venerdì 25 giugno 2010

POESIE E POEMETTI - Sergej Aleksandrovic Esenin

POESIE E POEMETTI di Esenin



Sergej Aleksandrovic Esenin, figlio di contadini russi di Kostantinovo, un villaggio della provincia di Rjazan, ebbe tre amore..., Zinaida Rajich (più tardi moglie del regista teatrale Mejerchold che fece di lei un'attrice di talento)..., Sofia Andreevna (nipote di Tolstoi) ..., e Isadora Duncan.

La sua corrisposta passione per la grande ballerina americana scandalizzò Mosca degli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione d'Ottobre, Berlino, Vienna, Parigi e New York.

Tuttavia il suo primo e più tenero amore Esenin lo aveva nutrito per l'umile Russia contadina e, avendolo la vita allontanato dai luoghi e dalle persone che lo avevano fatto nascere e lo legittimavano, egli si era sentito come sradicato da se stesso ed ogni avventura che realizzasse (fosse amicizia o passione) non poteva non suggerirgli un impietoso rancore.

Anarchico tenuto in sospetto da una società rivoluzionaria che si vietava ogni allegria e disordine, poeta di slanci mistici giudicato con divertito scetticismo (più tardi, in Europa Occidentale e in America) da uomini che riconoscevano come religione soltanto quella degli affari, Esenin finì per sentirsi in esilio... nel mondo..., la notte del 27 dicembre 1925, dopo aver scritto con il sangue la sua ultima poesia, si impiccò in uno squallido albergo di Leningrado, L'Angleterre.

Gli ultimi versi di quest'ultima poesia scritta col sangue dicono...

"Morire non è nuovo sotto il sole...
ma più nuovo non è nemmeno vivere...".

Il distacco (l'alienazione) dal mondo della natura ha costituito per Esenin il Distacco (l'alienazione) dalla vita stessa.

La poesia pastorale è creazione tardiva, non classica del mondo antico..., eppure i suoi poeti non guardano mai alla natura in chiave puramente bucolica.
Essi continuano a guardarla, almeno in parte come fa Esenin, in chiave georgiana, secondo il corso delle stagioni, la vicenda delle opere e i giorni, gli alterni lavori dell'uomo.

Ma questo poeta nato da contadini, contempla la natura come un mondo di perfetta innocenza...
Ecco perché gli stessi animali vi sono visti come familiari, consanguinei o fratelli, non come mezzi di produzione...
Ecco perché le stesse piante vi appaiono come compagne dell'uomo.
Proprio per questo Esenin può cantare anche le malerbe..., e nessuno dei suoi alberi prediletti è fruttifero.
La natura è per lui un paesaggio vivente anche quando vi manchino le figure umane..., anima, anzi che semplice stato d'anima.

Ecco perché le sue poesie migliori sono quelle che celebrano la Russia (un paese come una dimensione del cuore) e i muzik (contadini), i poveri frequentatori delle bettole di Mosca e Pietroburgo e Pugacev, eroe sentimentale tradito dall'eccesso del suo stesso coraggio.

A quest'ultimo Esenin ha dedicato un dramma storico in versi (PUGACEV..., appunto) in cui sono facilmente individuabili allusioni e travestimenti autobiografici..., Pugacev non fu un condottiero, ma un generale ribelle.
Era un Cosacco..., ai tempi di Caterina la Grande, fingendo, come il falso Dmitrij dopo il regno di Boris Godunov, di reincarnare lo zar Pietro III ucciso in una congiura di palazzo, aveva sollevato le tribù dei Calmucchi e dei Baschiri contro il trono di Pietroburgo.
Soffocata la rivolta nel sangue dal generale Michelson, aveva salito il patibolo.

TRASFORMAZIONE DELLA LIRICA D'AMORE - GUIDO GUINIZELLI

            
TRASFORMAZIONE DELLA LIRICA D'AMORE


La letteratura poetica, all'inizio del Trecento, non è ancora - o è sporadicamente e casualmente - arte.
Gli stessi rimatori della scuola siciliana, o imitassero i Provenzali, o porgessero l'orecchio alle voci della ingenua poesia popolare, erano più vicini all'artificio o alla rozzezza che non all'arte..., che è misura, proporzione, selezione.
Comunque, la prima poesia d'arte è pur sempre uno sviluppo di quella loro poesia d'amore, quando essa venne coltivata in ambienti di cultura e di vita, quali Bologna e la Toscana..., poiché senza il vigore di correnti che pervadano l'attività del pensiero e dell'opera, la poesia non può vivere che di vita fittizia, come fiore senza radice.

A Bologna, oltre la giuridica, era in fiore la cultura filosofica e teologica.
Ora, non è difficile a capire che la poesia d'amore, passando per di là dalle classi cortigiane alle colte, si colorasse, per così dire, di elementi filosofici: che l'amore fosse riguardato e studiato come una potenza dell'anima, e confuso con la stessa volontà: che la donna non fosse più la dama della poesia provenzale e siciliana, ma un'intermediaria di Dio, bellezza perfetta che si rivela all'uomo, o come grazia che tocca i cuori, o come verità che illumina l'intelletto.

