lunedì 28 febbraio 2011

LORENZO COSTA (1460-1535)


Madonna in trono col Bambino e la famiglia Bentivoglio (1488) Lorenzo Costa
Bologna, Cappella Bentivoglio, San Giacomo Maggiore



La scuola ferrarese: Lorenzo Costa (1460-1535)


Se ne sta in disparte dal gruppo di pittori del Quattrocento LORENZO COSTA, il piú giovane pittore ferrarese di questo tempo.



Vedo che egli impara l'arte da Cosmè Tura, ma, fin dal 1483, lavora nel distrutto palazzo Bentivoglio di Bologna, dove affresca la "Madonna dei Bentivoglio" (Chiesa di San Giacomo Maggiore), aggruppando la famiglia dei signori della città intorno al trono.

I ricordi ferraresi sono indeboliti nella tecnica da una sgradevole formula fisionomica, e nei "Trionfi", rappresentati di fronte, l'ingegnosità sostituisce la fantasia.

Da questi inanimati spettacoli pittorici si sale alla più sciolta "Madonna e Santi" del San Petronio, con gli assistenti ancora un po' freddi e rifiniti.

Sullo stile di Lorenzo Costa, ormai decaduto dalla potenza della sua scuola, può l'esempio della pala londinese del De' Roberti, specie per la Vergine e per il San Giovanni Evangelista della "Madonna in trono e Santi" (Bologna, San Giovanni in Monte), ed anche l'analogia con Francesco Francia comincia ad avvertirsi con caratteri perugineschi, e poi più spontanea.

La secchezza delle figure dalle carni rossicce rende spesso meno pregevole il colorista, che nella "Conversione di Valeriano" (Bologna, Santa Cecilia) ci mostra un paese profondo nelle gamme dei verdi e nelle limpide gradazioni della luce, e che, nell'età provetta, oscilla, come chi è provveduto di seri studi, tra la finezza di "Sant'Anna che insegna a leggere alla Vergine" (Milano, Collezione Brivio) e le gelide allegorie ("Il regno del dio Como" (nel Louvre a Parigi), con corpi mal costruiti e disarticolati.

Un timido ritratto femminile è ad Hampton Court, ma nel quadro del Castello Clary-Aldringen in Teplitz ("Investitura di Federigo II Gonzaga a capitano della Chiesa") il ferrarese si affatica con le ricerche plastiche e dinamiche, non accorgendosi d'essere alieno per indole da tali soggetti fragorosi e complicati.

Fra gli scolari di Lorenzo Costa, voglio qui citare ERCOLE GRANDI e GIOVANNI MARIA CHIODAROLO.


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Pittura bolognese del Quattrocento - FRANCESCO FRANCIA

Pittori ferraresi del Quattrocento

COSME' TURA - Vita e opere


Pittori ferraresi del Quattrocento


Nel Quattrocento i pittori italiani cercarono di esprimere il loro mondo interiore con un linguaggio personale ed originale...., crearono così molte opere, diverse per tecnica e impostazione, tutte egualmente valide.

In questa pagina traccio alcuni passi della scuola ferrarese.



Madonna con Bambino - Bono da Ferrara


A Ferrara, culla di una scuola insigne, lavorano Piero della Francesca ed il Mantegna, e le due correnti si fondono tanto in un'accentuazione di valori cromatici, gemmei e profondi, quanto nella persistenza del plasticismo.
Le vecchie consuetudini sono contraddette con singolari prove d'indipendenza date non già da BONO DA FERRARA, austero squarcionesco, fiorito intorno al 1460, ma da tre grandi iniziatori.



La Madonna Roverella (Cosmé Tura)


Cosmé TURA (1430 circa - 1495), lodato dal Filarete nella "Sforziate" e da Giovanni Santi nella "Cronaca rimata", importa a Ferrara acute impressioni mantegnesche, che rielabora con lo spirito irrequieto e con gli smalti translucidi del colore.
I suoi paesi sembrano tagliati nel cristallo, e le ossute ribattono le vesti metalliche), con facce spesso contratte, hanno una coerenza estetica e una sofferenza morale che la rude e tortuosa individualità del maestro placa in opere ragguardevoli, come la fantastica e rilevata "Allegoria" (Londra, Galleria Nazionale), come la classica pala del Museo di Berlino e come la intarsiata "Annunciazione" (Ferrara, Duomo).



San Giovanni Battista (1473) - Francesco Del Cossa
Tavola centrale del Polittico Griffoni, Londra, National Gallery


FRANCESCO DEL COSSA (1436-1478) studia in patria i lavori di Piero della Francesca, e ne deriva a1caratteri morfologici, che s'innestano plasticità Mantegna.
Lo stupendo colorito ferrarese si ritrova nel solenne "San Girolamo" (Ferrara, Pinacoteca) e nei vigorosi affreschi (predella della Pinacoteca Vaticana), per riprendere monumentalità di volumi nell'arido cromatismo della Madonna fra i Ss. Petronio e Giovanni (Bologna, Pinacoteca).



Maddalena piangente - Ercole De' Roberti
Frammento degli affreschi della cappella Garganelli
Bologna, Pinacoteca Nazionale


ERCOLE DE' RORERTI (1450-1496), piú signorile e misurato di Cosmé e del Cossa, ingentilisce i lunghi ovali delle teste, assottiglia le mani e raffina la sensibilità nella corrente di Giovanni Bellini.
Un capolavoro è la pala di Brera per la novità della composizione e per il trono ottagono che, sopra lo zoccolo di bassorilievi - fra di pietre preziose -, apre una bella marina.
L'umanità di Ercole ha qualche rincrudimento, ad esempio, nello scarnificato "San Giovanni" del Museo di Berlino, ma il bel lirismo vince ogni resistenza nella "Madonna in trono fra i Santi Giorgio e Giovanni Battista" (Londra, Galleria Nazionale), e modella con spirituale perspicuità e con sentimento soggettivo la "Deposizione" (Bologna, Pinacoteca), forse finita da Bastiano Filippi.


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Pittura bolognese del Quattrocento - FRANCESCO FRANCIA

LORENZO COSTA - Vita e opere

COSME' TURA - Vita e opere

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sabato 26 febbraio 2011

IMPERIALISMO E CAPITALISMO (Imperialism and Capitalism) - Lenin


"Se si volesse dare la più concisa definizione possibile dell'imperialismo si dovrebbe dire che l'imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo. Tale definizione conterrebbe l'essenziale, giacché da un lato il capitalismo finanziario è il capitale bancario delle poche più grandi banche monopolistiche, fuso col capitale delle unioni monopolistiche industriali, e dall'altro lato la ripartizione del mondo significa passaggio dalla politica coloniale, estendentesi senza ostacoli ai territori non ancora dominati da nessuna potenza capitalistica, alla politica coloniale del possesso monopolistico della superficie terrestre definitivamente ripartita".(Lenin)


PREMESSA

La guerra franco-prussiana del 1870 aveva segnato la vittoria del giovane, ma dirompente capitalismo tedesco. I rapporti di forza tra i più grandi paesi capitalistici (Inghilterra, Francia, Germania) erano andati da allora mutando rapidamente e sulla scena della politica europea era entrata, sia pure in sottordine, anche l'Italia.

L'Inghilterra, che aveva avuto durante tutto il secolo una prevalenza quasi assoluta nella produzione industriale, nelle ferrovie, nei trasporti marittimi, nel commercio estero, nella finanza mondiale, si trovava ad affrontare la concorrenza tedesca, attuata anche con forme di dumping, ossia di vendita sotto costo all'estero grazie alla possibilità di mantenere con la protezione prezzi elevati all'interno, e con l'aperto appoggio dello Stato. Tramonta così anche in Inghilterra in questo periodo l'ideologia del libero scambio. Joe Chamberlain chiede la protezione contro il dumping tedesco e Cecil Rodhes una ulteriore espansione coloniale, per creare nuove riserve di mercati e di fonti di materie prime e nuovi sbocchi al capitale britannico, e per sottrarli nello stesso tempo ai paesi capitalistici concorrenti.
Dal Cairo al Capo è la parola di ordine che porta, a cavallo tra ottocento e novecento, alla guerra angloboera.
In questa situazione sorge l'ideologia dell'« imperialismo » e l'economista inglese Hobson scrive nel 1902 il suo libro "Imperialism: a study".
La nuova parola si diffonde e penetra anche nel movimento operaio.
Ma con quale significato? Vi era e vi è ancora nel linguaggio comune un significato volgare della parola 'imperialismo', quale politica di sopraffazione, di espansione e di dominio territoriale. Così si parla allo stesso modo di 'imperialismo' romano nell'antichità, e di singoli imperialismi: spagnolo, britannico e poi francese, russo ecc.
Questo modo non scientifico di interpretare la realtà sempre in movimento e sempre nuova serve solo per confondere le idee. Nel suo libro tuttavia, Hobson, non cade nell'errore di una interpretazione volgare dell'imperialismo e di confondere assieme fenomeni così diversi. Già otto anni prima (1894) aveva scritto un libro in cui parlava della evoluzione del capitalismo della sua epoca. Però l'imperialismo, parola che egli usa per la prima volta in modo scientifico, rimaneva per lui una scelta politica del capitalismo, dovuta sì alla esigenza di nuovi sbocchi, alla accresciuta produzione industriale, ma che poteva essere modificata con una diversa politica di distribuzione del reddito, che aumentasse i redditi dei lavoratori.
Anche negli scrittori socialisti che si richiamavano al marxismo le idee non erano allora molto chiare.

