martedì 29 giugno 2010

IL MORGANTE - LUIGI PULCI


Il poeta del gruppo toscano che più risentì del gusto e della maniera popolare fu Luigi Pulci.
Appartenne ad una famiglia di poeti e di mercanti.
Nato a Firenze il 1432, dovette alla amichevole protezione di Lorenzo il Magnifico se non terminò, come il fratello maggiore Luca, in carcere per debiti.
Lorenzo gli affidò anche vari incarichi, a Napoli, a Bologna, a Milano.
Morì verso 1'84, a Padova.

Luigi Pulci fu poeta fecondo.
Imitò la “Nencia del Barberino” del suo Lorenzo il Magnifico nella “Beca di Dicomano”, una serie di rispetti, che esagerano la maniera popolare.
Ma egli è noto per il “Morgante”.
Principalmente da un poema anonimo del Trecento, forse intitolato “Orlando”, il Pulci trasse la materia del suo racconto, in vent’otto canti.
Si narra in esso come Orlando, il principale dei paladini, è sbandito dalla Francia per i mali uffici di un traditore: Gano, a cui aveva dato, meritamente, uno schiaffo.
Gano appartiene alla famiglia dei Maganzesi, che nella leggenda carolingica è quella dei traditori per eccellenza…, come Rinaldo appartiene alla stirpe insigne per lealtà e franchezza, quella dei Chiaramonte.
Orlando, dunque, se ne va in Pagania (come si chiamano, nei poemi carolingici, i paesi non cristiani)…, laggiù lo raggiunse il cugino Rinaldo, indignato che il vecchio e rimbambito Carlo Magno si lasci raggirare da quel traditore.
Scudiero di Orlando si è fatto uno strano gigante, Morgante, il quale era già un tristo, che con altri suoi compagni dava noia a un convento.
Così enorme com'è, diventa il braccio destro dei due paladini.
Sua arma consueta è un battaglio di campana.
Più tardi offre i suoi servigi ai paladini anche un insigne maestro di ladrerie e di imbrogli: Margutte…, il quale, a differenza di Morgante, non si converte affatto a Cristo…, anzi non esita a fare una professione di fede religiosa delle più sfacciate e ribalde.
Le più singolari imprese compiono Orlando e Rinaldo in Pagania: dissipano incanti…, vincono mostri, re, regine…, convertono i vinti al cristianesimo.
E qualche figlia di re, come Meridiana, si innamora di Orlando.
Ma Carlo Magno ha bisogno dei due paladini…, giacché i Pagani (cioè i Mori) minacciano dalla Spagna la Francia.
Un diavolo, Astarotte, entra nel cavallo di Rinaldo che così, rapido come fulmine, è trasportato in Francia.
Anche Orlando ritorna.
Morgante e Margutte erano già morti…, quegli, per il morso di un granchiolino, nell'occasione che, in una tempesta di mare, egli era entrato in acqua, per tirar in salvo la nave…, Margutte scoppiando dal ridere, al vedere una bertuccia che si voleva infilare gli stivali di Morgante.
Orlando e i paladini vanno a colpire i Pagani nella loro propria sede: in Spagna…,e riportano trionfi.
Ma l'invidioso Gano macchina allora con Marsilio, re di Spagna, un orribile tradimento.
Carlo Magno ha già ripassato, vincitore, i Pirenei, in fronte al suo numeroso esercito.
Orlando e i paladini più illustri ne proteggono le spalle, nella retroguardia.
Ma al passo di Roncisvalle, all'improvviso, i Pagani irrompono sulla retroguardia, secondo che aveva loro indicato Gano.
Tutti i paladini, dopo la più eroica resistenza, periscono sopraffatti dal numero dei nemici.
Vedendosi vicino a morte, Orlando si umilia finalmente a suonare il suo corno per chiamare al soccorso,
Carlo Magno ode il tuono sinistro, ritorna e trova tutti i paladini estinti.
Allora si scopre il tradimento di Gallo.
Il ribaldo è preso, portato a Parigi, giudicato e squartato a coda di cavallo.

