mercoledì 20 luglio 2011

* GIAMBOLOGNA (Jean de Boulogne o Boulogne, 1525 circa – 1608)



Fontana di Nettuno - Bologna







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Vita di Benvenuto Cellini (The life) - J. Wolfgang Goethe


La saliera di Francesco I

Chi non conosce La vita di Benvenuto Cellini "scritta per lui medesimo in Firenze"? Pagine mirabili per energia e piglio narrativi, un autentico capolavoro della nostra letteratura e in fatto di autobiografie certamente tra le più avvincenti.
Ne viene fuori un personaggio irrequieto, vagabondo, carico di rancori e di amori, fanatico della sua arte e pronto a difenderla in ogni modo. Una vita tutt'altro che tranquilla dunque: liti, querele, prigioni, processi e risse da cui c'è scappato anche il morto.
Cellini era un uomo impetuoso, dalle reazioni immediate, semplice e fiero ad un tempo. Nato a Firenze il 3 novembre del 1500 vi morì il 14 febbraio del 1571: tra queste due date stanno i suoi viaggi, il suo girovagare a destra e a sinistra per l'Italia (Siena, Bologna, Napoli, Venezia, Ferrara, Padova, Mantova, ecc.) e poi in Svizzera e in Francia: «dissi ch'io ero un uomo nato libero, e così libero mi volevo vivere... e come lavorante libero volevo andare dove mi piaceva... e chi mi voleva, mi chiedesse a me ». Così egli si esprime.
Questo suo girovagare tuttavia si dispone intorno a tre residenze più costanti: a Roma, dove lavora per Clemente VII e Paolo III (1630-40); a Parigi presso Francesco I (1540-45): e infine a Firenze dove, dopo il definitivo ritorno dalla Francia, resterà sino alla fine dei suoi giorni.
Non ebbe neppure una vita familiare normale: passava da donna all'altra e finì con lo sposare l'ultima sua amante a sessantacinque anni.
Egli però in mezzo ai suoi eccessi e ai suoi furori, era anche un uomo generoso, un uomo devoto al padre e alla madre e, in particolare, amorevole verso i nipotini orfani. Ma l'amore più forte d'ogni altro fu per il Cellini l'amore per la sua arte.
E' sufficiente però, per spiegare, la vita vagabonda del Cellini, chiamare in causa soltanto il suo carattere o il suo temperamento? Goethe risponde negativamente a questa domanda e propone di cercare una risposta più esauriente nelle circostanze storiche che si erano andate determinando in Italia nel Cinquecento.
Benvenuto Cellini proveniva dagli strati giù genuini del popolo fiorentino. Se fosse vissuto nel XV secolo, con ogni verosimiglianza, avrebbe lavorato sino alla fine dei suoi giorni nella città natale come cesellatore e scultore. Così fece Lorenzo Ghiberti. Il suo legame con le vecchie tradizioni popolari all'inizio della sua carriera era abbastanza solido. Ma i tempi tranquilli in cui Ghiberti fondeva le porte di San Giovanni, modellava le statue per la nicchia di Or San Michele e cesellava le tiare dei papi fuggiaschi che cercavano rifugio a Firenze, erano irrimediabilmente passati. Dopo il Savonarola, dopo il sacco di Roma, dopo l'assoggettamento di Napoli e di Milano, la tesoreria fiorentina non era più in grado di finanziare grandi lavori di abbellimento della città, e né alla corporazione di Calimana, né a quella della Lana, in generale a nessuna delle vecchie corporazioni rimanevano tanti fondi disponibili per venire in aiuto all'erario. Numerosi maestri non avevano lavoro sufficiente in patria. Benvenuto lasciò Firenze, come facevano molti altri.
Nella diversa situazione storica è possibile dunque spiegare, per molti aspetti, anche l'irrequietezza e l'instabilità di molti artisti del Cinquecento e del Cellini in particolare.


La Ninfa di Fontainebleau

Cellini ha lavorato come orafo e come scultore. Come orafo egli è stato insuperabile per finezza, gusto, eleganza ed estro. Purtroppo dei suoi molti lavori di oreficeria la più gran parte è andata perduta, ciò non ostante quello che ci rimane basta a farci comprendere com' egli fosse veramente maestro sommo in quest'arte e quanto giustamente stimato dai suoi contemporanei. Si veda, ad esempio, La Ninfa di Fontainebleau, o il Sigillo di Ippolito d'Este, o la Saliera di Francesco I.