E' vero che a partire dal 1896 le risoluzioni dei vari congressi della II Internazionale contengono condanne continue del militarismo, delle sopraffazioni del capitalismo, dei pericoli di guerra, e ricordano che tutti questi fenomeni sono conseguenze del capitalismo. Però, sia negli scrittori marxisti, in grado maggiore o minore, sia ancor più nelle risoluzioni della II Internazionale, questi fenomeni sono considerati come conseguenza del capitalismo, ma non conseguenze necessarie, dovute cioè al fatto che il capitalismo per le sue leggi di sviluppo ha subito grandi modificazioni ed è passato dallo stadio della media industria di prevalente concorrenza allo stadio monopolistico.In fondo predomina anche nel movimento operaio la tesi che l'imperialismo sia una politica particolare del capitalismo, e come tale possa essere combattuta e modificata dalla lotta politica della classe operaia e delle masse popolari.

Il crollo della Seconda Internazionale di fronte allo scoppio della prima guerra mondiale ha, tra le molte
cause, senza dubbio anche quella debolezza ideologica, che no aveva permesso la giusta comprensione del fenomeno dell'imperialismo la natura imperialistica della guerra mondiale.


IMPERIALISMO E CAPITALISMO

Lenin vede al contrario, fin dall'inizio della prima guerra mondiale, la necessità di dare una chiara interpretazione marxista dell'imperialismo nelle sue origini economiche e ciò per dare la indispensabile arma teorica al movimento operaio, e far comprendere la natura imperialistica della guerra in corso e come essa rappresentasse lo sbocco inevitabile dei contrasti tra i paesi imperialistici per la divisione del mondo in sfere influenza.

Lenin scrive così, negli anni 1915 e 1916, dopo aver consultato e annotato una vastissima letteratura, come appare dai 2Quaderni sull'imperialismo", la sua opera che intitola "L'imperialismo fase suprema del capitalismo", e che chiama "saggio popolare", proprio perché doveva servire come arma teorica a larghe masse.

Egli dichiara subito qual è lo scopo del suo libro nella prefazione alla prima edizione russa, che appare nell'aprile 1917. Egli intende chiarire il problema economico fondamentale, senza l'esame del quale sono incomprensibili l'attuale guerra e l'attuale situazione politica: vale a dire il problema dell'essenza economica dell'imperialismo, e già nella prima pagina del testo dice ... "non ci occuperemo, benché lo meritino, dei lati non economici del problema".

Lo scopo della sua lotta politica e ideologica era infatti quello di combattere la tesi che l'imperialismo fosse una politica del capitalismo, come, specie dopo il loro tradimento, sostenevano teorici come Kautsky e compagni, contro i quali Lenin scrive numerosi articoli..., e di dimostrare che l'imperialismo è uno stadio o fase del capitalismo, il suo stadio più elevato e ultimo.

Per questo il titolo diventerà più chiaro e polemico: "L'Imperialismo quale ultimo stadio o fase del capitalismo".

Lenin introduce cioè il concetto importante di 'fase'. E' importante questo concetto perchè dimostra che l'imperialismo è un momento necessario, che nasce in base alle leggi proprie dello sviluppo capitalistico, che Marx aveva scoperto, e che quindi è sempre capitalismo, non qualche cosa di nuovo, ma è un capitalismo particolare: il capitalismo dei monopoli. Tener presente questo concetto di fase è ancor più importante oggi, perché l'ideologia borghese cerca di dimostrare che non si è più nel capitalismo, ma in un regime economico particolare e ciò per mistificare la realtà, confondere le idee.

Vi è una corrente teorica, infatti, la quale sostiene che noi viviamo in una specie di "capitalismo popolare o democratico" e questa tesi, sostenuta teoricamente da socialdemocratici, specie dallo Strachey il cui libro "Capitalismo contemporaneo" è stato tradotto anche in italiano, ha avuto fortuna attorno al 1960 ma la sua influenza è successivamente andata riducendosi. Essa sostiene che lo sviluppo democratico ha cambiato la natura del capitalismo e delle sue leggi economiche e di sviluppo e che il controllo popolare dello "Stato democratico" può permettere un controllo dei monopoli ed uno sviluppo economico nell'interesse delle masse.
Riappare ancora la scissione tra politica ed economia.

Vi era poi, molto più importante e di moda negli anni sessanta, la tesi della tecnostruttura sostenuta in particolare dal Galbraith, da ultimo nel suo libro apparso anche in italiano, "Il nuovo Stato industriale". Qui si sostiene che non si è più nel capitalismo, perché le grandi società sono amministrate dai tecnici e non dai capitalisti. Sono amministrate cioè, secondo lui, in modo da raggiungere il massimo di espansione economica, nell'interesse di tutti. Si dice ancora che il 'mercato' conta sempre di meno, perché la tecnica produttiva moderna esige che si pianifichino per un periodo abbastanza lungo produzione e consumo. Di conseguenza non sono più operanti le vecchie leggi economiche del capitalismo: siamo in un nuovo sistema, nè capitalista, nè socialista, che si può definire di 'tecnostruttura'.

Anche con questa tesi si cerca di mistificare la realtà, cogliendo qualche fenomeno che trova riscontro in essa, ma generalizzandolo, al fine di negare la interpretazione marxista.

Le masse si accorgono nella loro esperienza quotidiana di lotta che si vive sempre nel capitalismo, che opera sempre la legge del profitto e dello sfruttamento e che si deve lottare sempre contro il capitale, privato o di Stato che sia, e tale coscienza si va accrescendo con le grandiose lotte unitarie che rappresentano la caratteristica degli ultimi tempi. Ma non è sufficiente. Occorre rendersi conto anche teoricamente di questa realtà: per questo Lenin è sempre vivo, e vivo è il suo concetto di imperialismo quale fase del capitalismo, rispondente alle leggi proprie dello sviluppo capitalistico. Per far un esempio che mi pare chiaro, anche la vita dell'uomo passa attraverso varie fasi, l'infanzia, la gioventù, la maturità, la vecchiaia. In ognuna di queste fasi vi sono modificazioni nell'organismo umano, che tutte assieme caratterizzano la fase particolare. Ma le leggi biologiche fondamentali continuano sempre ad operare, anche nella vecchiaia, che, riportandoci al capitalismo, può paragonarsi all'imperialismo.

Vi erano stati nel capitalismo grandi mutamenti già ai tempi in cui Lenin scriveva e tutti assieme hanno caratterizzato la fase che Lenin chiamò imperialismo. Altri e grandiosi mutamenti sono intervenuti negli seguenti, dall'epoca in cui Lenin scrisse "L'imperialismo fase suprema del capitalismo". Di questi mutamenti occorre tener conto, e il pensiero marxista ne tiene conto, tanto che ha caratterizzato il periodo che si è aperto con la prima guerra mondiale, come periodo della crisi generale del capitalismo, in cui vi è una perenne instabilità economica e politica. Sorge e si sviluppa il sistema socialista, crolla per la lotta di liberazione nazionale la vecchia organizzazione colonialistica, si susseguono crisi di ogni genere. Ma siamo sempre nello imperialismo, cioè in una fase del capitalismo e vigono e operano sempre le leggi economiche fondamentali del sistema capitalistico. Questo non deve mai essere dimenticato: combattere e abbattere l'imperialismo significa combattere e abbattere il capitalismo.

Oggi, dopo oltre novant'anni dalla stesura de "L'imperialismo fase suprema del capitalismo", questo valido "saggio popolare" di Lenin, masse sempre più numerose hanno preso coscienza della realtà in cui vivono e lottano contro l'imperialismo e i suoi continui misfatti.
Ma per questo occorre meglio conoscere il significato leninista di imperialismo, ricordare le caratteristiche con cui Lenin ha definito l'imperialismo, che sono:

1) la concentrazione e centralizzazione crescente del capitale, fenomeno già presente in modo rilevante quando scriveva Lenin, ma che ha continuato a svilupparsi e in modo sempre più rapido negli ultimi anni (basta ricordare la recente colossale fusione Fiat e Chrysler ).

2) l'aspetto sempre più finanziario che assume il capitale, con la creazione di complessi che dominano finanziariamente settori produttivi e di servizi sempre più vasti. Anche il concetto leninista di capitale finanziario, altra caratteristica dell'imperialismo, si è cioè ulteriormente sviluppato.

3) così, importanza ancora maggiore, ha assunto l'esportazione di capitali, la internazionalizzazione del capitale. Tuttavia le nuove forme non modificano la sostanza del concetto sviluppato già da Lenin.

4) più stretto si è fatto il rapporto tra oligarchia finanziaria e Stato, anche se il mutarsi dei rapporti di forza tra classe dirigente capitalistica e classe operaia nella società, grazie alla lotta delle masse e all'esistenza del sistema socialista, influisce sulla struttura dello Stato e apre nuove possibilità di sviluppo democratico.

5) non è cessato il fenomeno della divisione del mondo in sfere di influenza, anche se l'imperialismo statunitense è oggi predominante, non è cessata la legge dello sviluppo diseguale del capitalismo e quindi il continuo mutarsi dei rapporti di forza tra i capitalismi, base economica dei contrasti tra i paesi imperialistici e degli squilibri economici internazionali.

Non è cessato, anche se ha assunto nuovi aspetti, lo sfruttamento dei paesi imperialistici sui paesi sottosviluppati, anche se questi ultimi sono formalmente indipendenti e questo sfruttamento venne mantenuto sotto la guida dell'imperialismo statunitense per tutto il secolo scorso, non solo con armi economiche, ma con misfatti vergognosi, aggressioni, come nel Vietnam, intrighi e colpi di Stato come in America Latina, in Africa, in Asia.... , che tutt'oggi si susseguono.

