lunedì 13 settembre 2010

RITRATTO DI PRINCIPESSA ESTENSE (Portrait of Princess Este) - Antonio Pisano detto Pisanello


RITRATTO DI PRINCIPESSA ESTENSE (1433 circa)
Antonio Pisano detto Pisanello (notizie dal 1395 al 1455)
Pittore italiano
Museo del Louvre a Parigi
Tavola cm. 43 x 30


La piccola composizione presenta in primo piano il ritratto di profilo di una giovanissima donna..., i lineamenti regolari sono messi in luce dall'acconciatura alla moda che prevedeva di lasciare un'ampia porzione della fronte scoperta.

L'abito, confezionato con una pregiatissima stoffa, è molto elegante e mette in risalto il corpo sottile della giovane.

Sullo sfondo è un magnifico ritaglio di natura morta curato nei minimi particolari e di una variegata tipologia floreale che lascia intuire allusioni al carattere della fanciulla.

Pur nella certezza che si tratti del ritratto della giovane figlia del signore di una delle tante corti visitate da Pisanello, a tutt'oggi la fanciulla non è stata identificata.

Nell'Ottocento il ritratto era attribuito a Piero della Francesca e assegnato per la prima volta a Pisanello dal Venturi nel 1889 che suggerì che la donna raffigurata fosse una delle figlie di Lionello d'Este e quindi eseguito a Ferrara intorno al 1433..., nel 1958 il Longhi ha pensato potesse trattarsi del ritratto della moglie di Sigismondo Malatesta, Ginevra d'Este, morta giovanissima nel 1439, e, infine, è stato fatto anche il nome di Cecilia Gonzaga, ritratta da Pisanello in una medaglia.

Alla luce delle qualità formali del ritratto e la scelta gamma cromatica è stato ipotizzato un rapporto di Pisanello con la pittura francese coeva, in particolare è stato suggerito un contatto con i fratelli Limbourg, autori del celebre libro d'ore noto come "Les très heures du duc de Berry", conservato nel museo Condé di Chantilly.


Il dipinto già nell'Ottocento è testimoniato nella Collezione Félix Bamberg a Parigi, attribuito a Piero della Francesca.

Dopo un passaggio nella collezione dell'antiquario M.Picard nel 1893 entrò nella collezione del Louvre.


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ANTONIO PISANO detto Pisanello - Vita e opere


ANTONIO PISANO detto Pisanello

       
    Leonello d'Este - ANTONIO PISANO detto Pisanello


Antonio Pisano, meglio conosciuto come Pisanello, nacque a Pisa dove il suo nome compare per la prima volta nel testamento del padre redatto nel 1395.

Dopo questa data l'artista è nuovamente menzionato nel 1404, ma a Verona dove dovette trasferirsi insieme alla madre Isabetta e al patrigno Bartolomeo.

È stato ipotizzato un soggiorno giovanile intorno al 1409-1415 a Venezia al seguito di Gentile da Fabriano, suo maestro, occupati nella perduta decorazione della sala del Consiglio dei Dieci in Palazzo Ducale, ma fino al 1422, data della sua presenza a Mantova al servizio dei Gonzaga, non abbiamo più notizie certe sulla sua attività.

Alla morte di Gentile da Fabriano, Pisanello ricevette in eredità la bottega e in questa veste nel 1431-1432 si recò a Roma per portare a termine gli affreschi lasciati incompiuti dal maestro in San Giovanni in Laterano.

Per l'artista comincia un lungo pellegrinaggio per le corti settentrionali dove lasciò mirabili capolavori e si cimentò anche nell'attività di medaglista; dal 1436 attendeva alla decorazione della cappella Pellegrini nella chiesa di Sant'Anastasia a Verona, in parte perduta ma di cui resta il bellissimo frammento con la Partenza di San Giorgio.

La sua presenza a Mantova in occasione dell'assedio di Verona di Gian Francesco Gonzaga nel 1438 compromise la carriera di Pisanello e il Consiglio dei Dieci della Repubblica Veneziana gli proibì l'accesso nel suo territorio.

