venerdì 8 ottobre 2010

CARLO CATTANEO - Un leghista

   
 CARLO CATTANEO - Ritratto giovanile


Carlo Cattaneo e l'insurrezione milanese

Carlo Cattaneo è stata una figura di grande statura politica, morale, intellettuale, fu tra i principali esponenti col Ferrari e col Pisacane, di quella corrente di liberalismo radicale che si oppose al cauto riformismo dei moderati ed all'astratto rivoluzionarismo dei mazziniani.
Di esso mi limito, dopo averlo fissato con brevi cenni nel suo tempo, quindi essenzialmente al suo apporto, per molti versi decisivo, alla sollevazione di Milano.

Milanese (nato il 15 giugno 1801), allievo del grande giurista Domenico Romagnosi, laureatosi in giurisprudenza all'Università di Pavia nel 1824, si dedicò con ardore agli studi economici considerati fattori di civiltà.
Nel 1832 iniziò la collaborazione agli "Annali Universali di Statistica" e fondò nel 1839 il "Politecnico", salutato come il più illustre dei giornali dell'epoca.
Pochi anni dopo pubblicò le "Notizie naturali e civili sulla Lombardia", una esposizione scientifica completa sulla regione.
Dopo l'esperienza rivoluzionaria di Milano, riparò a Parigi, dove scrisse "L'Insurrection de Milan", poi rifatta in edizione italiana; recatosi quindi a Lugano, dedicò le sue cure allo "Archivio Triennale delle cose d'Italia" che ospitava scritti e memorie sui recenti avvenimenti.
Accorse nel 1860 a Napoli liberata da Garibaldi, in quell'estrema occasione che ai presentò ai democratici (e vi era anche Mazzini) per addivenire ad una Costituente italiana prima dell'annessione.
Fallaci speranze..., il Cattaneo si rinchiuse in uno sdegnoso isolamento, in cui lo colse la morte i1 6 febbraio 1868.


Sostenitore di una repubblica federale che ampia autonomia doveva lasciare ai comuni, alle province ed alle regioni, il Cattaneo guardava con sospetto alle pretese unitarie dei mazziniani e dei piemontesi, nè si dimostrava disposto a sacrificare la libertà all'unità.
Perciò riteneva che il primo obiettivo dei patrioti doveva essere quello di ottenere riforme ed autogoverno, senza scendere alla lotta armata..., ed a questi concetti in quella notte del 17 marzo ispirava il programma del "Cisalpino".
Ma quando il popolo impugnò le armi e le sorti della città si spostano sulle barricate, il Cattaneo comprende di essere superato dagli avvenimenti.
Nel vivo della lotta il teorico prudente ed avveduto si trasforma in un uomo di energica azione e direzione politico-militare.

Nessun patriota, forse, riuscì ad accantonare così rapidamente le proprie opinioni ed adeguarsi alla nuova situazione, comprendendone acutamente le vie difficili, ma obbligate di sviluppo, come il Cattaneo.
Quando egli assume il suo posto di combattimento, il 20 marzo, a casa Taverna e vi forma un Consiglio di guerra, ben più efficiente della Municipalità, l'insurrezione subisce una svolta politica e militare insieme.
La parola d'ordine del Comitato è quella della lotta ad oltranza.
Ciò significa sul piano militare isolare i centri di resistenza degli imperiali, respingerli verso i Navigli, prima, ed i Bastioni, poi, e qui, conquistata qualche porta, permettere agli aiuti esterni di arrecare un contributo decisivo alla battaglia...., ed è il disegno che trionferà.
Sul piano politico invece si tratta di combattere contro le tendenze al compromesso della Municipalità.
Per due volte il Cattaneo col suo appassionato intervento induce quest'ultima a respingere proposte di tregua.
La prima volta al parlamentare di Radetzky replica....

"Se il vostro Maresciallo è veramente mosso da senso d'umanità, una cosa solo può fare; può lasciare nel regno i soldati italiani... e condur fuori del confine tutti gli altri".

