domenica 22 dicembre 2013

ARTE ETRUSCA - PITTURA - SCULTURA - ARCHITETTURA - ARTI MINORI (ETRUSCAN ART - Painting - Sculpture - Architecture - Arts Minor)

Cartina con i maggiori centri etruschi,
ed "espansione" della civiltà etrusca nel corso dei secoli
  
L'ITALIA ETRUSCA

Nonostante la civiltà etrusca sia stata studiata sin dal XVIII secolo ancor oggi si discute sulle origini di questo popolo: se ci domandiamo infatti chi fossero veramente gli Etruschi non sappiamo dare una risposta definitiva. Il fatto che fino a pochi anni fa la più grande civiltà preromana si presentasse a noi con il volto affascinante ma, al tempo stesso, cupo ed enigmatico del culto funebre, ha contribuito non poco ad alimentare quell'alone di mistero che da sempre grava sugli Etruschi. Solo in tempi recentissimi gli studi e le ricerche archeologiche hanno dissolto ogni dubbio sul presunto isolamento culturale in cui si credeva fosse vissuto questo popolo nell'Italia antica. I contatti spirituali, culturali e storici con altre popolazioni a loro contemporanee si sono fatti sempre più evidenti, cancellando così l'immagine del mondo etrusco venuto dal nulla e cresciuto in uno splendido e misterioso isolamento.

Fin dall'antichità sono fiorite numerose ipotesi circa l'origine degli Etruschi: alcuni sostenevano una loro provenienza dall'Asia Minore, dalla Lidia (Erodoto) o forse anche da regioni più interne; altri (Dionigi di Alicarnasso) li ritenevano invece originari del territorio nel quale abitavano. Largo credito tra gli etruscologi ha oggi l'opinione che questa civiltà sia stata il risultato del convergere di varie correnti di migrazione, fuse etnicamente con le realtà indigene.

Comunque sia, è certo che il popolo etrusco compare in Italia nell'VIII secolo a.C.: dopo aver occupato la regione del Lazio settentrionale e della Toscana, si spinge presto a sud, in Campania (Cuma e Pompei) . La presenza etrusca appare inoltre ben documentata anche in Umbria (Orvieto e Perugia), in Emilia-Romagna (Marzabotto, Bologna e Spina) e Lombardia (Mantova).
L' organizzazione politica degli Etruschi si articolava in città, rette da capi locali e legate tra loro da rapporti federativi e vincoli religiosi. La civiltà etrusca si dislocò quindi in numerosi centri urbani, ciascuno con un proprio territorio, caratterizzato da forme specifiche dell'attività artistica e culturale. 
Tipica è la collocazione di alcuni grandi abitati (Cerveteri, Tarquinia, Vulci) non affacciati direttamente sul mare, come le colonie fondate dai Greci, bensì posti nell'immediato entroterra, sicché ciascuno era servito da uno o più centri sussidiari di carattere portuale.

Un centro situato sulla costa era invece, più a nord, Populonia, particolarmente valorizzata, come mostrano le nuove scoperte, dall'attività mineraria connessa allo sfruttamento del ferro proveniente dall'isola d'Elba.

Le città, specie quelle dell'Etruria meridionale, che si sono rapidamente inserite nel flusso dei commerci marittimi, vedranno il periodo di maggior fioritura tra il VII e il VI secolo a.C.

La straordinaria scoperta a Pyrgi di tre lamine d'oro scritte in etrusco e in punico ci dimostra l'esistenza di uno stretto rapporto tra i due popoli. Alleati con i Cartaginesi, gli Etruschi manterranno per alcuni secoli il dominio del Tirreno infliggendo ai Greci un notevole scacco nelle acque corse di Alalia nel 540 a.C. La decadenza di questo popolo inizierà dopo la sconfitta navale di Cuma (474 a.C.) in parallelo alle prime vittorie dei Romani.

Gli Etruschi, dopo aver perso l'accesso all'Italia meridionale, si ritirano nei territori del Nord: inizia così una fase di conversione dall'economia mercantilistica a quella agraria basata sul latifondo. Nel II - l secolo a.C. non vi sono più in Etruria città autonome; la civiltà etrusca verrà totalmente assorbita quando i capi delle famiglie ancora superstiti dopo le stragi di Silla a Chiusi e di Ottaviano a Perugia si trasferiranno a Roma. Qui si amalgameranno definitivamente ai Romani, accettandone la lingua, le leggi e il potere.
Si dissolve dunque anche quest'ultimo elemento del "mistero" etrusco, ossia la leggenda che vuole questo popolo scomparso nel nulla, mentre appare evidente che seguì il destino comune a molti altri gruppi etnici, confluiti nello Stato romano vincitore e unificatore della penisola italica.