Dopo un lungo soggiorno a Ferrara, dove godette della protezione di Lionello d'Este, nel 1449 Pisanello si trasferì a Napoli.

La notizia della sua morte è per la prima volta citata in una lettera datata 31 ottobre 1455 inviata da Carlo de' Medici al fratello Giovanni, ma a tutt'oggi non si conoscono né il luogo né la data esatti della morte dell'artista.


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RITRATTO DI PRINCIPESSA ESTENSE (1433 circa) - Antonio Pisano detto Pisanello


PACIFICO VALUSSI - Giornalista e politico (Journalist and political)

  

PACIFICO VALUSSI (nato a Talmassons, Udine il 30 novembre del 1813 e morto a Udine il 28 agosto del 1893).

Il suo nome è legato al primo realistico disegno giornalistico friulano, di cui Pacifico Valussi fu senza dubbio l'uomo più preparato e il più equilibrato, maturo, nel 1848, di molte esperienze fallite o per utopia o per superficialità.

Nato a Talmassons, frequentò il Seminario sotto l'arcivescovo Lodi, ma non certo per vocazione, amante più di Voltaire che di dogmatica.

Una giovinezza sbandata e irriverente, si laureò a Padova e si fermò a Venezia dove fece le prime prove di giornalista.

Passò a Trieste fra i redattori de "La Favilla", poi si impiegò come correttore all'Osservatore Triestino, di cui allargò gli interessi in Italia, anche se proibito negli Stati Pontifici e nel Regno di Napoli.

Passò poi a dirigere la "Gazzetta di Venezia", "Fatti e Parole", il "Precursore" e "La Fratellanza".

Dopo la bufera del 1848 ritornò a Talmassons, già conosciuto per queste sue capacità pubblicistiche e nell'ottobre 1849 comincia la sua collaborazione a "Il Friuli"..., purtroppo i tempi erano quelli che erano, e le acque della politica (e Valussi non poteva essere certo l'uomo che dovesse dare molto affidamento di ossequio per il "povero reggime" austriaco), nel 1851 questo giornale venne soppresso, e quindi Valussi tentò un anno con il bisettimanale "L'annotatore Friulano", che ebbe sei anni di vita.

Dal 1859 al 1866 lavorò a Milano e nel 1866 Quintino Sella lo invitò a fondare un quotidiano a Udine, che nacque come "Giornale di Udine".

Pacifico Valussi lo diresse per oltre vent'anni, con migliaia di articoli, trattando argomenti di tutti i generi, con una concezione che vedeva nella stampa uno strumento di educazione rigorosa, più che di scarna informazione.

Ebbe anche la possibilità di pubblicazioni specifiche, su problemi notevolmente discutibili, con quella cultura vasta ma non approfondita che poteva avere come giornalista, quale egli era sostanzialmente.

Non ebbe successo con i suoi tentativi letterari: per il Friuli resta il fondatore del giornalismo nostrano.


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PENSIERO ECONOMICO MODERNO - Vincenzo Vitello

    
 PENSIERO ECONOMICO MODERNO
Vincenzo Vitello
Editori Riuniti




È uscito in seconda edizione presso gli Editori Riuniti un fortunato testo dovuto alla penna di Vincenzo Vitello e dedicato alle correnti essenziali manifestatesi nel pensiero economico moderna dopo il 1874.
L'agile e scorrevole volumetto è nato da un corso di lezioni tenuto presso l'Istituto Gramsci di Roma nel 1963.

Lo svolgimento di un argomento di interesse così rilevante e così discusso quale l'evolvere del pensiero economico posteriormente sia ai classici dell'economia politica sia a Marx, assume molto felicemente, nell'esposizione di Vincenzo Vitello, due caratteristiche che raramente si incontrano tanto mirabilmente fuse assieme: semplicità e chiarezza d'esposizione accoppiate ad una indubbia originalità di pensiero e d'impostazione.