Ancora un'altra insidiosa proposta di armistizio (ora gli austriaci si accontentano non più di quindici, ma di sali tre giorni e vorrebbero escludere dalla tregua la campagna) perorata dai consoli stranieri il 21 marzo incontra l'energica opposizione del Cattaneo....
... "osservai che, dopo un nuovo giorno di vittoria, il richiamare dal combattimento i cittadini era divenuto ancor più difficile; che non conveniva dar agio al nemico di ritorcere tutte le forze sulla campagna... di far macello dei nostri soccorritori... Allora il conte Borromeo raccomandò di non dimenticare che si difettava di munizioni... non fu millanteria in me il rispondergli che il nemico, avendoci fornito fin'allora le munizioni, ce le avrebbe fornite ancora".

Infine si presenta alla Municipalità, che anche questa volta accolse il messo con favore ("la politica della municipalità ci dava quasi più faccende che non la guerra al maresciallo Radetzki" commenta il Cattaneo) il conte Enrico Martini, inviato da Carlo Alberto, che assicura l'aiuto piemontese purchè parta da Milano una richiesta d'aiuto, o meglio di "dedizione".

Allora il Cattaneo, rivolto ai municipali...

"Vi è dunque così molesto d'essere, una volta in vita vostra, padroni di voi? Iniziate l'era novella col rispetto a tutti i diritti e a tutte le opinioni... Quando l'avremo finita col nemico, quando la causa sarà vinta, allora vedremo. Allora potremo come negli altri paesi liberi, dividerci in quante parti vorremo".

A chi gli ricorda l'urgenza di soccorsi, replica che di Carlo Alberto, che già tradì una volta, non v'è da fidarsi, come del resto della Casa d'Austria.

Ma quest'ultima è straniera, si obietta.
Ed il Cattaneo...

"Signori, le famiglie regnanti son tutte straniere. Non vogliono essere di nessuna nazione; si fanno interessi a parte, disposte sempre a cospirare colli stranieri contro i loro popoli. Io ho la ferma credenza che dobbiamo chiamare alle armi tutta l'Italia e fare una guerra di nazione. Se poi il vostro Carlo Alberto sarà il solo che venga a soccorrervi, avrà egli solo l'ammirazione e la gratitudine dei popoli; e nessuno potrà impedire che il paese sia suo. In ogni modo è inutile che voi glielo diate; perchè se egli vince, il paese resta suo; e se non vince non sarà mai suo, nemmeno se glielo aveste a dare cento volte".

Il pensiero del Cattaneo, risulta qui magistralmente espresso, forse perchè si tratta di una congiuntura di estrema importanza, allorché, nel vivo della battaglia, vengono a focalizzarsi i destini del moto di liberazione.
Unità nella lotta, rinvio a dopo la vittoria della necessaria dialettica dei partiti e degli schieramenti politici e durante la lotta, rifiuto, o per lo meno accantonamento, di ogni pregiudiziale istituzionale che possa ipotecare un avvenire non ancora accertato.
La guerra ha da essere non di dinastia e di interessi limitati, ma nazionale, con la partecipazione di tutti (e qui il disegno democratico, che si allinea all'intuizione di un Mazzini, di un Garibaldi, di un Pisacane, manifesta la sua superiorità sull'iniziativa moderata: nè il Cattaneo nasconde le sue suggestioni federative verso un esercito di cittadini-soldati).
Ma l'educazione positivistica e tecnicistica del milanese lascia aperta la soglia al possibilismo di ogni soluzione e quindi di un eventuale successo dei moderato-costituzionali.
Una visione spregiudicata, avanzata, moderna.

Del consiglio di Guerra fanno parte, oltre al Cattaneo, Giorgio Clerici, Giulio Terzaghi, Enrico Cernuschi.


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UN INVERNO FREDDISSIMO - Fausta Cialente

   
UN INVERNO FREDDISSIMO 

Finalista del Premio Strega 1966 

Fausta Cialente 
(Cagliari, 1898 - Pangbourne - Inghilterra, 1994) 

Editore Feltrinelli - Milano 1966 

Prefazione di Valerio Riva







Fausta Cialente con "Un inverno freddissimo", si presentava allo Strega del 1966 in tono minore rispetto al suo precedente romanzo "Ballata Levantina".