Sigillo di Ippolito d'Este

La reggia di Fontainebleau era allora il centro del manierismo. Cellini tuttavia, malgrado la sua abilità e preziosità, non è mai o quasi mai caduto in un vacuo formalismo. In lui il senso della bellezza era ancora un ideale rinascimentale di viva fora, in lui il sentimento terrestre dell'uomo, della sua vitalità, della sua fisicità e della sua armonia, era un sentimento genuino e sincero. Questo è i1 motivo per cui le sue creazioni sono ancora oggi cosi ricche di suggestione.
Oggi qualche critico tende a sottovalutare la perfezione dell'arte celliniana, tende cioè a considerarlo più abile che ispirata, più elegante che viva. Ma il fatto è che l'eccelsa perfezione formale del Cellini fa parte integrante della sua ispirazione, essa era il suo modo di concepire l'immagine della bellezza. Come è pure ingiusto considerare Cellini miglior orafo che scultore.


Perseo - Loggia dei Lanzi

Benvenuto Cellini è uno scultore di talento superbo. Forse il Perseo che è sotto la Loggia dei Lanzi, a Firenze, non è la sua statua migliore; ma certamente anch'esso è un alto esempio dì stile e dì energia plastica: e si guardi il bassorilievo del basamento della statua (Perseo che libera Andromeda) dal quale incantevole scioltezza e quale acutezza formale!


Perseo che libera Andromeda

 Ma del Perseo è bene vedere il modello in cera che è al Museo Nazionale del Bargello di Firenze. E così, di sicura bellezza, sono l'Apollo e Giacinto e il Narciso sempre del Museo Nazionale di Firenze.


Narciso (1548)


Apollo e Giacinto (1458)

L'unico maestro che il Cellini riconosca è Michelangelo. Nella "Vita" egli afferma.... "Attesi continuamente in Firenze a imparare sotto la bella maniera di Michelangelo e da quella mai mi sono spiccato".
E certo, di Michelangelo egli ebbe il culto di una forma viva, tesa, espressione di un'alta idea del bello di cui l'uomo è misura, anche se poi nel Cellini tale forma inclina talvolta volentieri a piacevolezze e compiacimenti che il genio Michelangelo avrebbe disdegnato.
Benvenuto Cellini, così, come uomo e come artista, resta senza dubbio una delle personalità più forti del Cinquecento italiano, un vero figlio del Rinascimento, in un'epoca in cui i valori del Rinascimento già declinavano.


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BENVENUTO CELLINI - Orefice e scultore


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BENVENUTO CELLINI - Orefice e scultore (Goldsmith and sculptor)

   

Perseo e la Medusa

Benvenuto Cellini (1500-1571) orefice, cesellatore e scultore fiorentino, detta la sua “Vita” con la più fresca spontaneità del linguaggio popolare, e non scrupaleggia nell'ammirare se stesso e nel descrivere i propri fatti e le proprie colpe.
Stranissimo, vendicativo, superstizioso e tracotante, non stette fisso in patria, ma si trasferì da città a città, facendo più lunga dimora in Roma, e trattenendosi cinque anni a Parigi, protetto da Francesco I.
Ritornato a Firenze nel 1545, fuse il Perseo della Loggia dei Lanzi, per ordine del duca Cosimo.
Il bozzetto di cera, che si custodisce nel Museo Nazionale, è superiore alla statua che esprime le fattezze acerbe del giovane, il quale innalza la testa sanguinante di Medusa, abbassa lo sguardo sul corpo della vittima, e stringe la spada con giusta ponderazione ed elegante vivezza.
L'epigramma contemporaneo: “corpo gigante, gambe da fanciulla” che si diffuse a dispetto della minaccia incisa sulla base: “Te fili mi, si quis laeserit, ultor ero”, esagera un lieve difetto di proporzioni, e tace della modellatura qua e là debole.
I rilievi del piedistallo abbondano di particolari, trattati con la secca sottigliezza dell'orafo e con lo stilizzamento figurativo della scuola di Fontainebleau...., mette conto d'osservare la graziosa Andromeda e la concitata Finea.


 Cosimo I


Bindo Altoviti 

Dei busti di Cosimo I e di Bindo Altoviti (Firenze, Museo Nazionale) il secondo è certo il migliore per l'esecuzione e la semplice naturalezza.


 Saliera di Francesco I 

La sola opera d'oreficeria giuntaci, la Saliera di Francesco I (Vienna, Museo già di Corte), ha la base ovale e le perfette figure di Nettuno e della Terra sporgenti dalla navicella.
Tutto il resto si perse: dal bottone di piviale agli smalti e dalle gemme rilegate alle anfore.


