domenica 12 agosto 2012

LETTERE SCELTE - Cicerone (Letters choices - Cicero)


   
LETTERE SCELTE 

Scambio di lettere fra "I Grandi" della politica romana all'inizio del conflitto fra Cesare e Pompeo. 

Ad Attico, VII, 20 
Scritta a Capua, il 5 febbraio del 49 a. C. 

Le ostilità fra Cesare e Pompeo sono incominciate. 
Cesare, varcato il Rubicone, il fiumicello che segnava il confine meridionale fra la sua provincia e il territorio della repubblica, ha iniziato quella serie di azioni fulminee, della quale può dirsi giustamente con Dante.... 

che no' l seguiteria lingua, nè penna. (Paradiso VI, 61). 

Intento suo era di irrompere lungo il litorale adriatico per sorprendere Pompeo, sbarrargli la fuga verso l'Oriente e obbligarlo, ad un accordo. 
In pochi giorni caddero in potere di Cesare Rimini, Pesaro, Fano, Ancona, Gubbio, Osimo, Ascoli, Arezzo. 
La notizia della fulminea avanzata di Cesare sparge il terrore in Roma. 
Nella notte fra il 17e il 18 gennaio Pompeo e il console Lentulo lasciano in tutta fretta la città, seguiti il giorno dopo dall'altro console, Marcello, e da una numerosa schiera di senatori. 
Fra questi è pure Cicerone, che si avvia verso la Campania. 
Il giorno 5 è a Capua e scrive questa sconsolata lettera all'amico Attico manifestandogli le sue gravi preoccupazioni e chiedendo consiglio. 
Lamenta la spaventosa impreparazione del suo partito alla guerra e l'incredibile inettitudine dei consoli. 
Espone in fine un dubbio angoscioso: che farà, se Pompeo, come si dice, abbandonerà l'Italia? 
Cicerone enumera le ragioni che lo spingono da una parte a rimanere in Italia, dall'altra a seguire Pompeo. 
Finchè il comandante supremo resterà nella penisola, Cicerone sa qual è il suo dovere: morire anche, per la salvezza della libertà. 
Ma se Pompeo fuggirà in Oriente? Qui cominciano per Cicerone i dubbi e vorrebbe consigli dall'amico. 
Gli fa delle domande senza una certa risposta, ad esempio se Cesare sarà un tiranno crudele come Palaride, o mite come Pisitrato. 
(Palaride, tiranno di Agrigento (secolo VI a. C.) fu tristemente famoso per la sua ferocia e Pisistrato invece, divenuto signore di Atene, si mostrò illuminato e mite. 



Ad Attico, VIII, 11 a 
Scritta a Lucera, il 10 febbraio del 49 a. C. 

Per intendere questo laconico biglietto di Pompeo a Cicerone bisogna pensare al contenuto della lettera precedente.
Cicerone ha confessato chiaramente ad Attico che il partito conservatore è del tutto impreparato alla guerra: bellum nostri nullum administrant. 
Pompeo, che sicuramente è consapevole di questi apprezzamenti di Cicerone, vuole tranquillizzarlo, anche per non vedersi sfuggire un uomo di tanta popolarità e influenza. 
Gli manda quindi un suo ufficiale con l'elenco delle coorti di cui dispone nell'Italia centrale: 12 coorti di Domizio, 14 di Vibullio, 5 di Irro. 
Quelle di Domizio e di Vitullio, precisa Pompeo, sono già in marcia verso di lui. 
Secondo Pompeo, ce n'era abbastanza per calmare l'animo di Cicerone. 
Si trattava però di pure illusioni. 
Le coorti che Pompeo attendeva, non giunsero mai: nella presente lettera leggiamo che la partenza da Corfinio non avvenne, nè il 9 febbraio, come Pompeo sperava, nè dopo, perchè il 21 dello stesso mese Domizio e le sue coorti si arresero a Cesare, che intanto era giunto fulmineamente nei dintorni della città. 



Ad Attico, VIII, 12 b. 
Scritta a Lucera, l'11 o il 12 febbraio del 49 a. C. 