Non ha modificato questa situazione l'unico fenomeno veramente nuovo, che era sul nascere ai tempi di Lenin e a cui Lenin ha accennato in scritti successivi al questo suo libro sull'imperialismo e cioè il capitalismo monopolistico di Stato.
Anche questo fenomeno, reso necessario nell'ulteriore sviluppo del capitalismo, per evitare crisi economiche disastrose e assicurare la riproduzione economica, deve, nelle intenzioni della classe dirigente capitalistica, garantire il saggio di profitto desiderato. Questo è il suo scopo e per questo vengono usati tutti gli strumenti di politica economica, di controllo di salari, di sussidi, di premi di produzione, e infine lo strumento più importante, la manovra monetaria, che attraverso la lenta inflazione riduca i salari reali e accresca i profitti.

Siamo sempre nel capitalismo e nella sua fase dell'imperialismo e il lettore che sia un combattente contro l'imperialismo deve sentire il dovere anche di approfondire la sua conoscenza teorica, leggendo il saggio di Lenin e gli scritti più recenti, tra i quali mi permetto di suggerire "Economia Politica" di Antonio Pesenti, che nell'ultima parte tratta ampiamente dell'imperialismo attuale.


I cinque principali contrassegni dell'imperialismo sono:

1. la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica.

2. la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo capitale finanziario, di un'oligarchia finanziaria.

3. la grande importanza acquistata dall'esportazione di capitale in confronto con l'esportazione di merci.

4. il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti che si ripartiscono il mondo.

5. la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche. L'imperialismo é dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l'esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell'intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.


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giovedì 24 febbraio 2011

LOPLOP PRESENTA UNA RAGAZZA (Loplop Introduces a Young Girl) - Max Ernst

LOPLOP PRESENTA UNA RAGAZZA (1930)
Max Ernst (1891-1976) Pittore tedesco
Musée Nationl d’Art Moderne a Parigi
Legno e materiali diversi cm 195 x 89 x 10

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Pixel 2520 x 1150 - Mb 1,53



In sintonia con le teorie freudiane che si fecero strada all'inizio del secolo e che erano punto di riferimento degli artisti surrealisti, Loplop nasce come metafora del volo…, infatti essa è una creatura emblematica il cui nome, inventato dallo stesso Ernst, rievoca lo sbattere delle ali di un uccello in volo.
Loplop si rivela come una sorta di alter ego dell'artista perché possiede la libertà di agire e l'anticonformismo che egli stesso vorrebbe avere.
L'animale fantastico nacque per caso, nel corso di una delle tante sperimentazioni di Ernst: grazie all'aggiunta di un altro strato di calce, una vecchia porta si trasforma da oggetto in disuso in opera d'arte…, ma progressivamente, grazie a quest'insolito procedimento, si modella un essere mostruoso nel quale l'artista si identifica.
La figura è realizzata con grande disinvoltura, accostata ad un tavolo fatto da oggetti consunti (capelli, un sasso, del metallo e oggetti disparati) che sono veicoli di un preciso messaggio: la pittura non è superiore alle altre attività dell'uomo.
Così come per le foreste, anche Loplop diventa uno dei temi prediletti da Ernst che lo affianca a volte a dei fiori, altre volte alle stagioni.

I collages surrealisti sono composizioni realizzate grazie alla giustapposizione d'immagini e oggetti quotidiani, che in questo reimpiego perdono la loro funzione pratica ed estetica…, lo stesso procedimento lo ritroviamo nei papier collés cubisti che però sono concettualmente diversi perché rispondono esclusivamente a una nuova e diversificata ricerca formale rispetto all'arte accademica.


Natura morta sulla sedia” (1912) - Pablo Picasso - Museo Picasso a Parigi


Se confrontiamo quest'opera di Ernst con la “Natura morta sulla sedia” (1912) di Picasso, emerge chiaramente che l'assemblaggio degli oggetti ha lo scopo di creare nuove immagini e il titolo, che a differenza da quelli surrealisti resta comunque molto descrittivo, non suggerisce alcuna associazione d'idee.


Questo lavoro di Ernst è stato acquistato dallo stato nel 1982, dai parenti dell'artista in cambio dei diritti di successione.
Attualmente è conservato al Centre George-Pompidou di Parigi che ospita un notevole numero di opere di questo artista…, fra i tanti ricordo l'affascinante “Chimera” del 1928…, il collage eseguito nell'ultimo periodo della sua attività, “Giardino della Francia” del 1962…, e infine un esempio della sua attività scultorea, “Il Capricorno” del 1948.


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Vita e opere di PABLO PICASSO


mercoledì 23 febbraio 2011

LIBERALASCELTA: gli appuntamenti di marzo 2011


LIBERALASCELTA: gli appuntamenti di marzo 2011


Ma, prime di dut, Scusait….


Carissimi


Sono essenzialmente due i motivi che mi spingono oggi a scrivervi.

Innanzitutto devo scusarmi con voi per il lungo silenzio (dal novembre 2010), causato soprattutto dalla mancanza di tempo da dedicare alla corrispondenza via internet. Dicembre e gennaio sono stati due mesi molto impegnativi nel mio lavoro. Attualmente il mio tempo ‘extra’ è quasi interamente dedicato al sostegno delle famiglie ‘danneggiate’ nei vari iter della L210/92 (indennizzo per danno vaccinale): dal seguire l’evoluzione delle pratiche aperte, alla raccolta di materiale per le nuove domande e, ultimamente, nel cercare di capire il funzionamento delle cause del lavoro, ovvero il percorso legale più efficace per chi si è visto negare in maniera definitiva il diritto ad un giusto indennizzo. In questo percorso davvero difficile sono guidato dall’inossidabile Dott.ssa Mariangela Milanese, pediatra in pensione che molti di voi conoscono, impegnata attualmente nell’accompagnamento delle famiglie chiamate in visita a Padova dalla CMO, non solo con la sua competente e qualificata presenza ma anche con dettagliate relazioni mediche di supporto alla documentazione presentata.


Il secondo motivo della lettera riguarda i 2 appuntamenti che stiamo preparando per il prossimo mese di marzo:


- il primo, previsto per domenica 6 marzo, si terrà a Tolmezzo ed è essenzialmente un incontro tra le famiglie di Liberalascelta della Carnia. In questa occasione parleremo di vaccinazioni, di danni da vaccino, di terapisti e di percorsi terapeutici in atto, di indennizzi e risarcimenti, e di eventuali progetti futuri.

L’appuntamento è presso la ‘Casa dello Studente’ in Piazza Centa, alle ore 15,00

- il secondo, previsto per domenica 12 marzo, si terrà a Udine e riguarderà gli aspetti legali del danno da vaccino. L’incontro è organizzato in collaborazione con il COMILVA.


Non è il primo incontro sul tema che organizziamo in Regione. Il primo, aperto al pubblico, si è tenuto nel 2007 a Gradisca di Isonzo con interventi dell’avv. Ventaloro di Rimini e del Dott. Dario Miedico di Milano, medico legale, entrambi del COMILVA. La presenza di un buon numero di pratiche di indennizzo aperte, due respinte, alcune in fase di preparazione ed alcune in fase di risoluzione ci ha spinto a cercare un professionista che potesse supportarci in questo cammino difficile anche aiutandoci a capire le procedure di questi percorsi e le aspettative ad essi legate.


L’avvocato Crea del foro di Firenze, che ringraziamo per la disponibilità dato che non è facile spostarsi verso est, ha accettato il nostro invito per un incontro con le famiglie direttamente interessate a questi argomenti. L’avvocato, che attualmente sta seguendo anche una delle nostre famiglie, annovera recenti successi nelle cause del lavoro intentate al Ministero della Salute con riconoscimento di indennizzi per bimbi danneggiati dalle vaccinazioni. Il professionista fiorentino ci parlerà quindi delle leggi che regolano l’indennizzo ed in particolare dei percorsi da seguire nel caso giunga il definitivo respingimento della domanda dal Ministero. Ci sarà poi ampio spazio per rispondere ai nostri quesiti.


Visto l’argomento trattato , molto specifico, abbiamo pensato di estendere l’invito solo alle famiglie potenzialmente interessate:


- quelle che hanno un congiunto danneggiato o deceduto a causa di un vaccino ed hanno intenzione di presentare domanda di indennizzo per danno vaccinale


- quelle che hanno una 210 aperta a diversi livelli


- quelle che si sono viste respingere definitivamente la domanda di indennizzo e non hanno intrapreso alcuna via legale


- quelle che si sono viste respingere definitivamente la domanda di indennizzo e si apprestano ad affrontare una causa del lavoro contro l’ASS


Se siete a conoscenza di altre situazioni che potrebbero trarre beneficio dalla partecipazione all’incontro, metteteci in contatto con queste famiglie, grazie


Non è stata ancora decisa la sede di questo incontro per cui vi chiediamo una conferma telefonica o SMS entro sabato 5 marzo in modo tale da poter reperire una sala adeguata. Gli interessati verranno poi ri-contattati ed informati su sede ed orari dell’incontro.


Gli SMS di conferma per l’appuntamento del 12/3 possono essere indirizzati a:

- Mauro 3203492912

- Maria 3333454556

- Margherita 3487845566

- Stefania 3343184597


E’ notizia recente che il Ministero della Salute ha apportato due importanti modifiche all’impianto della Legge 210/92:


- sono stati estesi i tempi per la richiesta di indennizzo, dai 3 anni dall’evento critico siamo passati ai 10 anni.


- Le domande respinte per intempestività della presentazione potranno essere ripresentate.


Andremo a verificare queste modifiche per capire meglio se potranno esserci nuove opportunità per tutte quelle famiglie del FVG che hanno visto respinte, spesso con motivazioni risibili se non offensive, le loro legittime richieste


Bene, questo è tutto per oggi, aspetto i vostri SMS di conferma per l’incontro con l’avv Crea.