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Vita di Benvenuto Cellini - J. Wolfgang Goethe


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lunedì 18 luglio 2011

MICHELANGELO SCULTORE (Sculptor) e suoi seguaci

  
MICHELANGELO SCULTORE


Il padre dell'arte moderna è soprattutto scultore. La guida del vecchio Bertoldo nel giardino-museo di San Marco in Firenze non impedisce al giovinetto di staccarsi risolutamente dalla plastica contemporanea e di comprendere l'antichità, facendosene scolaro e non imitatore. Il realismo del secolo XV non sa costringere nelle sue spire materiali il genio che rompe le consuetudini con l'anima appassionata,, e che lotta con lo scalpello per le più alte realizzazioni del pensiero, o per liberare dal marmo uno spirito sovrumano o per infondere nella sostanza compatta i riflessi del suo carattere impetuoso.
Le placide armonie della bellezza non possono sedurlo...., egli è l'apostolo della libertà in arte, ed i soggetti gli sono imposti dal suo volere non arrendevole ai comandi.


Pietà Bandini (Deposizione)

L'abbozzo e l'incompiuto sono talora indizi violenti di un'idea che vuol essere studiata e che riassume uno stato d'animo...., una volta si credeva erroneamente che la furia, la “terribilità” del ferro, aggredendo il blocco, lo sciupasse con l'imprevidenza delle misure, ma oggi la critica è meno empirica. I soli esseri umani meritano di partecipare alla grandezza e alla sofferenza del creatore, la cui vita è un dramma che ha per epilogo, eternato nella pietra, la “Pietà Rondanini” e la “Deposizione” (Pietà Bandini) di Firenze.
Il “gusto delle dissonanze” piega duramente le forze ed esagera le attitudini, ma così vuole l'istinto conosce il proprio fine, e che raggiunge effetti nuovi con mezzi minimi, circoscrivendo i corpi contratti nei vivi volumi della massa plastica.


Combattimento dei Lapiti e dei Centauri


Il bassorilievo con il “Combattimento dei Lapiti e dei Centauri, (Firenze,Museo Buonarroti, 1493-94 circa) agita i nudi atleti, ed i movimenti s'intrecciano e si scompongono con una scienza quasi orgogliosa dell'anatomia muscolare.


Bacco di Michelangelo - 1496-97
Firenze – Museo Nazionale del Bargello

Nel “Bacco ebbro” (Firenze, Museo Nazionale del Bargello, 1496-1497) si avverte il contatto con le sculture della decadenza romana, copie di copie, ma la “Pietà” (Roma, San Pietro, 1497-1500 circa), esce dagli studi preparatori e riunisce due figure, senza alcuna secchezza naturalistica. I rilievi tondeggiano, ed il Cristo nudo - con una spalla rialzata in avanti e la testa riversa, che denotano gli spasimi dell'agonia - non pesa sulle ginocchia della Madre, la quale si curva, dolce e fine come un'immagine primitiva, e non piange. Il contrasto fra il corpo tornito del Salvatore e le profuse e spezzate panneggiature tende a costruire il gruppo, ma non ne definisce la coesione.


Pietà - San Pietro


Dal grosso pezzo di marmo nel quale Agostino di Duccio aveva cominciato un profeta per il Duomo di Firenze, Michelangelo ricava un gigantesco “David” (Firenze, Accademia di Belle Arti, 1502-1504),nato per l'aria libera della Piazza della Signoria.


David - Michelangelo

L'adolescente ha la forza d'un adulto, e l'età disarmonica dello sviluppo si distingue nella sproporzione fra il torace e le grosse mani dalle vene gonfie. L'avversione alle attitudini convenzionali della vecchia estetica diviene palese nell'apertura a triangolo delle gambe che, nella sua frontalità, conferisce al corpo un senso di momentanea sospensione, assai diversa da quella dell'Apollo di Belvedere. La testa non ha l'aria della vittoria: la fronte si corruga, la bocca è acerba, e lo sguardo, fra malinconico e sprezzante, richiama Lorenzo e Giuliano de' Medici, i ritratti lirici del soggettivismo michelangiolesco.


Cupido

Affine al “David” è il “Cupido” che tende l'arco (Parigi, Museo del Louvre), e il primo indizio d'ansia misteriosa, radicata nel marmo, ce lo porge l'abbozzo del San Matteo (Firenze, Accademia di Belle Arti), per il quale Giovan Battista Niccolini dettò un'iscrizione degna.


Mosè

La “tragedia della sepoltura” di Giulio II, impresa faraonica, cui la mente e la potenza del Buonarroti erano adatte, avrebbe dovuto dopo il tormentoso quadriennio della volta “Sistina”, ma nell'infelice riduzione del monumento di San Pietro in Vincoli grandeggia il "Mosè" (1513-1516) che, nella collerica maestà e nel movimento represso, compendia il pensiero dei profeti dipinti nel Vaticano.