Il romanzo è ambientato in una fredda Milano con tutti i problemi del difficile periodo che segue il dopoguerra, e la Cialente unisce l'introspezione psicologica e la ricostruzione dell'ambiente.

Qui abbiamo, certamente, un personaggio riuscito, il personaggio di Camilla, una donna forte, consapevole dei propri doveri, saldamente ancorata ad alcuni principi eppure lievitante di turbamenti, di desideri, di nascosti squilibri.

E abbiamo, soprattutto, un'atmosfera che la scrittrice crea non già con una descrizione dall'esterno, bensì attraverso l'intrecciarsi delle riflessioni, dei pensieri, delle impressioni dei varii personaggi, che riescono cosí a scandire il tempo di una vita collettiva, apparentemente monotona nel ripetersi quotidiano dei gesti e delle azioni e, in realtà, ricchissima di progetti, di desideri, di sconforti, di sogni.

Con la rappresentazione di una simile atmosfera si trova perfettamente in chiave il modo di raccontare della Cialente, quello stile che ha il ritmo uguale di un respiro non affannoso, che sembra fasciare i pensieri aderendo alle loro intime pieghe e li sgomitola uno dietro l'altro con ondine e, talvolta, anche con una certa lentezza.


ALTRE OPERE

Cortile a Cleopatra - 1936
Ballata levantina - 1961
Le quattro ragazze Wieselberger - Premio Strega 1976




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QUESTA SPECIE D'AMORE - Alberto Bevilacqua

  
QUESTA SPECIE D'AMORE 

Alberto Bevilacqua (Parma, 27 giugno 1934)

Vincitore del Premio Campiello 1966 





Il Campiello ha trovato il modo di premiare Bevilacqua che non era riuscito a vincere il Viareggio.






Siamo verso gli anni Sessanta.
Federico confessa alla moglie, teneramente ma anche crudelmente, la disperata sua angoscia esistenziale, la sua incapacità di adattarsi alle convenzioni matrimoniali.
Federico ama sempre sua moglie, ma dopo solo due anni la convivenza gli opprime l'anima.

Questo suo mondo gli sembra ipocrita ed è pervaso da una profonda angoscia e delusione.
Per colmare il vuoto che ha dentro vorrebbe regalare un figlio alla sua consorte.
Ma è sempre in lotta con se stesso, e in un lungo monologo rievoca immagini del passato in cui riporta a galla il suo giovanile matrimonio con una ricca straniera.
Nel finale, la madre lo aiuta ad aprire il suo cuore alla moglie, e così può accettare di vivere serenamente questa "specie d'amore".


Il romanzo di Bevilacqua, "Questa specie d'amore", è più maturo di quello precedente (Il mito doloroso), anche se, proprio per essere il prodotto di una ricerca non ancora conclusa, non manca di qualche squilibrio.

E' più maturo per il dominio che Bevilacqua ci dimostra del mezzo espressivo, del materiale linguistico.

E' più maturo per l'equilibrio con cui lo scrittore ha saputo assimilare le suggestioni di alcune moderne teorie sul romanzo (il racconto in prima persona, la trasposizione dei piani temporali, il trasferimento dei dati oggettivi nei riflessi che essi hanno nella coscienza e così via), respingendo il commercio delle facili formule e puntando di conseguenza, a una propria proposta autonoma.

E' più matura per l'approfondimento ideologico di aspetti salienti della vita contemporanea: a cominciare dalla contrapposizione di morali diverse o dalla dimensione che può assumere la solitudine quando ci si fonda sul compromesso, per finire all'analisi del mito del successo e dei guasti che esso opera nelle coscienze.


