martedì 18 gennaio 2011

JONATHAN SWIFT - Vita e opere (The Life and Work)


INTRODUZIONE

Il 29 maggio 1660, Carlo II, il dissoluto figlio dell'infelice Carlo I, il cui capo era rotolato dal ceppo del carnefice il 30 gennaio 1649, entrava trionfalmente a Londra.
Lo acclamava con entusiasmo una popolazione stanca dell'esperimento del Commonwealth, che non era riuscito a stabilire né una repubblica parlamentare, nè un'autocrazia borghese, e che aveva avuto vita reale solo fintanto che alla sua testa si trovava la potente personalità di un Oliviero Cromwell.
E così si chiudeva una parentesi che, se non fosse stata tanto breve, avrebbe potuto invece segnare un'epoca nella storia inglese, e riprendeva il mal governo degli Stuard.
Ma per poco tempo, chè se la lezione del 1049 andò perduta tanto per l'intelligentissimo Carlo II, quanto per l'ottuso suo fratello e successore Giacomo II, non così fu per il loro popolo, e la Rivoluzione del 1688; ben detta Grande, benchè incruenta, espellendo la linea maschile degli Stuard e portando sul trono Guglielmo III di Orange, e sua moglie Maria di Casa Stuarda, aprì davvero un'era nuova nella storia d'Inghilterra, inaugurando l'epoca dei governo costituzionale parlamentare.

Nel campo politico, dunque, il 1688, più che non il 1660, segna l'inizio dei nuovi tempi, con l'abolizione dei metodi di governo del Rinascimento, i quali, instaurati dal primo re Tudor, Enrico VII, poterono essere mantenuti dai sovrani agili di mente di quella grande dinastia, mentre erano divenuti un vero nodo scorsoio per i re Stuard.
La reazione nel campo letterario non si era invece fatta tanto attendere.
Giustamente, facendo astrazione dalla gigantesca ma isolata figura di John Milton, i cui massimi capolavori datano dai primi anni del regno di Carlo II, giustamente, dico, si suole far cominciare il nuovo periodo letterario col 1660.
I prodromi però si erano già manifestati assai prima, nella reazione contro gli ultimi aspetti decadenti del Rinascimento; e, con minore o maggiore ragione, gli stessi grandi classicisti vollero attribuirne il merito al poeta Edmund Waller. ( 1 )