Schiavi - Louvre

I due Schiavi del Louvre, simboli dei trionfi del papa battagliero, contrappongono la forza che si ribella alla stanchezza che si concede..., nell'uno scattano i muscoli dell'eroe indomito, e nell'altro langue la carne voluttuosa dell'efebo.


Tomba Lorenzo de' Medici


L'Alba a destra e  e il Tramonto a sinistra

Il grande solitario lavora alle “Tombe dei Medici” (Firenze, S. Lorenzo, 1524-32) nei tempi calamitosi che precedono il sacco di Roma, e che trasformano lo scultore sommo nel soldato e nell'ingegnere che difende la sua città.
Sopra i due sarcofagi nudi, quattro archi di cerchio portano le allegorie sostanziate dall'angoscia del patriota e dal pessimismo del pensatore.


Tomba Giuliano de' Medici



Il Giorno

Il “Giorno”, titano fulminato, si contorce, e sopra la spalla tende il viso ancora nel velo dell'abbozzo, ma dalle scure cavità orbitali l'anima protesta.


La Notte

La “Notte” è l'emblema dell'incubo, dal profilo tagliente e dal corpo voluminoso e sfatto nell'anatomia irregolare e patologica.


Pietà Rondanini

Nella “Pietà” (Roma, Palazzo Rondanini) il tormento si comunica alla materia con una sintesi di superfici espressive che strugge e cola la forma, mentre nella “Deposizione” (Firenze, Duomo) la più desolata cadenza elegiaca avvolge tre corpi.., in Nicodemo, che sostiene il Cristo spezzato nelle linee ad angolo, si ravvisa lo stesso autore, nel virgulto che diverge da tanto sfacelo e nella piccola Maddalena insensibile, Tiberio Calcagni fraintese lo spirito della composizione.


I SEGUACI DI MICHELANGELO

Gli imitatori di Michelangelo tendono all'eccessività degli effetti, alle esorbitanze manieristiche, e confondono il grande con il grandioso, la profondità con l'enfasi, la forza con la pesantezza. Nei corpi grossi e spropositati c'è i1 vuoto dell'idea insieme con la sterile esperienza della ripetizione.
BAGCIO BANDINELLI (1493-1559) con “Ercole e Caco” sulla scalea del Palazzo Vecchio mostra l'impostatura michelangiolesca nella massa inanimata, che provoca il celebre sonetto satirico del Cellini.... - merita que' morsi di mastino il vanitoso...
Non grande 'nemico' del Buonarroti, al quale pareva che l'arte del disegno dovesse morire con lui! GIOVANNI ANGELO MONTORSOLI (1504-1563) aiuta Michelangelo ad ultimare le statue di San Lorenzo, dove lascia i1 San Cosma.., modella due fontane per Messina, e lavora di stucco a Genova e a Firenze.
BARTOLOMEO AMMANNATI (1511-1592) si mette a un bel cimento con il colossale “Nettuno” della Piazza della Signoria, che il popolo fiorentino dileggia con il nomignolo di “Biancone”.
Ma dalla falange dei superficiali e dei meno dotati si apparta GUGLIELMO DELLA PORTA (1500 circa -1579) da Porlezza, nel comasco. Egli innalza il “Monumento di Paolo III” (Roma, San Pietro)...., la statua di bronzo dell'ultimo papa del Rinascimento siede sopra una specie d'altare di marmo, che subì un dannoso smembramento..., a due volute inflesse - analoghe agli archi di cerchio delle tombe medicee – si appoggiano la “Giustizia” (rivestita di panni di zinco) e la “Prudenza”, le quali, da certi segni esteriori, si presumono ritratti di casa Farnese.
La solenne effigie dei pontefice, raccolta nel manto, doveva dominare altre due figure giacenti (la “Abbondanza” e la “Pace”, trasportate nel Palazzo Farnese), bandite come profane nei sepolcri della Controriforma e restituite nei propri diritti estetici e compositivi dal Bernini, che le battezza per Virtù.


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MICHELANGELO - La vita e le sue prime opere

MICHELANGELO  architetto e seguaci

MICHELANGELO - Pittore e architetto
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venerdì 15 luglio 2011

ATALANTA E IPPOMENE (1615-1620) Guido Reni

  

ATALANTA E IPPOMENE (1615-1620)
Guido Reni (1575-1642)
Pittore italiano
Museo di Capodimonte – Napoli
Olio su tela cm. 299 x 191

Clicca immagine per un'alta risoluzione
Pixel 2460 x 1780 - Mb 1,99


La leggenda di Atalanta e Ippomene

Il brano è tratto dalle “Metamorfosi” di Ovidio, Atalanta era una bellissima cacciatrice abituata a sfidare alla corsa i suoi pretendenti.
Coloro i quali perdevano venivano condannati a morte.
La fanciulla rimase imbattuta, e di conseguenza mantenne intatta la propria verginità, fino a quando non gareggiò con Ippomene.
Questi durante la corsa fece cadere ai piedi della cacciatrice tre pomi d’oro avuti in dono da Venere, e la fanciulla non resistendo alla voglia di raccoglierli, perse la gara.
I due giovani si unirono in un tempio dedicato alla dea Cibale, che offesa per l’onta li tramutò in leoni.