Nostra principale fonte di conoscenza sugli Etruschi resta la produzione artistica ed artigianale che si caratterizza per la spiccata componente greca, specie nella prima fase, oltre che per l'apporto orientale e per l'elaborazione autonoma ed originale di vivace tono popolaresco. 
La pittura funeraria, la scultura a tutto tondo e a rilievo, la bronzistica, gli oggetti di oreficeria, la ceramica lavorata in forme varie e raffinate appaiono le più significative manifestazioni artistiche di questa civiltà.



La tomba del Guerriero a Tarquinia
1. pianta - 2. spaccccato - 3. prospetto dell'interno
  
LA PITTURA

Mentre le città di Vulci, Cere e Veio eccellono soprattutto nella scultura, Tarquinia si distingue per una scuola di pittura qualitativamente superiore a quella di tutti gli altri centri etruschi. 
Le celebri tombe di Tarquinia hanno un interesse artistico eccezionale: contengono infatti le uniche pitture antiche che possediamo degli Etruschi. Eseguite generalmente a fresco su di un sottile strato di intonaco (dopo la preparazione di un disegno a graffito), esse si sviluppano dal VI al I secolo a.C., dimostrando una forza vitale, un'arguzia, un senso decorativo e coloristico notevoli.

Le scene di vita domestica (Tomba del Triclinio, Tomba dei Leopardidi giochi e feste funebri (Tomba degli Auguri), di caccia e di pesca (Tomba della caccia e della pescaci restituiscono intatta la visione di un'esistenza gioiosa e serena. 
Allorché però l'orizzonte politico iniziò ad oscurarsi in relazione alla guerra con Roma anche il linguaggio pittorico espresse il senso di angoscia incombente, come ben appare nelle raffigurazioni della Tomba dell'Orco (lV secolo a.C.) e della Tomba del Tifone (ll - l secolo). 
Qui la concezione dell'aldilà diviene paurosa e terrificante, imperniata sulla mostruosità: compaiono sulle pareti demoni alati (Charun e Tuchulcha) e creature infernali, pronti a uccidere a proprio piacimento la vita umana, sottolineando così l'inesorabilità delle leggi che governano l'Ade.



La tomba dei Leopardi a Tarquinia - I temi delle pitture tombali etrusche erano tratti dalla vita reale; la tecnica era a fresco con ritocchi a tempera su intonaco secco
  
LA SCULTURA

L'unico artista etrusco di cui le fonti ci conservano il nome è Vulca, autore degli acroteri (elementi ornamentali del frontone) e delle statue di culto in terracotta del tempio capitolino a Roma e dei gruppi fittili del tempio di Portonaccio a Veio.
Queste terrecotte, oltre a confermare le antiche notizie sulla attività di una scuola particolarmente fiorente alla fine del VI secolo a.C., diedero per la prima volta la documentazione di una statuaria etrusca di grandi dimensioni.

Proveniente dal gruppo raffigurante Eracle in lotta con Apollo per il possesso di una cerva, originariamente collocato sulla trave centrale del tempio del Portonaccio, è la famosa statua di Apollo (510-490 a.C.). 
Di evidente derivazione da modelli greci (ionico-dorici), l'opera presenta elementi tipici del gusto etrusco come rivelano la straordinaria vitalità della dinamica falcata, lo scatto del polpaccio e l'espressione animalesca, quasi ferina, del viso.
La grande maestria degli scultori di Cere raggiunge una finezza eccezionale nei famosi Sarcofagi (in realtà urne cinerarie) cosiddetti degli Sposi, raffiguranti una coppia di coniugi sul letto da convito, di cui ci restano i due splendidi esemplari custoditi al Louvre (Parigi) e al Museo di Villa Giulia a Roma. 
In questo capolavoro della plastica fittile (cioè della scultura in argilla) del VI secolo sono evidenti gli intenti dell'artista impegnato a rendere gli straordinari contrasti tra le superfici levigate delle membra e della kline e il minuto gioco dei panneggi con le pieghe tubolari. 
Fanno spicco le teste, dal cranio allungato, i lineamenti spigolosi e le linee dure e taglienti degli occhi a mandorla e dei contorni del volto.

