martedì 23 aprile 2013

CHE COS'E' IL PENSIERO? - What is thought?


"Il Pensatore" (Le Penseur - The Thinker) Scultura di Rodin
Museo Rodin a Parigi, Francia 


LO STRUMENTO DELLA CREAZIONE
L'universo e l'uomo
  
Gli uomini conoscono molte particolarità delle cose e dell'ambiente che li circonda con l'aiuto della vista, dell'udito, del tatto, dell'olfatto e degli altri sensi. Ma immaginiamoci cosa sarebbe accaduto se tutte le nostre conoscenze sul mondo si fossero ridotte solo alla sensazione e alla percezione delle cose che si possono vedere, sentire, toccare. Allora non conosceremmo la struttura dell'atomo, poichè esso è molto piccolo e invisibile per noi; non sapremmo dell'esistenza dell'ultrasuono, che non si sente con le nostre orecchie, nulla sapremmo della distanza dalla Terra al Sole, della temperatura delle stelle e di molte altre cose.
Ma noi conosciamo la struttura delI'atomo, le particolarità dell'ultrasuono, la temperatura delle stelle e molte, molte altre cose che non tocca la nostra mano, che non vede il nostro
occhio, che non ascolta il nostro orecchio. Di conseguenza, accanto agli organi dei sensi abbiamo ancora un mezzo speciale di conoscenza, che ci apre le regioni inaccessibili alla sensazione e percezione dirette. Questo mezzo è il pensiero.
Quali particolarità del pensiero ci permettono di conoscere le regioni inaccessibili per i nostri organi dei sensi? 
Osserviamo questo esempio.

L'astronomo francese Urbain Jean Joseph Le Verrier (Saint-Lô, 11 marzo 1811 – Parigi, 23 settembre 1877), osservando le deviazioni nel movimento del pianeta Urano, cominciò a cercarne la causa. Paragonando e confrontando i dati sul movimento dei corpi celesti, arrivò alla conclusione che dopo Urano doveva esistere ancora un pianeta finora sconosciuto, la cui attrazione era la causa delle deviazioni nel movimento di Urano. Con I'aiuto di calcoli matematici indicò con esattezza la posizione di questo nuovo pianeta che non si riusciva a vedere con il telescopio. 
  
Urbain Jean Joseph Le Verrier
   
Basandosi sui calcoli di Le Verrier, un altro scienziato, Johann Gottfried Galle (Radis, 9 giugno 1812 – Potsdam, 10 luglio 1910), nel 1846 effettivamente scoprì con I'aiuto del telescopio nel posto indicato il nuovo pianeta, che fu chiamato Nettuno.      
L'attività mentale dell'astronomo si manifestò nel fatto che sulla base dell'elaborazione dei dati, ottenuti precedentemente durante le osservazioni, egli per deduzione trasse la conclusione sull'esistenza di un oggetto (il pianeta), che non era percepito dai nostri organi dei sensi, per quanto potenziati dagli strumenti.
  