L’opera

L’opera è probabilmente identificabile con quella citata nell’inventario seicentesco della Galleria Gonzaga a Mantova, immediatamente prima della dispersione della consistente collezione, in parte emigrata in Inghilterra, acquistata da Carlo I.

Guido reni nel 1617 era stato chiamato a Mantova da Ferdinando Gonzaga, invito rifiutato a causa della sua paura di trattare di pittura a fresco.
Il rapporto non si concluse certo per questo banale motivo, e all’artista venne commissionata una serie di quattro dipinti raffiguranti le fatiche di Ercole, e di cui al duca venne inviato “Ercole sul rogo” (Parigi, Louvre).

Il dipinto oggi conservato nelle Gallerie Nazionali di Capodimonte a Napoli, nel XVIII secolo era nella Collezione Pertusati di Milano, quindi passò a quella Cafferoni di Roma, fino al 1802, quando venne acquistato per la Galleria Nazionale di Capodimonte.

La tela raffigura una scena tratta da Ovidio: il momento in cui Atalanta si china a raccogliere uno dei pomi lasciati cadere furbamente da Ippomene, che approfitta dell’occasione per superarla e quindi vincere l’ambito premio: la verginità della fanciulla.

Le bellissime figure dei due giovani, abilmente sottolineate grazie ad una misteriosa luce che mette in risalto la freschezza dei corpi, sono ascritte diagonalmente dentro la composizione.
La corsa che avrebbe dovuto sfiancarli stranamente non ha lasciato alcun segno sui loro volti.
La fresca naturalezza e l’elegante raffinatezza formale riporta Guido Reni al suo primo periodo, quando agiva a contatto con la cultura dell’Accademia degli Incamminati a Bologna.
C’è in questo dipinto una sensibilità assai lontana dalla produzione legata alla committenza religiosa, che si caratterizza per il tono idilliaco che contribuì alla popolarità di Reni, in particolar modo negli ambienti controriformati: non a caso si diceva che le sue opere venivano dipinte da un angelo.

Nel Seicento nelle collezioni reali spagnole è citato un dipinto raffigurate “Atalanta e Ippomene”, ritenuto opera del Reni.
Nel 1881 Madrazzo, allora direttore del Museo del Prado di Madrid, giudicò l’opera una copia, confermando, per evidenti motivazioni personali, l’autografia di una replica in suo possesso e di cui oggi si sono perse le tracce.

La critica contemporanea ha rivalutato il dipinto conservato in Spagna, mettendo in discussione l’autografia dell’opera di Napoli.


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giovedì 14 luglio 2011

L'APPARIZIONE (the appearance) Gustave MOREAU

  

L'APPARIZIONE (1876)
Gustave MOREAU (1826-1898)
Pittore francese del XIX Secolo
MUSÉE GUSTAVE MOREAU di PARIGI
Olio su tela cm. 142 x 103
Clicca l'immagine per un'alta risoluzione
Pixel 2500 x 1780 - Mb 2,30


L'identificazione dell'ambiente si presta a diverse interpretazioni: siamo nel salone di un grande palazzo, nell'abside di una chiesa, in un tempio pagano o nella nicchia di una moschea?

Domina l'immagine una figura di donna che incedendo da sinistra appare nella scena indicando con imperiosità una testa recisa e ancora sanguinante sospesa nell'aria e avvolta in un alone di luce.

È Salomè che cerca di allontanare da sé, con un gesto di spavento, la testa del Battista, che le è apparsa davanti mentre stava danzando per il vecchio Erode che da dietro la sta osservando dal suo trono sopraelevato.

Il suo ruolo in ciò che accade è nullo e il pittore ce lo dimostra definendone i tratti in un rapido abbozzo che lascia appena emergere la sua effigie nel groviglio di incisioni che tempestano, decorandole, le pareti dell'ambiente nel quale la scena si svolge.

Anche la madre di Salomè, posta proprio dietro la figlia, è definita appena, così come l'armigero con la lunga spada sulla destra del dipinto e la cui presenza è 'tradita' soprattutto dal panno rosso che gli copre le gambe e la vita.

