mercoledì 15 settembre 2010

GEORGE BYRON - Vita e opere (Life and Work)

   
GEORGE BYRON



Nell'ottobre del 1816 arrivò a Milano uno strano viaggiatore.
Proveniva dalla Svizzera e si trascinava appresso, su quattro carrozze costruite apposta per lui sul modello di quelle usate da Napoleone, un vero e proprio caravanserraglio.
Infatti, oltre alla numerosa servitù, si stipavano nelle suddette carrozze scimmie, gatti, cani, due magnifiche galline faraone, una stupenda gru egiziana, un falco e perfino un'aquila reale.
Lo stravagante corteo passò per le vie della città fra gli sguardi curiosi del popolino che cercava di indovinare la natura e la destinazione di quell'inverosimile "equipaggio".
Si trattava forse dell'avanguardia di un circo?
Ma le carrozze erano troppo piccole, i domestici troppo ben vestiti, e un uomo incredibilmente bello - certo il padrone del corteo - guardava rapito il sole che indorava le guglie del Duomo.

L'uomo era George Byron, sesto Lord del proprio casato, celebre in Europa per i suoi poemi, le sue stravaganze, la sua ricchezza, i suoi amori tempestosi.
Ora egli giungeva in Italia preceduto dallo scandalo che aveva suscitato la rottura del suo matrimonio con Anna Isabella Milbanke, alla quale poco prima di lasciare l'Inghilterra aveva scritto...

"Noi non ci rivedremo più, né in questo mondo né nell'altro".

George Byron era considerato allora il principe dei poeti romantici e di conseguenza non c'era scandalo che potesse chiudergli le porte dei salotti milanesi.

Ma Byron, almeno questa volta, deluse le sue ardenti ammiratrici.
Pur accettando volentieri omaggi - e gli inviti - dei Romantici italiani capeggiati da Lodovico di Breme, Silvio Pellico e Federico Confalonieri, trascorse la maggior parte del suo tempo in giro per la città, solo, oppure nelle sale della famosa Biblioteca Ambrosiana.
Qui, un giorno, eludendo la vigilanza del guardiano, rubò uno dei capelli di Lucrezia Borgia, custoditi in una teca, e il furto lo rese immediatamente felice.
Tuttavia Milano lo stancò.
Allora si rimise in viaggio e, dopo aver fatto una breve tappa a Verona, la città di Giulietta e Romeo, raggiunse Venezia.

Qui prese alloggio nella casa di un mercante e si innamorò della moglie di costui, Marianna Segati: una bella donna di ventidue anni.

"Sono innamorato, il che è la migliore o la peggiore cosa che io possa fare"... scrisse Byron a un amico dandogli notizia della sua avventura veneziana.
Ma era solo il principio.
Benché Marianna cercasse di non fargli mancare nulla e di rendergli la vita piacevole al massimo, dopo poco tempo egli le annunciò che intendeva cambiare casa perché aveva bisogno di una dimora ampia e più fastosa, adeguata insomma al suo rango sociale.


ENTRA IN CAMPO LA "FORNARINA"

La nuova casa fu presto trovata.
Byron s'installò a palazzo Mocenigo, sul Canal Grande.
Ma se col trasloco egli intendeva liberarsi anche dell'amica, si sbagliava.
Marianna lo seguì e non lo lasciò nemmeno quando le capitò di trovarsi sotto lo stesso tetto una rivale agguerritissima.

Viveva allora a Venezia una popolana famosa per la sua bellezza: Margherita Cogni, soprannominata la "Fornarina".
Byron volle conoscerla.
Gli piacque.
La invitò senz'altro a palazzo Mocenigo.
E lei accettò.
Lo scontro fra le due donne, ambedue decise a non abbandonare il campo, era inevitabile.
Con l'ingresso della "Fornarina", le stanze di palazzo Mocenigo si trasformarono in una sorta di arena nella quale le baldanzose rivali si scontravano spesso dando luogo a zuffe violente.
Nessun uomo normale avrebbe resistito in quell'inferno.
Byron, invece, pareva trovarsi a suo agio.
La sua giornata non aveva orari.
Obbediva solo al capriccio del momento.
Entrava e usciva quando gli pareva, spesso nel cuore della notte, e girava in gondola o a piedi per la città.
I Veneziani avevano imparato a conoscerlo e, in fondo, a volergli bene.
Se lo indicavano a dito come il "zovanoto inglese de un certo nome stravagante" e si chiedevano ammirati e meravigliati quanto tempo egli avrebbe resistito nel caravanserraglio di palazzo Mocenigo.