Vi ricordo ancora gli appuntamenti:


1 - domenica 6 marzo a Tolmezzo

2 - domenica 12 marzo, a Udine


Un caro saluto a tutti

Mandi

Mauro Ottogalli, coordinatore comitato Liberalascelta

Codroipo, 13 febbraio 2011


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Giovanni Duprè - Vita e opere (The Life and Work)

L'ABELE MORENTE (1843) - Museo dell'Ermitage a San Pietroburgo



"Lo studio dell'opera di Duprè, condotto da Ettore Spalletti, è illustrato da una apposita campagna fotografica, realizzata da David Finn".


Al vero si accosta con attentissimo spirito lo scultore toscano Giovanni Duprè (Siena 1817 - Firenze 1882), che sa scrivere con garbo in lingua toscana "Pensieri sull'arte e ricordi autobiografici ", ricordando le vicende della sua vita e le battaglie artistiche del proprio tempo.

Egli è uno scultore prolifico ma discontinuo, rifiuta di ricorrere agli originali antichi o ai gessi, come Antonio Canova o altri neoclassici, ma lo studio dal nudo e dal reale non lo fa esorbitare, perché al nuovo è spinto dal sentimento, non dai pregiudizi teorici.


L'ABELE MORENTE (bronzo - Galleria d'arte moderna di Firenze)



L'ABELE MORENTE (marmo del 1843 - Museo dell'Ermitage a San Pietroburgo..., una copia in bronzo si trova nella Galleria d'arte moderna di Firenze), che lo avvicina al naturalismo di Lorenzo Bartolini (1777-1855), è un corpo disteso e contratto dallo spasimo e nella fatica del morire...., la natura, né corretta né abbellita, pulsa nella arterie e comincia a rantolare.
Quest'opera creò allora vivo scalpore per il suo esacerbato verismo, tanto che si credete fosse stato fatto un calco di gesso dal vero su un corpo di un giovane morente. (Bellissimo, da ammirare se potete...).


CAINO (1844) Museo dell'Ermitage a San Pietroburgo



L'urlante CAINO (marmo del 1844 - Museo dell'Ermitage a San Pietroburgo) della stessa raccolta vuole respingere l'accusa di modellare dal vivo, e nella maggiore scienza anatomica dimostra minore unità organica ed espressiva.


PIETA' (1862-63) Cimitero della Misericordia - Siena


Nella PIETA' (marmo del 1862-63 - Siena, cappella Bichi Ruspoli nel Cimitero della Misericordia) lo strazio inasprisce un po' le forme...., nella lunetta di Santa Croce a Firenze il volo sdrucciolante degli angeli trasmoda sopra due gruppi simmetrici del piano...., nel SAN FRANCESCO (1882) della Cattedrale di San Rufino ad Assisi, terminato in marmo da sua figlia Amalia, prevale la nota ascetica...., e nel monumento storico celebrativo a CAVOUR (1866-73) a Torino tace la schietta forza del plastico che indietreggia come deluso dal gusto dei più.


SAN FRANCESCO (1882) Cattedrale di San Rufino ad Assisi



CAVOUR (1866-73) Torino


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La tortura in Grecia - Dittatura dei Colonnelli

Alexandros Panagulis nel 1973, intervistato dalla giornalista Oriana Fallaci




Era uscita da poco la notizia che Alexandros Panagulis, il resistente greco che, accusato di aver attentato alla vita del primo ministro del regime dei colonnelli Papadopoulos, era stato condannato a morte, era morente nelle carceri del suo paese.
Come è noto Panagulis era stato condannato a morte, ma di fronte alle proteste dell'opinione pubblica mondiale, i colonnelli di Atene hanno deciso di mostrarsi "umanitari" e hanno sospeso la pena lasciando però che intanto il giovane antifascista morisse lentamente in seguito alle torture, alle angherie, alle privazioni alle quali è stato sottoposto nelle carceri dei colonnelli.
L'atteggiamento di questi ultimi è quanto di più ipocritamente ripugnante si possa immaginare.
Da una parte, timorosi dell'opinione pubblica mondiale, evitano dì spingere apertamente fino alle estreme conseguenze la loro politica di terrorismo antipopolare, d'altra parte però, nel chiuso delle prigioni, impiegano i mezzi più barbari per liquidare, terrorizzare, piegare gli avversari politici.

Il loro comportamento assomiglia a quello dello zar russo Nicola I il cui ordine di punire uno studente polacco che aveva assalito e ferito leggermente un suo professore, viene così descritto nel romanzo Hadzi Murat da Alessio Tolstoj...

"Egli (lo zar) prese il rapporto e con la sua larga calligrafia scrisse a margine, con tre errori d'ortografia:
- La merita, ma, grazie a Dio, noi non abbiamo la pena capitale, e non è da me introdurla. Fatelo passare dodici volte di corsa tra due file di mille uomini con lo staffile. Nicola.
- Firmò, aggiungendo il suo svolazzo artificiosamente grande. Nicola sapeva che dodicimila staffilate con lo staffile d'ordinanza erano non soltanto la morte certa accompagnata alla tortura, ma anche una crudeltà superflua, perché cinquemila staffilate erano sufficienti a uccidere anche l'uomo più robusto. Ma a lui piaceva essere spietatamente crudele, e gli piaceva anche credere che in Russia abbiamo abolito la pena capitale".

Come lo zar Nicola I, i colonnelli di Atene curano le pubbliche relazioni, certi come sono di trovare sempre un Servan-Schreiber disposto a offrire loro una copertura.
Ma in realtà il loro regime ricorre normalmente ai mezzi più barbari, dall'assassinio alla tortura per spezzare la resistenza degli antifascisti, dei democratici, degli oppositori politici.
Da più parti si sono alzate voci di protesta contro il regime di terrore instaurato in Grecia.
Da più parti si sono avute documentate denunce del trattamento riservato agli avversari dei colonnelli, o anche solo a quelli che sono semplicemente sospettati di essere tali.
Un'ulteriore testimonianza venne presentata in Italia da James Becket, "Tortura in Grecia. Racconti testimonianze e documenti", con prefazione di Giorgio Bocca, testimonianza tanto più degna di attenzione in quanto come sottolinea Giorgio Bocca nella sua introduzione, dove dice che il primo destinatario di questo libro è stato il grande, eterogeneo pubblico americano... ed è destinata al grande pubblico americano anche la documentazione che segue le testimonianze, in un accorto dosaggio tra duri e dettagliati atti d'accusa come la relazione di Amnesty International e le incerte, ipocrite corrispondenze fra ambasciata americana ad Atene e Dipartimento di Stato..., fra la inequivocabile lista dei campi di tortura, dei carnefici, delle vittime e le ambigue, pragmatiche dichiarazioni della Croce Rossa Internazionale che vede e non vede, capisce e non capisce, con il sottinteso che è costretta a una tale prudenza per poter continuare la sua opera nella Grecia dei colonnelli.

Tuttavia, a parte precauzioni metodologiche e un appena accennato doppio gioco nazionalistico (ci sono americani buoni e americani cattivi, americani che sanno e altri, innocenti, che ignorano) questo libro bianco sulle torture in Grecia giunge utile conferma non solo delle spaventose realtà che documenta ma ancor più delle altre e più orrende, cui allude: la storia dei dieci borghesi progressisti seviziati dai poliziotti di Papadopoulos sta per la storia dei cento, dei mille operai, contadini, piccoli artigiani che hanno pagato e che stanno pagando per la loro opposizione di classe alla dittatura fascista.

Al di là dei limiti che si sono detti la documentazione raccolta in questo libro parla con il duro linguaggio dei fatti.
Becket non si è limitato a raccogliere le testimonianze dei torturati ma ha approfondito la sua inchiesta raccogliendo una massa importante di materiale che ha poi raccolto nelle appendici.

Il quadro che emerge da questo libro è impressionante.
La tortura è il principale strumento che il regime dei colonnelli impiega contro i propri avversari o presunti tali.
La documentazione raccolta è tale da non lasciare adito a dubbi sulla situazione greca, che va dal 1967 al 1974.
Eppure la Grecia ha continuato tranquillamente a godere dell'appoggio dei paesi capitalistici, e ha continuato a far parte integrante della NATO e mantenere così eccellenti rapporti con gli Stati Uniti d'America.
Evidentemente quando il presidente Nixon denunciava l'anarchia dilagante nel mondo, pensava con particolare benevolenza all'ordine perfetto che regnava in Grecia, l'ordine dei campi di concentramento, della repressione di massa, della tortura, l'ordine "cristiano-occidentale" dei colonnelli.


La tortura in Grecia - Dittatura Colonnelli
James Becket
Editore Feltrinelli Editore
Milano 1970
Pagine 210



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Si pensa che sia finita... e invece c'è sempre un piccolo colonnello di turno.....


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venerdì 18 febbraio 2011

Artisti per la Libertà. Disegni della Resistenza (1941-1945)

Gli artisti e la Resistenza



Morte per gli innocenti (1943) Luigi Broggini


Si era aperta a Milano, negli anni Settanta, presso il Centro Culturale “La Melagrana”, la mostra “Gli artisti e la Resistenza”. La rassegna era stata ordinata da Mario De Micheli, che ne curò anche il catalogo presentando le opere con un ampio saggio introduttivo.
Furono esposti quarantotto disegni, alcuni dei quali del tutto inediti o poco conosciuti, che hanno la particolarità di essere stati eseguiti tutti negli anni della Resistenza o nei primi giorni della Liberazione.
Una mostra eccezionale, dunque, di disegni nati nel vivo della lotta, sotto lo stimolo diretto degli avvenimenti.
In qualche caso si tratta quasi di appunti, schizzi veloci e sbrigativi che raggiungono spesso una validissima intensità poetica ed espressiva.
La mostra costituì una rara occasione di accostarsi in modo non superficiale e non esclusivamente “celebrativo”, ad un momento importante della nostra storia artistica recente.
Un momento particolare, in cui l'impegno civile e politico contro il nazifascismo costituì per molti artisti una occasione di verifica generale, una spinta ideale verso un rinnovato atteggiamento morale e artistico.
Di questa mostra De Micheli raccolse i disegni esposti e li racchiuse in una raccolta intitolata “Artisti per la Libertà. Disegni della Resistenza (1941-1945)”.


