Metastasio; l'uno che freme di odio contro ogni tirannide (perciò la sua indignazione per Federico II che fece della Prussia una "universal caserma"), l'altro che guarda il mondo con anima serena e incapace di forti passioni.
Qui l'Alfieri adulto non risparmia la canzonatura nemmeno a se stesso giovane: la frase "giovenilmente plutarchizzando" è una brevissima caricatura di quella sua esaltazione plutarchiana, nella quale egli ora riconosce l'onestà e l'iperbole....
Da rilevare la conclusione, assai significativa per la fisionomia dell'episodio, "formar di me un tutto assai originale e risibile".


TRA I GHIACCI DEL BALTICO
UNA SCAPPATA IN RUSSIA
(Epoca III, cap. IX)

Qui ci narra un'avventurosa navigazione sul Baltico gelato.
La descrizione è vivace e minuziosa: egli vi si indugia più di quanto non sia solito, perché la sua indole solitaria e triste è conforme alla selvatica ruvidezza di quel paese, ed il vasto indefinibile silenzio che regna in quell'atmosfera, "dove ti parrebbe quasi di essere fuor del globo" suscita nel suo animo idee fantastiche, malinconiche ed anche grandiose.
La rappresentazione di questo mondo nordico è immediata e talvolta rude: una "densissima crostona" di ghiaccio che si screpola allo spirare dei venti e fa 'crik', massi nuotanti che sembrano tante isole galleggianti e vanno a percuotere la barca; e in mezzo a quel mare irto e frastagliato vi è Alfieri, alto e sdegnoso, che con l'ascia colpisce e spacca i tavoloni di ghiaccio, quasi a castigarli, così come si castigherebbe ogni insolente.
Da questa pagina la personalità dell'Alfieri risalta intera: solitaria e sdegnosa, malinconica e intollerante di qualsiasi ostacolo.


ALTERCARE DA UOMO A UOMO
(Epoca III, cap. XII)

L'Alfieri era spesso soggetto a fieri impeti d'ira che non sempre riusciva a controllare.
L'alterco col servitore Elia, che egli narra con tanta veracità, ci rivela anche due nature generose, due forti personalità che si amano e si stimano, ma che il folle gesto dello scrittore ha "l'un contro l'altro armato".
Non sono qui di fronte il conte e il servitore, ma due forti tempre che altercano "da uomo a uomo" e che la generosità porta poi a rappacificarsi.
L'Alfieri sente nel servo un suo degno antagonista e lo esalta ed è con orgoglio che dice di lui...

"...egli era eroe perlomeno quanto me"...

Il furore che esplode impetuoso attraverso questa narrazione. si risolve in poesia nelle tragedie.


LA FUGA DA PARIGI
(Epoca IV, cap. XXII)

E' uno degli episodi più mossi della Vita.
Il brutto frangente capitò all'Alfieri qualche giorno dopo il dieci agosto 1792, nel quale, avendo la folla parigina preso d'assalto e saccheggiato il palazzo reale, il re Luigi XVI si rifugiò in seno al l'Assemblea Legislativa, che lo sospese dalle sue funzioni e lo tenne prigioniero fino a quando fu decapitato il 21 gennaio 1793.
L'Alfieri aveva già definito il 10 agosto "giorno fatalissimo alla libertà, in cui la Francia passò con una seconda rivoluzione dall'anarchia tollerabile, se mai lo può essere, alla mostruosa tirannide della moltitudine più vile e feroce".
In queste righe si nota come l'affanno, l'ira e il furore siano rievocati dall'autore con la stessa rapida intensità con cui questi sentimenti si erano allora agitati nel suo animo e come egli "grande, magro, sbiancato, capelli rossi" domini su "quella trentina di manigoldi della plebe, scamisciati, ubriachi s furiosi".


* * *

L'Alfieri aveva esaltato la Rivoluzione francese nell'ode "Parigi sbastigliata": allora egli sperava nel trionfo della libertà contro la tirannide.
Ora invece disprezza la rivoluzione stessa perché è degenerata nella "tirannide della moltitudine".
Evidentemente egli ne coglie il lato debole e certamente deprecabile; le degenerazioni demagogiche, tuttavia, non hanno potuto impedire il trionfo della libertà e l'affermazione degli Stati costituzionali sui regimi assolutistici.
Perciò la nuova società deve tanto alla Rivoluzione francese.

Conclusione: Le parole cadono grosse, pesanti, furibonde: come se al ricordo si sentisse ribollire quell'odio...
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