Certo, la poesia della fine del Rinascimento inglese, è poesia di decadenza; essa segue due correnti distinte, ciascuna delle quali risale ad un grande poeta del periodo aureo: la corrente della lirica classica, di impeccabile forma e di sicura eleganza e semplicità, rappresentata da Ben Jonson (1573-1637), e quella di una lirica densa di pensiero, se si vuole, ma deturpata dal concettismo secentesco manifestatosi in Inghilterra come altrove, e rappresentata da John Donne (1573-1631).
Ambedue questi poeti furono grandi nel loro genere, ma l'opera di ciascuno conteneva in sè germi di decadenza.
E, così la poesia classica ed elegante del Jonson portò a quella assai più semplice, benchè ancora elegantissima, del sacerdote epicureo Robert Herrick (1591-1674), "il più francamente pagano dei poeti inglesi", e quindi alle liriche, solo di rado felici, ma più spesso vuote ed insulse, quando non scurrili, di un Sir John Suekling (16091642) e di un Colonnello Lovelace (1618-1658).
Il Donne invece capeggiò quella che il grande critico settecentesco Samuel Johnson ebbe non troppo felicemente a chiamare la "scuola metafisica"; i suoi rappresentanti principali furono l'anglicano George Herbert (1593-1633), il puritaneggiante Francis Quarles (1592-1644), il puritano George Wither (1588-1661), il cattolico Richard Crashaw (1613 ?-1649) ed il mistico Henry Vaughan (1622-1695), nonchè altri ancora; essi furono invero assai più grandi che non i seguaci di Ben Jonson, ma nemmeno la loro indiscussa vena poetica, nè l'intensità del loro sentimento religioso, che li ha oggidì fatti tornare di moda (furono tutti poeti religiosi), li salvò da quella forma di decadentismo che potrei, con termine tolto alla letteratura italiana, chiamare marinismo.
E così una reazione si imponeva, sia contro la sciatteria, la vuotezza e l'insulsaggine degli uni, sia contro le complicazioni di pensiero, di sentimento e d'espressione degli altri.
E sorse il "classicismo", il quale, col suo primo grande rappresentante, John Dryden (1631-1700), trasformò per più di un secolo la poesia inglese.
Alla varietà di forme liriche di ambedue le scuole, spesso eccessiva ed inutile perchè non sempre corrispondente ad esigenze di contenuto, doveva sostituirsi la dignitosa uniformità del distico eroico decasillabico; alla sciatteria di espressione dei Jonsoniani, la precisione; alla complicazione concettistica dei donniani, la semplicità; alle lambiccate immagini di questi, uno stile piano e, semplice; ai luoghi comuni degli altri, una sostenuta dignità di pensiero; all'epicureismo dei primi e al complicato, talvolta morboso misticismo dei secondi, l'urbanità, la normalità dell'espressione, il senso comune negli argomenti. In questo culto del "senso comune" però, sta il segreto dell'insuccesso del classicismo - ed anche quello della, sua grandezza.
Esso distrusse la poesia - la vera poesia ( 2 ) - che non deve invero peccare contro il senso comune, ma lo trascende; onde il classicismo finì con l'uccidere la poesia, facendo trionfare il mero verso, ed eccellendo in quei generi poetici, e in primo luogo nella satira, che sono meno vicini. alle più alte forme di poesia.

Si può dire che scopo dei poeti classicisti fosse stato quello di elevare il tono delle loro opere quel tanto che bastasse per giustificare la forma metrica.
Nulla scrissero, o quasi, che, non si sarebbe potuto dire almeno altrettanto bene, in certi casi meglio, in prosa.
E nella prosa, veramente, si ebbe il trionfo del classicismo.
Se, dei tre periodi in cui si suole dividere il classicismo inglese - l'epoca, di John Dryden (Alwinkle, 19 agosto 1631 - Londra, 12 maggio 1700), quella di Alexander Pope (Londra, 22 maggio 1688 - Twickenham, 30 maggio 1744) e quella di Samuel Johnson (Lichfield, 18 settembre 1709 - Londra, 13 dicembre 1784) - due prendono il nome da poeti, si osservi che ciò è avvenuto soprattutto per l'abitudine che abbiamo di dar la preferenza alla poesia, e che, del resto, il Dryden fu altrettanto grande - e forse più - come prosatore che come poeta.
Quanto all'epoca del Pope, sarebbe forse assai, più giusto intitolarla ad un altro nome, a quello del Swift, se volessimo personificarla nel suo massimo genio.

La formazione della prosa, la creazione cioè dello stile moderno, in Inghilterra come altrove, si deve ad un impellente bisogno - a quello degli studi scientifici, i quali, raggiungendo per la prima volta nel '600 uno sviluppo inaspettato, richiedevano un mezzo di espressione chiaro, semplice, facilmente comprensibile, preciso, soprattutto scevro di possibilità di equivoci. E se l'Inghilterra non ebbe proprio un Galileo, vide invece la fondazione nel 1660 di quella Royal Society che si rese subito benemerita sotto questo come sotto tanti altri aspetti.
Del resto, questo bisogno stilistico non era che una delle tante espressioni di quel movimento razionalista che fu base ed origine ad un tempo dello sviluppo degli studi scientifici da una parte, e della reazione classica nella letteratura, dall'altra.
Nè è necessario ricorrere per spiegarlo all'influenza francese, per quanto questa sia in parte indubitabile.

