lunedì 31 gennaio 2011

LUCIANO MINGUZZI SCULTORE



LUCIANO MINGUZZI


Luciano Minguzzi (Bologna 24 maggio 1911 - Milano 30 maggio 2004).Anche suo padre Armando era scultore.
Nel 1928 si iscrive all'Accademia di Belle Arti di Bologna e frequenta sotto la guida di Ercole Drei per la scultura e Giorgio Morandi per la pittura. Si diploma nel 1935 vincendo una borsa di studio che lo porta a Parigi per due mesi. Ha intanto esposto, ancora studente, alla XIX Biennale di Venezia: ma soddisfazioni maggiori e incoraggiamenti dalla critica li riceverà due anni più tardi alla Quadriennale di Roma. Nel 1935 il servizio militare a Verona gli consente di effettuare uno studio approfondito sui rilievi della porta di S. Zeno.
Dopo il successo di Roma, nel 1936 é ancora alla XX Biennale veneziana dove la sua scultura riceve ampi consensi dalla critica.
Da allora sarà sempre presente sia alla Biennale di Venezia che alla Quadriennale di Roma dove tra l'altro nel '39 suscita grande scalpore la sua scultura Eva, una grande figura al vero che, nonostante varie polemiche rimane una pietra miliare nella sua evoluzione artistica.
Nel 1940 gli muore il padre, che negli ultimi anni lo aveva aiutato ed incoraggiato moltissimo. Dopo aver insegnato a Padova viene trasferito a Reggio Emilia alla scuola di disegno per operai `Gaetano Chierici'.
Già nel 1943, a seguito della personale alla III Quadriennale di Roma dove ottiene il terzo premio per la scultura, gli viene dedicata una importante monografia a cura della Casa editrice dell'Orsa di Bologna.


Due Donne - 1970/71 - Bronzo cm 103 x 119 x 89


Nel '43/'45 partecipa attivamente alla resistenza.
Nel 1945, insieme con i pittori Borgonzi, Corsi, Ciangottini, Mandelli e Rossi fonda il gruppo Cronache, legato alla galleria ed alla rivista dallo stesso nome, che promuoverà importanti manifestazioni artistiche e culturali in tutta Italia e avrà stretti contatti con il gruppo di Corrente a Milano. Dopo una grande esposizione alla XXIV Biennale di Venezia, nel '48, si reca per un lungo periodo a Parigi, dove entrerà a contatto con l'elevato ambiente artistico internazionale e conoscerà tra gli altri Zadkine, Giacometti, Birolli, Guttuso, Cassinari, Signori, ecc.
Nel 1949 grande successo avrà una sua personale al Museo dell’Athenée a Ginevra.
La sua opera desta interesse in tutti gli ambienti artistici più raffinati del mondo e.sue sculture sono richieste e ospitate in molti Musei e Premi Internazionali, tra cui S. Vincent, S. Paolo del Brasile, Londra, Tokyo, Goteborg, Copenaghen Berlino, New York, Helsinki, Stoccolma, ecc.
Nel 1951 viene trasferito come insegnante al Liceo Artistico di Milano. Nello stesso anno partecipa al concorso per la realizzazione della V Porta del Duomo di Milano ed entra nella rosa dei quatto scultori prescelti per la seconda prova, che si tiene nel '53 e nella quale viene prescelto insieme con Lucio Fontana per un ultimo esame.
Nel 1955 entra a far parte ufficialmente degli scultori della Galleria Il Milione dove tiene una grande personale ripetuta negli anni '58 e '65.
Sempre nel '55 espone a Londra alla mostra "Contemporary Italian Art" e quindi ad Anversa alla mostra En plein air nel parco di Middelheim; a Firenze viene allestita in suo onore una grande mostra a Palazzo Strozzi. Viene invitato a New York per la mostra "The new decade" con altri 21 artisti internazionali al Museum of Modern Art.


I coniugi del n° 7 - 1972 - Ferro e bronzo cm 97 x 159 x 40


Nel 1956 é nominato insegnante titolare della cattedra di Scultura all'Accademia di Brera. É invitato inoltre a far parte ufficialmente degli artisti internazionali della Galleria Catherine Viviano di New York, dove terrà varie personali negli anni successivi.
Nel 1956/57 partecipa alla Mostra d'arte italiana in Australia e Perù; in Jugoslavia a Zagabria, Skoplie, e Belgrado; in America a S. Louis e in Inghilterra a Cambridge.
Vince nel 1958 la prova finale per la Porta del Duomo di Milano e si dedica con grande entusiasmo alla realizzazione di questa opera colossale, che verrà inaugurata solennemente il 6 gennaio del 1965 accolta con grande favore del pubblico e della critica.
Dal 1960 in poi numerosissime sono le esposizioni internazionali alle quali viene invitato e le sue sculture girano tutto il mondo; attestandogli il riconoscimento di uno tra i massimi artisti italiani ed internazionali.
In Italia sue opere si trovano presso il Museo della Fabbrica del Duomo di Milano e nelle pubbliche Gallerie d'arte moderna di Milano, Roma, Bologna, Trieste, Verona, Carrara, Padova, Venezia, e nel Museo d'Arte Moderna in Vaticano.
Nel settembre 1976 la Città di Rimini gli ha dedicato una imponente mostra antologica, ospitata nel Centro Storico.



Acrobata - 1950 - Bronzo cm 106 x 67 x 76


La scultura di Luciano Minguzzi é forte, compatta, robusta. Si può dire, quasi, che essa é sempre percorsa da una veemente e schietta corposità, da una pienezza che ha lo spessore e l'impeto delle cose della natura e della terra. L'origine emiliana, il riferimento alla concretezza quotidiana e al senso vivo della terrestrità di un ambiente culturale come quello bolognese - in cui appunto Minguzzi é cresciuto e si é formato - certo spiegano questa sua inconfondibile qualità espressiva, che però non é solamente un dato di stile, di "scrittura" plastica delle forme e dei volumi. C'é infatti, in lui, anche l'energica e la costante presenza di una tensione poetica che appunto si riscalda alle cose concrete, si illumina di una carnosa e appassionata pienezza dei sentimenti e delle emozioni di fronte alla vita ed alle sue manifestazioni tangibili.
C'é, insomma, un temperamento ben terrestre, convinto della materia e degli spessori emotivi che essa implica in noi. Un temperamento che nulla ha dell'idealismo, dei gratuiti languori intellettuali dell'arte fine a se stessa, dell'arte per l'arte, della bellezza pura, ma che anzi si impasta e si esalta ai motivi più quotidiani e tangibili dell'esperienza.
L'eros potente e primitivo. La violenza segnata dall'equilibrato raffronto tra volumi poderosi e fragilità in forme biologiche. Le dure e tragiche evocazioni dei lager nazisti e delle prevaricazioni inaudite della storia contemporanea contro l'uomo e il suo desiderio di pace e di gioia. La vena grottesca e penetrante nell'esasperazione delle circostanze realistiche delle cose, degli uomini, della natura, nello scavo chiarificatore e nella sintesi secca e sobria del modellato, delle ferite e delle mutilazioni cui il metallo di Minguzzi si piega, animandosi di una evocazione filtrata e suggestiva del reale. Sono tutti elementi plastici per i quali la sua scultura diviene concreta figurazione, diviene architettura poetica dell'esistente,, feconda e matura suggestione riferita in una lingua universale.
Quel dilaniato umanesimo - come qualcuno l'ha felicemente chiamata - che é la scultura di Minguzzi, ha fissato e fissa attivamente l'attenzione, appunto, sul reale, sulle memorie e sui giudizi che di esso si agitano in lui ed in noi.
I supporti e i punti focali di una tale concentrazione, di una tale intensificazione dei sentimenti e dell'osservazione, sono stati e sono i più diversi, anch'essi però significativi nella loro eloquente consistenza e mai casuali, mai gratuitamente naturalistici o intellettuali.
Sono volti e ritratti di penetrante definizione psicologica, animali, acrobati e ballerine, figure zoomorfe violentemente catturate e costrette in uno sviluppo spinoso di energie intrappolanti.
Sono trasfigurazioni poetiche di una dura, incombente condizione tragica della storia e dell'uomo.


Bozzetto per ombre nel bosco - 1956 - Bronzo cm 34 x 22 x 18


Vivide immagini ritrovate nella memoria del mondo: fiori, galli, uomini e donne lacerati dalle aride e corrose prospettive tecnologiche del nostro tempo o dal filo spinato di un tragico ed ancora minacciante passato, oppure melanconicamente fusi, non senza umori ironici, in effusioni pacate all'interno d'un tranquillo scenario borghese. Sono gufi, pareti di lamiera, nidi taglienti e spinosi, rotondità ambigue in cui la luce affonda come una mano, cani dilaniati dai rovi, forme aperte e chiuse, dialoghi con grandi macchine rugginose, con le paratie incerte e malate del nostro discutibile progresso.
Sono, insomma, la carne, le vene, il sangue di ciò che ci circonda, la sostanza della realtà cui Minguzzi non cessa di attingere per dare forma vibrante e vitalità civile al proprio mondo espressivo.