Il poema, come i poemi popolari carolingici, manca di organismo e di unità.
La seconda parte (che deriva da un altro vecchio poema sulla “Entrata in Ispagna”, o spedizione dei paladini in Spagna) è male innestata sulla prima.
Orlando, giovine al principio del racconto, appare vecchio alla fine.
I motivi sono quelli che più interessano o interessavano nell'epica popolare: prove di forza e di bravura…, torti patiti e vendicati…, punizione dei traditori.
Pochissima parte ha l'amore.
Molta ne ha il buffonesco, perciò il poema prende il nome di “Morgante”, che pure è un personaggio minore nell'azione, ma che più che altri muove il grosso riso.
Né meno grottesco di lui è il mariuolo Margutte: il tipo del faccendiere spregiudicato e cinico.
Ma il buffonesco invade tutto il racconto…, e nuoce nei momenti che dovrebbero essere i più seri…, così è deformata la scena della morte dei paladini a Roncisvalle, tanto grandiosa e solenne nella più antica delle canzoni di gesta francesi…, nell'autore è l'incapacità di sentire la vita eroica.
Non mancano per altro nel “Morgante” le pagine erudite e ammaestrative…, il diavolo Astarotte, per esempio, discute sottilmente di teologia, e preannunzia la scoperta delle terre oltre l'Atlantico.
E dovete influire molto sul Pulci il culto ingegno letterario del suo grande amico, il Poliziano.
Ma i pochi passi dottrinari nulla aggiungono, e talvolta nocciono all'indole gioconda del poema.
Il cui pregio, quello che lo rende ancora accetto, è lo straordinario vigore del raccontare e del descrivere.
Si direbbe che l'autore avesse veduto con gli occhi corporei quello che passò nella sua fantasia.
A cotesto vigore rappresentativo contribuiscono non poco certe peculiarità sintattiche: per esempio il frequente uso del presente e del passato prossimo., i periodi brevi, di non più che due versi…, e una mirabile lingua, ricchissima, viva, pronta, commossa, idiomatica.


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Angiolo Ambrogini detto IL POLIZIANO (1454 - 1494)


GIOVANNI PONTANO - Umanista napoletano

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LA SECONDA META’ DEL QUATTROCENTO - LORENZO IL MAGNIFICO

LA SECONDA META’ DEL QUATTROCENTO

LORENZO IL MAGNIFICO


Il volgare ricompare in onore verso la metà del secolo XV.
La resistenza - tutta letteraria - contro di esso era caduta…, e, prima che altrove, in Toscana, ove la letteratura volgare aveva prodotto dei capolavori.
Si aggiunga che gli ordinamenti e gli spiriti essenzialmente democratici di quella regione (anche i Medici erano, in origine, una ricca famiglia di mercanti) male avrebbero tollerato l'oblio della letteratura popolare.
La ripresa vigorosa della poesia italiana si deve in Firenze all'esempio di Lorenzo il Magnifico.

Lorenzo di Piero de' Medici, detto Lorenzo il Magnifico, (nato a Firenze il 1.1.1449 e morto ia Careggi l'8.4.1492, appartiene alla storia politica.
Fu diplomatico di meravigliosa abilità.
Riuscì a mantenere in equilibrio i vari Stati italiani, e la sua morte significò difatti la fine della pace per l'Italia e mezzo secolo di guerra, e la servitù finale.
Occasionalmente fu scrittore e poeta.
E si lasciò andare ora all'una ora all'altra delle correnti letterarie dominanti: e fu più fecondo che efficace.
Della poesia volgare assunse le difese, in uno scritto a Federico d'Aragona, col quale accompagnava una raccolta di antichi rimatori.
Per una donna morta giovane, Simonetta Cattaneo, amata dal fratello Giuliano, scrisse rime parecchie, alla maniera dei poeti del “Dolce stil nuovo”: e le commentò, come Dante quelle della “Vita Nuova”.
Per un'altra donna, Lucrezia Donati, compose un canzoniere, che è dei più freschi e originali del tempo.
Sono molto lodate le due “Selve d'amore”, in ottave: il motivo principale della prima è il ricordo dell'innamoramento: della seconda, il desiderio della donna lontana, e la gelosia.
Ricchezza, anzi ridondanza di immagini e di allegorie, come quella della Speranza: e divagazioni frequenti, come quella, nella seconda Selva, sulla favoleggiata età di Saturno.

I ricordi classici e i gusti umanistici si risentono nel poemetto “Ambra”, in ottave.
Il poeta immagina che Ambra (come sì chiamava la villa di Lorenzo a Poggio a Caiano) fosse già una ninfa amata da Lauro (nome allusivo ad esso Lorenzo) e trasformata da Diana in una rupe.
Queste immaginazioni sono suggerite da Ovidio e dal “Ninfale fiesolane” dei Boccaccio.
Le descrizioni (come quella dell'inverno) costituiscono la parte più viva del poemetto.