Il primo mezzo secolo del classicismo vide dunque la creazione della prosa inglese moderna.
Gli stili, pur così meravigliosi nel loro genere, dei grandi prosatori della prima metà del '600 da Robert Burton (1577-1640) a Thomas Browne (1605-1682), da John Milton (1608-1674) a Thomas Hobbes (1588-1679), furono tutti sorpassati.
La prosa inglese si liberò cioè dei loro latinismi, delle loro costruzioni così spesso involute, ed anche di quella capricciosità che magari rende così attraenti taluni di quegli stili al buongustaio [ricordo specialmente il Burton, ispiratore di Charles Lamb (1775-1834), e Sir Thomas Browne (1605-1682)].
Piuttosto furono sviluppati, modernizzati, perfezionati i due stili del più grande prosatore e filosofo del Rinascimento inglese, Francis Bacon (1561-1626) - lo stile asciutto, nervoso, epigrammatico degli "Essays" (Saggi), e quello più complesso, di più ampio respiro, di più aulica dignità de "Il progresso del sapere" (1605) e della "La storia di Enrico VII" (1622).
Ma lo stile baconiano era ancora (a parte certe involuzioni che spesso mancano di chiarezza) troppo latino - tacitiano in un caso, direi liviano piuttosto che ciceroniano, nell'altro.
Lo stile dei classicisti, invece, è prima di tutto e soprattutto eminentemente inglese.
Dal latino prese bensì un'eloquenza, un senso di equilibrio, una perspicuità, che avrebbero potuto difettargli, ma non più di quanto gli occorresse, non tanto da svisare il carattere nazionale della lingua.

La prosa era il vero mezzo di espressione per quel tale ideale classicista che si ispirava al "senso comune", e subito fiorì ogni più caratteristica forma di prosa, da quella scientifica a quella giornalistica, dalla filosofica alla critico-letteraria, dalla storica alla novellistica.
Tra i grandi prosatori della prima generazione classicista, si trovano critici come il poeta Wyden, filosofi come il Locke (1632-1704), storici come il Burnet (1643-1715), diaristi come Samuel Pepys (1633-1703), romanzieri religiosi (chiamiamoli pure così) come il Bunyan (1628-1688) - per citare soltanto i più importanti.
Con essi la prosa inglese si poté dire definitivamente fondata.
La seconda generazione ebbe il compito di plasmarla ulteriormente e di portarla ad una perfezione che ha potuto forse essere eguagliata dopo da pochi, ma non superata per limpidezza e precisione da nessuno.
Ai primi del '700 appartengono infatti Joseph Addison (1672-1719) e Richard Steele (1672-1729), i quali, con il "Tatler" (1709-11) e con lo "Spectator" (1711-12), furono tra i fondatori del giornalismo inglese.
Alla stessa epoca appartengono Daniel Defoe (166I ?-1731) e Jonathan Swift.

Per quanto notevole fosse l'arte dimostrata dai primi giornalisti (si osservi, però, che per "giornale" noi intendiamo oggidì un genere che combina due specie diverse - la notizia e l'articolo che commenta gli argomenti di attualità, o politica o letteraria, o altro.
Ai tempi di cui parliamo, le due cose sono distinte, e i "giornali" dell'Addison e dello Steele, come pure il loro prototipo, la "Review" (1704-1713) del Defoe, "padre del giornalismo", sono pubblicazioni periodiche di articoli, quasi saggi, e non altro), i generi in cui la letteratura di quest'epoca eccelleva furono altri, specialmente il racconto e la satira, i quali ambedue si trovano combinati nei nostri "Viaggi di Gulliver".