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sabato 29 gennaio 2011

SAN GIROLAMO CON S. PAOLA E S. EUSTACHIO (1638-1640) Francisco Zurbarán


SAN GIROLAMO CON S. PAOLA E S. EUSTACHIO (1638-1640)
Francisco Zurbarán (1598-1664)
Pittore spagnolo
National Gallery di Washington
Tela cm 247 x 174


San Girolamo, in abbigliamento cardinalizio con la mezzetta rossa e col caratteristico cappello circolare che vediamo appeso alla parete, sta conversando con due sante dalla veste bianca e dal velo nero, identificabili con l'anziana Santa Paola e la figlia Eustochio.
Santa Paola, di cui San Girolamo scrisse la biografia, fondò e diresse due monasteri…, alla sua morte, nell'anno 404, le succedette la figlia Eustochio.
La figura di San Girolamo, in particolare la veste chiara, il cranio calvo e lucido e la mano da gesto sospeso, contrastano fortemente con lo sfondo scuro e indefinito del settore destro del quadro.
Sulla sinistra le due figure femminili sono invece poste contro un fondale architettonico, una veduta di città con edifici di tipo classico.
La composizione è assai semplice e persino arcaizzante, come in quasi tutte le opere di Zurbaràn.
Il pittore privilegia come al solito il primo piano della scena per ottenere la massima chiarezza nella rappresentazione del fatto sacro.
La pittura di Zurbaràn ha intenti didascalici ed edificanti, ed è un esplicito invito rivolto al laico e al religioso a seguire gli insegnamenti dei Santi, gli "exempla" della vita monastica, i precetti della letteratura mistica del Seicento spagnolo.
Anche il dipinto di Washington, con la presentazione scarna dei tre personaggi, i dettagli ridotti al minimo, la potenza espressiva e di persuasione affidata soprattutto ai violenti contrasti di luci e ombre e all'abbacinante candore dei bianchi, di evidente ascendenza caravaggesca, rivela gli intenti dell’artista che, se non un mistico, fu quanto meno un uomo vissuto sempre nell'orbita dei monasteri e del clima visionario-ascetico che vi si ispirava.

Il dipinto entrò al Museo del Louvre di Parigi con la Collezione Standish nel 1842.
Nel 1853, in seguito a una vendita Christie's a Londra, pervenne alla raccolta Dudry.
Dal 1951 fu di proprietà Knoedler a New York.
In seguito fece parte della Collezione Kress, sempre a New York, dalla quale giunse in dono alla National Gallery di Washington nel 1956.

Forse l'ubicazione originaria dell'opera è da identificare con il convento geronimita di Santa Paula a Siviglia, i cui altari furono ornati di quadri fra il 1635 e il 1640.


Zurbaràn e i dipinti per le colonie spagnole

Francisco de Zurbaràn godette di stima grandissima da parte dei contemporanei…, tuttavia egli stesso fu costretto ad assistere al progressivo oscurarsi e svanire della sua fama durante gli ultimi anni di attività.
Col mutamento degli ideali devozionali e con la crescente fortuna di Murillo, a partire dalla fine degli anni Trenta, l'artista e la sua attiva bottega accettarono anche commissioni di minor prestigio, per lo più cicli di opere destinate ai conventi delle colonie spagnole in America latina.
Tra queste ricordiamo le tele per Apostolado di Lima (1637-1638), quelle per l’Apostolado di Guatemala, ma destinate in origine ad Antigua (1639), le due serie rappresentanti i santi fondatori di ordini religiosi per Città del Messico e per Lima (1640), il ciclo, perduto, per la Encarnaciòn di Lima (circa 1647), infine un cospicuo gruppo di dipinti inviati a Buenos Aires nel 1649.


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martedì 25 gennaio 2011

SEPPELLIMENTO DI SANTA PETRONILLA (1623) Guercino


SEPPELLIMENTO DI SANTA PETRONILLA (1623)
Guercino (1591-1666)
Pittore italiano del ‘600
Museo Capitolino a Roma
Olio su tela cm 423 x 720

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Pixel 1540 x 2600 - Mb 1,61


Il dipinto raffigura il seppellimento di Santa Petronilla, martire del I secolo, figlia dell'apostolo Pietro, morta a causa del lungo digiuno durante il suo ritiro in preghiera.
L'episodio è narrato su due piani: in basso è il seppellimento e in alto la Santa è al cospetto di Cristo.

Guercino arrivò a Roma con una lettera di presentazione per il cardinale Ludovico Ludovisi, scritta dal suo protettore, Alessandro Ludovisi, arcivescovo di Bologna.
Il prelato romano gli commissionò la decorazione delpiccolo casino di campagna, e il buon esito del lavoro lo indusse a presentarlo allo zio, papa Gregorio XV, committente della pala di San Petronilla.
Questi due lavori furono determinanti per sancire il successo del Guercino a Roma ma, alla morte del pontefice, 1'8 luglio 1623, il pittore ritornerà nella sua città natale di Cento.

In questo lavoro il Guercino riuscì, con successo, a fondere i due orientamenti stilistici in voga in quegli anni a Roma: il classicismo carraccesco, assimilato negli anni del suo apprendistato presso Ludovico Carracci, che si avverte nel dolore composto ed equilibrato dei personaggi e il rinnovamento barocco che influenza l'inserimento dinamico delle figure nello spazio.
La possanza dell'uomo in primo piano, intento a seppellire la Santa, trova dei validi precedenti solo nella pittura di Caravaggio, senz'altro ammirata dal Guercino a Roma.

Purtroppo gli straordinari effetti luministici, che segnano l'attività romana del Guercino, sono offuscati da una pesante riverniciatura.


La grande tela, firmata nel gradino in basso a destra, è stata commissionata al Guercino da papa Gregorio XV nel 1621 per l'altare dedicato a Santa Petronilla in Vaticano.
Nel 1730 venne trasferita in Quirinale e sostituita con una copia in mosaico di Pietro Paolo Cristofori.
Nel 1795 Napoleone la trasferì al Louvre.
Restituita solo nel 1815, a causa delle sue grandi dimensioni, fu collocata nei Musei Capitolini.
A1 Windsor Castle è conservato un disegno preparatorio…, inoltre esistono due incisioni: una di Nicolas Dorigny del 1700, un'altra di Johann Jacob Frey del 1731.


L'inizio della decorazione barocca a Roma

Con gli affreschi del Casino Ludovisi, Guercino aveva inaugurato un nuovo modo di concepire la decorazione dei soffitti.
La nuova concezione dello spazio che si trova nella “Aurora” supera la tradizione classicista della pittura, che partiva da Raffaello e arrivava ad Annibale Carracci e a Guido Reni.
Lo sfondamento illusionistico della volta richiama gli esempi dipinti un secolo prima dal Correggio a Parma, che il Guercino nativo di Cento presso Ferrara, conosceva sicuramente bene.
Questi effetti di apertura verso il cielo furono ripresi anche da un altro pittore emiliano, Giovanni Lanfranco, attivo a Roma all'inizio del Seicento. Celebri sono i suoi affreschi nella cupola di Sant'Andrea della Valle a Roma, con la “Assunzione della Vergine”, datati 1625-1627.
L'apporto determinante per lo sviluppo della pittura barocca a Roma fu la presenza di Pieter Paul Rubens, che soggiornò nella città pontificia nel primo decennio del secolo.



lunedì 24 gennaio 2011

TESI D’APRILE (The April Theses) - Lenin e la rivoluzione russa (Lenin and the Russian Revolution)




TESI D’APRILE

Lenin



Le Tesi di Aprile formano il programma sviluppato da Lenin nel corso della Rivoluzione russa del 1917.
In questo programma Lenin è chiamato al controllo dello stato sovietico.
Quando ha pubblicato la tesi ha contribuito allo sviluppo delle giornate di luglio e al successivo colpo di stato di ottobre del 1917, portando i bolscevichi al potere.