Il “Corinto”, in terzine, è il lamento del pastore omonimo per la durezza della ninfa Galatea…, ricorda il lamento del Ciclope in un idillio di Teocrito.

Nella “Altercazione”, in terzine, echeggiano i principi dell'accademia platonica. h un dialogo fra un cittadino e un villano.
L'uomo di città invidia quello dei campi e quello dei campi l'uomo della città.
Ma ecco il filosofo, Marsilio Ficino, a insegnare che in terra non è possibile, in nessuna condizione, la felicità: in terra non sono che beni imperfetti: il solo bene perfetto è Dio…, la sola vita felice è quella che incomincia dopo la presente.
E con una fervida orazione a Dio, che è delle cose più alte che abbia la nostra poesia religiosa, si termina il poemetto.

Ma le cose più felici di Lorenzo sono quelle di maniera popolare.
Tale il poemetto in ottave, che narra di una “Caccia” fatta da una brigata di Fiorentini…, e ritrae i preparativi e i momenti di quella, e i dialoghi dei cacciatori.
L'autore partecipa a quel diporto, con vari fiorentini illustri: uno degli Strozzi, uno degli Alamanni.

Non meno vivace la “Nencia da Bavrberino”, parimenti in ottave, in cui il contadino Vallèra fa, alla Nencia, le sue dichiarazioni d'amore: in una serie di rispetti popolari, quali si sentono ancora cantare nelle campagne…, talvolta conservati nella loro ingenua freschezza, tal altra caricati grossamente e intinti di colori veristici, a produrre un effetto comico.

Nel “Simposio” (in terzine), ovvero “I Beoni”, il poeta assiste ad una processione di gente, che esce dalla città.
Un Bartolino, che è della brigata, gli spiega che è tutta gente che va a Ponte a Rifredi, a bere…, e gli indica i principali bevitori.
E’ una parodia della “Commedia”, o meglio dei “Trionfi” del Petrarca.
Grossolanità molte, e che disgustano, nella veste di Dante e del Petrarca.
Il poema è di otto canti…, io non rimpiango che non sia terminato.

Ad addormentare il popolo nella servitù, Lorenzo diede grande importanza alle feste carnevalesche, nelle quali introdusse carri su cui passavano, mascherati, i rappresentanti di varie classi sociali: eremiti, artieri, e simili: cantando canzoni allusive alle loro qualità.
Così nacquero i “Canti carnascialeschi”: il motivo fondamentale dei quali era un invito a godere e a dimenticare ogni divieto morale.
La frase equivoca ed oscena spesseggiava in essi.
Parecchi sono di Lorenzo…, altri di altri, e continuarono sino verso la metà del '500.

Il “Trionfo di Bacco e Arianna”, di Lorenzo, è dei più famosi e dei più espressivi dell'oblioso epicureismo del tempo.
Del resto, il cantore del carnevale sembra anche essere il poeta della quaresima.

Lorenzo scrisse laudi spirituali, e compose, come si è accennato, una sacra rappresentazione: “San Giovanni e Paolo”, dove si ritraggono tante e diverse cose: la conversione di Costanza figlia di Costantino, che Sant'Agnese ha guarito dalla lebbra…., la conversione di Gallicano generale di Costantino, e vincitore dei Persiani prima e dei Daci poi…., la rinuncia di Costantino all'impero…, la morte dei suoi figli…, il regno di Giuliano l'apostata…, e la persecuzione che egli indìce ai Cristiani, tra cui sono uccisi due giovanetti già servi di Costanza, Giovanni e Paolo.
Il dramma termina con la morte dell’apostata, trafitto dal martire San Mercurio.
Una grande tenerezza è in molte scene.
Non privo di vigore, benché appena abbozzato, il carattere dell'apostata Giuliano, aspro d'ironia contro i Cristiani.

Lorenzo è più un poeta occasionale che di vocazione…, e rare volte un artista.
L'artista per eccellenza, colui che ebbe più che altri dell'età sua il senso della bellezza, fu il protetto e l'amico di Lorenzo, Angiolo Poliziano: l'umanista che seppe congiungere alla spontaneità della poesia popolare tutta la nobiltà della poesia antica.