Veglia ai fucilati (1944) Giuseppe Motti


“Molti artisti - scrive nella prefazione De Micheli - avvertirono chiaramente che era in gioco qualcosa di più di una semplice innovazione di linguaggio. Avvertivano cioè che tutto l'uomo era in gioco, non soltanto il ribaltamento di un piano o il mutamento di un gusto. La Resistenza chiamava l'artista a trasformare se stesso e a trasformare di conseguenza la sua arte”.
Questo processo era già stato avviato, durante gli anni più bui del fascismo, da quei nuclei di pittori che a Torino, Milano e Roma si battevano per affermare forme e contenuti più umani e reali contro la vuota retorica ufficiale o il deserto silenzio metafisico.
L'inizio della lotta armata fece crollare le ‘arcadie’ e travolse incertezze e ambiguità, offrendo agli artisti un ricco terreno di lavoro concreto, una tematica più vasta e più vera, che non potevano non stimolare la ricerca di modi espressivi adeguati, la definizione di un linguaggio appropriato.
I disegni qui raccolti, infatti, sono ben lontani da quel formalismo contratto e rigidamente contenuto, da quella fuga dalla realtà verso il ripiegamento estetico, che pure era stato, sotto il fascismo, il rifugio di una parte di quegli intellettuali che si sentivano o erano all'opposizione.
E' nell'esplodere di una ‘realtà’ diversa, fatta di potenzialità liberatrici, di lotta attiva e di speranza in un domani più giusto e più umano, che quegli uomini ritrovarono un'aderenza concreta con le cose, una dimensione diversa e più autentica della loro arte. E soffermando gli occhi su queste opere si avverte tutta la forza, la brutalità persino, dirompente e impetuosa, di questo ritorno all’uomo e alla sua sorte quotidiana,
di questa scoperta di una individualità diversa, filtrata e trasformata dalla dimensione collettiva dell'azione, rigeneratrice e stimolante.

C'è, inoltre, in questi fogli, assieme ad un sentimento angoscioso di orrore, assieme allo sdegno per le torture e i massacri, assieme al dolore e all'ira, un senso quasi festoso, limpido e deciso, il segno di una speranza che sta per realizzarli…, c'è la gioia e il sollievo, quasi, di chi sa che tutto sta per compiersi. La gioia di chi, al di là della violenza, del sangue, delle memorie e dei cadaveri, intuisce l'avverarsi di un mondo diverso, il concretizzarsi di una strada aperta verso le più alte conquiste civili ed umane.


La liberazione di Roma (1944) Renato Guttuso


Una cosa fondamentale è cambiata, gli uomini non credono più alla loro disperazione e alla loro solitudine.
Sotto le macerie è rimasto sepolto l'ultimo individuo, ed è rispuntato un uomo nuovo, l'uomo attraverso gli altri uomini, negli altri uomini. E' rispuntata una nuova realtà.

Questa “nuova realtà” emerge in modo evidente dai temi e dalla esecuzione rapida e nervosa dei disegni.
Una esecuzione spoglia, essenziale, nuda, e che pure esprime tutto un mondo complesso di sentimenti e di risentite ragioni umane, tutta una tematica tesa a difendere la integrità dell'uomo, la sua libertà, le sue aspirazioni migliori dai ‘mostri’ generati dalla storia.

Berti, Birolli, Broggini, Carpi, Cassinari, Cenni, Colombo, Fabbri, Francese, Gasparini, Guttuso, Kodra. Mafai, Mantica, Manzù, Martini, Migneco, Morlotti, Motti, Pizzinato, Pozzi, Ramponi, Rognoni, Sassu, Tettamanti, Tomiolo, Treccani…, tutti artisti, come è noto, per i quali l'impegno resistenziale non si è concluso il 25 aprile del '45, e che hanno saputo portare avanti, ognuno a suo modo, con formulazioni estetiche e formali diverse, il discorso iniziato in montagna.

Le opere presenti in questo libro mostrano dunque una unità di fondo che è il segno di una qualità comune, di una poetica, cioè, decisa a cogliere e a comprendere tutto l'orrore e l'esecrazione per la barbarie e l'ingiustizia, per la dignità e la libertà calpestate, per l'integrità dell’uomo lacerata e impedita.
Ciò costituisce un patrimonio ideale, una conquista di carattere morale e civile che non è andata dispersa con gli anni, che anzi ha informato si sé la parte più valida della pittura italiana del dopoguerra, e che oggi, a oltre sessantacinque anni di distanza, muove ancora ad un impegno non formalista, non epidermico e non esoterico le nuove generazioni artistiche della contestazione.



martedì 15 febbraio 2011

Sei Bellissima - Loredana Bertè





Che strano uomo avevo io
con gli occhi dolci quanto basta
per farmi dire sempre
sono ancora tua
e mi mancava il terreno
quando si addormentava sul mio seno
e lo scaldava il fuoco umano della gelosia
Che strano uomo avevo io
mi teneva sottobraccio
e se cercavo di essere seria
per lui ero solo un pagliaccio
e poi mi diceva sempre
non vali che un po' piu' di niente
Io mi vestivo di ricordi per affrontare il presente
e ripensavo ai primi tempi
quando ero innocente
a quando avevo nei capelli
la luce rossa dei coralli
quando ambiziosa come nessuna
mi specchiavo nella luna
e l'obbligavo a dirmi sempre
Sei bellissima
Sei bellissima
Accecato d'amore
mi stava a guardare
Sei bellissima
Sei bellissima
na na na na na na na......
Se pesco chi un giorno ha detto
il tempo e' un gran dottore
lo lego ad un sasso stretto stretto
e poi lo butto in fondo al mare
Son passati buoni buoni
un paio d'anni e di stagioni
ho avuto un paio di avventure
niente di particolare
ma io uscivo a cercarti
nelle strade fra la gente
mi sembrava di voltarmi all'improvviso e vederti nuovamente
e mi sembra di sentire ancora
Sei bellissima
Sei bellissima
Accecato d'amore
mi stava a guardare
Sei bellissima
Sei bellissima
na na na na na na na........
Sei bellissima
Sei bellissima
na na na na na na na.........
Sei bellissima
Sei bellissima

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mercoledì 9 febbraio 2011

GERUSALEMME LIBERATA (Jerusalem Delivered) - Torquato Tasso

GERUSALEMME LIBERATA

Gerusalemme Liberata (1628-1629) - Canto 19 (Erminia trova Tancredi ferito)
Nicolas Poussin (1594-1665)
Ermitage di San Pietroburgo - Olio su tela cm 98 x 147


PREMESSA

Torquato Tasso segna il passaggio dall'epoca della piena fioritura rinascimentale al secolo seguente.

Il Tasso visse in un periodo in cui i valori che erano stati alla base della civiltà rinascimentale (innanzitutto la fiducia nell'uomo e nella sua autonoma capacità di costruire un mondo idealmente "perfetto") sono entrati in crisi; alla società fondamentalmente laica, anche se non antireligiosa, del '400 e del primo '500, si va sostituendo un mondo in cui il problema religioso (con lo scontro tra il Cattolicesimo della Controriforma e il Protestantesimo, e tra fede e spirito scientifico) è divenuto di nuovo uno dei nodi basilari. Inoltre egli visse in Italia, in un paese, cioè, dove tutti questi problemi assumevano un aspetto particolarmente drammatico per la dolorosa situazione politica.

La figura del Tasso è interessante, oltre che per il valore artistico della sua opera, anche perché riflette assai bene le contraddizioni e i tormenti della sua epoca e in parti colare la crisi in cui si venne a trovare la figura stessa dell'intellettuale. Le angosce del poeta, la sua instabilità, la sua "follia", sono, prima ancora che fatti privati, il segno del suo tempo, di tutti questi problemi (politici, religiosi, sociali e più propriamente culturali) a cui ho accennato.


TORQUATO TASSO - La vita in breve


Torquato Tasso nacque a Sorrento nel 1554. A dieci anni si trasferì a Roma con il padre: ne provò un grandissimo dolore, reso ancor più acerbo dalla morte improvvisa della madre, avvenuta due anni più tardi. Il padre si stabili poi a Pesaro: qui il Tasso trascorse alcuni anni felici e compose, appena diciottenne, il poema epico "Rinaldo" e le rime per Lucrezia Bendidio e Laura Peperara.

Nel 1565 il poeta si trasferì a Ferrara per servire gli Estensi. Inizialmente il periodo ferrarese fu abbastanza tranquillo, benché turbato da un grave esaurimento nervoso destinato a trasformarsi in breve tempo in nevrastenia acuta e in una vera e propria mania di persecuzione.

Tasso fuggì allora dalla città e iniziò un triste pellegrinaggio tra le più importanti Corti italiane. Nel 1579 decise di tornare a Ferrara: qui in un accesso d'ira inveì violentemente contro il duca Alfonso II, che lo fece rinchiudere nell'ospedale di Sant'Anna, considerandolo più un prigioniero che un ricoverato.

Nel 1586 alcuni amici fedeli riuscirono a farlo liberare; il poeta però non era cambiato e continuò la sua vita errabonda fin quando, nel 1595, la morte lo colse a Roma nel monastero di Sant'Onofrio al Gianicolo.