La satira, invero, fu argomento preferito anche dalla poesia.
La fama di Alexander Pope (1688-1744), poeta grande, anzi grandissimo, rispetto agli ideali del suo tempo, non riposa tanto sull'elegante "molleggiamento" poetico del "Rape of the Lock" (1712, Il rapimento del ricciolo), e meno ancora sui versi, per quanto spesso felici, dello "Essay on Criticism" (1711, Saggio sulla Critica), o su quelli, non sempre così felici, dello "Essay on Man" (1734, Saggio sull'uomo) dalla pseudo-filosofia bolingbrokiana; e chi legge oramai le sue traduzioni di Omero, se vuol sapere qualcosa dello spirito dell'originale? Essa riposa invece sulla profonda satira dei "Moral Essays" (detti anche "Epistles",1731-1735, Saggi morali) e delle "Imitations of Horace" (1733-1738, Imitazioni di Orazio), in cui egli ha saputo cogliere ed adattare ai suoi tempi lo spirito del grande satirico romano; riposa pure sulle feroci invettive e la spietata e spesso crudele satira della "Dunciad" (1728, La zuccheide).

Ma con uno scritto come il "Shortest Way with Dissenters" (1702, La via più breve per i dissenzienti), Daniel Defoe aveva già mostrato che cosa potesse anche la prosa nel campo della satira feroce.

Quella del Defoe è una delle figure più singolari della letteratura.
Che fosse un genio non v'è dubbio, e, a parte i suoi romanzi, la sua genialità si manifesta nella sua opera giornalistica, esplicatasi non solo nella "Review", a cui si è accennato e con la quale egli fondò un nuovo genere letterario, ma anche e soprattutto nei suoi innumerevoli pamphlets, genere che allora specialmente trionfava, e che egli perfezionò.
In essi egli mostrò in primo luogo e in sommo grado la massima dote del giornalista realmente grande - la capacità cioè di immedesimarsi in brevissimo tempo in qualsiasi argomento, per quanto tecnico, e di poterne subito scrivere con sagacia, con competenza, con evidente dottrina: e che non si trattasse di conoscenze puramente superficiali è dimostrato dal valore che molte delle sue idee posseggono ancor oggi, specialmente in questioni economiche.
Ma non per nulla egli fu il padre del giornalismo, giacchè ai pregi dei massimi giornalisti, accoppiò i difetti dei peggiori: vera anima di avventuriero senza scrupolo alcuno; in un'epoca di speciale corruzione politica, era pronto a vendere la sua penna al miglior offerente - ed era capace di scrivere in un senso o in un altro con la stessa apparente sincerità, con la stessa foga e con la stessa persuasiva, direi con lo stesso candore.
E sembra certo che si rendesse reo di azioni ancora peggiori, chè parrebbe difficile negargli il massimo obbrobrio di essere stato una spia politica.

I suoi pregi (ed anche i suoi difetti) si basano su due qualità che egli possedeva in sommo grado: il senso realistico che gli derivava dall'ambiente intellettuale dei suoi tempi e la capacità di porsi interamente nei panni altrui.
Sono questi i due segreti anche della sua arte narrativa.
Egli è che noi sappiamo oramai che "The Memoirs of a Cavalier (1720, Memorie di un Cavaliere) e il "Journal of the Plague Year" (1722, Giornale dell'anno della peste) sono parti della sua immaginazione, che egli non ebbe alcun documento storico a base del dettagliato racconto delle guerre civili, o di quello della grande peste del 1065; nè poteva avere nemmeno ricordi personali della peste, durante la quale egli aveva tutt'al più quattro anni.
Ma non ci possiamo stupire che per parecchio tempo ambedue le opere fossero prese sul serio e considerate come fonti storiche attendibili.
Era quella la sua arte: il sapere quanto si dovesse dire, il non superare mai, non sfiorare nemmeno, i limiti della capacità di credere del lettore, l'aggiungere soprattutto quei piccoli particolari, di per sè insignificanti, apparentemente inutili, che danno naturalezza, che evidentemente non possono procedere altro che dall'esperienza realmente vissuta, e quindi conquistano tutta la fiducia del lettore.
E chi non prenderebbe come storico il viaggio del "Captain Singleton" (17520), meraviglioso oggi stesso per quello che si chiamerebbe la profonda conoscenza dell'Africa equatoriale, una conoscenza che nello scrittore settecentesco che non aveva mai lasciato la patria, era semplice intuizione geniale? E che cosa vi è di davvero inverosimile in "Robinson Crusoe" (1718)?
E così per i rimanenti racconti.