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Angiolo Ambrogini detto IL POLIZIANO (1454 - 1494)

GIOVANNI PONTANO - Umanista napoletano

IL MORGANTE - Luigi Pulci

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RITRATTO DI CARLO VII, RE DI FRANCIA (1444) - Jean Fouquet



RITRATTO DI CARLO VII, RE DI FRANCIA (1444)
Jean Fouquet
Pittore francese
Museo del Louvre a Parigi
Tavola cm 86 x 71



Secondo alcuni critici, quest'opera è forse uno dei primi dipinti dell'artista e ciò giustificherebbe l'assenza dello sfondo, come pure la rigidità e la simmetria dei tendaggi.
Questi elementi, che in effetti conferiscono alla tavola un carattere leggermente arcaico, sono del tutto assenti nel ritratto di “Guillaume Jouvenel des Ursins, che fa da pendant al “Ritratto di Carlo VII”, re di Francia al Museo del Louvre.
Jean Fouquet appare ancora legato alla tradizione ritrattistica fiamminga, riscontrabile nel realismo del viso del Sovrano reso, senza intenti celebrativi, con il suo sguardo sfuggente, le labbra grosse, le guance molli e gli occhi segnati da profonde occhiaie.
La semplicità della composizione, che dona al ritratto del Re l'aspetto di una rappresentazione araldica, è sottolineata dalla scelta dei colori bianco, rosso e verde della livrea reale.
L'austerità dell'opera viene tuttavia moderata dalla profondità dei toni e dalla ricchezza dei materiali raffigurati: il broccato, il velluto e la pelliccia abbelliscono il viso ingrato del Sovrano.


La biografia di Jean Fouquet è piuttosto incerta, ed incerta risulta anche la datazione di questa tavola.
Tuttavia, per comparazione, è possibile indicare come data approssimativa il 1444 e sostanzialmente per due motivi preminenti: la composizione presenta un carattere arcaico ed inoltre, in occasione del viaggio compiuto a Roma negli anni 1444-1446, gli era stato commissionato il ritratto di papa Eugenio IV e dei suoi nipoti, poiché era già conosciuto come l'esecutore del ritratto del Re di Francia.
Quest'opera, originariamente conservata nella Cappella Santa di Bourges, è entrata a far parte delle collezioni del Museo del Louvre nel 1838.


CARLO VII RE DI FRANCIA (1403-1461)

“Il `vittorioso re di Francia” (“Le très victorieux roi de France”, come è proclamato nella solenne iscrizione che incornicia il ritratto realizzato da Fouquet) nacque a Parigi nel 1403 e divenne re nel 1422.
Il trattato di Troyes, firmato nel 1420 da sua madre Isabella di Baviera, lo aveva escluso dalla successione al trono, a vantaggio di Enrico V d'Inghilterra.
La Francia si trovava allora in preda all'anarchia e Carlo VII con un embrione di governo a Bourges, aveva cercato di risollevare il sentimento nazionale e benché senza risorse, aveva intrapreso la riconquista del Paese.
Quando tutto sembrava perduto, sua suocera, Giovanna d'Aragona, favorì l'impresa di Giovanna d'Arco.
Questa restituì fiducia a Carlo, incoronato poi a Reims, e al Paese, con la liberazione di Orléans nel 1429, sacrificando la propria vita fino al martirio sul rogo nel 1431.
Dopo pochi anni il Re fu in grado di riprendere le redini del Paese e, nel 1435, firmò il trattato di Arras, con il quale Filippo il Buono, duca di Borgogna, rompeva la propria alleanza con l’Inghilterra, consentendo così a Carlo VII di procedere alla liberazione dell'intero territorio nazionale.

Angiolo Ambrogini detto IL POLIZIANO (1454 - 1494)


Lorenzo il Magnifico è più un poeta occasionale che di vocazione...., e rare volte un artista.
L'artista per eccellenza, colui che ebbe più che altri dell'età sua il senso della bellezza, fu il protetto e l'amico di Lorenzo, Angiolo Poliziano: l'umanista che seppe congiungere alla spontaneità della poesia popolare tutta la nobiltà della poesia antica.

Angiolo Ambrogini nacque nel 1454 a Montepulciano.
Perciò, dal nome latino della patria, Mons Politianus, si chiamò poi Poliziano.
Venne a Firenze, poverissimo, per studiare: e, ancora adolescente, componeva mirabilmente in latino ed in greco.
Lorenzo prese a proteggerlo: e lo elesse maestro di eloquenza latina e greca nello Studio fiorentino: e poi precettore del suo figlio Pietro.
Morì due anni dopo il suo protettore, nel 1494.
L'attaccamento ai Medici - dopo la morte di Lorenzo e nel risorgere degli spiriti repubblicani - gli aveva alienato l'animo dei Fiorentini.
E il partito dei Piagnoni, guidati dal rigido Savonarola, gli mosse molte accuse di immoralità probabilmente gratuite.