LE OPERE

Il Tasso ha scritto moltissime rime, circa 2000, di diverso contenuto e di diversa ispirazione: accanto ai versi che esprimono sentimenti d'amore e di ammirazione per la bellezza femminile, ve ne sono molti altri che trattano argomenti religiosi e manifestano le ansie e i tormenti del suo animo malato, esaltando la bellezza e il fascino malinconico della natura.
Particolarmente interessante è la "Aminta", la più bella favola pastorale del '500, i "Dialoghi", sincera testimonianza delle ansie e delle preoccupazioni che travagliarono l'animo del poeta, e lo "Epistolario" che offre un'interessante panorama della sua esistenza.
Nella "Gerusalemme liberata" il Tasso narra alcune vicende della prima Crociata, culminanti nella conquista della città da parte dell'armata cristiana agli ordini di Goffredo di Buglione.
L'ispirazione del Tasso fu inizialmente soltanto religiosa: il suo scopo infatti era quello di esaltare la Chiesa e l'eroismo dei combattenti cristiani. I numerosi episodi d’amore, le vicende di Armida e Rinaldo, le avventure di Argante e Solimano, inseriti nel racconto soltanto con il fine di abbellirlo, lo trasformarono però in un poema romanzesco.


Le pagine più belle della "Gerusalemme liberata" sono proprio quelle in cui il Tasso, dimentico di ogni preoccupazione morale, esprime sinceramente la sua visione drammatica e dolorosa di tutte le vicende umane, il dramma dei valorosi destinati a soccombere di fronte all'ineluttabilità del destino e la malinconia nata dalla consapevolezza della caducità di tutte le cose terrene.


Messaggeri di Goffredo di Buglione nel Giardino di Armida
Lemoyne Francios - Hermitage Museum


GERUSALEMME LIBERATA – IL PROEMIO

Il Tasso si accinge ad esaltare le armate cristiane e Goffredo di Buglione, comandante dell'esercito che durante la prima Crocîata liberò la Terrasanta, eroe nobile ed intelligente, che sopportò molti travagli per portare a termine la gloriosa impresa: l'Inferno tentò invano di opporsi e invano si armarono insieme le popolazioni d'Asia e d'Africa; il cielo fu favorevole a Goffredo e raccolse sotto le bandiere crociate i suoi compagni, continuamente distratti da altre avventure.
Il poeta chiede aiuto e appoggio a Urania, considerata non come la mitica abitante del Monte Elicona, dove secondo la tradizione risiedevano Apollo e le nove Muse, ma come una virtù spirituale, ispiratrice dei poeti, residente nel cielo tra i cori degli angeli e dei beati, circondata dalle stelle immortali. Egli chiede che Urania infonda nel suo petto entusiasmi divini e rischiari il suo canto e lo perdoni se egli sarà costretto ad abbellire la verità storica con finzioni poetiche, racconti amorosi e avventurosi. La Musa non ignora che nel mondo dove la poesia attrae con la sua armonia i lettori, la verità presentata sotto una piacevole veste poetica, ha convinto anche i più schivi, comportandosi come gli adulti che offrono ad fanciullo ammalato in sostanze piacevoli una un recipiente con l'orlo addolcito da medicina amara ma risanatrice.

Le ultime due ottave dell'introduzione sono dedicate ad Alfonso d'Este, protettore del poeta e suo ospite. Il Tasso si augura che il duca accolga benevolmente quest'opera di ispirazione religiosa e spera che la sua penna, presaga delle future imprese del duca, possa scrivere un giorno ciò che ora si limita ad accennare. Egli auspica che tutti i cristiani uniti portino guerra ai Turchi per conquistare Gerusalemme, con Alfonso d'Este a capo delle forze navali o di quelle terrestri. Intanto il nuovo Goffredo di Buglione ascolti il carme a lui dedicato e si prepari alle future lotte.


LA FAVOLA DEL POEMA

Da sei anni durava la guerra della prima crociata: della grande impresa, che doveva ritogliere ai Turchi il sepolcro di Cristo. I crociati, sotto la guida di Goffredo di Buglione, avevano già conquistato Nicea, Antiochia, Damasco, Tolosa nell'Asia minore e si erano arrestati. Ma Dio decide che la guerra sia ripresa alacremente e condotta a termine. Goffredo, a cui un angelo riferisce la volontà divina, riuniti i capi, fatta la rassegna dell'esercito, muove verso Gerusalemme. Il re della città, il crudelissimo Aladino, si prepara alla difesa. Per consiglio d'un cristiano rinnegato, il mago Ismeno, egli fa trafugare da una chiesa di cristiani e collocare nella moschea una immagine miracolosa della Vergine, che avrebbe (strano!) tutelata, posta in quella moschea, la città e la religione maomettana. Ma dalla moschea l'immagine è tolta via, da mano ignota, ma certo cristiana. Aladino, novello Erode, vuole che tutti i cristiani siano uccisi; così punirà sicuramente anche il colpevole. Allora la santa vergine Sofronia, a stornare l'eccidio dai suoi correligionari, si offre come rea di quel furto. Come reo si offre anche il suo giovinetto amante Olindo, che non sopporta di veder perire la sua donna. Piacerebbe - ad onore del popolo cristiano - che il ladro vero si scoprisse e affrontasse il martirio. Il re, che non sa se il colpevole sia Sofronia o sia Olindo, li danna tutti e due al fuoco. Ma Clorinda - una guerriera che viene sin dalla Persia a difendere Gerusalemme - sopraggiunge in quella; ha pietà dei due giovani, ed ottiene che siano liberati. Ed essi passano così dal rogo alle nozze ed all'esilio.


Clorinda salva Olindo e Sofronia - Eugène Delacroix
Neue Pinakothek - Monaco di Baviera

Intanto i crociati sono giunti in Emaus, a una giornata da Gerusalemme. Vengono a Goffredo due méssi del re di Egitto: Alete e Argante: Alete accortissimo diplomatico, Argante un rozzo violento, che non si intende, veramente, perché partecipi ad una ambasceria. Alete, a nome del suo re, alleato con quello di Gerusalemme, vuol persuadere il capitano a non procedere oltre nell'impresa: gli basti la gloria conseguita: non provochi l'intervento del re d'Egitto. - La nostra speranza è in Cristo, risponde Goffredo, e saremo lieti di morire tutti per lui. - E si proclama la guerra anche contro il re d'Egitto; con la più grande gioia di Argante, che, da messaggero fatto nemico, va diritto a Gerusalemme, per poter combattere subito, e lascia che Alete ritorni solo al suo re.

Il mattino seguente i crociati giungono in vista di Gerusalemme; e gridano di gioia e piangono sui loro peccati, e avanzano. Da una torre della città Erminia, già figlia del re di Antiochia, indica al re i guerrieri cristiani, e Tancredi innanzi tutti, Tancredi di cui ella era stata prigioniera e ne era divenuta timida, ma ardente amante. Tancredi giunge sino sotto le mura: esce ad incontrarlo Clorinda; ma quando egli, facendole, d'un colpo di lancia, cader l'elmo, la riconosce per la bellissima che aveva già veduto un giorno rinfrescarsi la fronte ad una fontana, si arresta, e va a combattere contro gli altri. Ma uscito era anche Argante. Tancredi, Rinaldo, Dudone si avventano su di lui: e Dudone, il capo dei cavalieri di ventura (cavalieri liberi, e non soggetti a nessuno, come quelli della Tavola rotonda), muore. Rinaldo accorre per vendicarlo; ma Goffredo richiama i troppo audaci; e pensa come assediare regolarmente la città, e manda soldati ad atterrare una selva, per costruire macchine da espugnare le mura.

Satana, naturalmente, non dorme. Raccoglie a parlamento i suoi soggetti, li esorta a uscir dall'inferno e insidiare in tutti i modi i cristiani, e sviarne l'impresa. E i demoni si spandono per il mondo. Uno si reca da Idraote, mago e re di Damasco, gli suggerisce di mandare al campo cristiano sua nipote, la bella Armida, che seduca e distragga quanti più può dei crociati.
Armida appare tra i crociati. E’ un incendio.
Nessuna resistenza dei guerrieri di Cristo contro le attrattive della femmina.
Giunta a Goffredo, Armida si rappresenta come vittima di un suo zio, che le ha usurpato il regno di Damasco, attentato alla sua vita, costretta a fuggire. Domanda di essere rimessa nel regno; le bastano dieci guerrieri, dieci soli guerrieri. Il capitano non può concedere; prima bisogna conquistare Gerusalemme. Ma i crociati non sono del suo parere: specialmente i cavalieri di ventura. Eustazio, benché sia il fratello di Goffredo, attesta che non cingerà più la spada, se non gli sarà lecito difendere una vergine oppressa. Il capitano è pieno non meno di senno che di debolezza. Cede: purché, ad evitare responsabilità, i dieci siano scelti tra i cavalieri di ventura. Ma occorre, innanzi tutto, nominare il capo di quei cavalieri, in luogo del morto Dudone. Rinaldo aspira all'alto onore. Vi aspira Gernando, principe di Norvegia, che - eccitato da un demonio - in pubblico ingiuria il suo rivale; Rinaldo l'uccide, semplicemente. Goffredo manda per incarcerarlo. Rinaldo non esiterebbe ad uccidere anche i méssi di lui; ma, per consiglio di Tancredi, parte per recarsi da Boemondo, in Antiochia; e Goffredo lo dichiara bandito. Allora, tra i guerrieri di ventura, si traggono a sorte i nomi dei dieci, che seguano Armida; ma la bellissima ne aveva sedotti molti più, che le tengono dietro nascostamente.