George Byron era nato a Londra il 22 gennaio 1788.
Il padre, John, e la madre, Catherine, non andavano d'accordo e in famiglia c'era sempre un'atmosfera di incombente tragedia.
Naturalmente, il bambino ne soffrì e venne su malinconico e capriccioso, ossessionato da un'infermità al piede destro, che doveva costringerlo a zoppicare per tutta la vita.
Passò la sua prima fanciullezza ad Aberdeen, in Scozia, con la madre, essendosene il padre fuggito a Parigi, dove poi era morto, forse suicida.
Le condizioni economiche della famiglia erano tutt'altro che floride.
Ma nel giorno del 1798, in seguito alla morte di un prozio di cui era l'erede, il piccolo Gorge divenne Lord Byron.
La notizia gli fu comunicata in una scuola dalla maestra.
Tornato a casa, egli si guardò a lungo nello specchio, quindi chiese alla madre...

"Ti pare che io sia cambiato stamattina?
Per conto mio, non vedo alcuna differenza.
Eppure è ben vero che sono diventato Lord!".

Così il ragazzo selvaggio di Aberdeen fu mandato a dirozzarsi e a completare gli studi prima nella celebre scuola di Harrow e poi al Trinità College di Cambridge.
Ne uscì infine trasformato.
Adesso era un damerino un po' arrogante che frequentava i migliori salotti di Londra e aveva avuto un suo seggio alla Camera dei Pari.
Qui pronunciò il suo primo discorso nel febbraio del 1812.
Ma lo politica non lo interessava.
Tra l'altro, il prozio gli aveva lasciato in eredità anche il romantico castello degli avi, Newstead Abbey.
Lì dentro egli si sentiva un principe, un cavaliere dei tempi antichi.
E l'ambiente lo aiutava a sognare una gloria sua, tutta speciale: quella di poeta.
La pubblicazione, avvenuta nel 1812, dei primi due canti del poema IL PELLEGRINAGGIO D'AROLDO fece di lui il poeta alla moda, il campione del Romanticismo.
Il successo fu poi ribadito dalla pubblicazione di alcune novelle in versi.
Abile nello sfruttare tutte le occasioni che gli si presentavano per mettersi in mostra, Byron arrivò a impersonare, agli occhi della gente, la figura vivente dei personaggi tenebrosi di cui raccontava le gesta. Nacque in tal modo il mito byroniano che tanto fascino doveva esercitare sulla fantasia dei giovani e delle donne.
Ormai stanco di passare da un amore all'altro, Byron fece il tentativo di mettere ordine nella propria vita privata sposando Anna Isabella Milbanke.
Il matrimonio, celebrato il 2 gennaio 1815, durò appena un anno.
Infatti nel gennaio 1816 Lady Byron fuggì di casa recando con se la figlioletta Augusta Ada, nata poche settimane prima, e chiese la separazione legale.


ARRIVA IL GRANDE AMORE

George Byron capì che non poteva sfidare più a lungo l'opinione pubblica inglese e partì.
La sua meta era l'Italia.
Ma si fermò a Ginevra, ospite di un grande poeta inglese, Shelley.
Durante quel soggiorno in Svizzera intrecciò un breve romanzo d'amore con Clara Clermont, la giovane sorella dell'amica dello stesso Shelley.
Il frutto di questa relazione fu una bambina, Allegra, che Byron poi prese con sé quand'era ancora in fasce e che era destinata a spegnersi in tenera età.