Non siamo ancora giunti al romanzo vero e proprio.
Se per romanzo noi intendiamo lo studio psicologico di un ambiente più o meno normale, esso non comincia che nel 1740, nella stessa Inghilterra, con la "Pamela, o la virtù premiata" (titolo originale "Pamela, or The Virtue Rewarded" di Samuel Richardson.
Però non siamo nemmeno rimasti alla "Arcadia" (1590-1593) di Sir Philip Sidney, né all'assurdo mondo romantico-cavalleresco del romanzo francese del '600, e neanche al mondo puramente simbolico religioso del "Pilgrirn's Progress" (1678, Il viaggio del pellegrino) di John Bunyan.
Siamo nel campo della pura avventura, ma di un'avventura semplice, verosimile, naturale, ed allo stesso tempo appassionante, regolata da un realismo sano e perfetto che è la più grande gloria del Defoe.
In ciò egli fu il maestro dello Swift.


JONATHAN SWIFT

Jonathan Swift nacque figlio postumo, nel 1667, a Dublino, da genitori inglesi, e benchè il suo destino fosse quello di vivere gran parte della sua vita in Irlanda, per il bene della quale per altro molto si adoperò, non potè mai superare una profonda avversione per la sua patria adottiva.
Egli era cugino di Dryden, e si diceva imparentato col Herrick.
Sin dall'inizio, la sua vita, apertasi nella più grande miseria, fu agitata, giacchè all'età di un anno fu rapito, per eccessivo amore, dalla sua balia, la quale lo tenne con sè per tre anni.
A suo tempo, frequentò l'Università di Dublino, dove piuttosto che per profitto, si distinse per una turbolenza ed una sregolatezza che gli fruttarono l'espulsione, così che potè poi laurearsi solo per speciale concessione.
Poco dopo la Rivoluzione del 1688, egli divenne segretario presso un lontano parente della madre, Sir William Temple, notevole come uomo politico e come scrittore.
La sua posizione di inferiorità inasprì sempre più il suo carattere ribelle ed altero, ma egli mise a profitto il suo tempo sfruttando l'ampia biblioteca del Temple.
I suoi primi passi letterari appartengono a quest'epoca: alcune lodi, bolse ed incredibilmente prosaiche, che gli procurarono dal Dryden la famosa critica: "Cousin Swift, you will never be a poet" (Cugino Swift, non sarai mai un poeta).
Era vero.
Lo Swift ebbe a cambiare il suo stile poetico, e molte delle sue poesie, quando non sono scurrili, mostrano il suo genio satirico, ma poeta egli non fu mai.
A questi anni, però, si devono i suoi primi capolavori: il "Tale of a Tub" (1704, Favola della botte o della vasca da bagno) e la "Battle of the Books" (1697, Battaglia dei libri).
Il primo avrebbe voluto essere una feroce satira in difesa della Chiesa Anglicana tanto contro il Cattolicesimo quanto contro il Puritanesimo, ma, come ebbe a dire un suo critico, lo Swift si accinse all'opera con argomenti degni di un ateo. Con la "Battle of the Books", lo Swift entrò temerariamente in lizza, quale alleato del Temple, nella controversia sugli "antichi" e i "moderni"; l'occasione gli fu offerta dalla discussione sull'autenticità di alcune falsificazioni latine, e lo Swift ebbe per avversario il grande grecista e latinista Bentley; naturalmente aveva ragione il Bentley, ma il libro che ancora si legge è quello dello Swift.
In ambedue questi lavori, però, spunta già quella misantropia che doveva divenire l'elemento principale delle sue successive opere satiriche.

I due scritti furono pubblicati, anonimi, solo nel 1704. Intanto, nel 1694, lo Swift aveva lasciato il Temple, e, tornato in Irlanda, si era fatto sacerdote, ma, stancatosene ben presto, nel 1698 tornò dal Temple, il quale morì l'anno seguente. Ripresa la carriera ecclesiastica, egli ebbe alcune prebende (divenne poi decano a Dublino), ma non potè mai ottenere il sognato vescovado - si sapeva che era l'autore del "Tale of a Tub".