Vincenzo Vitello infatti non tiene per nulla a fornire pedissequamente al lettore, come è d'uso, le solite informazioni non sempre di prima mano circa le opere e gli autori di maggiore notorietà: egli svolge invece un proprio discorso logicamente coerente, nel quale, pur tenendo rigorosamente conto degli studi e del pensiero altrui, fornisce una propria personale interpretazione delle vicende e dello svolgimento delle correnti fondamentali del pensiero economico contemporaneo, il che contribuisce non poco a rendere il testo di piacevole e scorrevole lettura. Per di più, egli fa questo senza calcare la mano, con molta modestia, lasciando parlare fatti e citazioni, accennando solo raramente e con molta cautela valutazioni ed apprezzamenti, dando libero sfogo alla robusta originalità del proprio pensiero anzitutto nella logica e nella coerenza della propria esposizione.

La struttura stessa del libro è mirabile per semplicità e per coerenza, in quanto riesce perfettamente ad attuare, in soli nove capitoli, ciò che era nelle intenzioni dell'autore, e cioè "una sistemazione concettuale di alcuni punti nodali dello svolgimento dell'analisi economica moderna, seconda un criterio che può considerarsi al tempo stesso logico e storico".

Nei primi tre capitoli Vitello esamina infatti gli aspetti fondamentali che, presi assieme, stanno alla base dell'evoluzione del pensiero economico occidentale dopo Marx e che costituiscono il nocciolo di quell'impostazione teorica che dopo il 1874 oppone il pensiero economico occidentale sia alla teoria dei classici sia all'analisi di Marx: le dottrine dell'utilità marginale, la teoria dell'equilibrio economico generale e la `teoria dello sviluppo capitalistico di Schumpeter.
In un quarto capitolo Vitello esamina poi l'apparire di teorie destinate a spiegare le particolarità della fase monopolistica del capitalismo e le "nuove forme di mercato".

Nei tre capitoli seguenti l'autore si occupa di tre correnti di pensiero legate tutte in qualche modo all'intervento statale nell'economia, in veste dì moderatore e di regolatore della vita economica, esaminando successivamente le teorie e le politiche keynesiane, la costruzione di modelli macroeconomici e la metodologia della programmazione e infine, in un apposito capitolo, alcuni problemi collegati al rapporto che passa tra analisi economica e pianificazione in una economia socialista.

Nei due ultimi capitoli Vitello si occupa infine dei pensiero economico più vicino a noi, esaminando sia le varie interpretazioni date negli ultimi decenni dagli economisti occidentali più in vista alle trasformazioni subite dal capitalismo contemporaneo, sia la crisi della teoria economica moderna e i tentativi fatti da singoli pensatori per uscirne.

E' chiaro che tale impostazione dell'autore può, volendo, essere discussa, ma non si può certo negarne la coerenza.

Vediamo ora brevemente il contenuto dei singoli capitoli.

Il primo capitolo, dedicato all'avvento delle teorie dell'utilità marginale e all'abbandono delle linee di ricerca degli economisti classici, da Smith a Marx, esamina anzitutto la sostanziale contrapposizione di analisi e di metodo tra la scuola classica e le nuove teorie. Mentre per i classici l'economia politica risulta "anzitutto fondata su una teoria della produzione, giacchè è dai rapporti di produzione che discendono quelli di scambio", per i marginalisti il punto di partenza dell'analisi economica non è più la produzione, "ma il consumo delle merci e l'utilità, che al margine un individuo generica può trarre dal consumo di certi beni", partendo dal concetto che "l'importanza relativa dei beni dipende dalie valutazioni soggettive che di essi danno i singoli consumatori".
I marginalisti sostituiscono dunque ai tentativi di elaborare una teoria di valore che analizzi la produzione e i suoi rapporti il tentativo di costruire una teoria dei prezzi e delle loro oscillazioni.