Argante non può più rimanere entro le mura. E’ uscito dalla città, ha mandato a sfidare i cavalieri cristiani. Tancredi accetta. Gli eserciti dall'una e dall'altra parte stanno a riguardare. E da un rialzo riguarda anche Clorinda. Tancredi se ne accorge, e resta come paralizzato; il giovane Ottone precorre Tancredi sì che è facile ad Argante di scavalcarlo. Ma Tancredi riprende ferocissimo. La notte interrompe il duello, che dovrebbe ricominciare al mattino; e Tancredi ferito è ricondotto fra i suoi. Erminia, che ha seguito con l'occhio e con il cuore la battaglia, e teme che Tancredi sia ferito troppo gravemente, delibera di andarlo lei a curare. Indossata l'armatura di Clorinda, per essere lasciata passare dalle guardie, esce con un suo fedele dalla città, e lo manda ad avvisare Tancredi che una donna lo vorrebbe visitare. Ma rimasta sola, da alcune sentinelle cristiane, che vegliavano perché non entrassero vettovaglie in Gerusalemme, è scambiata per Clorinda ed inseguita. Ella fugge per una foresta tutta quella notte e tutto il giorno di poi, finché trova, sconosciuta, ricovero e pace presso un vecchio pastore. Tancredi, dubitando che la donna che chiedeva di lui e che ora sa inseguita fosse Clorinda, esce segreto dagli accampamenti, alla ricerca di lei. Ed è fatto prigioniero in un tristo castello, dove Armida aveva già rinchiuso i suoi seguaci.
Al mattino Argante ricompare, per continuare con Tancredi, secondo l’accordo, il duello; e Tancredi non c’è. Argante prorompe in insulti contro l'assente, ma nessuno ardisce affrontarlo. Offresi allora lo stesso Goffredo: offresi il vecchio Raimondo, conte di Tolosa: e, mossi dalla vergogna, molti altri guerrieri più giovani. Si traggono a sorte i loro nomi; e la sorte cade appunto sul vecchio conte di Tolosa. Un angelo scende dal cielo a difenderlo, invisibile. E Argante, tra la meraviglia di tutti, è ferito, mentre Raimondo perdura illeso. Allora un pagano tira contro il vecchio guerriero una freccia. La tregua fra i due campi è rotta. La battaglia diventa generale. I cristiani entrerebbero in Gerusalemme, se i demoni non muovessero una tempesta, che batte loro nel viso, e li costringe a ritirarsi.

Si reca nel campo, da un superstite, l'annunzio della morte eroica di Sveno, e di tutta la sua schiera: venuto sino dalla Danimarca in aiuto ai crociati. Il superstite reca la spada del morto, che, per volontà di Dio, deve essere data a Rinaldo. Rinaldo ucciderà con essa chi uccise Sveno: cioè Solimano, spodestato re di Nicea, che, assoldato dal re d'Egitto, alla testa di una masnada di ladroni arabi, scorre i dintorni di Gerusalemme, impedendo che arrivino ai crociati viveri e uomini: sempre invisibile, imprendibile, terribile sempre. Di Rinaldo, lontano, nasce allora nel campo un vivo desiderio. Ed ecco un altro annunzio funesto. Si sono ritrovate, e si recano, le anni di lui. Argillano, nella notte, suggestionato da un demonio, si convince che Rinaldo sia stato ucciso, per invidia, da Goffredo; e solleva il campo contro il capitano, che lo ritorna nell'ossequio soltanto facendosi vedere, e danna a morte Argillano. Nella notte, il già re di Nicea piomba improvviso sui crociati. E’ uno spavento. Argillano corre a riabilitarsi, combattendo; e perisce, ucciso da Solimano. Ma i cristiani fuggono; giacché sono con Solimano gli spiriti infernali. Se non che, in aiuto dei crociati, discende l'arcangelo Michele, e un drappello di cinquanta ignoti compie la vittoria. La masnada degli arabi è finalmente rotta. Solimano, vinto ma non domo, è dal mago Ismeno miracolosamente trasportato entro Gerusalemme. Ivi si teneva un concilio; e, salvo Argante e Clorinda, tutti erano disposti alla resa. Ma tutti rinfranca la comparsa di Solimano.
Intanto i cinquanta ignoti guerrieri si sono scoperti. Sono Trancredi e i molti, che Armida aveva imprigionati nel suo castello, imponendo loro di rinnegare Cristo. Avevano tutti rifiutato, tranne Rambaldo. Stretti in catene, erano allora stati mandati in dono al re d'Egitto; ma per via era sopraggiunto Rinaldo a liberarli. Vivo dunque è Rinaldo, e in viaggio per Antiochia. Sul campo aveva lasciato le sue armi, rotte in quella gran battaglia.

La brama di riaverlo cresce nei cristiani. Ma Goffredo, dopo una pia processione al monte Oliveto, incomincia l'assedio. Si avanza una torre mobile, formidabile; e contro di essa è l'ira degli assediati. Gli arieti battono al basso le mura. Goffredo adempie le parti di duce e di soldato. Colpito in una gamba da un dardo, è costretto a ritirarsi. Solimano e Argante irrompono da una breccia aperta nel muro. E guai ai cristiani, se Tancredi non rianimasse i suoi, e se Goffredo, curato miracolosamente, non ricomparisse sul campo, e non sorgesse a recar tregua alle armi la tenebra. E nella tenebra Clorinda e Argante escono ad incendiare la torre espugnatrice, e conseguono l'audace proposito. I crociati; svegliati, incalzano i temerari sino alle mura. Solimano apre la porta, respinge i nemici, accoglie Argante. Ma Clorinda, che era ricorsa indietro a vendicarsi di un suo offensore, resta esclusa dalla città. Allora si finge anche essa uno dei cristiani, e gira intorno alle mura, per trovare un'altra porta. Tancredi, senza naturalmente riconoscerla, l'ha notata, la segue, vuol provarsi con quello che a lui sembra valorosissimo guerriero; dopo un lungo duello, l'abbatte. Clorinda, che, prima di quella sua ultima impresa, aveva saputo da un suo servo che ella era nata cristiana da Senapo re d'Etiopia, moribonda chiede al guerriero di essere battezzata. Tancredi accorre al pio ufficio; ma, nel levarle l'elmo, la riconosce per la donna amatissima; morto sarebbe anche egli dal dolore, senza i conforti del santo eremita Piero e poi di Clorinda stessa, che gli appare dal cielo, ormai beata. Conviene allora ai cristiani di costruire un'altra macchina di assedio. Il capitano manda a recidere gli alberi di una foresta. Ma il mago Ismeno l'ha popolata di demoni; i soldati vi sentono stridi e ruggiti, e ne rifuggono pieni di paura. Vi entra, incredulo, Alcasto, e ne ritorna spaventato: ha veduto sorgergli innanzi una muraglia di fiamma, la città infernale. Tancredi si offre di penetrare nella selva; ma le piante gli parlano gemendo, dal tronco di una ode parlare la sua Clorinda: ritorna anch'egli atterrito.

Il momento è grave; molto più che una grande siccità opprime i cristiani, che muoiono di caldo e di fame, e molti disertano il campo. Dio però manda la pioggia, per intercessione di Goffredo, e anche gli inspira di mandare a cercar di Rinaldo, che solo vincerà gli incanti della selva. Carlo, il superstite della schiera di Sveno, e il vecchio Ubaldo, si offrono di cercare Rinaldo ad Antiochia. Ma l'eremita Piero li manda invece ad Ascalona, dove un vecchio mago cristiano li inforna come Rinaldo si trova insieme con Armida in una delle isole Fortunate (nell'Atlante); insegna loro come vincere gli incanti del luogo, e li affida ad una giovine nocchiera, che ha l'aspetto della Fortuna, e che rapidamente, attraverso il Mediterraneo, li trasporta all'isola felice.


Rinaldo e Armida (1813) - Francesco hayez

Spaventi prima, allettamenti sensuali poi, attendono Carlo ed Ubaldo, che riescono vincitori degli uni e degli altri. In un giardino meraviglioso scoprono Rinaldo, che riposa in grembo ad Armida. Come ella si allontana, i due si avanzano armati. Ubaldo presenta a Rinaldo un lucido scudo, ove egli si vede, e si vergogna di sé. Nel molle amante rinasce il guerriero. Non sono neppur necessari gli ammonimenti di Ubaldo: Rinaldo vuol subito partire. Sopraggiunge Armida, Armida che amava Rinaldo perdutamente; lo scongiura di rimanere, di portarla con sé. Egli rifiuta cortese, e parte. Allora la donna, su un carro volante, ritorna al suo castello, dopo aver mandato in fumo il giardino, costruito per forza d'incanti. Indi si reca all'esercito di Egitto, attendato a Gaza, in procinto di muovere contro i crociati. Magnifica sul suo carro, ella prega di essere accolta fra i guerrieri. Ben essi la vendicheranno dell'oltraggio fattole da Rinaldo. Adrasto e Tissaferne, accesi di lei, giurano di combattere per lei, che non era apparsa mai così fiera e così bella.
Rinaldo e i due guerrieri sono riportati dalla nocchiera al vecchio mago; Rinaldo si veste nuove armi, ha da Carlo la spada di Sveno, e il mago gli celebra la gloria dei suoi successori, che termina nei signori d'Este. Quindi, su un carro invisibile, trasporta i guerrieri verso il campo cristiano, temperando la noia del viaggio (ma accrescendola a me fervido lettore) con i più adulatori vaticini intorno ai futuri signori Estensi, singolarmente ad Alfonso II, il protettore di Torquato. L’azione oramai precipita. Rinaldo riesce a liberare la selva dagli incantesimi, avendolo una fervente preghiera in sull'aurora fatto degno della grazia divina. Nuove e più poderose macchine sono costruite. Una colomba, inseguita da un falco, si ripara nel grembo di Goffredo; e da un fogliolino che recava al collo, egli apprende che era in viaggio l'esercito egiziano. Bisogna dunque far presto. Altro assalto generale alle mura di Gerusalemme; la vittoria è, dopo lungo contrasto, dei cristiani, che invadono la città e vi fanno strage.