Johann Gottfried Galle
  
Ogni uomo nella sua vita quotidiana e nell'attività lavorativa si incontra con la necessità di trarre conclusioni dalle sue osservazioni. L'operaio dall'interruzione dell'abituale rumore dei motori e dei meccanismi deduce che c'è un guasto nella macchina e in tempo la ferma per la riparazione. Il medico, visitando il malato, viene a sapere della malattia degli organi interni, nascosti agli occhi. Il fisico, dalle tracce visibili lasciate su una pellicola speciale, trae la conclusione sull'esistenza di particelle elementari.
Il pensiero occorre dovunque attraverso le conclusioni e le deduzioni dobbiamo scoprire le particolarità e i rapporti degli oggetti nascosti, inaccessibili alla percezione. Ciò è impossibile senza il materiale portato dagli organi dei sensi. Tuttavia per ottenere la deduzione questo solo materiale è insufficiente. Occorre fare qualcosa di più.
Supponiamo che vi siano state date due strisce di carta: una lunga e stretta, I'altra corta e larga. Occorre confrontare le loro dimensioni e chiarire quale di esse ha l'area più grande. Ad occhio questo non si può fare. Naturalmente si può appoggiare una striscia sull'altra, tagliare ciò che rimane, di nuovo appoggiarle una sull'altra e così via. Ma questo è lungo e scomodo. Inoltre non con tutti gli oggetti si può fare così. Dov'è la soluzione?
Per coloro che conoscono la geometria essa è molto semplice: secondo una regola generale occorre trovare I'area di ogni striscia e confrontare le grandezze ottenute.
Quindi, nel processo del pensiero I'uomo elabora i dati ottenuti con l'aiuto di conoscenze generali stabilite precedentemente, di regole generali e di regolarità.
A questo è collegata anche un'altra particolarità del pensiero, che permette agli uomini dl conoscere non solo il presente: ma anche il futuro. Supponiamo che ci occorra sapere se il dato oggetto potrà galleggiare. Come fare ?
L'uomo, che conosce le regole generali di fisica, determina il peso specifico del corpo e immediatamente darà la risposta. Per calcolare esattamente la stazza e le dimensioni delle navi, gli ingegneri si servono della conoscenza delle leggi generali della fisica (per esempio, della legge di Archimede).
La previsione degli avvenimenti del futuro, che hanno un'enorme importanza nella vita pratica degli uomini, è basata sulla conoscenza delle leggi di sviluppo della natura e della società, stabilite dalla scienza.
Il processo del pensiero è molto complicato. Per lungo tempo gli uomini non poterono scoprire i suoi meccanismi. Perciò alle capacità mentali venivano attribuite particolarità miracolose e venivano intese come una forza spirituale che agisce indipendentemente dalle qualità fisiche e corporee dell'uomo.
Attualmente dalla scienza è stato esattamente stabilito che il pensiero si realizza come risultato del lavoro del cervello, del più complicato degli organi del nostro corpo. Esso è il prodotto dei processi nervosi che avvengono nella corteccia dei grandi emisferi.



DA CHE COSA COMINCIA IL PENSIERO?


A tutti noi è capitato vedere degli uomini concentrati, interamente assorbiti dai pensieri che li hanno afferrati. Osservandoli, indoviniamo che essi si sono scontrati con qualche problema difficile e per loro importante. Essi ancora non vedono la giusta soluzione, ma la cercano con costanza.


Ed effettivamente il pensiero delI'uomo è inseparabile dalla continua soluzione di problemi che per lui sono di importanza vitale. Pensando, l'uomo risolve sempre qualche problema, e il metodo di soluzione gli è sconosciuto: bisogna ancora trovarlo, formularlo. E qui non sempre è sufficiente applicare semplicemente le conoscenze che già si hanno, a volte occorre rielaborarle.
Perciò, perfino quando occorre agire in fretta ed energicamente, l'uomo dapprima considera la situazione delle cose che si è complicata, e solo trovando la soluzione giusta comincia con sicurezza l'azione.
Gli uomini devono risolvere i problemi più diversi per contenuto e per difficoltà: direttamente pratici o astratto-teorici (ma alla fine dei conti per forza legati alla pratica).
Così, l'operaio e il contadino, l'ingegnere e il tecnico tendono continuamente alla razionalizzazione del lavoro, all'aumento della sua produttività, da cui alla fine si perfeziona e si sviluppa la produzione. E a volte essi devono risolvere compiti molto complicati che esigono la tensione massima delle forze mentali.




GLI ANIMALI PENSANO?

Finora ho parlato del pensiero dell'uomo. Ma gli animali pensano forse? E se essi pensano, in che cosa si differisce il loro pensiero dal pensiero dell'uomo?


Per molto tempo gli uomini avevano attribuito agli animali la "ragione", il pensiero, simile a quello umano. Ed effettivamente, osservando, per esempio, la vita degli insetti, si può credere in un'eccezionale "sensatezza" delle loro azioni. Così, la vespa, prima di portare il cibo nel proprio nido, immancabilmente lo lascia a 10-15 centimetri dall'entrata, entra nel nido, guarda se vi sia qualcuno dentro, e solo allora trascina la preda dentro. Sembrerebbe una molto sensata prudenza!