Lenin e la rivoluzione russa


Il 4 aprile in una riunione di bolscevichi a Pietrogrado, Vladimir Ilic annunciò le tesi che sono entrate nella storia col nome di Tesi d'aprile. Esse ebbero un'influenza decisiva per la determinazione di una linea giusta del partito nella nuova situazione storica. In queste tesi Lenin espose un concreto e dettagliato piano di lotta per il passaggio dalla rivoluzione democratico-borghese alla rivoluzione socialista. Lenin riteneva che nelle condizioni venutesi a creare fosse possibile un pacifico sviluppo della rivoluzione.
Tutta la vita di Lenin dopo il suo ritorno fu caratterizzata da un lavoro intenso. Egli dirigeva il Comitato Centrale del Partito, la Pravda e la attività dell'organizzazione bolscevica di Pietrogrado. Sotto la sua guida si svolsero la conferenza cittadina di Pietrogrado e la VII conferenza panrussa del POSDR (Partito Operaio Socialdemocratico Russo). Egli inoltre tenne discorsi alle riunioni ed alle assemblee degli operai di Pietrogrado, dei soldati e dei marinai.
Al I congresso panrusso dei deputati dei contadini Lenin sollecitò l'immediata occupazione delle terre dei proprietari fondiari e parlò della necessità di un'organizzazione indipendente dei braccianti e dei contadini più poveri. Intervenendo alle riunioni, Lenin smascherò la politica controrivoluzionaria del governo provvisorio, dei menscevichi e dei social-rivoluzionari, che cercavano un accordo con questo governo. Lenin si sforzava di convincere gli operai e i soldati del fatto che soltanto il passaggio di tutto il potere ai Soviet dei deputati degli operai e dei contadini poteva far uscire la Russia dal vicolo cieco in cui l'aveva spinta il potere della borghesia.
Il governo provvisorio scatenò una campagna di calunnie contro Lenin e i bolscevichi, cercando di privare il partito bolscevico dei suoi capi. In luglio il governo ordinò l'arresto di Lenin e prese tutte le misure possibili affinchè fosse preso e ucciso. Per decisione del Comitato Centrae Vladimir Ilic entrò nella clandestinità. Rifugiatosi nei pressi di Pietrogrado, in una capanna in riva al lago Razliv, Lenin continuò a lavorare: scrisse articoli, lettere e il libro Stato e rivoluzione. Niente poteva interrompere il suo lavoro. In Stato e rivoluzione  Lenin, in polemica con gli opportunisti, ristabilì e sviluppò le idee di Marx ed Engels sullo Stato e la dittatura del proletariato nella nuova situazione storica.
Ma la vita nella capanna divenne pericolosa. In agosto Lenin passò in Finlandia, viaggiando su una locomotiva, travestito da fuochista. Dalla clandestinità Lenin diresse il VI congresso del partito, i cui lavori si svolsero a Pietrogrado alla fine di luglio e ai primi d'agosto del 1917. Il congresso decise all'unanimità che Lenin non doveva presentarsi al processo che la borghesia chiedeva fosse intentato contro di lui ed espresse la sua protesta contro la persecuzione di cui era fatto oggetto il capo del proletariato rivoluzionario. Il congresso invitò il partito, la classe operaia e i contadini poveri a lottare per l'abbattimento del potere della borghesia controrivoluzionaria e dei proprietari fondiari mediante l'insurrezione armata, poichè nelle nuove condizioni era impossibile prendere il potere per via pacifica.
Nell'autunno del 1917, quando la crisi rivoluzionaria era ormai matura ed era giunto il momento di un'azione rivoluzionaria del proletariato, Lenin arrivò clandestinamente a Pietrogrado per dirigere di persona l'insurrezione. Il 10 e il 16 ottobre la questione dell'insurrezione armata fu discussa nelle riunioni del Comitato Centrale del partito. Il Comitato Centrale approvò le storiche risoluzioni leniniane sull'organizzazione dell'insurrezione armata. Soltanto Kamenev e Zinovjev si comportarono da pusillanimi e votarono contro. Trotskij non votò contro, ma insistette perché l'insurrezione fosse rimandata fino alla convocazione del II congresso dei Soviet. Il partito seguì la via indicata da Lenin. Nella riunione del 10 ottobre fu eletto per la direzione politica dell'insurrezione un Ufficio Politico capeggiato da Lenin. Il 16 ottobre fu eletto un Comitato Militare Rivoluzionario incaricato di dirigere l'insurrezione. Ne facevano parte A. S. Bubnov, F. E. Dzerzhinskij, J. M. Sverdlov, I. V. Stalin e M. S. Uritskij.
Vladimir Ilic chiedeva insistentemente che l'insurrezione armata avesse inizio prima dell'apertura del II congresso dei Soviet, convocato per il 25 ottobre. Su proposta di Lenin, l'insurrezione cominciò il 24 ottobre. Il 25 ottobre (7 novembre) l'insurrezione armata, diretta da Lenin e dal partito bolscevico, trionfò.
La sera del 25 ottobre (7 novembre) si aperse a Pietrogrado il II congresso dei Soviet. Da ogni parte del paese erano arrivati 650 delegati, di cui 400 erano bolscevichi. Il congresso proclamò solennemente il passaggio di tutto il potere ai Soviet.
I delegati accolsero con entusiasmo il discorso di Lenin, da lui tenuto al congresso il 26 ottobre. I delegati ascoltarono in piedi la relazione con cui il capo della rivoluzione proletaria propose un appello ai popoli e ai governi di tutti i paesi belligeranti per un armistizio immediato. Su proposta di Lenin il congresso approvò il decreto sulla pace, cioè sulla questione più scottante e più sentita dagli operai e dai contadini. Questo fu il primo atto della politica estera di pace del potere sovietico.
Lenin parlò poi sulla questione della terra e rese noto un progetto di decreto. Il decreto sulla terra aboliva senza riscatto la grande proprietà fondiaria e concedeva la terra ai contadini. In mano a questi ultimi passarono più di 150 milioni di ettari. Si realizzava ciò che per secoli era stato il loro sogno, per il quale avevano lottato. In base al decreto leniniano la proprietà fondiaria privata veniva sostituita dalla proprietà di tutto il popolo, dalla proprietà statale. Il decreto sulla terra fu approvato tra i fragorosi applausi dei delegati al congresso.
Il II congresso dei Soviet elesse lo Esecutivo Centrale Panrusso dei Soviet dei deputati degli operai e dei soldati (VZIK) e costituì il consiglio dei Commissari del Popolo, del quale fu eletto presidente Lenin.