È una lettera di velati rimproveri, nella quale si annunzia anche un piano strategico. 
Cicerone nella Campania, dove le milizie pompeiane erano scarse, si sarebbe trovato esposto a qualche improvviso assalto delle forze cesariane..., nell'Apulia invece poteva ritenersi perfettamente sicuro. 
Pompeo si lamenta con Domizio del suo silenzio e più ancora del ritardo a mettersi in marcia per raggiungerlo. 
Gli manifesta quindi il suo programma: unire tutte le sue forze per avere la possibilità di opporsi all'avversario. 
Quando Pompeo scrisse questa lettera, aveva evidentemente in animo di attendere Cesare a Lucera e li dargli battaglia. 
Per questo contava sui rinforzi che dovevano venirgli da Domizio e dagli altri due suoi luogotenenti, Vibullio e Irro. 
Quando invece venne a sapere che Cesare era già nei dintorni di Corfinio e che Domizio non si era ancora mosso, cambiò piana. 
Il 13 febbraio lasciò Lucera e si portò a Brindisi per prendere di là il mare. 
Il 17 dello stesso mese ordinò a tutti due i consoli di unirsi con lui a Brindisi e non pensò più che a raccogliere il maggior numero possibile di legionari per imbarcarli con sè alla volta dell'Oriente. 
La ragione vera però era un'altra, cioè che Pompeo desiderava vicino a sè un uomo dell'autorità e popolarità di Cicerone. 
La presente lettera fu scritta prima del 13 febbraio, prima cioè che Pompeo avesse perduta la speranza di ricevere i rinforzi che sperava. 
Esprime perciò a Domizio la sua meraviglia di non avere notizie.., gli dice inoltre che non sa spiegarsi il suo ritardo a lasciare Corfinio..., gli rinnova in fine il suo pressante invito di raggiungerlo al più presto a Lucera, o, se egli non potrà muoversi personalmente (Pompeo insinua qui qualche dubbio su influenze interessate e sospette), di spedirgli almeno le milizie del Piceno e di Camerino, alle quali sta a cuore la difesa della comune salvezza. 



Ad Attico, VIII, xx c. 
Scritta a Canosa, il 20 febbraio del 49 a. C. 

A distanza di pochi giorni dal precedente biglietto Pompeo ne manda a Cicerone un altro, come il primo laconico ed evasivo. 
Il secondo invece avrebbe dovuto essere una risposta precisa ad una lettera piuttosto lunga di Cicerone, nella quale questi si dichiarava apertamente contrario al progetto di abbandonare l'Italia. 
Pompeo, rispondendo, nulla dice su tale argomento, mostrando così o di non avere compreso la profonda amarezza dell'animo di Cicerone al pensiero di lasciare Roma e l'Italia, o di non avere tenuto in alcun conto le giustificate preoccupazioni dell'eminente uomo politico. 
Pompeo accenna soltanto rapidamente all'esercito che ha nell'Apulia e rende noto che i consoli sono presenti nel campo. 
Tali notizie sembrano date coll'unico proposito di indurre Cicerone a mettere da parte ogni esitazione e a mettersi in viaggio per raggiungere gli altri, che già sono presso di lui. 
Gli indica anche la via sicura che dovrà prendere per portarsi a Brindisi: la Via Appia. 
In questa lettera scopriamo che Cicerone era stato proclamato imperator dai suoi legionari in Cilicia (51 a. C.). 
Scopriamo pure notizie sulla Via Appia: questa strada, la regina viarurn, conduceva da Roma a Brindisi passando per Capua, Benevento e Taranto..., il tratto fino a Capua fu costruito dal censore Appio Claudio il Cieco, nel 312 a. C. e da lui prese il nome. 



Ad Attico, IX, 7c. 
Scritta in marcia da Corfinio a Brindisi, il 4 o il 5 marzo del 49 a. C. 

All'inizio delle ostilità fra Cesare e Pompeo, Domizio, partigiano di quest'ultimo e acerrimo nemico del primo, delibera di radunare le sue coorti, che sono piuttosto numerose, a Corfinio, capitale dei Peligni, nel Sannio, con la fiducia di potere impedire da quella forte posizione l'avanzata di Cesare verso l'Italia meridionale. 
Condividono le speranze di Domizio Cicerone e altri Pompeiani. 
Le cose però andarono assai diversamente. 
Cesare, con quella rapidità fulminea che è dei grandi capitani, il 15 febbraio giungeva con le sue truppe nelle vicinanze di Corfinio. 
Domizio resistette 7 giorni..., il 21 febbraio fu costretto alla resa. 
Il proconsole incorporò senz'altro nel suo esercito la guarnigione che aveva capitolato, ma con un atto di abile, inusitata benignità, a cui forse era inclinato il suo animo, mandò liberi Domizio e i suoi ufficiali con tutti i senatori e cavalieri che erano al suo seguito. 
La notizia di tanta generosità commosse profondamente la cittadinanza romana. 
Della cosa approfittarono subito due fidati partigiani di Cesare, Cornelio Balbo e Oppio, i quali, esprimendogli con una lettera la loro piena soddisfazione per la sua condotta, gli domandarono, anche, se non gli paresse opportuno rendere pubblicamente noto il suo proposito di essere clemente verso i suoi avversari. 
Cesare, accogliendo il consiglio dei due seguaci, invia loro questa lettera : "una lettera aperta", diremmo noi oggi, destinata ad essere comunicata al pubblico, come un manifesto. 
Il console afferma che la sua indulgenza è stata spontanea e assicura che norma per lui costante nelle vittorie sarà questa: usare mitezza e clemenza con tutti. 