Ma se la nuova scuola poetica sembrò tradurre l'amore in filosofia, in realtà lo rendeva più intimo: da omaggio lo convertiva in adorazione, da galanteria in passione, talvolta serena, più spesso dolorosa.
Dalle corti lo traeva nel sacrario dell'anima.
L'ispirazione era perciò il canone fondamentale della nuova poesia, che, con frase dantesca, fu chiamata del "Dolce stil nuovo" (Purgatorio, C. XXIV).


GUIDO GUINIZELLI

Di questo "Dolce stil nuovo" Dante e i suoi contemporanei rimatori d'amore sono i poeti veri.
Ma Dante stesso riconosce, nel Purgatorio, come suo "padre", e io direi precursore, nella poesia amorosa, un bolognese: Guido Guinizelli: dottore in giurisprudenza a Bologna, nato forse nel 1240, morto nel 1276.

Di lui ci sono arrivate canzoni, ballate, sonetti, quasi esclusivamente d'amore.
Incominciò imitatore di Guittone, e parecchie delle sue canzoni sono le solite galanterie e complimenti e lamenti disperati nella maniera provenzale o siciliana.

Ma in una canzone, che dovette fare l'impressione delle cose semplici e nuove ("Al cor gentil ripara sempre Amore"... che è il suo manifesto poetico), pose vigoroso il principio della equivalenza dell'amore e della nobiltà d'animo, e, andando più oltre, fece tutt'uno del femmineo e del divino..., giacché se Dio rimprovera il poeta di aver amato una donna più di Lui, il poeta risponde, difendendosi, che quella donna pareva un angelo del cielo.
In realtà, forse più di questa astrusa canzone, sono belli i sonetti esaltanti la pura bellezza beatificante della donna: dei quali si avvertono vestigi nelle rime di Dante.

Vivezza, delicatezza, concisione sono le virtù di quelle rime, ma la durezza è frequente, e si sente più spesso il travaglio del pensiero che l'impeto della passione.

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IL MONDO COME VOLONTA' E COME RAPPRESENTAZIONE - Arthur Schopenhauer

          
IL MONDO COME VOLONTA' E COME RAPPRESENTAZIONE 

Arthur Schopenhauer (1788-1860)





Arthur Schopenhauer si considera il vero successore di Kant: anche lui vuol tenersi a contattò con il mondo dell'esperienza, e darne un'interpretazione, la quale dica "che cosa esso è", di là dall'apparenza in cui ci si mostra.
Ma il soddisfacimento di questo bisogno metafisico egli lo cerca al di fuori della sfera dell'attività concettuale del pensiero - nella quale Hegel aveva ricondotto la speculazione -, in un'intuizione geniale analoga a quella dell'artista.
Rivela con ciò, nel suo orientamento spirituale , un'innegabile affinità con quello - caratteristicamente romantico - di Fichte e di Schelling, che egli tuttavia coinvolge con Hegel in una uguale avversione acre e violenta.

Vero è che attraverso l'intuizione l'universo si presenta a Schopenhauer come con segno mutato rispetto a quello degli idealisti.
Dove questi vedevano profonda armonia e trasparente razionalità ed evolversi di un Logos eterno verso un più pieno e gioioso possesso di sé, Schopenhauer vede invece il dominio d'una cieca volontà irrazionale, che non sa quel che vuole, dispiegantesi senza meta di sorta, senz'altra legge che non sia quella di acuire sempre di più la sua perenne insoddisfazione e di aumentare il dolore che porta in sè.
Irrazionalismo contro razionalismo, pessimismo contro ottimismo, convinzione fredda di un immobile ripetersi di vicende nello stupido gioco della vita di contro a uno storicismo esaltante l'eterno progresso della realtà verso il bene.
Attraverso l'intuizione geniale - posta come organo del filosofare - è la personalità stessa del pensatore che si proietta nell'universo: e la personalità di Schopenhauer è coscienza viva di una dilacerazione interiore, che non saprebbe comporsi se non nell'estinzione dello stesso agire.

Schopenhauer dunque si professa kantiano nell'ammettere che il mondo quale ai offre alla nostra conoscenza è fenomeno: il mondo della conoscenza non è che una nostra rappresentazione.
Esso, più propriamente, è una serie infinita di rappresentazioni, legate tra loro dal principio di causa (l'unica legge, alla quale Schopenhauer ritiene siano riducibili tutte le forme a priori kantiane).
Fra le cose e noi si frappone un velo ingannevole - il velo di Maja, di cui parla, la sapienza indiana -, attraverso il quale noi - quasi per incantesimo - vediamo le cose come in sogno o come effetto di un'illusione ottica: apparenza vana e fuggitiva.