Ciò che accadde all'arrivo in Italia l'ho già descritto.
Riprendo ora il filo del racconto: il poeta si trova a Venezia, conteso tra Marianna Segati e la bella "Fornarina".
Quando più accanita è la lotta tra queste due donne, improvvisamente compare all'orizzonte una sposina diciassettenne, Teresa Gamba, che appena uscita di convento è stata maritata al conte Alessandro Guiccioli, due volte vedovo e di ben quarant'anni più anziano di lei.
Intelligente, bella e capricciosa, Teresa vuole godersi la vita e non intende sacrificare la propria giovinezza.
Incontra George Byron a una festa e se ne innamora perdutamente.
Lui la ricambia subito e il gioco è fatto.
Ma il conte Guiccioli tiene gli occhi aperti e interrompe l'idillio sul più bello, costringendo la moglie a seguirlo a Ravenna, dove egli ha la sua dimora stabile.
Teresa non sa e non vuole fingere.
Durante il viaggio si dispera, piange, sviene più volte.
E appena giunge a Ravenna cade ammalata.
Byron si vede recapitare un suo messaggio in cui lo scongiura di raggiungerla.
Come il Principe Azzurro delle favole, egli parte, arriva nella città della donna amata e, poiché non c'è un albergo decente che lo possa accogliere col suo seguito, il conte Guiccioli si trova costretto a offrirgli ospitalità nel proprio palazzo.
E la sposa in pochi giorni rifiorisce d'incanto.
Naturalmente, il matrimonio di Teresa si sfascia.
Ma Byron, a Ravenna, non pensa solo all'amore.
Si lega con i patrioti italiani, è pronto a scendere in campo con le armi in pugno.
Scrive ad un amico...

"L'Italia deve essere liberata.
Ecco la vera poesia della politica.
Pensate: Non vi è stato nulla di simile dai giorni di Augusto in poi!".

Ma i tempi, purtroppo, non sono ancora maturi.
I moti rivoluzionari falliscono e Byron, inquieto viandante, volge gli occhi altrove.
Per qualche tempo si trasferisce a Pisa, dove è andata a vivere anche la famiglia di Teresa.
Poi lo troviamo a Genova, intento a organizzare aiuti per i Greci, che si sono sollevati contro i Turchi.
E il 15 luglio 1823 si imbarca per l'isola di Cefalonia.
Lo seguono Pietro Gamba, fratello di Teresa, un giovane medico italiano e otto domestici.
In Grecia la situazione è confusa.
Byron cerca invano di orizzontarsi tra i vari gruppi di rivoluzionari.
Comunque fa quello che può.
Da Cefalonia si trasferisce a Missolungi.
Qui è colto da febbri violente.
Non se ne cura.
Ma dopo una furiosa cavalcata sotto la pioggia deve mettersi a letto.
Il 19 aprile 1824, a soli 36 anni, muore, mormorando nel delirio il nome della figlia Ada.
La salma del poeta fu trasportata in Inghilterra, dove ebbe sepoltura tra i suoi avi.
Ma il desiderio più profondo di Byron era una tomba semplicissima in Italia con su scritte due parole...

"Implora pace".


IL POETA

George Byron fu considerato l'incarnazione del Romanticismo e dello spirito rivoluzionario del secolo.
Egli era un ribelle che lanciava agli uomini un messaggio insieme cinico e appassionato.
In lui, tuttavia, la poesia appariva strettamente legata all'uomo.
Non a caso, perciò, quando incominciò a impallidire il mito del "byronismo", anche la sua fama ne subì le conseguenze.
Allora si passò da un estremo all'altro: prima Byron era l'Omero redivivo poi non fu più che il creatore di troppi versi.
Oggi, nessuno nega a George Byron un posto di primo piano nella letteratura europea dell'Ottocento.
In realtà, non è facile distinguere in Byron l'oro vero da quello falso.
Come la sua vita è piena di contraddizioni d'ogni genere, così la sua poesia è disuguale: ora profondamente autentica, ora nient'altro che un vento di parole.


Da: LA SPOSA D'ABIDO... canto primo

Conosci i climi ove il cipresso e il mirto
Son emblemi de' fatti ond'ei fur scena?
Ove il duol de la tortore o la rabbia
De l'avoltoio sfogasi nel sangue
O in gemiti d'amor? Conosci i climi
De la vigna e del cedro, ove le piagge
Fioriscon sempre, e sempre fulge il sole?
Ove l'ale di balsami imbevute
Cala zefiro stanche in sui rosai,
E l'arancio più indora, e più s'abbronza
L'ulivo; e l'usignuol mai non è muto?