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GIULIO CESARE

   


Cesare è il più grande genio politico e militare di tutti i tempi.
Nè Alessandro Magno nè Napoleone possono stargli a fronte.
Nell'uno la critica storica più recente ha riconosciuto un eroe, ma ne ha molto diminuito il talento politico e militare attribuitogli dalla tradizione: i suoi disegni politici erano grandiosi, ma chimerici..., le sue vittorie furono, in gran parte, opera dei suoi generali.
Nell'altro, il politico non fu certo pari allo stratego: se Napoleone fu un grande genio militare, sono innegabili gli errori politici, numerosi e gravissimi, ai quali egli dovette la sua caduta.
Prima di Cesare, Annibale fu, nel mondo antico, stratego grandissimo e politico abilissimo..., ma la sua abilità politica non trascende troppo il livello raggiunto da parecchi re e strateghi ellenistici.

Cesare fu un genio molto più universale: la sua opera non poteva essere effimera.
Egli fu, prima di Augusto, il vero fondatore dell' Impero romano..., Augusto non fu che un continuatore della sua opera.

Non è qui il caso di raccontare la vita di Cesare in tutti i suoi particolari.
Nato l'anno 102 avanti Cristo (la data proposta da Luciano Canfora sembra più probabile dell'anno 100 attestato dalla tradizione), il 13 del mese Quinctilis, che poi più tardi fu chiamato Julius in suo onore da un'antichissima famiglia patrizia, la gens Iulia, che si vantava di discendere da Iulo, figlio di Enea, ma da una madre plebea, fino a quarant'anni ebbe un "cursus honorum" comune.
Se anche un finissimo osservatore come Silla ebbe, il presentimento delle sue straordinarie capacità, quello che egli fece fino al consolato non trascende di troppo il livello del nobile romano ben dotato.
Le parole di vergogna e di rammarico che egli avrebbe pronunziate a trentadue anni davanti a una statua di Alessandro Magno.... "Alla mia età, egli aveva conquistato il mondo..., e io non ho fatto ancora nulla!"..., difficilmente sono autentiche; eppure adombrano la verità.
Partigiano deciso di Mario sotto la dittatura di Silla, complice di Catilina nella prima congiura, questore, edile, pontefice massimo, pretore, non dette ancora misura intera di sè: del resto, sapeva nascondere benissimo la sua ambizione profonda sotto un'eleganza raffinata, e preferiva esser noto a tutti, piuttosto che per la sua capacità, per la prodigalità e per l'amore dei piaceri.
Fin da giovane, fu, però, grande oratore: il più grande rappresentante degli attivisti, sobrio, preciso, elegante, come quegli oratori attici che egli, e quelli del suo indirizzo, avevano a modello.
La grande carriera politica di Cesare comincia con l'accordo segreto tra lui, Pompeo c Crasso, malamente detto primo triumvirato (60), che gli assicurò l'elezione al consolato per l'anno seguente (59): fu il famoso consolato "di Giulio e di Cesare", durante il quale fece votare una legge agraria e governò Roma senza collega (il povero Bibulo, sempre all'opposizione di ogni disegno di Cesare, si ridusse a non uscir più di casa).
Conseguenza del consolato fu il proconsolato delle Gallie, avvenimento capitale non solo della vita di Cesare, ma della storia di Roma.
Questo comando, datogli per cinque anni nel 59, gli fu. rinnovato ancora per cinque anni nel convegno dei triumviri a Lucca nell'aprile del 56: così egli potè governare per otto anni senza interruzione le Gallie e intraprendere e compiere la conquista della Gallia indipendente.

Le conseguenze della conquista sono incalcolabili.
Essa dette praticamente nelle mani di Cesare lo Stato romano: senza la conquista, non sarebbe mai diventato dittatore.
Com' è stato detto eccellentemente, "se a Roma, qualche anno dopo, Cesare potè apparire come un monarca, ciò avvenne perché egli aveva nella Gallia fatto trionfare un'idea imperiale".
Ancora più importante è il fatto che, romanizzando la Gallia, Cesare creava un potente antemurale contro le minacce barbariche.
Nessuno può dire quale sarebbe stato il destino di Roma, se la Gallia non fosse stata romana.
La conquista e la conseguente assimilazione della Gallia dettero all'Europa occidentale la sua forma moderna; e giustamente i Francesi, almeno i più intelligenti, pur ammirando in Vercingetorige l'eroe nazionale gallico, celebrano in Cesare il padre della loro civiltà, che è civiltà romana.