Nel novembre del 1917 egli scrisse un appello alla popolazione per incitarla a raccogliersi intorno ai Soviet e a prendere audacemente in mano la direzione dello Stato. Nei comizi e nelle manifestazioni egli non faceva che incitare le masse a costruire una vita nuova. « Il socialismo non nasce in seguito a direttive dall'alto », diceva Lenin. La viva creazione delle masse era considerata da lui come l'elemento più importante ed essenziale nella costruzione del socialismo.
Il governo sovietico aveva la sua sede nel Palazzo Smolnyj. Qui ferveva giorno e notte un'intensa attività. Da qui partivano direttive e indicazioni. Qui arrivavano uomini da ogni parte del paese. Al centro di tutta questa enorme attività si trovava Lenin. Venivano a trovarlo operai, soldati, marinai e contadini. Dai più lontani villaggi i rappresentanti dei contadini giungevano nella capitale per poter vedere Lenin e parlare col capo del loro governo. Vladimir Ilic ascoltava tutti attentamente, risolveva rapidamente le questioni, insegnava agli operai e ai contadini e a sua volta imparava da loro. Egli non perdeva di vista niente ed elaborava tutte le questioni essenziali della politica del partito e dello Stato.
Ma la situazione del paese era molto difficile. Anzitutto si doveva porre fine alla guerra. I soldati, esausti dopo la permanenza al fronte, non vedevano l'ora di raggiungere le loro case. I governi dell'Inghilterra, della Francia e degli Stati Uniti, nonostante i molteplici appelli del governo sovietico, rifiutavano di intavolare trattative di pace con la Germania. Lenin riteneva che in questa situazione il governo sovietico dovesse concludere una pace separata con la Germania, senza tener conto dell'Inghilterra, della Francia e degli Stati Uniti. Non esisteva altra via d'uscita. Gli imperialisti tedeschi accettarono di intavolare trattative, ma avanzarono condizioni inaccettabili. Essi esigevano la cessione di un largo tratto del territorio sovietico. Che cosa si doveva fare? Accettare queste pesanti condizioni di pace o continuare la guerra? Lenin propose di firmare il trattato di pace. Secondo lui, il paese, esausto e privo di forze, doveva riprendere respiro. Era indispensabile affrontare dei sacrifici pur di salvare la Repubblica sovietica: si doveva porre assolutamente termine alla guerra e ottenere un sia pure breve periodo di tranquillità per consolidare il potere sovietico, per salvare le conquiste della rivoluzione proletaria. Era indispensabile, secondo Lenin, permettere agli operai e ai contadini di riprendersi dopo gli orrori della guerra imperialistica, cominciare la ricostruzione dell'economia nazionale e creare un esercito nuovo, operaio e contadino, capace di difendere le conquiste della rivoluzione. Contro la firma del trattato di pace con la Germania presero posizione i residui della borghesia ormai battuta, i socialrivoluzionari, i menscevichi, Trotskij e i cosiddetti "comunisti di sinistra" (Bucharin, Bubnov, Lomov, Osinskij ed altri). I "comunisti di sinistra" esigevano l'interruzione delle trattative di pace e lo scatenamento di una guerra rivoluzionaria contro la Germania, anche se mancavano le forze per farlo. La situazione nel partito era molto difficile. Questo fu per Lenin un periodo duro. Egli prese posizione nella stampa contro i "comunisti di sinistra" e Trotskij, indicando i pericoli della frase rivoluzionaria. Lenin definì la politica dei "comunisti di sinistra" un'avventura e il loro comportamento "strano e mostruoso", quando essi conclusero che si poteva sacrificare il potere sovietico nell'interesse di una rivoluzione internazionale. Lenin sottolineava che proprio la salvezza della Repubblica dei Soviet e il suo rafforzamento erano il migliore appoggio che si potesse dare al movimento mondiale d'emancipazione dei lavoratori.
La questione della pace fu discussa più volte nelle riunioni del Comitato Centrale del partito. Il dibattito era molto animato. Dapprima la maggior parte dei membri del CC non appoggiò Lenin. Trotskij, che era stato nominato capo della delegazione sovietica per le trattative con i rappresentanti della Germania, non seguì le indicazioni di Lenin, del Comitato Centrale del partito e del governo sovietico, non firmò le condizioni proposte dalla Germania e ruppe le trattative. Nel febbraio 1918 l'esercito tedesco passò all'offensiva: gli imperialisti intendevano soffocare il potere sovietico e trasformare la Russia in una loro colonia.
Il paese dei Soviet era esposto a un grave pericolo. Lenin e il partito organizzarono in gran fretta la difesa. Il 21 febbraio a nome del Consiglio dei Commissari del Popolo Lenin rivolse al popolo un appello infiammato: "La Patria Socialista è in pericolo!".
La questione della pace era divenuta talmente urgente e importante che il Comitato Centrale decise di convocare il congresso del partito. Cominciarono i preparativi per il congresso. Nella Pravda quasi ogni giorno apparivano articoli di Lenin, in cui si dimostrava la necessità di concludere la pace. Il 6 marzo 1918 a Pietrogrado si aprì il VII congresso del partito. Fu il primo congresso del partito dopo il trionfo della Rivoluzione Socialista d'Ottobre. Lenin ne diresse i lavori e prese molte volte la parola. Nel rapporto politico a nome del Comitato Centrale egli dimostrò in modo irrefutabile la necessità di concludere la pace di Brest.
Il VII congresso del partito approvò a maggioranza di voti la linea di Lenin. Fu approvata la risoluzione "Sulla guerra e sulla pace", in cui si sottolineava che la pace tra la Russia sovietica e la Germania era indispensabile. Il congresso invitò il partito e i lavoratori ad accrescere la vigilanza e la disciplina rivoluzionaria, a creare organizzazioni capaci di portare le masse alla difesa della patria socialista, dato che erano inevitabili nuove offensive degli imperialisti.
In base al rapporto di Lenin il congresso approvò la risoluzione, da lui scritta, sulla nuova denominazione da dare al partito. Da questo congresso esso prese a chiamarsi Partito Comunista Russo (bolscevico). L'appellativo di comunista; a detta di Lenin, esprimeva il concetto che il comunismo era la meta.
La conclusione del trattato di pace di Brest Litovsk è un chiaro esempio della duttilità della tattica leniniana, della sua capacità di ritirarsi, quando era indispensabile, per guadagnare tempo e accumulare le forze necessarie per la vittoria nei successivi combattimenti.
L'11 marzo 1918 il governo si trasferì a Mosca, che divenne la capitale dello Stato sovietico. II Consiglio dei Commissari del Popolo e l'Esecutivo Centrale scelsero come sede il Cremlino, ove si trasferì anche Lenin. Il IV congresso straordinario panrusso dei Soviet, convocato a Mosca il 14 marzo, approvò la risoluzione scritta da Lenin sulla ratifica del trattato di pace. Dopo la conclusione di questo trattato lo sviluppo del movimento mondiale d'emancipazione confermò il saggio calcolo di Lenin e la sua capacità di previsione. Nel novembre del 1918 in Germania scoppiò una rivoluzione e questo trattato brigantesco perse ogni valore.
Abbattuto il potere dei proprietari fondiari e dei capitalisti, il popolo doveva affrontare un compito che nessun paese al mondo aveva mai risolto. Si trattava di organizzare un nuovo apparato statale, di rimettere ordine nell'economia nazionale, di imparare a dirigere lo Stato. Gli operai e i contadini erano divenuti i proprietari delle fabbriche, delle officine e della terra. Ma non tutti erano consapevoli del fatto che la proprietà sociale e statale doveva essere salvaguardata ed accresciuta. Come educare le masse nello spirito del socialismo? Come insegnare loro a lavorare in maniera nuova? A queste questioni Lenin dedicava ogni sua energia. Il 29 aprile 1918 egli illustrò all'Esecutivo Centrale i compiti attuali del potere sovietico. Nella relazione e nell'opuscolo dedicati a questo tema Lenin chiarì le cause della vittoria della Rivoluzione d'Ottobre, indicò il compito della trasformazione socialista dell'economia russa, mostrò gli ostacoli che si trovavano sul cammino verso la società nuova, incitò gli operai a imparare a organizzare la produzione. La creazione di una nuova economia socialista era il compito principale.
Fra gli operai e i contadini, diceva Lenin, non mancano talenti organizzativi. Occorre scovare questi talenti, incoraggiarli, offrire loro la possibilità di svilupparsi. Lenin attribuiva particolare importanza all'organizzazione e alla realizzazione dell'emulazione socialista di massa. Sotto il socialismo, egli diceva, si presentava per la prima volta la possibilità di realizzare l'emulazione su scala vastissima.
Lenin insegnava che il socialismo veniva creato dalle masse popolari, che faceva scaturire una sorgente ancora intatta di talenti e faceva partecipare milioni di lavoratori alla creazione della storia. Lenin affermava che è indispensabile organizzare il calcolo e il controllo della produzione e della distribuzione dei prodotti. Egli incitava gli operai ad accrescere 1a produttività del lavoro, a sviluppare la grande industria, la produzione di combustibili, ferro e macchine, e anche ad elevare il livello dell'istruzione e della cultura delle masse e a consolidare la disciplina. Lenin osservava che l'aumento della produttività del lavoro non era un compito facile. Le indicazioni di Lenin ebbero grande importanza per la costruzione del socialismo.
La lotta del Partito Comunista per l'attuazione del piano leniniano d'edificazione del socialismo si svolgeva in una situazione straordinariamente difficile. Nell'estate del 1918 la situazione alimentare era particolarmente complicata. I contadini ricchi e gli speculatori nascondevano il grano, volevano soffocare la rivoluzione con la fame. Lenin lanciò la parola d'ordine: "La lotta per il grano è lotta per il socialismo". II partito organizzò una spedizione degli operai nelle campagne. Decine di migliaia di operai d'avanguardia, a cominciare dai proletari di Pietrogrado, costituirono "reparti alimentari" e, rispondendo all'appello di Lenin e del partito, si recarono nelle campagne. Nel giugno 1918 Lenin firmò un decreto che istituiva i comitati dei contadini poveri. Questi comitati divennero il sostegno dello Stato sovietico nella lotta contro la borghesia agraria, per il rifornimento di grano alle città e all'esercito. Tutto ciò valse a consolidare il potere dei Soviet nelle campagne e contribuì a conquistare i contadini medi e a portarli dalla parte del potere sovietico.


Guardate ad Oriente!
Sembrava che per il popolo russo non vi fosse via d'uscita dalle tenebre dello zarismo. Per una rivoluzione e soprattutto per una rivoluzione vittoriosa non vi erano speranze.
Ma la Russia è il paese dove si realizza anche l’impossibile. I bolscevichi ora realizzano fino in fondo questo impossibile.
(Anatole France)

La bandiera della repubblica socialista sovietica è la rossa bandiera della liberazione dell'umanità! Su di essa spicca l’effige e una scritta in oro. La effige sono la falce e il martello incrociati.
La scritta non è il titolo di una uccisione di massa, come sta sulle nostre vecchie bandiere del militarismo barbarico, no, questa è una esclamazione della ragione, fatta al mondo da Karl Marx: "Proletari di tutti i paesi, unitevi!".
(Henri Barbuse)

Che significato ha questa rivoluzione operaia e contadina? Prima di tutto l'importanza di questo rivolgimento sta nel fatto che noi avremo un governo sovietico, il nostro organo di potere senza una qualsivoglia compartecipazione della borghesia. Le masse oppresse creeranno esse stesse il potere. Il vecchio apparato statale sarà tagliato alla radice e sarà creato un nuovo apparato di direzione costituito dalle organizzazioni sovietiche. Inizia un capitolo nuovo nella storia della Russia e l'attuale, terza rivoluzione russa deve alla fin fine portare alla vittoria del socialismo.
(Lenin)


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L'evoluzione della sessualità umana (The evolution of human sexuality)