Ad Attico, IX, 6 a. 
In marcia da Corfinio a Brindisi, 6 marzo del 49 a. C. 

Cesare marcia rapidamente verso Brindisi con l'ardito proposito di impedire ai suoi nemici d'imbarcarsi per fuggire in Oriente. 
Egli sa che, per assoluta mancanza di navi, non gli sarebbe possibile inseguire Pompeo, se questi riuscisse a portarsi al di là del mare, del quale aveva l'incontrastabile dominio. 
Com'è noto, l'audace piano di Cesare non riuscì. 
Pompeo salpò con tutto il suo esercito da Brindisi e si portò nell'Epiro, mettendo così fra sè e il potente avversario il mare Adriatico e sfuggendo al pericolo di dovere affrontare in condizioni impari le agguerrite legioni di Cesare. 
Le operazioni militari però, per quanto importanti e preminenti, non distoglievano Cesare dai problemi politici. 
Sono infatti di questo periodo della sua rapida marcia verso Brindisi le due lettere che qui riporto, la precedente, inviata ai suoi fidati agenti di Roma, e questa diretta a Cicerone. 
Con la prima il proconsole cerca di cattivarsi l'opinione pubblica di Roma, manifestando sentimenti di perdono e di clemenza, con questa vuole guadagnarsi l'animo di Cicerone, il concittadino più insigne per ingegno, dottrina e patriottismo, l'uomo forse più autorevole della vita politica romana. 
Cesare gli scrive un biglietto affettuoso e gentile, un biglietto, come egli dice, che risente della rapidità della marcia...,sono poche righe, vergate in fretta, ma bastano a significare al destinatario quanto sia forte la speranza di chi scrive di averlo con sè, e d'incontrarsi presto con lui. 



Ad Attico, IX, 11 a. 
Scritta da Formia, il 19 marzo del 49 a. C. 

La lettera di Cesare (vedi le note delle lettere precedenti) non lasciò pienamente soddisfatto Cicerone, il quale, parlandone all'amico Attico (IX, 6), così si esprimeva: 

"Cesare mi rivolge più ringraziamenti di quelli che vorrei. 
Quanto poi a ciò che egli chiede da me, potrai conoscerlo dalla sua stessa lettera: poche parole egli dice, ma in tono assai autoritario". 

Nonostante la gentilezza della forma, Cicerone sentiva in quella lettera un tono d'impero che gli incresceva..., più ancora gli dispiaceva che Cesare lo ponesse senz'altro fra i suoi ed esprimesse il desiderio di vederlo quanto prima. 
Il tono autoritario della lettera di Cesare a me in verità non appare. 
Ad ogni modo la risposta di Cicerone fu quanto mai guardinga. 
Sotto il pretesto di non avere bene inteso il significato di alcune parole, l'eminente uomo politico dichiara che sarà ben lieto di prestare i suoi uffici per il bene della repubblica, ma confessa nello stesso tempo che molto gli sta a cuore la dignità di Pompeo. 
Cesare non dovette molto rallegrarsi di questa risposta di Cicerone. 
In questa lettera Cicerone finge di non avere inteso che cosa volesse significare Cesare con quelle parole..., Cicerone invece ha capito benissimo..., solo approfitta garbatamente di questi supposti dubbi per dire che non è disposto a staccarsi da Pompeo, e per esporre le sue aspirazioni alla concordia fra i due e alla pace. 



Ad Attico, IX, 3. 
Scritta da Formia, il 9 marzo del 49 a. C. 