SCRITTI LATINI

E' del Poliziano una vasta produzione latina.
Mi ricordo di alcune elegie squisite, come quella sulle viole donategli dall'amata, e l'altra per Albiera degli Albrizzi, morta giovanissima.
Molte sono le sue versioni dal greco: più importanti i libri dal secondo al quinto dell'Iliade in magnifici versi virgiliani.
Grande importanza per la filologia ebbero le sue "Miscellanea" (mescolanze) dove, in nome del buon senso e del buon gusto, cercò di correggere e di rettificare innumerevoli luoghi dei testi antichi, guasti attraverso il Medioevo.
Belle di eloquenza, assai più che profonde di pensiero, le "Praelectiones", o noi diremmo prolusioni, ai suoi vari corsi di letteratura antica.
Alcune sono in prosa, altre in versi esametri (e queste ultime portano il nome di "Silvae", Selve).
Interessanti sulle altre la prelezione ad Omero, quella su Persio e i poeti satirici latini, quella a cui pose il nome di "Nutricia", e che è tutta una lode della poesia, quale fondatrice e maestra di umanità.

Negli "Epigrammi", così latini come greci, tornano frequenti le adulazioni a Lorenzo e frequenti le invettive a nemici umanisti o a rivali.
Miserie di letterati.

Importanti le lettere, in 12 libri..., e la breve storia in latino della congiura dei Pazzi: del tentativo, cioè, di trucidare nella chiesa di Santa Reparata Lorenzo e i fratelli Giuliano e Giovanni.
Solo Giuliano cadde.


OPERE VOLGARI

Scrisse delicate poesie in italiano e in latino, compose trattati filosofici e filologici, tradusse quattro libri dell'Iliade" e scrisse interessanti prefazioni alle opere di Virgilio e dello scrittore greco Teocrito.
Le sue opere più importanti sono le "Stanze per la giostra di Giuliano de' Medici" e la "Favola di Orfeo", ispirato alla triste vicenda del mitico cantore greco che ottenne dagli Inferi la vita della moglie Euridice, purché riuscisse a non guardarla fino alla porta dell'Averno.
Le "Stanze per la giostra" furono dedicate a Giuliano del Medici, fratello di Lorenzo, che aveva gareggiato con molto valore in un torneo tenuto nel 1475 a Firenze.

L'opera non fu completata e il poeta ne scrisse soltanto la premessa, cioè l'innamoramento di Iulo (Giuliano): questi, dedito alle armi e alla caccia, disprezza l'amore, e viene punito da Cupido che, offeso dalla sua indifferenza, gli fa apparire davanti, durante una partita di caccia una ninfa bellissima, Simonetta, della quale il giovane si innamora immediatamente.
Le "stanze" non celebrano, quindi, una vicenda epica, ma soltanto una delicata storia d'amore, vissuta da Iulio e Simonetta nel periodo più bello della loro vita, cioè nel la stagione fugace e brevissima della giovinezza.


FAVOLA DI ORFEO


Ma del Poliziano non si leggono oramai che le Rime.
Nella poesia volgare egli si provò fin da giovanetto.
In occasione delle feste che si celebravano in Mantova nel 1471, per la venuta colà del duca di Milano Galeazzo Maria Sforza, il diciottenne Poliziano fu incaricato dal cardinale Francesco Gonzaga di comporre uno spettacolo teatrale, che fu la “Favola di Orfeo”: rimaneggiata più tardi, non si sa bene da chi, e divisa allora, alla maniera delle tragedie senechiane, in cinque atti.
La ninfa Euridice, amata da Orfeo, fuggendo inseguita da un pastore innamorato di lei (Aristeo), è morsa da un serpe e muore.
Orfeo scende all'Inferno…, con la dolcezza e la tristezza del suo canto muove a compassione Plutone e Proserpina, le divinità di laggiù, ed ottiene che gli sia restituita la donna sua…, a patto che egli, nel ricondurla via, non si volga a riguardarla.
Egli non può resistere al desiderio…, ed ella gli é di nuovo rapita.
Orfeo ritenta, invano, le porte del Tartaro.
Allora ritorna nella sua Tracia…, ma, nella disperazione, inveisce, con poca opportunità, contro le donne…, qundi le Baccanti, le sacerdotesse di Bacco, adirate lo fanno in brani.
Questa la favola.
La rappresentazione del Poliziano è condotta nella maniera delle sacre rappresentazioni.
La novità è che, invece di una leggenda sacra, è ritratta una leggenda classica: indizio di una profonda mutazione nello spirito dei tempi.
E il santo, l'eroe dell'età religiosa, è sostituito dal poeta, l'eroe dell'età umanistica.
L'azione è povera…, il poema ha più carattere di idillio e di elegia che di dramma.
Restano dei brani squisitamente poetici: come l'annunzio, in bocca di una driade, della morte di Euridice, e la preghiera solenne e malinconica di Orfeo sulle soglie dell'Inferno.
Per altro non sono senza grande influenza in questo scritto del Poliziano le “Metamorfosi” di Ovidio, dove toccano del mito di Orfeo.