Shu, dio dell'aria, separa la figlia Nut dall'amplesso con il fratello Geb


Almeno due sono le valide ragioni per cui la sociologia deve occuparsi dei problemi della sessualità, nonchè delle sue modificazioni e della sua evoluzione in rapporto alle varie epoche ed ai vari popoli: prima di tutto perchè il sesso ha grande importanza per il comportamento sociale dell'individuo; in secondo luogo per i profondi rapporti e le intime influenze che esistono tra cultura e condotta sessuale. Lo studio di tali problemi nonchè delle istituzioni e delle credenze sessuali, è quindi un valido mezzo di indagine su una determinata società o una particolare epoca. Proprio queste ricerche hanno confermato che il modello di una condotta sessuale ha grande importanza nella comparsa degli atteggiamenti del gruppo e nella formazione dello individuo e che ad ogni modificazione culturale e sociale corrispondono anche mutamenti e diversificazioni nei valori attribuiti alla vita o al comportamento sessuale (e spesso, viceversa).
Sulla base di studi sociologici si è inoltre potuto accertare come durante. l'evoluzione biologica il sesso sia andato assoggettandosi sempre più a particolari regolamentazioni sociali. La considerazione e il valore in cui sono tenute la sessualità e le sue espressioni - appunto perchè profondamente influenzabili dall'ambiente socio-culturale - non risultano in ogni civiltà uguali; i vari popoli considerano molto diversamente il sesso ed in base a tale particolare valutazione realizzano un proprio particolare modello di comportamento sessuale. Per questo, a seconda dei casi e del grado di libertà di una società, il sesso può essere represso molto duramente ed essere causa di sentimenti di colpa e di conseguenti stati di - ansia; può essere costretto in ristretti limiti e considerato un puro e semplice mezzo necessario per la riproduzione e la conservazione della specie; può, viceversa, godere di una certa libertà di espressione ed essere considerato una legittima e naturale occasione di piacere.
Tale profonda diversità di valutazione della sessualità non è assolutamente ricollegabile, in alcuna comunità con il grado di civiltà. Non è infatti vero, come spesso credono i profani, che le tribù -cosiddette selvagge siano più libere di fronte al sesso; si dà il caso anzi che presentino limiti più rigidi di quelli esistenti nella nostra società, che pur si ispira a criteri sessuo-negativi.
C'è, è vero, tra i selvaggi chi considera il sesso una fonte di piacere fine a se stesso, come accade presso un popolo della Melanesia, i Trobriandi; ma proprio all'opposto ci sono le tribù delle isole Marchesi, che usano il sesso come strumento di compensazione a delusioni e stati d'ansia, e i Mani della Nuova Guinea che lo condannano o quanto meno lo ignorano. Tali differenti valutazioni si ritrovano, tutte o in parte; anche nella civiltà occidentale.
I Trobriandi della Melanesia usano del sesso come d'una piacevole attività ludica: i loro piccoli conoscono presto il significato del sesso e imitano nei loro giochi i genitori, ai cui rapporti sessuali hanno liberàmente assistito. Conoscendo tutto della sessualità sin da bambini, i giovani trobriandi arrivano gradualmente - senza improvvisi salti qualitativi d'ordine psicologico - alla maturità sessuale e al suo esercizio. Il rapporto pre-matrimoniale è così molto diffuso, sia come prosecuzione del piacevole gioco genitale infantile, sia come vero e proprio allenamento al duraturo legame del matrimonio, realizzato il quale, qualcosa muta: la maternità riduce la libertà e l'attività sessuale si fa più riservata.
Gli abitanti delle isole Marchesi ricorrono all'attività sessuale per trovare un compenso alle paure e alle delusioni di quello che è per loro il problema di maggior importanza e gravità: la fame. Quest'incubo è poi accompagnato ed aggravato da un altro fattore, per altre ragioni frustrante: una rilevante scarsità di donne. da cui deriva l'usanza della poliandria. L'attività sessuale è consumata per poter dimenticare la fame, ma essa non è totalmente rasserenante e gioiosa, poichè l'uomo vive sempre nel timore di non trovare una compagna o di essere respinto da una donna amata. Malnutrizione e privazioni sessuali si uniscono quindi per mitizzare la sessualità: le paure e la fame agiscono come stimolanti del desiderio sessuale.
Un terzo esempio è offerto dai Mani della Nuova Guinea, presso i quali il sesso è visto come peccato e svalutato almeno nell'istituto familiare. La comunità si preoccupa soprattutto di accumulare beni e ricchezze: a tale scopo è subordinata ogni altra attività ed ogni interesse sociale. Le -famiglie predispongono, a distanza di tempo, i matrimoni basandoli esclusivamente su considerazioni economiche, e rifiutando che preferenze e desideri sessuali individuali possano in qualche modo ostacolare i loro propositi. Essendo bandito dai rapporti coniugali l'amore, ogni amplesso è semplice espressione di una istintiva funzione biologica e può, senza pregiudizi o condanne, avvenire anche comunemente fuori dall’ambito coniugale. Per le donne il sesso appare una funzione disgustosa e tra gli sposi la confidenza e lo affetto sono inesistenti; la cultura recepisce poi questa situazione: non un canto, presso i Mani, parla d'amore.


Accoppiamento propiziatorio per la caccia (incisione rupestre)


Differenze sia geografiche che nel tempo ed analoghe varie valutazioni si ritrovano anche nella storia dei costumi sessuali della nostra società. Nel secolo scorso (specie in Europa nell'epoca vittoriana) i valori sessuali nel matrimonio erano svalutati quasi come fra i Mani e ne furono influenzate analogamente cultura e civiltà. Il successivo sviluppo delle conoscenze anatamo-fisiologiche e psicologiche apportò profonde modificazioni ai vecchi modelli di comportamento sessuale, ma tra la repressione antecedente e il riconoscimento del valore naturale (e positivo) della sessualità il salto qualitativo fu così grande da provocare profondi squilibri. In reazione al puritanesimo bigotto ed alla repressione più assurda, si ebbe un'esaltazione dello erotismo, che portò il sesso ad un livello di gioco del tutto analogo a quello che si è visto caratterizzare la vita dei Trobriandi. Ed ancora. terzo caso, nella nostra società improntata ad un'accesa competizione ed a un'esasperato individualismo, gli uomini e le donne cercano nell’amore coniugale una condizione di sicurezza psicologica. Il possesso sessuale offre una sorta di compensazione ai pericoli ed alle paure sociali; proprio come accade tra gli abitanti delle isole Marchesi. E' significativo un episodio ormai divenuto famoso: in una sera del 1967 a New York in conseguenza di un grave guasto ad una centrale elettrica la città rimase senza luce; per l'impossibilità di dedicarsi alle normali attività e certamente spinti dall'ancestrale paura del buio, uomini e donne si rifugiarono nel rassicurante esercizio della sessualità, come fu documentato nove mesi dopo da un improvviso
ed esplosivo incremento delle nascite... Pur brancolando ancora tra l'uno e l'altro dei modelli di comportamento, il giovane d'oggi tende a costruirsi una nuova linea di condotta, più spontanea e naturale, in cui la sessualità è vista come una funzione costruttiva e positiva, atta a migliorare i rapporti fra uomo e donna e fondata sulla parità dei sessi.
Sono molti gli aspetti ancora oscuri della nascita e dello sviluppo della sessualità: si possono fare, per tutta una lunga fase dell'evoluzione dell'uomo, solo delle ipotesi, cui non offrono molte conferme adeguati documenti.
Probabilmente all'inizio; il sesso era una cieca e non finalizzata energia, una necessità che trovava sfogo su oggetti indifferenziati. Non doveva ovviamente esistere un sentimento simile all'amore, né differenze soggettivamente e oggettivamente apprezzabili tra bisogno istintivo e desiderio affettivo. Nel corso di migliaia di anni, dal giorno cioè in cui (un milione e mezzo e più d'anni fa) in una parte dell'Africa comparvero i primi progenitori dell'uomo, la sessualità si è sviluppata e trasformata parallelamente alla civiltà. Essa rimane tuttora una enorme forza che condiziona tutta l’attività umana. L'impulso elementare, biologico, è restato fondamentalmente lo stesso, ma la sua espressione si è modificata più volte nel corso dei tempi, non sempre linearmente, condizionata a sua volta dall'ambiente, dal clima, dall'alimentazione, dai rapporti sociali, dalla cultura.
Sulla base di ciò che accade fra gli animali è da supporre che nei primordi della sua esistenza, l'uomo esprimesse la sua sessualità con manifestazioni di violenza: cercava e inseguiva la femmina senza alcuna precisa scelta, ma solo ubbidendo alla necessità istintiva di soddisfare un bisogno. L'accoppiamento non presupponeva quindi alcuna condiscendenza da parte della donna.
Questa era la situazione al tempo della preistorica orda selvaggia, prima cioè che si instaurasse una qualsiasi organizzazione sociale. Anche con la successiva formazione del « clan » le cose non dovettero mutare di molto. Restava ancora ignorato, assai probabilmente, il rapporto biologico tra sesso e procreazione, non dovevano esistere ancora sentimenti alla base dell'esercizio sessuale. La donna era infatti non una compagna (od anche solo una proprietà) di un determinato uomo, ma dell'intero clan: apparteneva cioè a tutto il gruppo. Successivamente, con l'evoluzione biologica e civile, i rapporti dovettero cambiare. Quando sia avvenuta una prima differenziazione nei ruoli tra i sessi è impossibile stabilire, dovendo tale fenomeno risalire a tempi lontani decine di migliaia d'anni.
Certo le donne partorivano e l'uomo no, ma non erano altre, agli albori dell'umanità, le differenze. Il compito di cacciare e guerreggiare per l'uomo e quello di accudire ai lavori domestici per le donne (in una ben più larga accezione di quanto non si intenda oggi con tale termine) vennero stabiliti successivamente, in un'epoca che probabilmente risale di poco oltre l'inizio dell'ultima era glaciale, una ventina di migliaia d'anni fa.