Nel secondo capitolo, dedicato essenzialmente al sistema walrasiano dell'equilibrio economico generale, viene mostrato come la scuola marginalista, facendo "derivare come estensione della teoria soggettiva del valore una teoria della distribuzione del reddito", costruisce astrattamente un sistema, "in cui le variabili economiche, essendo tra di loro in rapporti di reciproca dipendenza, vengono simultaneamente determinate in condizioni di equilibrio statico".
L'autore pone in rilievo come per la teoria walrasiana momenti essenziali appaiano due condizioni che nella realtà concreta non si verificano mai: la totale staticità del sistema e l'ipotesi della libera concorrenza perfetta.
Il che permette di passare così agevolmente ai due capitoli successivi, che trattano sia della teoria schumpeteriana dello sviluppo capitalistico sia delle teorie sulla concorrenza imperfetta.

Nel terzo capitolo, dedicato alla teoria dello sviluppo capitalistico di J. Schumpeter, viene posto in rilievo quanto in realtà le ricerche di Schumpeter sul ciclo e sullo sviluppo capitalistico debbano all'influenza del pensiero di Marx.
Molto coerentemente dunque Vincenzo Vitello esamina l'impostazione shumpeteriana ponendo in luce sia le analogie sia le differenze sostanziali che la distinguono dalla teoria di Marx, rilevando come Schumpeter, partendo dalla classica ipotesi statica marginalistica del "flusso circolare di un'economia stazionaria in cui il profitto non esiste e il reddito è imputato ai cosiddetti fattori originari deila produzione", introduce la figura dell'imprenditore-innovatore, che provoca innovazioni, inventa o rende popolari nuovi prodotti, cerca nuovi sbocchi per essi, riducendo in tal medo i costi e permettendo così la formazione di un profitto di origine differenziale, sostituendo alla visione statica walrasiana un'economia dinamica al cui centro sta l'imprenditore.
Vincenzo Vitello pone giustamente in rilievo a questo punto come per Schumpeter sia il profitto che l'accumulazione siano conseguenze dell'azione imprenditoriale, mentre per Marx è vero il contrario: "le innovazioni medesime sono una conseguenza "necessaria" del processo di accumulazione del capitale".

Nel quarto capitolo vengono prese in esame le nuove caratteristiche del capitalismo monopolistico e le teorie sulla concorrenza imperfetta, esaminando parallelamente sia gli apporti di Hobson, Hilferding e Lenin ad una teoria dell'imperialismo, sia i tentativi di Sraffa, della Robinson e di Chamberlin di inserire i nuovi fenomeni monopolistici negli schemi cari alle teorie dei prezzi di derivazione marginalistica, sostituendo al "mercato generale" tanti mercati particolari intersecantisi quante sono le aziende produttrici.

Nel quinto capitolo l'autore passa a trattare di J. M. Keynes e delle politiche keynesiane, ponendo in rilievo come lo sconvolgimento provocato dalla grande crisi del 1929 sollecitasse anche in campo economico un riesame della teoria marginalista tradizionale, "nell'ambito della quale non era possibile trovare una spiegazione dei preoccupanti fenomeni di insufficiente utilizzazione delle forze produttive ed in particolare del lavoro".
Viene dunque esaminata la nuova impostazione teorica dell'equilibrio tra reddito, consumi e investimento, produzione e occupazione offerta da Keynes, e í suggerimenti pratici che Keynes e i suoi seguaci ne dedussero per opporre alle fluttuazioni congiunturali coscienti politiche statali di "sostegno della domanda effettiva", teorizzando così la necessità di un intervento regolatore dello Stato nella vita economica, per rimediare alle lacune e alle deficienze delle forze spontanee del mercato, cioè dell'iniziativa privata.