Tra le opere etrusche più celebrate e più belle si ricordano le due sculture bronzee della Lupa capitolina (Roma, Museo dei Conservatori, fine del VI secolo a.C,) e della Chimera di Arezzo (Firenze, Museo Archeologico, 380-350 a.C.).
Comune alle raffigurazioni dei due animali è un misto di realismo e stilizzazione (asciuttezza del corpo, ciocche schematiche della criniera), oltre ad una ricerca di forza espressiva rivelata dal minaccioso atteggiamento delle fiere.



Sarcofago delle Amazzoni (IV sec. a.C.) Tarquinia
   
ARTI MINORI

Fibule, collane, bracciali e altri splendidi gioielli provenienti da principeschi corredi funebri (eccezionale quello della tomba Regolini-Galassi, VII secolo) testimoniano un livello di civiltà elevatissimo e il lusso della classe benestante. 
La tecnica di lavorazione a rilievo e granulazione è detta anche a pulviscolotanti piccoli granuli d'oro accostati e saldati su di una lamina aurea a comporre figure e motivi di effetto ornamentale. 
Già conosciuta a Creta e nella Grecia d'età geometrica ed orientalizzante, questa tecnica acquista con gli artigiani etruschi particolare raffinatezza e suggestione. 
Colpisce lo stile barbarico di questi preziosi monili che, accanto a forme geometriche astratte, presentano anche elementi iconografici desunti da una fantasia zoomorfa (ossia da un repertorio di immagini leggendarie di animali) tipicamente orientale: grifi, mostri, pantere, leoni, sfingi, serpenti.

Allo stesso modo gli oggetti in avorio (dadi, manici di flabelli ecc.) confermano i contatti commerciali ha l'Etruria e I'Oriente.

Tipici della zona di Chiusi sono i canopi, così chiamati per la vaga somiglianza con gli omonimi recipienti egiziani contenenti i visceri del defunto. Si tratta di urne cinerarie (od ossari) in bronzo, in terracotta o in bucchero, chiuse da un coperchio a forma di testa umana.
Talvolta anche il vaso assume la forma di busto umano grazie all'applicazione di braccia mobili alle anse (manici con la tipica forma ad S).
Interessa notare soprattutto la stilizzazione potente con cui sono rese le fisionomie delle persone incinerate.



Pendaglio in oro - Tomba Regolini-Galassi (Cerveteri)
  
L'ARCHITETTURA

Di recente un insieme di scoperte sensazionali ha fatto emergere testimonianze relative alle città e ai palazzi in cui risiedevano gli Etruschi, contribuendo a gettare nuova luce su di un capitolo ancora sconosciuto o quasi della storia di questo popolo. 
Gli scavi compiuti a Murlo, Poggio Civitate (Siena), Acquarossa, Musarna (Viterbo), Satrico (Latina), Roselle (Grosseto) hanno fatto riemergere suppellettili e materiali architettonici e scultorei utili alla ricostruzione della struttura e dell'arredo delle case etrusche. 
Uscita finalmente dal buio dei sepolcreti, la civiltà di questo popolo inizia a rivivere negli aspetti più immediati dell'esistenza quotidiana. 
Per quanto concerne l'architettura religiosa, dalle descrizioni romane sappiamo che i templi etruschi erano simili al tempio greco prostilo e rivestiti di terrecotte colorate. 
Statue decorative di notevoli dimensioni erano poste sui montanti del frontone e sul culmine del tetto, molto largo, lungo la trave portante, appesantendo notevolmente l'intera struttura, poco elevata in altezza. 
Si trattava dunque di una architettura dalle proporzioni tozze e dalle coperture grevi. 
Il frontone, originariamente vuoto, venne chiuso con lastre decorate ad altorilievo solo a partire dal III secolo a.C., e in età ellenistica sarà completamente occupato da grandi composizioni unitarie in rilievo policromo. 
Le colonne etrusche, di tipo tuscanico derivante dal modello delle prime colonne doriche, presentano base rotonda, fusto non scanalato (ossia liscio, privo dei caratteristici incavi longitudinali) ed echino (parte del capitello dorico, a forma di cuscino) rigonfio.