Frammento di statuetta erotica


Due ipotesi vengono fatte a proposito delle possibili cause del qualitativo e rivoluzionario salto rappresentato dalla comparsa di una sessualità basata, almeno grossolanamente, ,sulla consapevolezza di una scelta, sul possesso individuale della donna. Una prima si ricollegherebbe ad un possibile rifiuto, messo in atto ad un certo momento, dalla femmina di cedere alla pura e semplice violenza del maschio: tale teoria porrebbe la donna alla base della trasformazione della sessualità, anche se poi sarebbero occorsi millenni - un tempo brevissimo nella storia dell'umanità - perchè da questa ripulsa derivassero amore e scelta, corteggiamento e tenerezza. Una seconda ipotesi si rifà, invece, al desiderio della donna - insorto durante l'assenza dei maschi andati a caccia o in guerra, - di abbellirsi con colori, collane e rudimentali vesti, allo scopo di suscitare nuovo interesse nel maschio che tornava alla base. Anche quest'altra ipotesi pone la donna alla base del mutamento del primitivo comportamento sessuale, confermando così l'importante ruolo che ella avrebbe. avuto (e che in fondò avrebbe ancora oggi) nella comparsa e nello sviluppo dell'amore, della felicità erotica, della libertà sessuale.
Prima che la sessualità da animalesca ed istintiva si facesse almeno un poco umana e cosciente, non doveva esistere non solo l'amore ma neppure amicizia fra uomo e donna. Forse un sentimento del genere comparve prima fra uomo e uomo, alleati nel raggiungimento di una qualche impresa e quindi sempre più legati fra loro da interessi comuni, riconoscenza, simpatia. Tale sentimento comparve, probabilmente dopo un lungo tempo, anche nei rapporti fra maschi e femmine, trasformandosi poi in affetto ed amore, in occasione di qualche grave tensione fra i sessi, in presenza cioè di qualche grave contrasto, per la cui soluzione fu necessario trovare una qualche novità di comportamento. Se il contrasto fu, come si è ipotizzato, il rifiuto della donna allo stupro animalesco, il superamento della tensione fu forse possibile con l'introduzione del principio della richiesta e del corteggiamento, che presuppone una scelta preventiva e una successiva dolcezza di comportamento, l'una e l'altra elementi importanti dell'amore. Il maschio con un processo evolutivo di grande importanza; mitigò il suo carattere violento, aggressivo e brutale.

Questa prima trasformazione non portò probabilmente a veri e propri legami duraturi, perchè dopo un periodo d'amore, forse anche dopo un solo atto sessuale, sia pure di tipo nuovo, i due compagni si lasciavano, tornando liberi e pronti ad altre scelte ed altri accoppiamenti.
Ma la scelta, il desiderio prima ed il suo appagamento dopo, non solo finalizzarono chiaramente e definitivamente l'istinto sessuale, ma misero in moto una catena di complesse successive reazioni: una prima fu probabilmente (si tratta sempre di ipotesi) il fatto che il maschio si sentì attratto dalla femmina che gli si rifiutava più che da quella che si concedeva. Ciò introdusse nella schermaglia, che precedeva l'accoppiamento, il corteggiamento, del resto largamente presente tra gli animali. La donna, dal canto suo provvide a realizzare una propria scelta e ad evitare di essere un puro oggetto delle altrui attenzioni, imparando a offrirsi e a ritirarsi a seconda dei casi, con un comportamento che oggi si definirebbe di civetteria e di malizia.
Una seconda conseguenza fu probabilmente ancor più importante per l'evoluzione della specie umana: il rapporto sessuale meno brutale e più coscientemente desiderato, dovette piacere anche al maschio, che provò; per la prima volta, un piacere nuovo e diverso da quello un tempo collegato alla sua brutalità.
Una terza conseguenza, forse più recente, fu il formarsi di una coppia fissa (o solo più duratura) o quanto meno di un gruppo poliandrico o poligamico più ristretto. Le tribù, i clan, i gruppi di cacciatori maschi che avevano conosciuto la nuova sessualità - basata sulla scelta e sul piacere - non potevano più accettare, quando erano in missione lontano dalla loro casa che le loro femmine fossero esposte all'aggressione o al desiderio d'un altro uomo, d'un cacciatore o di un guerriero di altro gruppo. Il maschio preistorico, in questo momento cercò probabilmente di assicurarsi una permanente possibilità di affetto e fruizione di quella che era stata la sua donna: il risultato fu la formazione della coppia, e la richiesta di fedeltà. Da ciò derivarono una serie di altri processi molto importanti per l'evoluzione sociale dell'umanità: le - femmine restavano fedeli al maschio assente; tra i maschi, che accettavano tale principio, diminuiva la rivalità motivata dal permanente desiderio di conquista, e si accentuava il rispetto dei reciproci diritti amorosi e sessuali.
Circa la terza ipotesi, ossia la decisione della donna di ornarsi, abbellirsi, vestirsi, è facile pensare che la femmina abbia modificato o completato il suo aspetto per desiderio di distinguersi dalle altre, per il piacere del tutto estetico per le cose colorate e via dicendo, più difficile è forse poter capire le ragioni che possono averla spinta a coprire il corpo, poichè 1.'ipotesi di una protezione contro il freddo non resiste alla critica. Si tenga conto infatti che furono le donne e non gli uomini a coprirsi per prime e le sole a farlo per lungo tempo, e che sino a epoche già storiche le parti del corpo coperte erano le regioni genitali.
Probabilmente la comparsa degli ornamenti e delle vesti ha determinato nel maschio una maggiore. eccitazione sessuale e la ricerca selettiva nell'ambito delle femmine, che gli si presentavano marcatamente più diverse l'una dall'altra. La sollecitazione alla scelta da un lato e la possibilità di maggior difesa dall'altro potrebbero aver portato alla necessità di un corteggiamento e di rapporti psicologicamente più elevati.


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sabato 22 gennaio 2011

Bertrand Russell (Trelleck 18.5.1872 - Penrhyndeudraeth 2.2.1970)


Il rigore morale di Bertrand Russell


“La conoscenza è stata usata per cattivi fini che la nostra immaginazione non si raffigura facilmente gli impieghi benefici che si rendono possibili con l’innalzamento dei livello medio della popolazione a quello attualmente consentito soltanto ai geni. Quando mi concedo la speranza che il mondo riesca a liberarsi dei suoi guai odierni e che impari un giorno ad affidare la direzione degli affari non a dei saltimbanchi crudeli ma ad uomini di saggezza e di coraggio, mi appare davanti una soluzione luminosa: un mondo dove nessuno soffra la fame, dove pochi siano malati, dove il lavoro sia piacevole e non eccessivo, dove la gentilezza sia cosa comune, e dove le menti, libere dalla paura, creino delizie per gli occhi, per le orecchie, per il cuore. Non dite che ciò è impossibile. Non é impossibile. Non dico che si possa fare domani; dico però che si potrebbe fare entro i prossimi mille anni, se gli uomini dedicassero le loro forze per la conquista di quel tipo di felicità che dovrebbe essere caratteristico dell’uomo. (Bertrand Russell)


Sarebbe assai facile presentare la opera di Russell filosofo della matematica, facile nel senso che si tratta di un'opera ormai consacrata, di valore riconosciuto e in qualche modo già appartenente al passato.
Più difficile è presentare l'opera di Russell filosofo in senso generale, moralista, saggista, politico: come sempre, in questi campi le valutazioni sono meno concordi e meno ovvia è la strada per intendere il significato di quello che ha fatto.
Ma la cosa più difficile è, in un certo senso, intendere la relazione tra i due campi nei quali egli ha esercitato la sua influenza. E questa difficoltà non è gratuita.
Intendere il legame tra le credenze filosofiche e gli atteggiamenti pratici e politici di Kant o di Hegel o di Marx non è difficile, mentre quel legame è meno diretto tra le credenze filosofiche e gli atteggiamenti pratico-politici di Locke, di Hume, di Stuart Mill; e Russell è, per un certo verso, l'erede di quella tradizione empiristica britannica, un'erede che ha avuto la singolare ventura di vivere fino all'età della civiltà industriale avanzata, della tecnologia diffusa, della società di massa.

Russel apparteneva a una nobile famiglia inglese, dalla quale aveva ereditato il diritto di sedere nella Camera dei Pari d'Inghilterra; suo nonno era stato primo ministro della regina Vittoria, e nella famiglia dei nonni, che lo avevano allevato dopo la morte precoce dei genitori, aveva respirato lo spirito vittoriano dell’Inghilterra imperiale.
Ma aveva anche conosciuto il non-conformismo che costituiva una componente importante della tradizione liberale inglese e che aveva rappresentanti non trascurabili nell'aristocrazia britannica.