Ma se il mondo è rappresentazione del nostro intelletto, questo è alla sua volta, funzione del cervello (in questa affermazione Schopenhauer è sotto l'influenza della psicologia materialistica francese).
Il mondo della rappresentazione ci appare costituito così e non altrimenti, perchè il nostro organismo corporeo è conformato, nei suoi organi sensoriali, in modo da fornirsi quelle date qualità, sensibili e non altre, e, nel cervello, in modo da fornirci quei modi di connessione delle qualità stesse e non altre.
L'Essere in se non può manifestarsi come "coscienza rappresentativa", se non determinandosi in un prodotto, che, alla stessa coscienza rappresentativa, apparirà come un organismo corporeo.
In tal senso la coscienza, l'io si identifica col suo corpo (questo l'oggetto principale del primo libro del "Il mondo come volontà e rappresentazione, intitolato "Il mondo come rappresentazione").

E anzi questa identificazione dell'io - quale coscienza rappresentativa - col corpo, permette, secondo Schopenhauer di scoprire quella cosa in sè che dal velo di Maja ci è nascosta.
Se ognuno di noi non fosse che un puro soggetto sensoriale, una, coscienza rappresentativa, "una testa d'angelo alata senza corpo", noi non potremmo uscire dal mondo dei fenomeni.
Ma ognuno di noi è anche un corpo.
E la vita corporea ci si rivela direttamente come attività muscolare, come azione motrice.
Questo è ciò che distingue la, rappresentazione del nostro corpo da tutte le altre rappresentazioni, ciò per cui esso appare conte proprio di ognuno dì noi, come l'oggetto con cui l'io tende a identificarsi.
Attraverso il moto muscolare l'io ci mostra come due facce diverse, l'una esteriore - quella che appunto si offre, alla rappresentazione -, per cui esso appare corpo, l'altra interiore, per cui esso si rivela quale tendenza, sforzo, in una parola si rivela quale volontà.
Il movimento corporeo non è altro che lo sforzo volontario obiettivato, cioè divenuto oggetto di rappresentazione.
Tutto l'organismo non è che volontà oggettivata, volontà resa visibile, fenomenizzarsi della volontà.

La volontà è dunque la nostra realtà vera.

Possiamo allora estendere a tutte le altre cose della natura questa medesima spiegazione: il mondo è la "volontà universale" resa visibile.
La volontà è il nocciolo di ogni individuo e, nel tempo stesso, del mondo intero.
E' una stessa volontà, che appare in ogni forza cieca della natura come nell'operare riflesso dell'uomo: dalla gravitazione dei corpi ai processi molecolari, alla cristallizzazione, alla vegetazione, all'istinto animale, al volere cosciente dell'uomo, è una medesima essenza che differisce soltanto nel grado di apparire.
E una medesima "volontà" di vivere eterna e infinita, Volontà inconscia, senza scopo, assolutamente irrazionale, senza conoscenza, istinto cieco che non vuol altro che volere.

Il che non toglie tuttavia che nel suo modo di esplicarsi vi sia una profonda teleologia, veramente inconciliabile con la sua affermata irrazionalità e cecità..., teleologia rivelantesi appunto nella gerarchia dei gradi di manifestazioni, attraverso i quali la Volontà si obiettiva in forme che tendono alla coscienza, e culminano finalmente in essa.
E solo quando sorge la coscienza, ossia un soggetto rappresentativo, la, volontà stessa appare ad essa come un mondo di oggetti rappresentabili nella sfera dello spazio, del tempo e della causa (nel che il pensiero di Schopenhauer si mostra, assai vicino alla filosofia della natura d Shelling).

E vi ha di più: in questo processo di obiettivazione della volontà in una infinità di gradi bisogna distinguere come due stadi.
Nel primo l'essenza immutabile e eterna della Volontà sussiste intatta, pur determinandosi in tante gradazioni differenti quante silo le "specie" di cose della natura: immutabili ed eterne, anch'esse, nel mutare e succedersi degli individui, entità superindividuali non collocabili quindi nello spazio e nel tempo, corrispondenti a quelle che sono le idee platoniche.

Nel secondo stadio di oggettivazione poi si compie il passaggio dalle "idee tipiche" e universali agli individui, il rifrangersi dell'idea, unica in un numero infinito di esseri individuali.
Questo secondo stadio di obiettivazione dà, luogo al fenomenalizzarsi della cosa in sé..., la molteplicità degli individui è apparenza, dovuta alle leggi proprie della nostra coscienza.
Sono lo spazio e il tempo il "principium individuationis".

E appunto perché la Volontà universale è fuori del tempo e dello spazio e quindi indivisibile, numericamente una, essa è tutta intera così nelle singole idee come nei singoli individui di ogni idea, così nella pietra come nella querce come nell'uomo, così in una querce come in milioni di querce.
E se un essere, fosse pure il più piccolo del mondo, potesse venire interamente annientato, con esso perirebbe il mondo intero.
La volontà è indistruttibile.
Nasce e muore l'individuo, ma l'individuo è fenomeno, e il tempo è soggettivo.
Il passato come il futuro non sono che un sogno della nostra fantasia.
Nella realtà non c'è che la vita, e la vita è il presente, il presente che ci accompagna per tutta l'eternità, punto inesteso, meriggio eterno senza tramonto refrigerante.
Presente e vita stanno fermi, senza vacillare, come l'arcobaleno sulla cascata.

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