Ma Argante resiste ancora, e sfida Tancredi, col quale ha come sappiamo, un credito antico. Tancredi esce con lui dalle mura, lo affronta, lo uccide; ma ha perduto tanto sangue, che, nel ritornare alla città, cade svenuto. Erminia, che, sorpresa nella sua solitudine pastorale da cavalieri egiziani, era stata mandata in dono all'Emireno, capo di quelle truppe, e da Vafrino, spia cristiana al campo egiziano, era ora ricondotta a Gerusalemme, si imbatte nel suo Tancredi. Lo crede morto; ma coi più teneri amplessi lo richiama alla vita. Ma, sulle notizie della spia Vafrino, è facile a Goffredo affrontare e vincere l'esercito egiziano ormai giunto a Gerusalemme: Goffredo uccide l’Emireno. Solimano, che dalla rocca di Davide, dove si era rinchiuso con Aladino, esce all'ultima offesa sui cristiani, perisce per mano di Rinaldo; mentre Aladino, rimasto nella rocca, è ucciso da Raimondo, che la conquista faticosamente e vi pianta sulla vetta il grande stendardo cristiano. Nel campo degli egiziani era Armida. Come ella vede che tutto è perduto, delibera di uccidersi, e già trasceglie lo strale più acuto. Ma Rinaldo le giunge alle spalle; la dissuade dal fiero proposito; la prega di farsi cristiana. Ed ella risponde, ancora: Ecco la tua ancella.

Si conclude così vittoriosamente l’avventurosa guerra di conquista cristiana che ha combattuto con alterne vicende, invano ostacolata dalle forze dell’Inferno. Goffredo di Buglione scioglie il suo voto e quello dell’esercito crociato, che era appunto quello di liberare i luoghi santi e il sepolcro di Cristo dal dominio dei Musulmani.
E l’epica cavalleresca, iniziatasi con l’episodio di Orlando che a Roncisvalle spezza Durlindana contenente le sacre reliquie, trova la sua conclusione nella conquista della santa città di Gerusalemme.


CARATTERI ARTISTICI E SIGNIFICATO DELLA GERUSALEMME LIBERATA

Ho voluto riferire, con una certa ampiezza, la trama dei venti canti della “Gerusalemme Liberata”, perché chi mi legge, pur da queste linee, veda l’organicità e proporzione delle parti, e nel medesimo tempo la struttura semplice e grandiosa del tutto. E per un maggior senso di misura e di verosimiglianza doveva appunto differenziarsi il poema eroico dal romanzo cavalleresco. Che poi - nello spirito - anche la ‘Gerusalemme’ sia un poema cavalleresco (gli amori non vi hanno parte minore delle armi), non importa, naturalmente, gran che…, e anche meno importa che il racconto non abbia di storico che i nomi e gli avvenimenti principali, e che nulla riproduca dell'ambiente tra guerresco e fanatico e selvaggio delle crociate; quantunque fosse richiesto al poema eroica un contenuto e un colorito storico. Il vero è che un'opera di poesia è innanzi tutto un'opera di poesia. Il poeta vi esprime ciò che ha attinenza con l'anima sua e con le correnti spirituali dei tempi suoi. E d'accordo coi tempi suoi fu veramente il Tasso. Nell'età della restaurazione cattolica, negli anni in cui tutta l'Europa cristiana si era raccolta in un ultimo sforzo contro i Turchi, conchiusosi con la, purtroppo, vana vittoria di Lepanto (1571), il cantare la prima crociata, la prima grande spedizione cattolica contro quegli stessi Turchi, non era soltanto l'effetto di ricerche e considerazioni intorno ad un argomento letterariamente ricco d'interesse. Così pure dello spirito formalisticamente e non sostanzialmente religioso della controriforma cattolica è documento la ‘Gerusalemme’. La religiosità nel poema è tutta esteriore: si risolve in processioni, in prediche, in atti di contrizione: non sopprime affatto la sensualità, anche se l'espressione di essa sia più vereconda, o più ipocrita, che nell'Ariosto. Il poeta invocando la sua Musa, che molti intendono come la Vergine Maria, le chiede ingenuamente perdono di aver adombrata l'opera sua di altri diletti, che non siano quelli puri dello spirito; perché a quei diletti “corre il mondo”…, e il poeta della restaurata cattolicità scrive per il mondo, scrive per piacere alle classi colte, che avevano ancora negli orecchi le gioconde ottave epicuree del “Orlando Furioso”.

Fiacchi nel poema i caratteri eroici, anche se fanno molto rumore. Rinaldo trapassa con troppa facilità dalla furia vendicatrice all'amore lussurioso, all'oblio della donna e alla religiosità. Tancredi è troppo languidamente innamorato. Troppo gradasso è Argante: troppo feroce Aladino: tipi convenzionali. Goffredo ha la bocca piena di saggezza e di austeri precetti; ma non è un carattere; è una figura negativa. Nobile, nella sua indomita sete di vendetta sui cristiani, Solimano; anche perché non apparisce molto nell'azione, e si sente, più che non si veda. Ire donne (salvo la guerriera Clorinda, che di femminile non ha che il nome, ed è troppo inferiore alla Bradamante, che di guerriera non ha che le armi e il coraggio) le donne sono più vive degli uomini: soavissima Erminia; ardente di passione Armida, anche se troppo ama di declamare. Perché il Tasso è, spesso, poeta che cerca l'effetto: come apparisce nel famoso concilio dei demoni. Ha talvolta virtù di magnifico oratore, anche più che di poeta. E parla come da un palcoscenico, e declama anche più che non parli. Il suo stile è sempre alto e magnifico; delle cose gli piace di vedere soltanto ciò che è più appariscente. Gli epiteti, le coppie di verbi e di aggettivi di significato affine ridondano; il pensiero non è mai espresso con la precisione e la lucidità ariostesca. Ma un non so che di appassionato, di caldo, di molle, insolito nella poesia del Cinquecento, scorre per entro le strofe del Tasso. Sotto i personaggi e dietro le situazioni eroiche compare il poeta coi suoi amori, coi suoi travagli, col suo desiderio stanco di pace e di riposo. La “Gerusalemme liberata” ha qualche cosa dell'autobiografia. E’ meno e più che un'opera d'arte pura. Parla al cuore e al sentimento; e perciò si impose rapidissimamente, e fece dimenticare il Furioso, che pure ha pregi d'arte assai maggiori. La piena sonorità delle ottave del Tasso – che, oggi come oggi, stanca assai presto il mio orecchio fine - contribuì non poco al successo del poema, in un'età in cui alla poesia non rimaneva altro di vivo che il suono, e sorgevano difatti le prime opere di musica. In quell'onda fascinatrice passano quasi inavvertiti i molti artifici stilistici, le arguzie, i giuochi di parole, che avrebbero poi imperversato nella poesia del Seicento.


ERMINIA TRA I PASTORI (VII, str. 1-14)

Molti sono i canti che mi hanno colpito, ma questo di Erminia mi è sceso nel cuore.
Erminia è una giovinetta sensibile, delicata, pudica e fantasiosa. Commossa dalla generosità cavalleresca di Tancredi è presa d'amore per lui, che pure le ha abbattuto il regno paterno: orfana e pagana, nutre segretamente la sua passione per il cavaliere cristiano finché l'affetto e la paura della morte di lui non la spingono ad avviarsi sotto false spoglie alla sua tenda per curargli le ferite riportate nel combattimento sostenuto contro Argante. Ma dai cavalieri cristiani, che la credono nemica, è messa in fuga ansiosa e piangente: dopo lungo errare e desolato piangere trova rifugio tra ombrose piante.


Erminia tra i pastori - Lorenzo Lippi (Firenze 1606-65)
Olio su tela, cm 114 x 143 - Pistoia, Museo Clemente Raspigliosi


Nell'ansia di salvare Tancredi ferito, Erminia, giovinetta gentile e timida, si sente ardimentosa e capace di ogni audacia. Entra nelle stanze della sua buona amica Clorinda e vede le armi di lei, l'insegna della tigre, la candida sopravveste. Invidia la vergine guerriera e pensa di vestirne le armi. Così, fingendosi Clorinda, potrà facilmente uscire dalla città. Si spoglia delle sue leggiadre vesti e indossa sulla persona gracile e gentile quella pesante armatura. Poi, accompagnata da un'ancella e da uno scudiero esce da Gerusalemme dando alla guardia della porta il nome di Clorinda, e s'avventura verso il campo crociato. Sorge la luna nel cielo stellato ed Erminia, mentre contempla le “belle agli occhi suoi tende latine”, è scorta da un gruppo di Crociati che si lanciano contro di lei. Ella sprona il cavallo e, pallida e tremante, fugge come una cerbiatta inseguita dai cani, piangendo disperatamente e facendo perdere le tracce agli inseguitori. Al cadere del giorno giunge in riva al Giordano dove, cedendo all'invito del paese calmo e tranquillo, smonta da cavallo, si stende nell'erba, piange ancora, ma più sommessamente, e, infine, si addormenta. Si sveglia al cinguettio degli uccelli: poi nell'udire un canto di pastori si riconforta e si avvicina a un vecchio e a tre fanciulli. Anche il pastore, nella giovinezza, aveva lasciato i campi per andare alla reggia: ma, cadute col tempo le speranze e le illusioni, era tornato alla sua terra, alle sue pecore, per godere i veri e schietti beni della vita: la Fede in Dio, il cibo sano, l'acqua di fonte, i conforti della consorte e dei figlioli. Erminia ascolta attentamente il saggio vecchio: anche lei ha conosciuto il mondo dei ricchi, vi ha sofferto e non vi ha trovato pace, che ella spera di ritrovare in questi luoghi e vi rimane, modesta pastorella dedita ad umili occupazioni.


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