La famiglia della madre amava prendere atteggiamenti non conformistici, certamente il matrimonio dei suoi genitori non era concepibile secondo i canoni della morale vittoriana, e persino il vittorianesimo della nonna paterna lasciava intravedere qua e là qualche spiraglio.
I termini della personalità di Russell sono in parte contenuti in questi semplici dati familiari: per molti versi il suo fu un continuo tentativo di liberare l'eredità liberale e riformistica da quella vittoriana, che aveva ricevuto dalla propria famiglia.

Il vittorianesimo è molte cose, e non è possibile sbrigarlo qui con due formule.
Ma certamente il vittorianesimo fu la convinzione che un certo ordine sociale interno e politico internazionale fossero le cose migliori e più razionali possibili. In questa prospettiva il dominio delle classi ricche, il lavoro degli umili, l'impero britannico, lo sfruttamento delle colonie erano cose sante e giuste, premi dati ai più capaci, occasioni preziose per diffondere la civiltà nel mondo.
Non si trattava di un patrimonio proprio della sola Inghilterra, ché la Germania guglielmina o la Francia di Napoleone III o l'Italia post-risorgimentale conoscevano mentalità assai vicine a quella vittoriana.

In Inghilterra i filoni culturali che meglio rappresentavano una forma di resistenza all'ideologia ufficiale vittoriana erano i movimenti di riforma sociale, che richiamavano l'attenzione sugli aspetti meno edificanti e rispondenti alla razionalità santificatrice del sistema sociale, aspetti come la condizione degli operai e delle donne.
A questi movimenti aveva: dato aiuto una cultura vivace e non conformista, erede della tradizione empiristica inglese, legata al positivismo e al socialismo europeo.
A questa forma di cultura non si era aperto il mondo del sapere tradizionalista e conservatore delle università inglesi più famose, Cambridge e Oxford, dominate ancora da forme tradizionali di erudizione, dalla soggezione alla chiesa ufficiale e aperte semmai all'influenza della filosofia accademica tedesca.
Solo verso la fine dell'Ottocento proprio l'eredità hegeliana doveva dare vita a una forma di filosofia accademica conosciuta come neoidealismo inglese, nella quale l’hegelismo veniva usato non come uno strumento per glorificare la razionalità della realtà esistente, ma come uno strumento per mettere in luce il carattere illusorio della realtà, disordinata e irrazionale: la via della salvezza dal disordine era una via individuale, qualche volta vagamente religiosa. qualche volta estetizzante.
In questa situazione culturale matura Russell.
Dopo aver studiato privatamente, entra nell'università di Cambridge, mostrando un vivo interesse per la matematica e per i problemi filosofici connessi con la matematica.
Dai professori dell'università Russell disse sempre di non aver imparato molto: ma all'università egli conobbe il matematico Whitehead, con il quale collaborò poi per molto tempo, e un ambiente intellettuale estremamente vivo, che gli permise di prendere contatto con la cultura internazionale.

Il problema della fondazione della matematica era un problema classico della filosofia moderna, almeno dal tempo cui la scienza aveva riconosciuto la propria strada maestra nell'applicazione sistematica della matematica, ma aveva tolto alla matematica il carattere di un discorso che descrive una porzione particolare, magari ideale, dell'universo.
E il problema era diventato più urgente e più complicato quando la matematica ottocentesca aveva riconosciuto la propria ricchezza, ma anche la propria anarchia: la matematica era diventata un insieme di teorie e di tecniche difficilmente riconducibili a principi unitari e semplici.
Era ormai difficile sapere se la matematica fosse un tutto unitario e coerente.
Nell'opera di fondazione della matematica, che conobbe il massimo sviluppo in Germania, ma ebbe rappresentanti importanti anche negli altri paesi, si incontrò ben presto il problema della logica.
La matematica lavora con operazioni mentali o con operazioni su simboli, operazioni che sono appunto regolate dalla logica. Ma quella che veniva considerata la “logica tradizionale” e che, bene o male, si faceva risalire ad Aristotele non bastava più a intendere il funzionamento della matematica.
Russell partecipò a questo intenso lavoro culturale.
I suoi primi saggi in questo campo furono di sapore kantiano: cioè i fondamenti della matematica venivano cercati in operazioni conoscitive e intellettuali, più che in operazioni di carattere logico.
Ma a vivere la crisi della logica Russell era preparato.
Proprio l'idealismo negativo inglese aveva messo in luce come la logica hegeliana (che sostanzialmente era una variazione della logica tradizionale) non si prestasse a intendere la realtà.
Per gli idealisti questa conclusione andava a tutto scapito della realtà; ma era possibile intendere la lezione anche in un altro moda.
Nell’Università di Cambridge Russell trovò un clima molto interessato all’hegelismo, ma anche percorso da fermenti anti-hegeliani: in questa atmosfera non gli fu difficile assumere un atteggiamento decisamente critico verso la logica tradizionale.
I risultati di questo lavoro, inteso a riformare la logica per comprendere la matematica e a illustrare il funzionamento della matematica furono due opere, The Principles of Mathematics (1903) e Principia Mathematica (del 1910-13 in collaborazione con Whitehead), che costituiscono due classici della cu1tura filosofica e matematica del nostro secolo.

Russell arrivava a spiegare il funzionamento della matematica con l'applicazione di operazioni assai semplici a simboli elementari, poi di nuovo con l'applicazione di quelle operazioni ai risultati così ottenuti, poi di nuovo con l'applicazione di quelle operazioni a quei risultati e così via.
I concetti matematici più complicati potevano essere ridotti, con operazioni lunghe e complicate, a operazioni assai semplici su concetti semplici.
Tuttavia il risultato di questa ricostruzione della matematica era assai sorprendente; perché risultava che la matematica, nel lavoro di generazione di se stessa, non andava del tutto immune dal pericolo di generare contraddizioni.
In secondo luogo la applicazione della matematica al mondo reale non era una possibilità garantita né sicura a tutti i livelli della matematica. Infine risultava che il discorso ordinario, fatto di parole e non di simboli matematici, utilizza sì le regole fondamentali della logica, ma genera concetti dubbi, spesso bastardi, che vanno analizzati, scomposti nelle funzioni logiche che li compongono, e talvolta anche espunti, perché celano errori logici.

La crisi dell’hegelismo giovanile di Russell si consumava così nello abbraccio strettissimo di logica e matematica, per cui la matematica è la più attendibile realizzazione della logica, mentre il discorso reale si serve di una logica rudimentale sulla quale sono cresciuti falsi concetti, che hanno dietro di sé pretese infondate e veri e propri errori.
La logica, che sembrava la più severa disciplina del pensiero o il filo d'Arianna per ritrovare la strada della realtà, si rivelava così uno strumento capace al massimo di disciplinare la matematica, ma buono soprattutto per rivelare le magagne della realtà.
La quale, tuttavia, per Russell, continuava a essere ben reale.
La crisi dell’hegelismo era stata in fondo la crisi dell'eredità vittoriana, la fine della fede nella coincidenza del reale e del razionale.
La conquista della logica della matematica segnava per Russell l'inizio di un lavoro di analisi delle più importanti nozioni filosofiche tradizionali (La nostra conoscenza del mondo esterno, 1914…, L'analisi dello spirito, 1921…, L'analisi della materia, 1927…, La conoscenza umana, 1948), un lavoro di analisi diretto a scoprire in che modo le operazioni logiche elementari hanno dato luogo a quelle nozioni.

Sul piano personale la crisi della morale vittoriana era cominciata molto presto in Russell.
In famiglia aveva trovato tracce della tradizione liberale e riformista inglese, era venuto a contatto con la socialdemocrazia tedesca prima della prima guerra mondiale, in patria era legato ai movimenti socialisti e riformatori.
La morale sessuale e quella sociale della tradizione vittoriana gli sembravano imposizioni sempre più assurde.
Ma la crisi dei valori tradizionali gli si manifestò proprio allo scoppio della prima guerra mondiale. Da un lato parteggiava sinceramente per la sconfitta degli imperi centrali, dall'altro, guardava con terrore e disgusto alla realtà della guerra, al nazionalismo che essa rinfocolava in tutti i paesi belligeranti, compresi quelli dell'intesa.
Nacque così il pacifismo di Russell come decisione di non collaborare alla guerra, come salvaguardia del libero giudizio personale di fronte alle menzogne della propaganda e all'efferatezza della guerra.