Comincia ora il periodo più movimentato della sua vita - periodo in cui egli passa molto tempo a Londra, si getta nella politica e scrive numerosissimi pamphlets, prima per i Whigs, poi, disgustatosi di loro, per i Tories.
L'influenza che lo Swift si guadagnò a Londra fu realmente eccezionale, specialmente per quei tempi, in quanto era basata unicamente sulla sua arte di scrittore politico.
Fu però allora che i peggiori lati del suo carattere si svilupparono; e nel modo superbo e sprezzante col quale trattava tutti, uomini e donne, ministri e nobili, egli dette sfogo con acredine a quel senso di immeritata ingiustizia che sempre gravava su di lui perchè egli era nato senza vantaggi di posizione e di fortuna, il quale senso gli anni passati come subordinato del Temple non avevano servito ad altro che ad esacerbare.

Eppure egli seppe anche amare, e nel 1713 iniziò la serie di quelle lunghe lettere, poi riunite sotto il titolo di "Journal to Stella" (1710, Diario a Stella) da lui dirette all'unica donna che egli amò, Esther Johnson, conosciuta da lui bambina in casa del Temple.

La caduta dei Tories segnò la fine dei trionfi londinesi del Swift, ed egli si ritirò in Irlanda, della quale, malgrado la sua avversione per gli irlandesi, egli difese validamente i diritti contro il malgoverno e la tirannia inglese, tanto da essere poi considerato quasi un eroe nazionale.
A questa sua attività appartengono le (anonime) "Drapier's Letters" (1724).

Frattanto il carattere del Swift diveniva sempre più cupo ed amaro, ma egli era ancora, nel pieno vigore delle sue facoltà, quando, nel 1726, apparve il suo più grande capolavoro, "Gulver's Travels" (1726).

Nel 1727 egli vide per l'ultima volta l'Inghilterra. Nel 1725 perdette "Stella", la quale si vuole che egli avesse segretamente sposato.
Il colpo fu per lui gravissimo, e da allora si intensificarono in lui sempre più quelle manifestazioni non tanto di misantropia quanto di vero odio per i suoi simili, che sin dall'inizio erario state latenti in lui e che già avevano ispirato la sua opera più grande.
Del 1729 è il suo "Modest Proposal for Preventing the Children of the Poor People of Ireland from being a Burden to their Parents or Country and for making thern Beneficial to the Public" (Modesta proposta di prevenzione per i bambini della povera gente d'Irlanda di essere un peso per i loro genitori o di campagna e per fare opera vantaggiosa per il pubblico).
La proposta è semplicemente quella di.... mangiarli; ma non è il grottesco della satira che mi colpisce - è la profonda amarezza, l'angosciosa agonia di un'anima in tormento sotto la calma e la moderazione apparenti dello stile, che quasi mi atterriscono.

Il resto della vita dello Swift fu una lunga agonia, una lenta disgregazione delle sue facoltà mentali, che finì in un'idiozia quasi completa; e fu tanto più tragica in quanto egli, che sempre si era aspettato di finire pazzo, si rese perfettamente conto del lento peggioramento.
Ma prima che le tenebre gli calassero per sempre sull'intelletto, alcuni lucidi intervalli mostrarono che l'antico spirito non era ancora morto: basterebbe la mordace ironia del suo autonecrologio, "Verses on the Death of Dr. Swift" (Versi sulla morte del Dr. Swift, scritti nel 1731 e pubblicati nel 1739).
Si spense il 19 ottobre 1745.