Cicerone non ha notizie sicure sul corso degli avvenimenti. 
È perciò in ansia. 
Domizio dove sarà? 
A Brindisi o nella Spagna? 
Pompeo sa che ora è difficile uscire dall'Italia, tutta occupata da Cesare? 
Dov'è il console Lentulo? 
A Cicerone non era ancora giunta la notizia che il console si era imbarcato a Brindisi alla volta di Durazzo fino dal 4 marzo. 
Anche di Cesare Cicerone non aveva notizie certe. 
Sapeva solo che il primo marzo aveva pernottato ad Arpi e congetturava da ciò che ormai doveva essere a Brindisi. 
Postumo intanto riferiva notizie catastrofiche, ma Cicerone non le crede possibili. 
Non potendo però continuare ad ignorare la vera situazione di Brindisi, scrive questa lettera ad Attico per avere informazioni sicure. 
Cicerone chiede di poter essere memore del grande beneficio ricevuto da Pompeo, di essere stato richiamato dall'esilio. 
In questa lettera possiamo osservare con quanta garbatezza Cicerone cerchi d'insinuarsi nell'animo di Cesare. 
Egli vorrebbe mostrarsi verso Pompeo grato come ha potuto esserlo con Lentulo..., ma la possibilità di fare questo non dipende da lui, bensì dalla generosità di Cesare, che solo è l'arbitro della liberazione di Pompeo. 
Cesare non era affatto insensibile a queste lodi. 



Ad Attico, IX, 16. 
Scritta da Formia, il 26 marzo del 49 a. C. 

Ecco un altro affettuoso biglietto di Cesare a Cicerone, biglietto, di cui quest'ultimo manda copia ad Attico, premettendo però un apprezzamento non troppo benevolo. 
Si capisce assai bene che l'Arpinate (Arpino, città natale di Cicerone), condivideva con la grande maggioranza dei conservatori romani le diffidenze che essi avevano verso l'imperator invasore del territorio della repubblica. 
Quando Cesare scrisse questa seconda epistola, non aveva ricevuto la risposta di Cicerone al primo biglietto..., se l'avesse avuta, non gli avrebbe espresso nuovamente il desiderio di vederlo nelle vicinanze di Roma. 
Cicerone scherza, o meglio, ironizza sulle intenzioni di Cesare, le quali, insinua Cicerone, sembrano farsi sempre più ardite. 
Accenna alla clemenza veramente singolare dimostrata da Cesare verso i suoi avversari dopo la resa di Corfinio. 
Il proconsole perdonò a tutti e li rimandò liberi..., c'erano fra gli altri Lentulo e Domizio. 


Ai Famigliari, VII, 16 
Scritta a Ventimiglia, verso la metà di aprile del 49 a. C. 

Marco Celio Rufo è una figura rappresentativa di quell'ambiente raffinato e corrotto, che caratterizza spesso i grandi conflitti politici. 
Intelligente e colto, ma vizioso e audace, si caricò di debiti, per soddisfare alle sue passioni. 
Amante di Clodia, la famosa Lesbia di Catullo, sorella del famigerato tribuno, quando, stanco, la volle lasciare, fu accusato di avere tentato di avvelenarla. 
Difeso abilmente da Cicerone (Pro Caelio), fu assolto. 
Nella guerra civile si schierò con Cesare più per la speranza di profitti che per convinzione..., se ne staccò infatti, quando gli parve di essere stato male retribuito con la pretura. 
Morì nel 43, nel tentativo di sollevare l'Italia meridionale contro Cesare. 
La lettera di Celio, che qui traccio alcune note, è interessante, perché, contrariamente a quello che ha fatto finora e farà ancora Cesare, Celio non usa verso Cicerone parole incoraggianti e lusinghiere, ma minacce più o meno velate. 
Cesare stesso è qui presentato, non come l'avversario facile alla mitezza e al perdono, ma quale uomo vendicativo e crudele. 
Evidentemente Celio voleva fare breccia nell'animo di Cicerone. 
Quando Celio scrisse questa lettera si trovava a Ventimiglia (Album Intemelium), dove era stato inviato da Cesare per sedare alcuni torbidi provocati da agenti pompeiani. 
Qui fu raggiunto da Cesare, che lo invito a seguirlo nella Spagna. 
Nella stessa città ricevette una lettera di Cicerone, il quale gli lasciava intendere che era ormai deciso di passare ai Pompeiani. 
Celio gli rispose con questa lettera, nella quale alle calde preghiere di non staccarsi da Cesare, la cui collera avrebbe potuto tornargli funesta, aggiunge il consiglio di attendere almeno l'esito degli avvenimenti di Spagna, esito che, a parere di Celio, era molto vicino. 
In fine Celio sarebbe anche soddisfatto, se Cicerone si ritirasse in qualche luogo sicuro, attendendo, in una prudente neutralità, la fine della lotta. 
È noto che Cicerone non diede ascolto ai consigli dell'amico, perchè ai primi di giugno del 49 s'imbarcò col figlio per raggiungere Pompeo a Durazzo. 