Dopo la conquista, Cesare si trovò a capo d'un esercito vittorioso che era il più forte e il più disciplinato che il mondo antico abbia mai conosciuto.
Morto Grasso a Carre nel 53, il conflitto tra i due triumviri superstiti era fatale: l'ideale politico di Cesare non poteva essere l'utopîa del "princeps civitatis", del "moderator rei publicae", vigilato dal senato, schiavo dell'aristocrazia, che Cicerone esaltava nel "De re publica" e Pompeo cercava d'incarnare nella realtà.
Non è qui il caso di esporre la lunga e complessa questione giuridica che portò al passaggio del Rubicone (10 gennaio 49) e allo scoppio della guerra civile, nè i vari avvenimenti di questa guerra: la sconfitta di Durazzo, le vittorie di Farsalo, di Tapso, di Munda.
Tornato finalmente a Roma nel 46, Cesare celebrò un quadruplice trionfo, sui Galli, sugli Egiziani, sugli Asiatici, su Giuba re di Mauritania.
Dittatore a vita, imperator a vita, in tre anni svolse una prodigiosa attività riformatrice, soprattutto in senso sociale.
Altre maggiori riforme preparava, insieme con la guerra contro i Parti, quando fu ucciso da una congiura di vecchi repubblicani e di cesariani malcontenti (idi di marzo del 44).
Tutti gli imperatori, Augusto per il primo, prendendo il nome di Cesare, si dissero implicitamente suoi eredi e continuatori: riconobbero, cioè, in lui il vero fondatore dell' Impero.

Della grandezza di Cesare scrittore, nessuno ha mai dubitato.
Il suo avversario politico Cicerone, che per Cesare non ebbe mai simpatie sincere, ammirò certo sinceramente i suoi "Commentarii"...., "nudi, venusti, tamquam veste detracta" li giudicava; e tali veramente sono.
E aggiungeva... "Egli voleva fornire ad altri la materia per scrivere la storia; ma soltanto sciocchi senza gusto potrebbero accogliere una tale offerta, per imbellettare quelle pagine. In realtà egli tolse a ogni uomo assennato ogni intenzione di scrivere: perchè niente è più gradito nella storia di quella pura e luminosa brevità".

I titoli comuni "De Bello Gallico", "De Bello civili" sono scolastici, e non risalgono oltre il Rinascimento.
I titoli autentici sembrano essere stati "Commentarii Belli Gallici", e "Commentarii Belli civilis"; oppure il titolo unico era "C. Iulii Caesaris Commentarii rerum gestarum", e ognuna delle due opere, aveva un sottotitolo: ""Bellum Gallicum" e "Bellum civile".
Al titolo "Commentarii" mal corrisponde il nostro "commentarii": esso non ha il senso comunemente attribuitogli di "memorie", ma significa: "note, appunti", come provano, tra l'altro, le traduzioni della parola greca negli scrittori greci.

Non si può dire con sicurezza quando il "Bellum Gallicum" fu scritto.
Ma è molto probabile che esso sia stata scritto non nei vari anni dal 58 al 52, a mano a mano che si svolgevano gli avvenimenti, ma tutto nel 52, dopo le vittorie contro Vercingetorige.
Certo, fu scritto in brevissimo tempo: "nos etiam quam facile alque celeriter eos perfecerit scimus", afferma Irzio; e della sua testimonianza non si può dubitare.
In sette libri, il "Bellum Gallicum" contiene la narrazione di sette anni di guerra..., il libro ottavo non è di Cesare, ma di Irzio.

Cesare non parla di sè volentieri, non si attribuisce eroismo nè genialità strategica, non esagera mai la parte da lui avuta negli avvenimenti.
Eppure, si sente tutta la sua grandezza dappertutto: nelle sue decisioni rapidissime, nelle sue esortazioni ai soldati, nell'eroismo che sempre i soldati dimostrano quando combattono in "conspectu Caesaris".
Basta uno scorcio, perchè baleni intera la personalità gigantesca del comandante, che tiene in pugno il suo esercito e ne sa ottenere tutto quello che vuole.
L'impassibilità di Cesare ha qualche cosa di grandioso e di misterioso.

