DISCORSI SOPRA LA PRIMA DECADE DI TITO LIVIONiccolò Machiavelli
Editore - Bollati Boringhieri
Universale Bollati Boringhieri
Collana - Classici
Anno 1993
Pagine 608 - Euro 20,66
È un'opera in cui il Machiavelli espose con più ampiezza il suo pensiero e sistema politico, e a cui poté lavorare più a lungo, dal 1513 al 1521.
L'antichità era conosciuta come la maestra di tutte le discipline.
Ma lamenta l'autore che, « nell'ordinare le repubbliche, nel mantenere gli Stati, nel governare i regni, nell'ordinare le milizie ed amministrar la guerra, nel giudicare i sudditi, nell'accrescere l'impero, non si trovi né principe né repubblica né capitano né cittadino, che agli esempi degli antichi ricorra».
Ed egli vuole scoprire ed insegnare la sapienza politica dell'antichità.
Prende le mosse dai primi dieci libri (prima deca) di Tito Livio, nei quali lo storico latino narra dei sette favolosi re di Roma e delle prime imprese della Repubblica..., e non dubitando minimamente (come non si dubitò per altri quasi tre secoli) della veridicità del racconto liviano, comprende una serie di divagazioni (ché tanto nel Cinquecento significò discorsi) intorno alla costituzione e al governo degli Stati, con richiami ad altri storici, scoprendo analogie tra gli antichi racconti e gli avvenimenti contemporanei..., giacché per il Machiavelli gli uomini non mutano che nelle forme e permangono nella realtà sempre gli stessi.
L'opera si divide in tre libri: e ciascun libro in brevi capitoli, densi di cose e caldi dell'eloquenza che deriva dalle cose.
Molto approssimativamente, il primo libro tratta della costituzione del governo, il secondo del modo di condurre la guerra, il terzo delle trasformazioni, rivoluzioni e decadenza degli Stati.
Non mi sarebbe facile né opportuno un riassunto dell'opera.
Basterà qui accennare ad alcuni capisaldi del pensiero machiavellico.
A fondare uno Stato, come anche a restaurarlo quando è corrotto, è necessaria l'opera di uno solo: perciò dovette Romolo sopprimere Remo.
Quel solo deve porre leggi, che costringano gli abitanti ad una continua attività..., giacché nell'abbondanza gli Stati arrivano più presto alla loro corruzione.
A mantenere però lo Stato, si richiede il governo repubblicano: e di tale natura che tutte le classi sociali, anzi tutti i cittadini siano interessati al mantenimento di esso, giacché l'utile è l'unica forza di persuasione per gli uomini.
Il Machiavelli - pur pessimista nel considerare l'individuo - è però convinto che, nell'intendere il vantaggio della collettività, il popolo veda meglio che un solo.
Opportune, se non necessarie, le lotte dei partiti, riuscendo esse alla tutela della libertà.
Perché non si trasmodi nella licenza e nell'anarchia, il Machiavelli vuole però che i partiti abbiano i loro organi, per cui possano esprimere i loro desideri e sfogare le collere..., e riconosce molta importanza all'istituzione del tribunato del popolo.
Tutto pel Machiavelli è subordinato al benessere ed alla forza dello Stato: anche la religione e, sia pure, la superstizione.
Anzi egli è convinto che solo la religione, con le sanzioni di premi e di castighi in un'altra vita, possa imporre l'osservanza di leggi e l'adempimento di doveri troppo contrari all'egoismo.
E, in astratto, il Machiavelli preferisce alla religione cristiana la pagana, che era una funzione dello Stato..., per cui i collegi dei sacerdoti e gli àuguri miravano al trionfo degli dèi e della potenza romana.
Non però il Machiavelli disprezza la religione cristiana.
E per lui gran difetto degli Italiani è la mancanza, non di pratiche, ma di spirito religioso: il che li rende scettici e fiacchi, dei quali mali è causa la pessima vita dei preti.
E gli Italiani hanno quest'altro obbligo alla Chiesa, che « non essendo la chiesa potente da poter occupare l'Italia, né avendo permesso che un altro la occupi, è stata cagione che la non è potuta venire sotto un capo, ma è stata sotto più prìncipi e signori, dai quali è nata tanta disunione, e tanta debolezza, che la si è condotta ad essere stata preda non solamente dei barbari potenti, ma di qualunque l'assalti ».
Discorrendo poi il Machiavelli delle istituzioni militari, insiste con grande calore sulla necessità che lo Stato abbia armi proprie, e sul pericolo delle ausiliarie e mercenarie.
Delle guerre pensa che hanno ad esser brevi e perciò condotte con grandi eserciti..., allora i nemici, per il timore del peggio, si arrendono.
La prontezza è altro elemento di successo..., chi teme di essere assalito, assalti lui primo.
Avverso è il Machiavelli alla sentenza che il denaro sia il nerbo della guerra.
Egli ha grande fiducia nel valore personale e nella disciplina, quindi non dà molta importanza alle artiglierie e poca stima fa della cavalleria rispetto alla fanteria, alla quale pur sempre riduce il successo di una battaglia..., e crede che il costruire fortezze a minaccia dei popoli soggiogati sia per i dominatori assai più un pericolo che un vantaggio.
Queste fortezze sono argomento continuo di odio pei popoli soggetti, pretesto e mezzo a non difficili ribellioni.
Sul modo di ampliare gli Stati il Machiavelli crede che l'aprire la città alle vicine per le vie dei commerci sia un buon mezzo...., non ottimo quello che Roma adoperò con Alba: distruggere la città vicina e accogliere gli abitanti di quella.
Che se trattasi di invasione in altro territorio, è vana la conquista che non assicuri i popoli conquistati al conquistatore.
Il che i Romani ottennero per mezzo delle colonie, della cui costituzione ed utilità l'autore parla lungamente.
La decadenza fatale degli Stati, come di tutte le cose umane, è un dogma pel Machiavelli.
Ma perché ogni effetto è compreso nella sua causa e ogni governo nei principi, la decadenza è ritardata, quando si sappia a quei principi ritornare.
Quelle che noi moderni chiamiamo rivoluzioni - o siano fatte da un popolo o promosse da un privato - sono in effetto un ritorno dello Stato ai suoi principi..., e qualunque forma assumano, esse sono inevitabili alla vita di uno Stato, rappresentando il suo bisogno di non morire.
Felici quegli Stati dove organi appositi, come in Francia i parlamenti, richiamano costantemente ai loro principi le pubbliche istituzioni.
L'essenziale è che le rivoluzioni si facciano bene..., e che nessuna reliquia del vecchio ordine distrutto rimanga a minaccia del nuovo.
È necessario seguire l'esempio di Bruto, che, instaurata la Repubblica fece condannare a morte i figli, congiurati a favore dell'espulso Tarquinio.
E a proposito di congiure, delle quali furono fecondi i tempi del Machiavelli - quando l'antico spirito repubblicano insorgeva contro i nuovi usurpatori -, esamina a lungo l'opportunità di questo mezzo, per disapprovarlo come insufficiente, principalmente perché è impossibile, o quasi, che un giorno non si scopra..., il governo diventa allora più cauto e sospettoso contro ogni movimento.
Per altro, più che nei cambiamenti violenti, il Machiavelli ripone la salute dello Stato nei provvedimenti presi al momento opportuno.
Saggio governo è quello che sa cambiare a tempo.
E conclude che una Repubblica, per mantenersi libera, ha bisogno ogni giorno di nuovi provvedimenti.
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