In questa lettera leggiamo che Cesare aveva trovato molta freddezza da parte del senato. 
Nessun senatore si era prestato per portare a Pompeo nuove proposte per un'intesa, pur essendo tutti d'accordo sull'opportunità di farle. 
Nessuno voleva compromettersi. 
Disgustato di questo atteggiamento dei senatori, Cesare lasciò Roma e si recò nella Spagna per affrontare le sette legioni che Pompeo vi aveva al comando dei suoi luogotenenti Afranio e Petreio. 
Si dice che uscendo da Roma pronunciasse la celebre frase: "Vado contro un esercito senza duce, per ritornare poi contro un duce senza esercito". 



Ad Attico, x, 8 b. 
Scritta da Ventimiglia, il 16 aprile del 49 a. C. 

Seguendo il consiglio di Celio (vedi la lettera precedente), Cesare fa un ultimo tentativo presso Cicerone, per vedere di distoglierlo dalla deliberazione, che sta per prendere, di passare definitivamente fra i partigiani di Pompeo. 
Questa volta però, con le voci che correvano sulle intenzioni di Cicerone, Cesare non può rivolgersi a lui con la cordialità di chi un tempo poteva sperare di annoverarlo fra i suoi..., deve invece limitarsi a chiedergli una benevola neutralità, facendogli osservare che farebbe torto alla comune amicizia e provvederebbe male a se stesso, se seguisse una causa, che aveva riprovato fin da quando non era irreparabilmente fallita, come appare ora. 
Gli prospetta quindi la convenienza, per un cittadino onesto e amante della pace, di rimanere estraneo ai partiti e alieno dalle controversie politiche. 
Cicerone, infatti, non aderì subito alla causa del senato e di Pompeo. 
Cesare invita ora Cicerone a riflettere che, se passasse al partito pompeiano, si direbbe che lo fa, non perchè ne riconosca giusta la causa, ma solo perchè dissente da Cesare per qualche particolare azione..., nel complesso però la sua condotta sarebbe per lo meno colpevole d'incoerenza grave. 


Ad Attico, X , 8 a. 
Scritta dai dintorni di Roma, ai primi di maggio del 49 a. C. 

Quando Antonio scrisse questa lettera, era già stato in lotta aperta con Cicerone, come rivale nella candidatura ad augure per l'anno 53, ed era rimasto soccombente..., ora però, da accorto uomo politico, soffocando ogni risentimento personale, scrive all'avversario vincitore una lettera pacata e gentile. 
Egli passava per uomo impetuoso e violento..., qui invece si mostra prudente, in un savio tentativo di riavvicinamento all'avversario. 
La lettera rivela, sì, fra i due, freddezza e forse anche diffidenza.., Antonio però tenta di dissipare i sospetti con un linguaggio, che è senz'altro amichevole e cordiale. 
Antonio si trovava allora in Italia come luogotenente di Cesare, partito alla volta della Spagna, per combattervi i luogotenenti di Pompeo, Afranio e Petreio. 
Il luogotenente cesariano avrebbe fatto un ben segna lato servizio a Cesare, oltre che a sè, se avesse potuto trattenere un personaggio politico dell'importanza di Cicerone lontano dal partito di Pompeo. 
Gli indirizzò, quindi, questa lettera, con la quale, facendo appello ai sentimenti più cari all'animo di Cicerone, tentò di distoglierlo dal passo più grave e decisivo che avrebbe potuto compiere: varcare il mare per raggiungere Pompeo. 
Il tentativo, com'è noto, fallì. 
Circa un mese dopo questa lettera Cicerone raggiunse Pompeo sull'altra sponda dell'Adriatico, a Durazzo. 
L'avversione fra i due uomini politici, sopita per alcuni anni ancora, esplose violenta come un uragano, dopo le Idi di marzo del 44. 
Cicerone, in 14 veementi discorsi, "Le Filippiche", accusò Antonio di voler far rivivere nella sua persona la dittatura soffocata nel sangue..., Antonio, per vendicarsi del focoso avversario, ne chiese il capo, quando pose le condizioni di accordo con Ottaviano e Lepido (2° triumvirato). 
Pompeo, per compiacere al tribuno Clodio, lasciò che Cicerone fosse mandato in esilio, salvo poi a riparare all'ingiuria, adoperandosi per il richiamo, e questo è il "beneficio", a cui accennava Antonio.


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1 commento:

TheSweetColours ha detto...

Brutti ricordi (scolastici) per me

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