Questi brevi cenni sulla sua vita, non possono certo dare alcuna idea della vera grandezza di quest'uomo singolare.
È l'insieme della sua vita e della sua opera che costituisce un quadro ad una volta grandioso e terribile.
Col genio e con l'indomita energia, lo Swift seppe crearsi da sé, seppe innalzarsi dalla povertà ad una posizione d'agiatezza - a momenti di vera potenza.
E durante tutta la sua vita, passata in mezzo agli uomini più attivi e fattivi, egli non cessò mai di studiare l'umanità.
Ma questo studio, anzichè suscitare in lui l'amore e la compassione per le umane debolezze, sviluppò in lui invece il disprezzo e poi l'odio per i suoi simili.
Non sapeva perdonare - e non perdonò mai le umiliazioni patite nella sua gioventù: anzi, volle farle scontare all'intera umanità.
Il Voltaire ebbe a chiamarlo un "Rabelais perfectionné", e se con ciò deve intendersi una sublimazione dello spirito misantropico, la definizione è giusta.
Altri satirici hanno attaccato le debolezze ed i vizi umani per correggerli.
Hanno cioè distrutto con la ferma speranza di ricostruire.
Egli mira soltanto alla distruzione.
Come il Mefistofele goethiano; egli è invero "lo spirito che sempre nega".
Ogni forma era buona per lui per raggiungere il suo scopo - la prosa o la poesia, la satira o l'ironia; la risata o il ghigno.
E man mano che invecchiò, si spense la risata, tacque la satira, ed al loro posto si affermarono il ghigno e l'ironia.
Ed egli morì come ebbe a prevedere, "di rabbia come un topo avvelenato nella sua tana".
Arroganza, disprezzo, cinismo, e poi scherno, livore e odio: ecco la progressione spaventevole dei suoi stati d'animo.
Ma allo stesso tempo, quale grandezza!
Egli ci offende, ci ferisce, ci dilania il cuore, ci calpesta i sentimenti, ci disgusta - ma ci domina.
E se forse, suo malgrado, ci rende migliori, è per naturale reazione, perchè noi ci ribelliamo contro il suo pessimismo, contro la sua spietata misantropia.

Eppure non era interamente cattivo, e il suo tenero amore per "Stella" lo dimostra.
Seppe odiare quanto nessun altro in astratto; e seppe amare con una purezza ed un disinteresse realmente rari - in concreto.
Strane contraddizioni dell'anima umana, se si vuole; ma forse è anche possibile pensare che il suo odio eccessivo non fosse che un pervertimento di un eccessivo amore, la sua misantropia un aspetto di un sentimentalismo esagerato.


I VIAGGI DI GULLIVER

I "Viaggi di Gulliver" sono divisi in quattro parti - corrispondenti ad altrettanti viaggi che l'autore fa fare al suo protagonista.
Il primo è tra i Lillipuziani.
Il secondo, tra i giganti.
Il terzo a Laputa e ad altre terre meravigliose.
Il quarto nel paese dei cavalli ragionanti, i Houyhnhnms.