Il successivo sesto capitolo esamina le più recenti applicazioni della matematica all'economia, i tentativi di costruire modelli macroeconomici - ossia schemi per lo studio delle relazioni tra le grandezze globali di un sistema economico - e l'elaborazione di nuovi metodi per la soluzione dei problemi connessi ad una programmazione economica.
In altre parole Vincenzo Vitello, dopo aver esaminato la giustificazione data da Keynes all'intervento attivo dello Stato nella vita economica, passa ad esaminare le ricerche concernenti gli strumenti atti a razionalizzare tale intervento, sia nel campo delle rilevazioni economiche, sia nella ricerca dei mezzi atti a influire sul funzionamento dell'economia.
Vengono così passati in rassegna i modelli macroeconomici di Harrod, Domar, Kaldor, Kalecki, l'alisi delle interdipendenze intersettoriali di Leontiev e le più recenti tecniche della programmazione lineare.

L'esame delle tecniche e delle metodologie applicabili alla soluzione di problemi di previsione e di programmazione economiche porta immediatamente l'autore ad occuparsi, nel capitolo seguente, dei problemi in un certo, senso paralleli che si pongono nei paesi socialisti, ossia là dove l'intervento dello Stato nella vita economica è da tempo il fattore decisivo e le tecniche di previsione, di rilevazione e di programmazione economiche hanno avuto ben altri sviluppi.
In questo capitolo, indubbiamente uno dei più nutriti e dei più documentati dei libro, dato che l'autore segue personalmente ormai da anni le discussioni teoriche che si svolgono nei paesi socialisti, Vincenzo Vitello esamina con molto acume le tappe dell'evoluzione della prassi e della teoria economica nei paesi socialisti e analizza le discussioni tuttora in corso sui rapporti tra pianificazione e mercato e le nuove soluzioni prospettate per migliorare le tecniche di pianificazione.

Nell'ottavo capitolo Vitello passa in rassegna i punti di vista più rilevanti espressi dagli economisti occidentali sulla più recente evoluzione del capitalismo contemporaneo, esaminando così le teorie del "ristagno" di Hansen e di Steindl, la teoria del "potere di equilibrio" di Gailbraith e la variante formulatane da Strachev, la teoria della "rivoluzione manageriale" di Burnham, nonchè le più recenti teorizzazioni circa le cause delle disuguaglianze di sviluppo tra paesi capitalistici sviluppati e paesi sottosviluppati.

Nel capitolo conclusivo, il nono, vengono posti in rilievo i sintomi più appariscenti della crisi della teoria economica moderna, "che si manifesta nel moda più immediato nel disagio e nell'insoddisfazione che provano alcuni economisti quando cercano di dare risposta a certi quesiti, che sorgono nelle attuali ricerche economiche, con l'apparato concettuale che é offerto dalla teoria dominante".
Ciò permette all'autore dì trarre le proprie conclusioni dall'esposizione delle vicende del pensiero economico postmarxiano, ponendo in luce come gli sviluppi più recenti della teoria economica mostrano che la linea di ricerca e l'insegnamento della teoria classica - cioè di quella corrente di pensiero che va da Smith a Marx attraverso Ricardo - rimangono oltremodo fecondi, non solo per la robustezza e il realismo dell'impostazione, ma per lo sviluppo del pensiero economico che può derivare da quella linea di ricerca, qualora sia approfondita in modo coerente e con l'ausilio degli strumenti dell'analisi moderna.

In relazione a ciò, Vitello esamina in particolare la più recente opera di P. Sraffa: "Produzione di merci a mezzo di merci", in cui viene effettuato un tentativo di estremo interesse di giungere al calcolo, del valore e dei rapporti di valore cari all'economia classica, partendo da un sistema reale di prezzi in equilibrio, mediante l'introduzione quale misura del valore di una particolare "merce composita", la cui struttura sia uguale a quella del prodotto nazionale netto.

Un libro notevole dunque, questo di Vincenzo Vitello, nutrito, stimolante e di facile lettura, il cui successo è più che meritato.

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 IL CAPITALE - THEORIEN UBEN DEN MEHRWERT - Karl Marx

PENSIERO POLITICO DEL XIX SECOLO – LIBERALISMO e SOCIALISMO

MATERIALISMO STORICO

MARX E L’ECONOMIA – IL CAPITALE - DAS KAPITAL - Kritik der politischen Oekonomie

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