Nessun odio egli ha per il vinto, ma nessuna pietà.
Basta ricordare come è annunziata la resa di Vercingetorige che col suo indomito valore aveva minacciato d'annullare la conquista gallica: "Vercingetorix deditur; arma proiciuntur".
Oppure la morte di Pompeo: "Alexandriae de Pompeii morte cognoscit".
Una tale impassibilità è grandezza, sia pur misteriosa e sovrumana grandezza.
Lo stile è antidrammatico, antirettorico: semplice, elegante, monumentale.
Tutto cose, sembra nascere dalle cose stesse.
Accanto alla vivacità drammatica e rude di Sallustio, alla dolce sonorità ciceroniana, lo stile di Cesare è originalissimo e singolarissimo.
Sallustio sarà imitato, Cicerone sarà imitato..., Cesare scrittore è inimitabile.
"Stile dà soldato" pare che definisse egli stesso il suo stile.
Ma la sua semplicità è semplicità voluta: benchè Cesare scriva in brevissimo tempo, lo stile è raffinato egli ha la raffinatezza suprema di chi disprezza gli ornamenti.
L'arte di Cesare sembra soltanto naturalezza..., ed è una fusione miracolosa di raffinatezza e di forza.
Perfino il purismo diventa in lui buon gusto, e buon gusto soltanto: se il linguaggio di Sallustio rivela qualche cosa di artificioso, di sforzato, di cangiante, quello di Cesare ha la purezza delle cose cristalline.


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GABRIELE LUIGI PECILE - Agronomo e politico italiano (Agronomist and political Italian)

   
GABRIELE LUIGI PECILE
Fagagna 1826 - Udine 1902


Il mezzo secolo di dominazione austriaca in Friuli e, in genere, nel Lombardo Veneto, è segnato da una stasi mortificante dell'economia agricola, già gravemente malata dalla filossera che distruggeva i vigneti e dalla epidemia che colpiva i gelseti.

Una famiglia, i Pecile di Fagagna, furono i soli a preoccuparsi di una situazione contadina al limite della fame.

Cominciò Gabriele Luigi (nato a Fagagna l'11 novembre del 1826 e morto a Udine il 27 novembre del 1902), laureatosi a Vienna e, già nel 1849, membro autorevole dell'Associazione Agraria Friulana: proprietario dì terreni a Fagagna e a San Giorgio della Richinvelda, si interessò ai problemi dell'agricoltura con un'infinità di scritti sul Bollettino dell'Associazione Agraria, relativi alla zootecnia, alla viticoltura, alla bachicoltura e insistendo soprattutto sulla necessità di un insegnamento tecnico agrario nelle scuole, come rimedio principale.

Laico, nel senso ottocentesco, fu eletto deputato per il Collegio di Gemona dopo l'annessione del Friuli all'Italia e fervente anticlericale nella soppressione di istituti e enti retti da congregazioni religiose.

Scaduto nel 1876 il suo mandato parlamentare, fu nominato nel 1880 senatore del Regno. Per otto anni - dal 1890 al 1898 - fu anche sindaco di Udine.

Si interessò, nelle sue diverse esperienze amministrative, per lo sviluppo delle ferrovie e delle tramvie, del piano regolatore della città di Udine e di irrigazione agraria.

Formatosi secondo un paternalismo tipico di quelle generazioni, dimostrò convinzione e fede nelle intenzioni di ovviare ai mali della sua terra, promuovendo nuove metodologie e tecniche agrarie.

Non gli sfiorò nemmeno lontanamente l'idea di dover toccare i privilegi della borghesia rurale e della proprietà, né tanto meno del capitale: le classi subalterne erano senza diritti. 