Non siamo più ai tempi in cui un buon vescovo irlandese poteva dire: "Il libro è pieno di bugie inverosimili, e per conto mio c'è appena una parola a cui io possa credere".
Eppure questa critica è più eloquente (senza volerlo, s'intende) di quel che potrebbe apparire: essa sembra ammettere come possibile la credibilità dell'autore, ed è qui che sta la grandezza di questo come narratore - è la lezione imparata dal Defoe.
E' ovvio che lo Swift, nei primi due viaggi, ci porta in terre del tutto immaginarie, ma una volta accettato l'assunto di uomini alti pochi centimetri o di altri alti quanto un campanile, quale semplicità, quale naturalezza, quale precisione matematica nei più minuti particolari!
E mentre il genio dello scrittore ci fa accettare l'assunto senza difficoltà, egli ci trasporta poi senza che ce ne accorgiamo.
Ma se al principio siamo attratti come bambini da un semplice racconto di avventure, ben presto, sotto la vellutata superficie, in apparenza così innocente, cominciamo a sentire le punte delle spine.
E' la satira che spunta.
Nei primi due viaggi, essa è sopratutto politica, e non ci tocca sul vivo, onde noi possiamo godere anche l'avventura, avvinti specialmente dalla naturalezza con la quale tutto avviene ed è descritto, in questo mondo dell' immaginazione e della bizzarria.
Ben diversamente nelle due parti rimanenti.
Anzitutto l'impressione della verosimiglianza diminuisce, e subentra il senso del cinismo, dello scherno, del livore, che pervadono il racconto.
Il viaggio a Laputa mira a deridere la scienza: l'attacco è rivolto non contro le istituzioni umane, ma contro l'intelletto umano.
Le spine divengono uncini; non sgraffiano la pelle: s'attaccano alle carni.
Dal sorriso al ghigno, che ci prepara per la ferocia della parte finale.
Qui sono i nostri sentimenti, è il nostro cuore stesso che è schernito, dilaniato, dallo spietato negatore.
Siamo nella terra dei cavalli pensanti e ragionatori, incapaci di azione o di pensiero cattivo, serviti da esseri osceni e abietti e sozzi - i Yahoo, gli uomini, noi stessi, denudati dallo Swift di quanto passiamo avere di buono, e lasciati li, peggio che bruti, per simboleggiare lo spregevole essere umano.
È il grido supremo del misantropo che sta per impazzire, è l'ultima negazione di un genio malefico contro la quale i nostri istinti si ribellano.

"Lo spirito che sempre nega", avevo prima chiamato lo Swift con frase goethiana.
Ma forse potrei applicargli un'altra, delle definizioni che il Mefistofele goethiano dà di se stesso a Faust - quella ottimista, contrastante con l'altra, pessimista - e cioè: " io sono una parte di quella forza che sempre vuole il Male e sempre crea il Bene".

Lo Swift infatti volle tutto distruggere nel suo disprezzo, nel suo odio.
Voleva non amare.
Dichiarava - ed è sintomatico - che odiava i bimbi e non voleva averli vicini.
Il destino ironico ha voluto altrimenti, poichè le prime due parti del Gulliver, quelle che realmente vivono, formano la gioia dei bimbi - e la gioia dei bimbi è il sorriso di Dio.



NOTE DI APPROFONDIMENTO

( 1 ) Edmund Waller visse dal 1606 al 1687.
La sua importanza come poeta è quasi esclusivamente storica.
Come uomo fu spiritosissimo, ma cinico ed opportunista, non esitando, all'occorrenza, a tradire e ad umiliarsi.
Benché probabilmente in cuor suo realista, si dichiarò per i parlamentari.
Complottò per il re, fu scoperto, multato, esiliato, dopo aver tradito i compagni.
Nel 1652 potè rimpatriare e scrisse un'ode laudatoria a Cromwell, ciò che non gl' impedì, quando questi morì nel 1658, di scriverne un'altra "On the Late Usurper".
Tornato Carlo II, anche questi ebbe da lui la sua brava ode, Carlo, però, anch'egli uomo di grande spirito, osservò al Waller come la prima sua ode a Cromwell fosse assai più bella.
A questa osservazione, il Waler dette la famosa risposta: "Sire, i poeti riescono assai meglio nella finzione che non nella verità".


( 2 ) Invero la reazione non tardò.
Durante tutto il '700, al lato del classicismo, diremo "ufficiale", si sviluppò lentamente sin dai tempi di James Thomson (1700-1748) e di Edward Young (1683-1765) quella scuola preromantica che, con Thomas Gray (1716-1771), William Collins (1721-1759), William Cowper (1731-1800), il Percy (1729-1871), i Warton (Joseph, 1722-1800; Thomas, 1728-1790), il Chatterton (1752-1770), il Burns (1759-1796), il Blalie (1757-1827), portava a Wordsworth e Coleridge (Lyrical Ballads,1798).


NB - Titoli, nomi degli autori e le relative date le ho recuperate da Wikipedia.
(Anche perchè non mi ricordo la mia data di nascita, il 12 aprile del 1963... mi pare).




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1 commento:

Anonimo ha detto...

ciao Loris...ti penso..

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