Ricostruzione e pianta di un tempio etrusco. Costruito su un alto basamento, con basse colonne, evocava le forme del tempio dorico; ma era più largo che lungo ed era diviso in due parti, di cui I'anteriore aperta e porticata


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giovedì 19 dicembre 2013

* ESPRESSIONISMO - IL FAUVISME (Matisse, Dufy, Derain, Vlaminck) Expressionism - Fauvism

Henri Matisse (1869-1954):Odalisca.
Opera della piena 
maturità, unisce la lezione coloristica
dei fauves ad 
un'organizzazione dello spazio geometrica e rigorosa


VIRGILIO - Vita e opere(Life and works)

Monumento a Virgilio - Piazza Virgiliana, Mantova
    
Fin dalle origini uomini illustri e generali romani avevano la consuetudine di circondarsi di letterati e poeti perché celebrassero le loro gesta e ne assicurassero il ricordo presso la posterità. Il valore della poesia come mezzo di propaganda e di celebrazione non sfuggì ad Augusto: la letteratura, alleandosi col nuovo regime, ne avrebbe esaltato le idealità attraverso I'arte e ne avrebbe dato una giustificazione spirituale.
Augusto e il suo consigliere Mecenate riuscirono molto bene in quest'opera di ricerca del consenso da parte dei maggiori personaggi delle lettere dell'Impero, grazie anche ad una certa generosità finanziaria (il cosiddetto mecenatismo).

Una delle maggiori figure dell'epoca augustea è indubbiamente il poeta Publio Virgilio Marone, autore del poema Eneide. 
Nacque ad Andes (odierna Pietole), presso Mantova, nel 70 a.C. 
Figlio di un agiato proprietario di poderi, Virgilio poté studiare retorica prima a Mantova e Cremona, e poi a Milano e Roma.
Ma era poco adatto per l'eloquenza e così cominciò a dedicarsi alla poesia, non trascurando i suoi interessi per la medicina, la zoologia, la botanica ecc. 
Scrisse in questo periodo le Bucoliche (42-39 a.C.), dieci egloghe (componimenti poetici di argomento pastorale), ove esaltò la vita semplice della campagna, fatta di lavori umili, di ozi e di silenzio. In seguito questo sogno agreste fu infranto dalla assegnazione dei territori di Mantova agli anziani soldati, i veterani, che comportò anche I'espropriazione dei poderi della famiglia di Virgilio. 
Questi lasciò amareggiato la terra natia e si diresse verso sud, stabilendosi poi a Roma, dove nel 39-37 riuscì a entrare nel circolo letterario di Mecenate. 
Su suggerimento di quest'ultimo si dedicò alla celebrazione dell'agricoltura e dal 37 al 30 scrisse le Georgiche, opera poetica in quattro libri. In essa si parla della coltivazione della terra nelle varie stagioni, della coltura della vite, dell'allevamento del bestiame e infine dell'apicoltura. In tutta I'opera prevale un'ammirazione profonda per la natura e la celebrazione della vita campestre contrapposta a quella cittadina.

Successivamente si ritirò in Campania e si dedicò all'elaborazione dell'Eneide, il poema epico nazionale dei Romani.
Composta da 12 libri, I'opera fu scritta nell'arco di undici anni. Virgilio, non soddisfatto, avrebbe voluto rimaneggiarla ancora, quando durante un viaggio fu colto dalla morte a Brindisi, nel 19 a.C. 

La sua salma venne trasportata a Napoli e fu sepolta sulla strada di Pozzuoli.

Grande fu I'influenza di Virgilio sulla produzione poetica posteriore e la sua fama non cadde mai in oblio, neanche nei secoli più bui del Medioevo. Dante nel XIV secolo lo scelse come guida spirituale di buona parte del suo viaggio immaginario illustrato nella Divina Commediapoiché Virgilio rappresentava la figura più viva del pensiero precristiano.

L'amore per la vita del campi, il senso del mistero e della realtà della vita sono le caratteristiche della sua poesia


VEDI ANCHE . . .

VIRGILIO - La vita e opere

PUBLIO VIRGILIO MARONE - Il poeta della mitezza

ENEIDE - Virgilio


martedì 17 dicembre 2013

IL LAVORO NEL MEDIOEVO (The work in the Middle Ages)

Statuti della società dei Drappieri e Bracciaioli (miniatura del XV secolo)

La natura, negli scritti dei primi Padri della Chiesa, è il regno dell'uomo, creato immagine e somiglianza di Dio; essa merita quindi considerazione ed ammirazione, come parte del creato, e l'uomo può e deve, per rendersi migliore e più simile al Creatore, valersi di quanto la natura gli offre. Le capacità e le arti tecniche son viste come una testimonianza delle qualità superiori dell'anima.