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BENOZZO GOZZOLI (1420-1497)

 
AUTORITRATTO DI BENOZZO GOZZOLI
Cappella dei Magi - Palazzo Medici Riccardi - Firenze


Benozzo Gozzoli, nome con il quale è noto il pittore Benozzo di Lese (Firenze 1420 - Pistoia 1497), entra nel 1444 nella bottega del Ghiberti, e lavora per un triennio alla seconda porta del Battistero di Firenze..., nel 1447 va con Beato Angelico ad Orvieto dove collabora alla dipintura della Cappella di San Brizio nel Duomo della città, e dal pio monaco eredita più le grazie terrene che gli accesi spiriti della fede.
Con lui va anche a Roma fino alla metà del 1449, dove dipinge nella cappella niccolina, e, tra il 1450 ed il '52, invitato a Montefalco nell'Umbria, dipinge dodici affreschi con la vita del Poverello nella chiesa del santo.

Gli esempi d'Assisi sono una semplice traccia del ciclo, ché Fra Giovanni e la sua scuola forniscono gli elementi delle composizioni e qualche spunto ben visibile.
Le figure ancora secche e goffe non liberano i movimenti dal monotono impaccio delle vesti..., i corpi hanno un'incerta struttura..., le teste con gli occhi imbambolati mostrano talora forte o affettuosa compunzione, ed i ridenti paesi si spiegano fra monti e valli.

A Viterbo, Benozzo eseguisce le nove storie di Santa Rosa nella chiesina omonima, distrutte nel Seicento, e non migliora lo stile né in una "Madonna e quattro santi" (1456) della Pinacoteca di Perugia né in altre pitture religiose.
Imprevedibile è il progresso fatta nella decorazione della cappella di Palazzo Riccardi in Firenze (1459).
Intorno alla pregevole "Natività" di Filippo Lippi - oggi nel Museo di Berlino - lussureggiava su tre pareti la fantasia dell'apparatore.
Il corteo dei "Re Magi" (Cosimo, Piero e Lorenzo de' Medici) a cavallo, con abiti di broccato, scintillanti d'oro e di gemme, comprende, fra i ritratti dei fiorentini contemporanei, il patriarca di Costantinopoli e l'imperatore Giovanni Paleologo.
Quella folla parlante, in cui non si desiderano i paggi, percorre le difficili strade che girano intorno alle rocce, mentre la campagna toscana si apre luminosa e quasi abbigliata negli sfondi degli "Angeli in adorazione".
Il colorito vistoso ed il materiale commento della suntuosità medicea si attenuano e si svisano nella "Vita di Sant'Agostino" a San Gimignano..., qui Benozzo continua a tramandare, con il segno aspro del fisionomista e con il sussiego del cerimoniere, l'aspetto dei suoi compatrioti, ma negli sfondi si rinnovano le architetture...., notevole il gusto del colore pungente e fantasticvo che caratterizza il paesaggio.

La grandiosità dei soggetti non conosce ritegno sulle vaste pareti del Camposanto di Pisa..., la "Torre di Babele" accozza anacronismi..., e la perduta "Visita della regina Saba" doveva esporsi allo stesso pericolo.



GRAZIADIO ISAIA ASCOLI - Linguista autodidatta friulano (Linguist Friulian)

  
GRAZIADIO ISAIA ASCOLI
Linguista autodidatta friulano (Gorizia 1829 - Milano 1907)


Questo mio illustre corregionale si guadagnò fama internazionale con ricerche linguistiche indoeuropee.
Graziadio Isaia Ascoli mi ha decisamente incuriosito e mi ha appassionato la sua storia personale in quanto rispecchia un po' la mia, in quanto anche io sono, con le dovute proporzioni, un autodidatta.
Mi interesso di molteplici cose, come la divulgazione della lingua friulana nelle comunità locali della mia zona del Basso Friuli, nelle quali i bambini si ritrovano e si confrontano solamente per apprendere l'oramai quasi dimenticato linguaggio della loro terra natale.
Ora mi piace tracciare alcuni passi della vita di questo personaggio del mio Friuli che si è prodigato in questo senso e a portare per iscritto la conoscenza dell'idioma e della cultura friulana, e non solo, nel mondo.


Graziadio Isaia Ascoli mise piede per la prima volta in una scuola a trentadue anni: per coprire la cattedra, nel 1861, di glottologia e lingue orientali all'accademia scientifica e letteraria di Milano.