L'attenzione del pittore è tutta incentrata sul duello mortale fra l'impotente Giovanni Battista e la feroce Salomè, sospinta dalla madre a danzare per Erode per ottenere la decapitazione del Battista.

Particolare l'interpretazione che Moreau dà all'episodio sottolineando più che la vittoria di Salomè, la sua paura, il suo umano, drammatico confronto con quanto la sua azione provocherà: come in un sogno premonitore, la testa del Battista appare a Salomè prima ancora che ella abbia espresso il suo desiderio e che Erode abbia dato il consenso alla decapitazione.


L'OPERA

L'opera fu presentata da Gustave Moreau al Salon del 1876 insieme alla tela con "Salomè che danza davanti ad Erode" (Los Angeles, Collezione Hammer).

Sembra che per il quadro con "L'Apparizione" Moreau si sia ispirato al poema "Atta Troll" di Heinrich Heine, in cui la bella Salomè si diverte a giocare con la testa recisa di Giovanni Battista gettandola nell'aria per poi riprenderla al volo con le mani.

La tela ispirò una celeberrima pagina scritta da Joris-Karl Huysmans nel suo libro "À rebours", pubblicato a Parigi nel 1884 e subito definito la "Bibbia del Decadentismo".


UN QUADRO DI MOREAU DESCRITTO DALLO STESSO MOREAU

Con queste parole, nel suo diario, Moreau parla del tema della Salomè danzante davanti ad Erode per ottenere la testa del Battista...

"Questa donna, uccello leggiadro eterno, sovente funesto, attraversa la vita con un fiore in mano alla ricerca di un ideale, spesso terribile e cammina sempre, calpestando sia geni che Santi. Durante la sua danza ella si inchina davanti alla morte, che la guarda attentamente, e al boia che colpisce con la sua spada.
Questo è ciò che avverrà, riservato esclusivamente a chi è alla ricerca della sensualità e della curiosità.
Un Santo e una testa decapitata sono sulla sua strada cosparsa di fiori.
Il tutto passa attraverso un misterioso santuario che conduce all'elevazione dello spirito".


VEDI ANCHE . . .

GUSTAVE MOREAU (1826 - 1898) - Vita e opere

* IL RATTO DELLE SABINE (The Rape of the Sabine) Nicolas Poussin

    







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sabato 9 luglio 2011

Tornerai tornerò - Homo Sapiens (Video e testo)

     




La piazzetta del mercato è ancora là,
le magliette sono uguali a un anno fa,
mi ricordo che la volevi tu
quella con "ti amo" scritto su.

Con gli amici passo il tempo solo un pò
e se chiedono ridendo con chi sto,
io rispondo che amo sempre te,
che da un momento all'altro arriverai.

Tornerai, tornerò,
col tempo non si può scommetter mai
e quello che succede non lo sai,
ti perdo ad ogni giorno sempre un pò.

Tornerai, tornerò,
ridicolo pensarci amore mio,
al primo incontro è stato già un addio.
Tornerai, tornerò.

Ti ricordi il prato della ferrovia,
rotolavi sporca d'erba e d'allegria,
erano le sei, io ti ho chiesto "vuoi?",
poi cantavi nel venire via.

Tornerai, tornerò,
col tempo non si può scommetter mai
e quello che succede non lo sai,
ti perdo ad ogni giorno sempre un pò.

Tornerai, tornerò,
ridicolo pensarci amore mio,
al primo incontro è stato già un addio.
Tornerai, tornerò.

Na na na na na na na na na....



(Renato Pareti - Roberto Vecchioni - Vermar)
Homo Sapiens e The Sandpipers

Tornerò - I Santo California



Rivedo ancora il treno
allontanarsi e tu
che asciughi quella lacrima - tornerò
com'è possibile un anno senza te.

Adesso scrivi aspettami
il tempo passerà
Un anno non è un secolo - tornerò
com'è difficile restare senza te.

Sei
sei la vita mia quanta nostalgia
senza te
tornerò
tornerò.

Da quando sei partito è, cominciato per me la solitudine
intorno a me c'è il ricordo dei giorni belli del nostro amore
la rosa che mi hai lasciato si è ormai seccata
ed io la tengo in un libro che non finisco mai di leggere.

Ricominciare insieme
ti voglio tanto bene
il tempo vola aspettami- tornerò
pensami sempre sai e il tempo passerà.