Ecco una stralcio dal  De hominis opificio di Gregorio Nisseno (IV secolo) interessante e concreta rappresentazione dell'uomo come essere dotato di intelligenza e destinato per questo a servirsi di quanto gli offre la natura per migliorare le sue condizioni di vita ed elevarsi così al di sopra degli animali:

... "la lentezza e la pesantezza del nostro corpo richiedevano i servizi del cavallo, e questo fu addomesticato... II non poterci nutrire d'erbe rese utile alla vita il bue, che con il suo lavoro ci aiuta a procurarci il necessario sostentamento... Più forte delle corna e più acuto degli artigli è poi per l'uomo il ferro che non fa parte del nostro corpo... ma che può esser deposto dopo che ci è servito".

Ed ecco ora uno stralcio della Lode al creato di Sant'Agostino (354-430): 

".... A quali opere è pervenuta I'industria umana dei vestimenti e degli edifici! ...Quanto ha progredito nell'agricoltura e nella navigazione! Quante opere ha ideato e compiuto nella fabbricazione di ogni sorta di vasi, statue e pitture! ... Quali e quante cose ha trovate per catturare e domare le bestie, e contro gli uomini stessi quanti generi di veleni, d'armi, di macchine da guerra, quanti medicamenti ha escogitato per riparare la salute del corpo! Quanti condimenti e delizie ha prodotto pure per il diletto della gola! ...".

Anche il lavoro manuale, nel primo Medioevo, non tu più guardato con il distaccato disprezzo delle classi colte del mondo greco e romano, ma considerato e stimato. Il lavoro manuale praticato nei monasteri fin dal primo Medioevo, costituì, nel periodo che va dall'epoca di San Benedetto da Norcia (VI secolo) a quella dei francescani (XII secolo), parte essenziale delle regole degli ordini monastici: 

"Felice colui che si guadagna il pane con il lavoro delle proprie mani".... diceva San Giovanni Grisostomo (seconda metà del IV secolo).

Teofilo, monaco benedettino tedesco dell'undicesimo secolo, in un interessante scritto invita a lavorare in silenzio con le proprie mani per la gloria di Dio e per il bene di coloro che soffrono, e procede per lunghe pagine a descrivere una serie di processi tecnici e tecnologici per costruire attrezzi, arnesi e manufatti diversi, rivelando una profonda conoscenza in  materia.

Come ho accennato, nel primo Medioevo i monasteri furono anche centri di comunità agricole, ed entro alle loro mura i monaci, in attrezzate officine, producevano oggetti e arnesi diversi, molti dei quali di grande pregio. 
Ma il grande peso dato dai primi monaci al lavoro manuale fu, nell'epoca successiva, assai attenuato; basti considerare la posizione di San Tommaso d'Aquino: 

"Se uno potesse mantenersi in vita senza mangiare, non sarebbe tenuto a lavorare con le mani. Lo stesso discorso vale per coloro i quali, da altre fonti, hanno quanto occorre per poter vivere in modo lecito.
In quanto però il lavoro manuale ha per scopo di vincere I'ozio o di mortificare il corpo, esso di per sè non cade sotto I'obbligo del comandamento in quanto oltre al lavoro manuale esistono molti altri modi per mortificare il corpo e vincere l'ozio.
Da ultimo, in quanto il lavoro ha per scopo le opere di misericordia, esso non cade sotto l'obbligo di comandamento se non, alla peggio, nel caso in cui uno sia tenuto per qualche dovere a compiere delle opere di misericordia e non abbia nessun altro mezzo per aiutare i poveri.
Se quindi la regola dell'ordine non contiene particolari norme sul lavoro manuale, i religiosi non sono altrimenti obbligati al lavoro manuale che i laici".

Anche se questo passo non appare di immediata e tacile interpretazione, e, per valutarlo a fondo, andrebbe considerato assieme ad altri scritti, ne emerge chiaramente una valutazione del lavoro manuale assai diversa da quella data da San Giovanni Grisostomo o da Teofilo, e cioè di un'occupazione rispettabile, ma non certo essenziale e tale da meritare molta considerazione. 
A conferma di questo, se pur gradualmente, i monasteri cessarono ben presto di essere centri di produzione artigianale e di studio delle più avanzate tecnologie.