Ma mentre I'insetto controlla il nido, spostiamo il cibo. Ecco, la vespa è uscita, ha afferrato il suo cibo e di nuovo l'ha messo nello stesso posto da dove I'avevamo preso, e di nuovo entra nel nido. E così si può ripetere per molte volte. Questo esperimento dimostra che l'insetto, "ragionevole" a prima vista, in effetti agisce alla cieca, automaticamente, istintivamente, ripetendo all'infinito l'azione che ha più senso e razionalità.
La condotta degli animali, soprattutto di quelli inferiori, è sottoposta fondamentalmente agli istinti. Tuttavia nel mondo animale compaiono azioni anche di altro genere. E' stato fatto questo esperimento: un topo, che era rincorso dal gatto, corse dentro un tubo stretto ed uscì dall'estremità opposta. Il gatto non potè entrare nel tubo e dapprima si smarrì; intanto il topo, naturalmente, scappò. Ma durante la ripetizione dell'esperimento il gatto non aspettò che il topo saltasse fuori dall'altra parte e corse immediatamente all'estremità opposta e ivi lo aspettò.
Come vedete, nel gatto si elaborò la "comprensione" della situazione e la "prevision€e" di ciò che occorre per preparare l'azione.
Forme ancora più complicate di "comprensione" della situazione che cambia e della capacità di agire in essa si notano negli antropoidi (lo scimpanzé, I'orango e altri). Sono stati fatti molti esperimenti nei quali gli scienziati hanno tentato di stabilire le possibilità e le particolarità della condotta "ragionevole" delle scimmie.
In un caso la scimmia doveva raggiungere un'arancia che si trovava fuori dalla gabbia. Allungandosi fino ad essa era impossibile.
Come fare? La scimmia allungava il braccio in tutti i modi, ma non otteneva nulla. Essa allora interruppe i tentativi infruttuosi e si mise dà parte. Vicino alla gabbia furono posti dei bastoni.
Essi erano troppo corti per raggiungere I'arancia, ma si potevano unire con semplici incastri. Guardandosi intorno, la scimmia prese ora un bastone, ora un altro, tentava di arrivare fino all'arancia e non poteva.
A quanto sembrava, il compito era superiore alle forze della scimmia. Ma I'esperimento dimostrò che non era così. Dopo molti sfortunati tentativi la scimmia prese due bastoni, li unì e prese I'arancia. (vedi disegno qui sotto).


     

La cosa più interessante qui era, naturalmente, l'unione dei bastoni; infatti quest'azione aveva senso non per se stessa, ma solo in legame con la soluzione del problema, posto davanti alla scimmia. Così che la scimmia, si può dire, "comprese" la necessità e lo scopo della propria azione: I'unione dei due bastoni.
In tutte le azioni delle scimmie, naturalmente, si scoprono germi di pensiero, o, come a volte si dice, dell'intelletto degli animali.
Tuttavia questo "intelletto" è molto limitato e si distingue dal pensiero degli uomini. Possiamo dimostrare questo con i seguenti esempi.
Quando la scimmia vede la frutta appesa e non può arrivare fino ad essa, prende la cassa, che si trova accanto, per montarci sopra. Se€ in questo modo raggiunge i frutti, allora il compito è stato risolto, ma se non li raggiunge, allora la scimmia alza la cassa, l'appoggia alla parete all'altezza del petto e tenta... di entrarci. Naturalmente, la cassa cade, e la scimmia ripete di nuovo i suoi tentativi infruttuosi.
Che cosa "non capisce" qui l'animale? Afferrando i rapporti di spazio (alzando la cassa più vicino alla frutta), esso non tiene conto delle più semplici leggi della meccanica. La cassa alzata e trattenuta alla parete dalla mano della scimmia rimane ferma, e senza la forza delle braccia cadrà: ma questo la scimmia non può "capirlo".
In un altro caso essa non può "capire" che la scala, appoggiata parallela alla parete cade, se ci si arrampica su.
La limitatezza del pensiero negli animali e la sua differenza da quello umano sono stati rivelati con particolare chiarezza in questo esperimento. In una cassetta era stata posta un'esca. Dopo che l'animale l'aveva trovata, veniva posta nella cassetta seguente. In seguito I'esca non venne mai messa nella precedente cassetta, ma soltanto nella seguente. L'animale doveva reagire ogni volta non a quel posto in cui c'era stata l'esca, ma ad un altro, dove ancora non c'era stata. Risultò che l'animale non poteva risolvere questo compito, cioè non poteva reagire al segno astratto "seguente".
Esso correva sempre alla cassetta nella quale l'esca era stata posta l'ultima volta, e, non trovandovela, si dirigeva verso quelle cassette, nelle quali essa si era trovata ancora prima.
Per l'uomo (perfino per i bambini di 4-5 anni) questo compito non è affatto difficile. In ogni esperimento di ripetizione egli va verso la casetta seguente a quella dove si trovava la cosa che l'aveva interessato.
In questo modo, gli animali superiori possiedono i germi del pensiero e sono capaci di risolvere alcuni problemi sulla base di segni evidenti, direttamente visibili, udibili e toccabili.
Inoltre essi non sono assolutamente capaci di afferrare le particolarità astratte delle cose. Con questo il loro "intelletto" si distingue dal pensiero dell'uomo, che di solito risolve un problema proprio tenendo conto delle caratteristiche astratte.
Osserviamo ora il processo della soluzione di problemi mentali da parte dell'uomo.