Da: IL PELLEGRINAGGIO D'AROLDO... canto primo

Sempre, oceàn, t'amai: prima fra tutte
De' primi anni fu gioia irne vagando
Pel seno tuo, siccome errano incerti
I marosi qua e là. Bambino ancora,
Lottai coll'onde, e quel lottar fu pieno
Di delizie al mio cuore; e se più forti
Parver le ondate minacciar, diletto
Pur nel perielio io ritraeva; chè teco
M'era qual un de' figli tuoi: fidente
A qual fosse maroso, ovunque, stesa
Sull'umido tuo crin - pur come adesso-
Quest'impavida destra, io mi commisi.


Da: IL CORSARO... canto primo

Cara, segreta, ignota al sol, romita
Vive la cura che m'accende il cor;
Risponde al tuo, se al palpitar l'invita,
Poi, come pria, trema in silenzio ancor.

Arde simile a sepolcral facella,
Lenta, non vista e d'immortal virtù;
Ben la speranza può morir, non ella;
Bench'oggi è fioca qual più mai non fu.


Da: LA PARISINA

Volge quell'ora che dal bosco ascolti
Alto sonar de l'usignolo il pianto;
Volge quell'ora che più dolci accenti
Si pispiglian gli amanti, e lievi burette
E vicini ruscelli in dolce accordo
Beano i silenzi di solinghe chiostre.
E già fulgono gli astri e già velati
Hanno i fior le rugiade; e più profondo
Il ceruleo de l'acque, e più infoscato
E' il color de le fronde e l'aere opaco
Di quel chiaror sì dolcemente fosco,
Sì foscamente puro, in che si solve
Il crepuscolo, allor che, superato
Da la luna sorge, il dì s'asconde.


Poesie tratte da OPERE COMPLETE di Lord George Byron
Volume edito da Libreria Editrice Bideri - Napoli


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IL PRIGIONIERO DI CHILLON - George Byron


IL PRIGIONIERO DI CHILLON (The Prisoner of Chillon) - George Byron

   
IL PRIGIONIERO DI CHILLON
George Byron


"Il prigioniero di Chillon" fu scritto in Svizzera verso il 1816.
Sulle rive del lago Lemano, non lungi da Losanna, si scorgono ancora oggi le rovine di un antico maniero medievale, che la voce popolare definisce come la torre di Chillon. Il castello di Chillon sorge poco distante dall'imboccatura orientale del lago, e cioè in prossimità del punto in cui il Rodano sbocca nel lago.
Secondo una leggenda che ha qualche fondamento storico un nobile prigioniero fu rinchiuso per lunghi anni in quella torre, in una triste ed umida cella, e vi patì inenarrabili sofferenze.

Su questo tenue filo Byron ha costruito la sua operetta, in cui ha fatto del prigioniero di Chillon un personaggio "byroniano": un uomo grande e nobile, il cui retaggio è la sventura, che soffre nelle sua carne il prezzo inevitabile della sua grandezza, la sventura, ma che l'affronta con distacco e disdegno, senza opprimere il cielo dei suoi lamenti.
Il quadro del poemetto è tipicamente romantico..., vi si trova illustrata una delle idee più care a questa scuola, quello dell'indifferenza della natura verso le sventure dell'uomo che cerca invano un sentimento di corrispondenza nella sua serenità: essa non conosce altro sentimento che la sua eterna, immobile bellezza.