Come ho accennato, il cristianesimo contribuì in maniera sostanziale allo sfacelo dell'Impero Romano, diffondendo il concetto della creazione dell'uomo a immagine e somiglianza di Dio e dell'uguaglianza di tutti gli uomini di fronte al loro Creatore. 
Con il diffondersi del cristianesimo. fu facilitata e resa più spedita, particolarmente nel primo periodo del Medioevo, il superamento della schiavitù, che avvenne, come tutti i fenomeni di massa, con una certa gradualità. 
La posizione su questo punto, era ben chiara nel primo periodo cristiano, e cioè quando I'Impero Romano era ancor forte, come si deduce, tipico esempio, da un passo della Lettera ai Galati di San Paolo: 

"Non c'è nè ebreo, nè greco, nè schiavo, nè uomo libero, nè uomo, nè donna, ma siete tutti assieme uno solo in Gesù Cristo".

Meno ben definita appare la posizione dei teologi di alcuni secoli dopo, i quali tendono a considerare la schiavitù non più una palese ed inumana ingiustizia sociale, ma una posizione divina, uno stato che doveva essere sopportato con pazienza qualora il padrone rifiutasse di concedere I'affrancamento.
Tale era ad esempio la posizione dello stesso Sant'Agostino, come viene espressa chiaramente nel De Civitate Dei

"Ma anche la schiavitù imposta come pena, è soggetta a quella legge che comanda di osservare l'ordine naturale e vieta dl turbarlo. Chè se non si fosse mancato a quella legge, non si sarebbe costretti neppure per pena alla servitù. E quindi I'apostolo ammonisce anche gli schiavi che siano soggetti ai loro signori e che Ii servano con animo leggero e buona volontà...".

Comunque, con lo sfacelo dell'Impero Romano iniziò I'affrancamento degli schiavi, che procedette con lo svilupparsi delle comunità romano-barbariche nelle quali il passaggio fu graduale, ma continuo, facilitato sul piano ideologico dal retaggio della prima predicazione cristiana, e determinato, sul terreno tecnico, economico e sociale, dalla nuova struttura economica, sociale e tecnica nella quale lo schiavo costituiva già nel primissimo periodo un elemento non molto utile, sopravvissuto ad un'organizzazione sociale ormai tramontata, e in seguito un elemento inutile, o addirittura anacronistico.


lunedì 16 dicembre 2013

L'OROLOGIO DELLA TECNICA NEL MEDIOEVO (The clock of the technique in the Middle Ages)

                                                         
Abituati come siamo a portare al polso o in tasca un orologio di ottima precisione, a incontrare un grande orologio altrettanto ben regolato a ogni angolo della strada, a far riferimento a segnali orari trasmessi per radio e per TV cinque o sei volte al giorno e, in caso di necessità, a richieder I'ora esatta per telefono, ci riesce persino difficile immaginare la vita in un mondo privo di orologi.

Eppure, occorre giungere al tardo Medioevo per incontrare un certo numero di orologi, abbastanza precisi, sulle torri o i campanili delle città, e ad un'epoca di molto posteriore per incontrare pendole domestiche, cronometri di marina sufficientemente precisi, e, infine, orologi portatili in quanto non troppo ingombranti.

Nelle epoche precedenti, l'esigenza di disporre di orologi, e cioè di strumenti capaci di misurare il tempo, era, naturalmente, sentita, ma la meccanica non era abbastanza evoluta per permetterne la costruzione. Esistevano le ben note clessidre, adatte a misurare brevi intervalli di tempo, ma non a fornire un'indicazione continua; candele graduate che bruciavano con regolarità, apparecchi a deflusso d'acqua, che impiegavano a vuotarsi un certo tempo, ed anche orologi solari, di difficile lettura e inadatti a fornire indicazioni su periodi di tempo brevi, a funzionare di notte e nei giorni piovosi.

Per secoli, inventori, astronomi, fisici, meccanici, tentarono per diverse vie di risolvere un problema tanto importante: immaginate una società nella quale gli orari di lavoro non si possano determinare con precisione, non sia possibile fissare con esattezza l'ora di una riunione, un appuntamento, neppure l'ora dei pasti, per non parlare della navigazione e dei trasporti.

Eppure, soltanto nel tardo Medioevo comparvero gli orologi da torre, di grandi dimensioni, discretamente sicuri ,e precisi, di struttura notevolmente complessa. Non posso citate, a tale proposito, nè nomi nè date precise: alcuni testi fissano la costruzione del primo orologio meccanico da torre al 1230 circa, altri al 1280; Dante Alighieri, nel Paradiso, e precisamente nei canti X e XXIV fa cenno ad orologi meccanici con tanto di ruote dentate, quadrante, indicatore e bilanciere.
Nel 1309 fu installato a Milano un orologio da torre, che rimase in funzione per oltre due secoli; nel 1348 fu installato sul castello di Dover, in Inghilterra, un orologio con tanto di bilanciere e scappamento a bacchetta, conservato ancora oggi in un museo.