Sei
sei la vita mia
amore
amore mio
quanta nostalgia
un anno non è un secolo
senza te
tornerò
tornerò
pensami sempre sai
tornerò
tornerò

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giovedì 12 maggio 2011

Una carezza in un pugno - Adriano Celentano (Video e testo)




A mezzanotte sai
che io ti penserò
ovunque tu sarai, sei mia
e stringerò il cuscino fra le braccia
mentre cercherò il tuo viso
che splendido nell'ombra apparirà
mi sembrerà di cogliere
una stella in mezzo al ciel,
così tu non sarai lontano
quando brillerai nella mia mano.
Ma non vorrei che tu
a mezzanotte e tre,
stai già pensando a un altro uomo.
Mi sento già sperduto
e la mia mano
dove prima tu brillavi,
è diventata un pugno chiuso, sai.
Cattivo come adesso
non lo sono stato mai,
e quando mezzanotte viene,
se davvero mi vuoi bene,
pensami mezz'ora almeno,
e dal pugno chiuso
una carezza nascerà.
E stringerò il cuscino fra le braccia
mentre cercherò il tuo viso
che splendido nell'ombra apparirà.
Ma non vorrei che tu
a mezzanotte e tre,
stai già pensando a un altro uomo.
Mi sento già sperduto
e la mia mano
dove prima tu brillavi,
è diventata un pugno chiuso, sai.
Cattivo come adesso
non lo sono stato mai,
e quando mezzanotte viene,
se davvero mi vuoi bene,
pensami mezz'ora almeno,
e dal pugno chiuso
una carezza nascerà.




Per Sonia _______________________________________________

mercoledì 11 maggio 2011

L'emozione non ha voce - Adriano Celentano (Testo e video)




Io non so parlar d'amore
l'emozione non ha voce
E mi manca un po' il respiro
se ci sei c'è troppa luce

La mia anima si spande
come musica d'estate
poi la voglia sai mi prende
e mi accende con i baci tuoi

Io con te sarò sincero
resterò quel che sono
disonesto mai lo giuro
ma se tradisci non perdono

Ti sarò per sempre amico
pur geloso come sai
io lo so mi contraddico
ma preziosa sei tu per me

Tra le mie braccia dormirai
serenamente
ed è importante questo sai
per sentirci pienamente noi

Un'altra vita mi darai
che io non conosco
la mia compagna tu sarai
fino a quando so che lo vorrai

Due caratteri diversi
prendon fuoco facilmente
ma divisi siamo persi
ci sentiamo quasi niente

Siamo due legati dentro
da un amore che ci dà
la profonda convinzione
che nessuno ci dividerà

Tra le mie braccia dormirai
serenamente
ed è importante questo sai
per sentirci pienamente noi

Un'altra vita mi darai
che io non conosco
la mia compagna tu sarai
fino a quando lo vorrai

poi vivremo come sai
solo di sincerità
di amore e di fiducia
poi sarà quel che sarà

Tra le mie braccia dormirai
serenamente
ed è importante questo sai
per sentirci pienamente noi
pienamente noi ..............





X Sonia ________________________________________________

mercoledì 27 aprile 2011

Sconfitta la nuova legge bavaglio di Berlusconi alla tv


Sconfitta la nuova legge bavaglio di Berlusconi alla tv

Silvio Berlusconi, a fronte di bocconi politici amari e di un processo per prostituzione minorile iniziato in coincidenza con la campagna elettorale per le amministrative, ha provato a implementare una legge bavaglio in Parlamento che avrebbe silenziato le voci critiche nei programmi d'informazione in TV. Ma i membri italiani di Avaaz hanno contrattaccato, dando vita a una petizione da 70.000 firme e a migliaia di telefonate al Parlamento proprio nel momento cruciale del voto finale. La legge è stata bloccata, in una vittoria incredibile per i membri di Avaaz e per il futuro della democrazia e della libertà d'informazione in Italia.


Contro il bavaglio di Berlusconi alla tv, L'Espresso
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/in-maschera-contro-i-bavagli/2146467


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mercoledì 30 marzo 2011

COME SI GUARDA UN'OPERA D'ARTE (As you look at a work of art)