Cruda l'immediatezza rappresentativa di queste lettura..
Il compagno di prigionia del protagonista è morto nella piccola cella che essi dividevano: il prigioniero tenta di descrivere l'angoscia che lo coglie in quel momento terribile, in cui solo la fede in Dio gli impedisce di prendere decisioni estreme ed irrevocabili...., vacuità e fissità, due termini che rendono molto bene la situazione psichica di chi giace in uno stato di smarrimento estremo, avendo quasi perduto la nozione di ciò che lo circonda, e che non afferra più il mondo che attraverso una nebbia opprimente.
Vengono descritte le condizioni spirituali di un prigioniero che ha ormai perduto ogni speranza di liberazione e sente le sorgenti e le forme stesse della vita inaridirsi in lui (il "respiro immobile" rende assai bene questa condizione di una vita che non sussiste più che per forza di inerzia, per la forza cieca del principio vitale che non muore, anche se la coscienza o la volontà sono offuscate) è di una grande efficacia.
E' solo su questa terra..., tutti i suoi parenti sono morti: ma di questo stato di terribile solitudine egli si rallegra, poiché comprende quale strazio sarebbe stato per i suoi familiari il dover condividere con lui, sia pure al di fuori del carcere, la sofferenza della sua prigionia.
La prigionia in genere fa invecchiare rapidamente gli uomini.
Ingenuamente, il prigioniero pensa che anche il mondo esterno invecchi con lui, come se partecipasse esso pure della sua sventura, che gli sembra troppo grande perché possa essere riservata a lui solo.
La prigione abitua l'uomo a sentirsi schiavo: il prigioniero è come atterrito dalle vaste prospettive del mondo libero, esse lo commuovono ma ormai per la sua anima fiaccata rappresentano una realtà troppo superiore alle sue forze, ed è quasi con gioia che egli ritrova il familiare squallore della sua cella.
E' un tratto significativo della psicologia del prigioniero: egli ha finito con l'amare la sua condizione di vittima designata dal destino, si è affezionato alla sua parte, non sa rinunciare al privilegio duramente acquistato di poter accusare con il semplice suo esistere il cielo di ingiustizia: quindi persino la libertà non può non strappargli un lamento....

George Byron nacque a Londra nel 1788. Apparteneva ad una nobile famiglia nella quale non mancavano ad onor del vero antenati stravaganti. Ebbe una accurata educazione nei migliori collegi del suo paese, e la completò con un gran viaggio attraverso l'Europa del Sud intorno al 1808.
Al suo ritorno in Inghilterra (1812) pubblicò il suo primo grande poema, "Il Pellegrinaggio di Aroldo", che lo rese celebre in tutta l'Europa.
Nel 1816, anche a seguito di alcuni scandali nella sua vita familiare, lasciò definitivamente l'Inghilterra; visse da allora in Belgio, in Svizzera ed infine in Italia, dove fu introdotto nelle prime società segrete (i "carbonari") che cospiravano per la liberazione del nastro paese dal dominio straniero.
Nel 1824 partì per la Grecia per combattere al fianco di quel popolo insorto contro i Turchi che occupavano allora il paese; ma in Grecia doveva morire, di febbre, a soli 36 anni.
Byron è uno dei padri del romanticismo europeo: egli fu tra i primissimi a introdurre nella letteratura quel tipico personaggio romantico che è l'uomo in rivolta contro il proprio ambiente e contro la vita tutta così come è oggi cristallizzata in determinate forme sociali; fu tra i primi a cantare l'insoddisfazione dell'uomo grande di fronte al destino e alla sua vita di ogni giorno e ad esaltarne le aspirazioni infinite, l'indistinto anelare, la metafisica sofferenza.
L'uomo romantico, così come ce lo presenta Byron e quale lo ritroviamo nei suoi emuli, è il grande ribelle, il titano che sfida Giove autore del suo destino e la vita causa della sua sofferenza: uomo dall'animo gonfio di sentimento, che si esprime in un linguaggio raffinato e colmo di pathos, e che vive ai margini dai suoi simili, contro cui il cielo si accanisce con un sinistro furore e che lotta aureolato di una mistica grandezza. Byron amò l'Italia, alla causa della cui liberazione consacrò il suo tempo e il suo denaro, e che esaltò nei suoi versi con toni entusiastici ed immagini di grande risalto.
La sua morte in Grecia in difesa della libertà greca oppressa dai Turchi contribuì ad aureolare Byron di una fama di martirio, ed aumentò ancora la sua celebrità in tutta Europa.
L'influenza da lui esercitata fu immensa, e, tutto sommato, grandemente positiva.


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