L'orologio del castello di Dover
    
L'orologio meccanico, indubbiamente, fu il congegno più complesso costruito nel tardo Medioevo, e la sua importanza, per la vita pubblica, fu ovviamente altrettanto grande della sua complessità strutturale.
Nel 1500 non c'era città di una certa importanza che non avesse la sua Torre dell'Orologio, ed un incaricato della regolazione e del buon funzionamento dell'orologio stesso, regolarmente stipendiato e gratificato del titolo di "moderatore dell'orologio". Questo personaggio doveva essere munito di conoscenze di meccanica e di falegnameria, per poter operare la necessaria manutenzione e le eventuali riparazioni, ma anche di sufficienti conoscenze per riferire l'andamento dell'orologio al sole: come è ovvio, un ritardo anche piccolo, dell'ordine del minuto al giorno, se non viene compensato, dopo qualche mese porta ad uno scarto accumulato dell'ordine delle ore, nelle quali condizioni, avere o non avere l'orologio, fa lo stesso.

La struttura dell'orologio di Dover, cui faccio riferimento, trattandosi, se non erro, del più antico orologio meccanico giunto intatto fino ai nostri giorni, ci dà un'idea dell'evoluzione raggiunta dalla meccanica del tardo Medioevo. 
L'orologio consiste di un robusto telaio in ferro, che porta due grossi tamburi girevoli ed una serie di ruote dentate, sempre metalliche, con rapporti di riduzione da uno a dieci ed anche più (qualunque meccanico, anche munito di macchine moderne, sa quanto delicata sia la costruzione di ingranaggi, specialmente se tra ruota e pignone c'è una grande differenza di dimensioni). Lo scappamento dell'orologio, con tanto di ruota a corona con denti di profilo speciale, bilanciere e relativi meccanismi ausiliari, appare ancor più complesso e di difficile costruzione e controllo.

Per realizzare un simile meccanismo, era evidentemente necessario un assortimento di attrezzi ed arnesi perfezionati e specializzati: e in effetti, l'indagine storica ha messo in evidenza come nel tardo Medioevo tutta una serie di dispositivi, macchine, attrezzi, arnesi e metodi di lavorazione nuovi ed efficienti fossero ormai diffusi, ad opera di una tradizione trasmessa per via commerciale, o direttamente da una bottega artigiana all'altra, e dal mastro artigiano ai suoi apprendisti.



Orologio ad acqua di fabbricazione inglese
    
Il trapano ad arco, rimasto tale e quale dalla lontana preistoria, era stato sostituito gradualmente, nel Medioevo, dal trapano a collo d'oca, del tipo comunemente usato ancor oggi in falegnameria, e veniva munito, nel tardo Medioevo, di punte elicoidali, costruite per battitura e fucinatura e poi temperate. In tal modo, si ottenevano, sia nel legno che nelle lastre metalliche, fori abbastanza regolari, e con un lavoro non troppo lungo.

Il tornio per la lavorazione del legno era ormai una macchina abbastanza diffusa, azionata a pedale, con una balestra di richiamo fissata al soffitto: più tardi, il tornio divenne a movimento continuo, in un senso solo, sempre azionato a pedale, attraverso un meccanismo tipico di biella-manovella, e venne anche impiegato per tornire parti metalliche.

L'inventore, o gli inventori, del bullone, della vite e della chiave inglese, impiegati già allora come lo sono oggi, rimarranno per sempre ignoti, ma la loro invenzione era già diffusa e largamente impiegata attorno al 1300, mentre attorno al 1350 cominciarono ad impiegarsi macchine per la trafila dei metalli, primo, tra tutti il rame, ed intorno al 1400 i primi rudimentali laminatoi, per ottenerne lastre metalliche; in primo luogo, anche qui, in rame.

Ai nostri occhi di uomini del ventunesimo secolo, un mondo composto per la gran parte da analfabeti, nel quale un libro, scritto necessariamente a mano, era più raro di quanto oggi non sia, ad esempio, un autentico tappeto persiano del secolo scorso, appare perlomeno strano, e richiede uno sforzo di immaginazione per essere concepito. 
Eppure, nel Medioevo, coloro che sapevano leggere e scrivere erano una stretta minoranza, ed i libri, scritti a mano, assai rari; particolarmente nel mondo del lavoro, nelle città e nelle campagne, poco si leggeva, ed ancor meno si.scriveva. 
Gli scrivani di professione provvedevano a scrivere lettere, contratti, comunicazioni, suppliche, testimonianze; a render di pubblica ragione ordinanze, editti, notizie, provvedevano i banditori, tanto che spesso si parlava di una "grida" intendendo un'ordinanza o un editto.