STANZE PER LA GIOSTRA


Giuliano, il più giovane fratello di Lorenzo, partecipò nel 1475 ad uno di quei tornei di cavalieri, che i Medici, forse anche a far dimenticare la loro origine tutta borghese, bandivano frequenti.
A celebrare l'eroe Giuliano, il Poliziano compose quelle "Stanze per la Giostra", che si considerano come la cosa più perfetta, che abbia - se non la poesia - l'arte del Quattrocento.

Nel primo libro si narra di Julo (così è latinizzato, in ricordo del Julus virgiliano, il nome di Giuliano), giovinetto restio all'amore, e fervido per la caccia.
In una caccia appunto - rítratta con grande vivezza e freschezza di particolari - Cupido (Amore) vuole vendicarsi del giovine: gli fa sorgere innanzi una cerva, che Julo insegue nel folto di una foresta, dove ella scompare..., ed egli trova invece una bellissima Ninfa, seduta sull'erba a intrecciare ghirlande di fiori.
Il giovane resta colpito da quella divina bellezza..., e Cupido viene giubilando all'isola di Venere sua madre...., poi un'ampia descrizione di quell'isola beata chiude il primo libro.

Nel secondo il giovanetto, al quale in un sogno è apparsa la Gloria, svegliandosi, si propone di diventare famoso in qualche magnanima impresa e così meritarsi l'amore della Ninfa.
Quale sia quell'impresa, non si dice: ma il poeta si sarebbe aperta così la via a parlare della Giostra.

Il poema si arresta qui, alla 46ma strofa del libro secondo...,forse perché Giuliano morì, nel 1478, nella congiura dei Pazzi.
Le "Stanze", anche se il poema fosse compiuto, non sarebbero mai riuscite un'opera organica e salda intorno a un motivo centrale.
Sono dei frammenti, mirabili in sé: come la vita dei pastori, la primavera, la caccia, i fiori, l'isola di Venere e così via.
Il Poliziano è poeta prevalentemente pittore..., né è improbabile che dalla sua nascita di Venere sia venuto il quadro del Botticelli sul medesimo soggetto, e dalla sua Galatea, la Galatea di Raffaello alla Farnesina.
Dove però il poeta rappresenta la Ninfa di cui Julo s'innamora, si sente ancora tutta la freschezza e la spiritualità dei poeti del "Dolce stil nuovo".
La tecnica del verso consegue nelle Stanze la massima perfezione.
Non c'è arte o artificio metrico, che sia ignoto al Poliziano.
E' l'ottava, rozza e plebea prima di lui, e ancora al tempo suo, diventa per lui un motivo melodico, e un quadro in sé perfetto.
Nelle "Stanze" il Poliziano mostra tutta la sua cultura classica.
Imita da Virgilio, da Teocrito..., da Claudiano prende la descrizione dell'isola di Venere.
Ma egli sentì anche tutta la bellezza della poesia popolare.
Compose non pochi rispetti, o continuati, cioè legati fra di loro in lunghi componimenti, o spicciolati, cioè isolati..., e sono questi i più belli.
Certe sue canzoni a ballo (come quella che celebra il calendimaggio, e l'altra che narra di fanciulle che colgono fiori in un prato) sono fresche di ispirazione.
Altre sono graziosamente futili, ed altre graziosamente sensuali.


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La seconda metà del Quatrocento - LORENZO IL MAGNIFICO

IL MORGANTE - Luigi Pulci

GIOVANNI PONTANO - Umanista napoletano

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