Ma dietro le posizioni pacifiste di Russell c'erano concezioni ben precise.
Russell rifiutava qualsiasi forma di morale e di politica fondata su norme o valori assoluti, cioè sulla considerazione di certe cose come mali e di altre come beni.
Questa morale gli sembrava l'erede della nozione religiosa di peccato, come questa illegittima.
Il peccato è un divieto assoluto, non giustificato dal carattere negativo delle sue conseguenze percepibili.
Sulla nozione di peccato era fondata la morale sessuale religiosa e vittoriana, che aveva poi come conseguenza la posizione di subordinazione sociale della donna.
Sulle nozioni assolute di bene e di male erano fondate le giustificazioni di parte della guerra e la relativa propaganda.
Il regime di guerra inoltre aveva messo in luce l'enorme estensione che il potere centrale aveva acquistato nella società contemporanea, soprattutto con la mobilitazione di tutti i mezzi di comunicazione e di pressione psicologica.
La guerra dava un volto reale al nemico contro il quale Russell sceglieva di combattere: il fanatismo politico, la menzogna consapevole e sistematica in favore del potere.

La società ufficiale rispose immediatamente alla presa di posizione di Russell, mettendolo in prigione e privandolo del posto all'università di Cambridge.
Ma Russell non smise di cercare le radici della minaccia che per l'umanità rappresenta la società ufficiale, e di scandalizzare i benpensanti con il suo anticonformismo.
Come dicevo, alla fonte dell'atteggiamento russelliano sta il rifiuto del concetto religioso di peccato.
Di fronte al divieto assoluto stabilito dalla morale religiosa, Russell rivendica il diritto dell'individuo di esaminare ogni divieto con la sua ragione personale e il diritto di seguire le condotte che non abbiano conseguenze negative apprezzabili per sé e per gli altri.
La morale non è una serie di divieti immotivati, ma una disciplina che ciascuno s'impone per cercare la felicità, e, poiché questo ne è il fondamento, essa può anche perdere il carattere coercitivo che la caratterizza nella mentalità tradizionale.
Il diritto del singolo di esaminare da solo il bene e il male e di stabilire da sé i criteri del proprio comportamento trova un ostacolo non solo nell'autorità religiosa tradizionale. ma anche nella concentrazione del potere, soprattutto se il potere può far appello allo stato di guerra.
Russell fu un sensibile osservatore dei primi fenomeni caratteristici della civiltà di massa.
Molto tempestivamente diede un quadro efficace della società americana rosa dalla competizione e frustrata dall'uniformità, anche se guardò con simpatia alle forze nuove che negli Stati Uniti si affacciavano alla cultura.
Con non minore simpatia guardò alla rivoluzione bolscevica, anche se si dimostrò deluso della dittatura del proletariato e lasciò un quadro piuttosto sinistro del proprio incontro con Lenin.
Anche nel leninismo egli vide una forma di concentrazione di potere, alla quale contrapponeva la spinta del popolo russo che nella rivoluzione aveva trovato una strada per abbattere le barriere dell'autocrazia.

Ma soltanto le posizioni prese da Russell dopo la seconda guerra mondiale danno il senso del carattere e della portata del suo individualismo.
Proprio perché era un acuto osservatore delle forme assunte dal potere nel mondo contemporaneo, Russell fu uno dei primi ad avvertire la gravità della minaccia atomica pendente sul mondo dopo la fine della guerra.
La minaccia della guerra era il pericolo più grave che bisognava allontanare ad ogni costo.
Il modo migliore per ottenere questo scopo sarebbe stato di creare un governo mondiale con poteri effettivi, minacciando una guerra contro l'Unione Sovietica, ancora sfornita di armamento atomico, per indurla ad accettare la sottomissione al governo mondiale.
Russell non pretese mai che una guerra di questo genere sarebbe stata giusta, e non si schierò mai con i sostenitori della guerra preventiva in nome della superiorità della tradizione occidentale e cristiana; osservò invece che una guerra di quel genere sarebbe stata vinta senza esser combattuta, e che sarebbe stata una guerra incruenta con immense conseguenze positive.
Il modo di pensare di Russell, consistente nello spregiudicato bilancio delle conseguenze positive e negative di una decisione, aveva qui una clamorosa e impopolare (come egli si espresse) conferma.
Ma lo stesso Russell abbandonò questo atteggiamento quando l'Unione Sovietica conquistò l'armamento nucleare e quando la fiducia negli Stati Uniti, come guida di un governo mondiale, gli venne meno in seguito alla caduta dell'amministrazione democratica e alle persecuzioni maccartiste.
Allora Russell, in un mondo che andava avviandosi sempre più alla situazione dell'irrigidimento bellico permanente, sempre più gravato dalla minaccia della mobilitazione psicologica permanente, seppe prendere un'altra posizione impopolare, sostenendo la necessità del disarmo unilaterale del suo paese.
Infine, quando la fine della guerra fredda lasciò uno spazio alle guerre di liberazione dei popoli coloniali, egli divenne il maggiore accusatore dei crimini di guerra consumati dalle potenze coloniali nelle guerre di repressione, da quella combattuta dai francesi in Algeria a quella americana nel Vietnam.
Un tribunale privato, volto ad accertare la realtà dei fatti, doveva emanare sentenze fornite solo del prestigio morale del libero giudizio.
E prima della recente morte Russell ebbe modo di leggere anche la sentenza contro l'Unione Sovietica per l'invasione della Cecoslovacchia.

Per chi era stato hegeliano la demitizzazione della logica, attraverso un'operazione culturale apparentemente lontana dalla realtà quotidiana, significò la scoperta della ragione come facoltà di giudizio individuale, come ispiratrice di atteggiamenti che tanto più sono corretti quanto più sono lontani dal modo di pensare comune.
L'abito critico dello scienziato alimentava questa posizione illuministica, che trovava conferma nella tradizione radicale e riformistica inglese e in un certo moralismo ancora vittoriano.
Russell vide il volto sgradevole e anonimo del potere contemporaneo, il suo carattere pervadente, ma non perdette mai la fiducia che bastasse un cervello solitario e indipendente per difendersi da un nemico tanto potente e subdolo.
Non pensò mai che proprio la capacità di agire sulle menti individuali, di porsi come termine di riferimento costante e ineludibile di qualsiasi scelta costituisce il carattere dominante della società industriale contemporanea.

La serena fiducia nell'esame individuale, libero e indipendente, che Russell mise in pratica con coraggio, suscita certo ammirazione e perfino nostalgia, in un mondo in cui quell'atteggiamento deve continuamente fare i conti con la “strategia storica”, cioè con le previsioni degli atteggiamenti collettivi, delle grandi forze mondiali, in un mondo in cui l'intellettuale non può accontentarsi della buona fede personale, ma deve anche sapere da che parte vuole stare.
Tutto sommato, Russell rimase per certi versi un fiero vittoriano.
Gli atteggiamenti decadenti, che rappresentano un modo di avvertire il cambiamento della società, al quale Russell rimase sordo, gli furono sempre estranei, e la sua morale sessuale, che tanto scalpore fece in Inghilterra e in America, appare oggi piena di candore e perfino d'ingenuità.
Perfino la sua ricostruzione della matematica, così lineare e ancora così fiduciosa, appare l'ultimo grande discorso unitario prima della rottura dell'unità della matematica e dell'irrompere, anche all'interno della scienza, della minaccia dell'incomunicabilità.
Ma Russell viene prima di questi problemi, un vittoriano, aristocratico e matematico, sopravvissuto con grande coraggio fino all'età dei cervelli artificiali.


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venerdì 21 gennaio 2011

Alessio Baldovinetti (1425-1499)

Autoritratto - Accademia Carrara (Bergamo)


Alessio Baldovinetti nacque a Firenze il 14 ottobre 1425 e morì sempre a Firenze il 29 agosto del 1499.

Del Baldovinetti non ho trovato chi sia stato il suo primo maestro, ma ho riscontrato che era ligio alle consuetudini disegnative dei fiorentini, e si formò sulle opere di Beato Angelico e di Andrea del Castagno, attingendo più viva naturalezza da Domenico Veneziano e da Piero della Francesca.

Dai "Ricordi" (1449-1499, a cura di G. Poggi, Firenze 1909) ho trovato notizie delle sue ricerche tecniche e degli esperimenti fatti con vernici ed oli.

Nella sua "Annunciazione" (Firenze, Palazzo degli Uffizi) la Vergine si allunga con flebile grazia, l'angelo la incontra con passo di volo, e nella chiarità tonale desunta dal Veneziano il rilievo e la prospettiva tengono il primo piano.

La "Madonna con il Bambino" (1460 circa, Parigi, Museo del Louvre [il dipinto lo potete ammirare nella foto immessa in alto a sinistra di questa pagina]) infonde un sentimento tenero nei modelli consultati, e nella "Natività" (1460-62, Firenze, Chiesa della SS. Annunziata), assai offesa, dal tempo, la composizione si allarga con sicuri effetti di spazio, mentre nella plastica "Annunciazione" di San Miniato al Monte, sempre a Firenze, al sodo rilievo sculturale si aggiunge un precoce tentativo di attitudini dinamiche.

Alessio Baldovinetti fece rivivere l'arte del mosaico, restaurando parte di quelli del Battistero di Firenze e realizzandone di nuovi nella Porta della Croce e del Paradiso.

Ebbe una sua particolare scuola, nella quale, tra i suoi allievi più importanti, primeggiò Domenico Ghirlandaio.



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