Hartman Schedel, Liber Chronicarum (stampato a Norimberga nel 1493)

Nel primo Medioevo, anche se una maggior massa avesse voluto imparare a leggere ed a scrivere, avrebbe cozzato contro motivi strettamente economici, e cioè l'altissimo costo delle pergamene e più ancora dei libri, scritti laboriosamente a mano dagli scrivani specializzati in questo lavoro, gli amanuensi
Con I'introduzione della carta, il primo di questi ostacoli venne a cadere, in quanto il costo di questo materiale era ben più ridotto del costo delle pergamene. Ma il costo dei libri permaneva elevatissimo, continuando a costituire una barriera ferrea alla diffusione del sapere, ed in primo luogo dell'alfabetismo.

Questo secondo ostacolo cadde anch'esso, nel tardo Medioevo, con l'invenzione della stampa, i cui effetti si fecero sentire progressivamente in tutti i paesi, in tutti i campi, in tutti i settori. Gli effetti non furono naturalmente immediati, e la pratica della stampa impiegò un secolo a diffondersi in maniera capillare, ma il grande ostacolo era caduto, ed il progresso in quel senso aveva ormai la via aperta.

La stampa non fu un'invenzione 'unitaria', ma procedette attraverso tre gradini, ed una tecnica rimasta ancor oggi per la stampa di disegni d'arte: la xilografia. 
In un primo tempo, interi masselli di legno furono incisi, in modo da lasciate in rilievo il profilo dei caratteri: ogni massello permetteva di stampate una pagina. Vennero poi introdotti dei masselli che portavano un monogramma o una lettera maiuscola, ai quali si affiancarono presto completi assortimenti di caratteri singoli, che venivano riuniti in un telaio a formare una pagina da stampare; a stampa finita, la pagina veniva 'scomposta', ed i caratteri riutilizzati per un'altra, cosa evidentemente impossibile con la tecnica del massello unico per una sola pagina.

Il terzo gradino, fu l'introduzione dei caratteri metallici fusi. Questi si presentavano e venivano impiegati come quelli di legno, ossia ogni massello, evidentemente di piccole dimensioni, portava un solo carattere, una sola lettera: con un assortimento di caratteri si componeva la pagina da stampare. Il progresso consisteva nel passaggio dal carattere di legno a quello di metallo, e nel modo di ottenerlo: mentre il carattere di legno veniva ricavato con un processo abbastanza costoso di 'scultura' del massello, il carattere di metallo si otteneva gettando una lega metallica fusa entro una 'matrice', anch'essa metallica; incisa. Il costo di una matrice era certo superiore al costo di un carattere di legno, ma da una mantice si potevano ottenere centinaia di caratteri metallici, i quali, per di più, duravano molto di più di quelli in legno.

Le notizie più antiche; sulla stampa, vengono dall'Estrerno Oriente, e cioè dalla Cina e dalla Corea: sembra che già nel VI secolo si stampassero libri con la tecnica del massello unico per ogni pagina. 
Più certe sono le notizie sulla stampa a caratteri mobili: nel secolo XI in legno ed in terracotta, e dal 1390 circa, in poi, in metallo (Corea).

In Europa lo sviluppo della stampa avvenne più tardi, ed impiegò procedimenti diversi, sotto certi aspetti, da quelli cinesi, per cui rimane l'interrogativo se l'invenzione sia stata importata in Europa dall'Oriente attraverso il 'ponte' costituito dal mondo arabo, pur subendo evoluzioni e innovazioni, oppure sia stata fatta indipendentemente in Europa.

Tra i più antichi esempi di stampa, in Europa, vanno citati i masselli di legno, recanti elaborate iniziali, impiegati nel 1147 nel monastero di Engelberg, ed i caratteri, pure in legno, impiegati a Ravenna nel 1298 per stampare pagine intere. 
Il passaggio dai caratteri mobili in legno a quelli metallici avvenne tra il 1100 ed il 1400, in diversi paesi, mentre tra il 1436 ed il 1450 tutta la tecnica della stampa subì decisivi perfezionamenti a Magonza ad opera di Giovanni Gutenberg.


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