Esprimere un giudizio sicuro intorno all'opera d'arte non è da tutti, ma l'educazione del gusto può e deve insegnare a distinguere e a vedere; mediante un esercizio assiduo e volenteroso, l'attitudine a comprendere si risveglia, s'abitua e si raffina.
Come per la musica è necessario l'orecchio, così per le arti del disegno è indispensabile l'occhio che ricorda, che confronta, e che riconosce.
Le notizie storiche, i caratteri degli stili e le doti peculiari degli artisti sono il sussidio elementare del critico, che dev'essere - secondo la dottrina del Croce - philosophus additus artifici.
L'arte commercialmente graduata dagli antiquari ha ben diverso valore negli studi; se essa è «un'aspirazione chiusa nel giro d'una rappresentazione », i suoi capolavori non possono essere che impressioni dello spirito fermate dalla fantasia con piena unità di modi e di mezzi.
Quando gli elementi non si mostrano fusi, ed il vano tentativo di coerenza li disgrega e li mette in contrasto, il lavoro meccanico ed imperfetto scopre le manchevolezze d'un discepolo o d'un copista.
Francesco De Sanctis, superando il pregiudizio del « contenuto » e della « forma », che distingue nell'Ottocento due scuole d'estetica, considera l'arte pura forma, ossia pura intuizione.
Il principio innovatore della critica è fatto valere da Benedetto Croce, il quale - più seguito che contraddetto nel campo letterario - ha qualche seguace anche fra gli storici dell'arte.
L'entusiasmo lirico e la fantasia creatrice non sanno adattarsi ad un piano commento: l'interprete e l'esegeta insegnano a leggere, ma s'arrestano dinanzi all'essenza dell'opera artistica, che chiede al critico di riprodurla e caratterizzarla con quel senso estetico di cui i dati storici sono i primi materiali.
Chi entra nella Cappella Sistina e ne guarda il soffitto, non può né ascoltare la gretta predica d'un cicerone né badare ai doppi asterischi d'una guida stampata. Il cielo tempestoso, percorso dal genio dell'artista, confonde ed attrae; la sua potenza cosmica ha il mistero dei primitivi ed i sublimi richiami d'una fede insolita, che si ribella e s'innalza dall'ansia dei profeti al vasto silenzio della creazione che continua ad attuarsi.

In questo poema delle origini, cui mancano i paesaggi e gli incanti della natura, vibrano tutti i segni dell'infinito; il dominatore, che ha reso la pienezza del suo ispirato tormento, dal gesto più ieratico a1 supplizio più duro, rifiuta gli ardimenti della luce ed i riposi dell'ombra, le estasi e le contrizioni, e si sprofonda nel gran sogno biblico della «Genesi», inquadrandone i fatti con i ritmi e le dissonanze di una architettura vivente, agitata dal pensiero.
Quando lo stupore contemplativo, che desta l'originalità dello smisurato affresco, fa sì che il critico sia quasi in uno stato di grazia, egli può interrogare le singole figure, sentendosi nel cerchio di un'umanità superiore, la quale non ammette né riserve né restrizioni nel comprendere.
La sensibilità tesa nello sforzo, che diviene un insuperabile godimento estetico, sa poi discendere all'analisi de' particolari, al bisogno dei confronti e ai dubbi scientifici intorno alle mosse di alcuni corpi; ma l'unità formidabile resta sempre eguale a se stessa: ha le doti dell'assoluto e la terribile virtù dell'inimitabile.
Un frammento di quella tragedia che fu la tomba di Giulio II, il Mosè - nel « movimento represso o e nell'istinto sovrumano -, si conferma fratello dei profeti dipinti, e non lascia presagire il fragore e la disperata violenza del Giudizio Universale. In esso l'instancabile ardore del vecchio protesta con il suo più arduo pessimismo: la fede e la passione precipitano nell'altezza e nell'abisso; in ogni individuo vibra il medesimo cuore e si riflette i1 medesimo temperamento dantesco nei castighi e nelle mistiche astrazioni della preghiera.
Nella cappella dei papi, il filosofo di tutte le arti, eccitato dalle visioni d'oltretomba, intuisce l'eterno: la realtà che non è né finta, né ricostruita, né favolosa.

Credono taluni che per guardare l'opera d'arte sia utile capovolgere l'ordine da noi proposto, facendo precedere il giudizio estetico dall'analisi e dalle notizie storiche.
A mio avviso, un metodo critico di tal genere non esiste, come non esiste una pratica popolare dell'arte, che alcuni difendono con troppa apprensione didattica. Ad ogni pretesa teorica del classificatore e del grammatico sfugge tanto un ritratto di Leonardo quanto una Madonna di Raffaello, e però l'unico consiglio che si deve dare ai giovani e agli inesperti è quello di vedere e di rivedere, di paragonare, di distinguere e soprattutto “d'intendere e di sentire”.
Dall'amatore che studia esce il conoscitore che arriva spesso alla verità inoppugnabile del battesimo critico, prima che le scoperte degli archivi confermino il suo giudizio.
Anche l'architettura ha i propri caratteri inconfondibili; due soli elementi statici - la linea retta e la curva - ne compongono l'alfabeto ed il vocabolario, onde il Brunelleschi ha ricavato le snelle sagome della piú delicata armonia costruttiva ed il Bernini le piú mosse inversioni ed i piú fantastici adattamenti della materia.


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