Ed era già il più famoso glottologo italiano, autodidatta, nato i 16 luglio del 1829 a Gorizia, in una famiglia di proprietari di cartiere e filande.

Apprese privatamente il latino e il greco..., da buon israelita imparò l'ebraico e l'aramaico e, per vivere in quella città quasi cosmopolita, si perfezionò nell'italiano, nel friulano, nello sloveno e nel tedesco.

Allievo di grandi maestri (lo fu anche di Jacopo Pirona), si dedicò agli affari di casa, ma altrettanto agli studi di un tipo non certo allora diffuso, con una prima pubblicazione nel 1846 "Sull'idioma friulano" e sulla sua affinità con la lingua valaca.

Aperto alle acquisizioni della glottologia europea, vi si dedicò anima e corpo, avvicinandosi agli studiosi esteri con pubblicazioni proprie, "Studi orientali e linguistici", sulle lingue sanscrita, gotica, greca, zenda, tedesca, araba e amarica.

Entrato senza più discriminazioni tra i massimi conoscitori di questa "Storia comparata delle lingue classiche e neolatine", si trasferì a Milano per l'insegnamento.

Pubblicò allora una serie di studi critici, orientali e linguistici, sul nesso ario-semitico, sulla parlata zingara e nel 1873 diede inizio ad una rivista italiana di glottologia, lo "Archivio Glottologico Italiano", che poteva competere con le altre analoghe iniziative in Germania, Francia, Inghilterra e Svizzera.

Il primo volume fu quei "Saggi ladini" (1873), clamorosa prova dell'automomia linguistica del friulano nel sistema neolatino e dell'unità delle parlate alpine tra i Grigioni e la Venezia Giulia...., questi scritti stanno alla base della moderna dialettologia.

Oltre un centinaio di titoli in una laboriosa e infaticabile produzione scientifica: dalla dialettologia italiana, ladina, franco-provenzale all'antica lingua celtica.

Nel "Proemio", trattando la questione della lingua, rifiutò la soluzione fiorentina manzoniana, sottolineando il legame tra la lingua e la vita civile.

Nelle "Lettere glottologiche", scritte nel 1887, enuncia la teoria del sostrato, secondo la quale quando una popolazione impone a un'altra a lei sottomessa il proprio linguaggio, quello della popolazione sottomessa (detto di sostrato) filtra attraverso lo strato superiore del linguaggio dominante producendovi alterazioni più o meno considerevoli.

Graziadio Isaia Ascoli, morto a Milano il 21 gennaio del 1907, può considerarsi uno dei protagonisti della moderna glottologia. 


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IRENE DA SPILIMBERGO (Pittrice friulana)

PACIFICO VALUSSI (Giornalista e politico)

JACOPO TOMADINI (Sacerdote musicista)

CATERINA PERCOTO - Scrittrice di novelle e racconti in lingua friulana)

PROSPERO ANTONINI (Storico e patriota italiano)

VALENTINO OSTERMANN (Il primo folclorista friulano)

GRAZIADIO ISAIA ASCOLI (Linguista friulano)

GABRIELE LUIGI PECILE Agronomo e politico italiano)

ANTONIO ANDREUZZI (Patriota friulano)

GIACOMO CECONI (Architetto friulano)

GIOVANNI MARINELLI (Geografo italiano)

OLINTO MARINELLI (Geografo friulano)

ARTURO MALIGNANI (Applicazioni in Friuli dell'energia elettrica)

RAIMONDO D'ARONCO e la sua opera liberty

BONALDO STRINGHER (Politico ed economista)

DOMENICO PECILE (Agronomo)

ANTONIO BATTISTELLA (Storiografo friulano)

PIETRO ZORUTTI - Poeta friulano

MICHELANGELO GRIGOLETTI (Pittore friulano)

LEONARDO ANDERVOLTI - Condottiero friulano nel Risorgimento - Lotta per la libertà

TINA MODOTTI (Fotografa)

GAE AULENTI (Architetta)
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