COME SI RISOLVONO I PROBLEMI


Più sopra si è detto che il pensiero dell'uomo è inseparabile dalla soluzione di qualche problema, dalla ricerca della risposta ad una data domanda. Il primo stadio di questa soluzione del problema consiste nell'esatta formulazione della domanda, nell'impostazione del problema stesso.


Se l'uomo dice che egli pensa a qualcosa, egli stesso non può dire a che cosa concretamente pensi; allora in questo momento egli non pensa in modo vero e proprio: soltanto gli sembra di pensare.
A volte davanti al nostro pensiero passano immagini unite, brani di frasi e noi ne possiamo essere completamente assorbiti, ritenendo che si tratti di pensiero. Molto spesso questo accade durante una malattia o quando si è stanchi, durante un esaurimento.
Ma se ci chiedono: quale problema risolve il nostro pensiero, cosa noi vogliamo trovare, noi non potremo dire nulla di intelligente, di concreto. Al contrario, la capacità di formulare esattamente la domanda e il problema è già I'inizio dell'effettivo pensiero.
In molti casi è la vita stessa che ci pone davanti queste domande, ma fondamentalmente questo dipende da noi e dal nostro desiderio di sapere. L'uomo desideroso di sapere vede e pone le domande che in altri non sorgono.
La capacità di notare nella vita le domande insolute e di tentare di risolverle è il primo segno dell'uomo che pensa.
Il secondo stadio della soluzione del problema è l'osservazione delle condizioni, il chiarimento della loro composizione e dell'esatto contenuto, come a volte si dice, dei dati, di cui bisogna tener conto durante la ricerca della risposta alla domanda. Questa è una cosa difficile e non sempre riesce subito.
Ad esempio, proviamo a risolvere questo semplice problema:


"Sono dati 9 punti. Senza staccare la matita dalla carta, occorre toccarli con quattro linee rette".



    
Provate ad eseguire ciò che è richiesto dal problema. Ecco che avete fatto un tentativo, un secondo, un terzo.
Non vi riesce?
Da quali condizioni partite? Occorre toccare 9 punti con quattro rette, senza staccare la matita... "A quanto sembra, la vostra soluzione soddisfa questa richiesta.
E allora perchè mai non vi riesce?
Osservate il disegno più attentamente, confrontate la vostra azione con le condizioni.
Avete fatto le linee solo all'interno del quadrato tratteggiato.
Ma questa condizione nel problema non c'è. Voi ve la siete creata da soli, sottomettendovi alle particolarità del disegno. Mettiamo da parte questa involontaria limitazione e tracciamo le linee fuori dal quadrato: la soluzione può essere trovata in fretta.
E così, non osservando le condizioni esatte del compito non si può risolverlo bene. Con questo gli errori più diffusi sono o I'attribuzione alle condizioni di ciò che in essi non c'è (come nel problema con i punti), o, al contrario, il non tener conto di ciò che c'è. 
Durante la soluzione dei problemi bisogna sempre ricordarsi di questo.


Chiarita la composizione delle condizioni, noi passiamo al terzo importantissimo stadio della soluzione del problema, alla ricerca della risposta.

Questa ricerca contiene, di regola, due tappe: in principio si avanza l'ipotesi o la risposta possibile, e poi la si controlla.
Osserviamo come risolse un problema tecnico il famoso scienziato russo P.N. Jablockov. Egli per molto tempo si occupò del perfezionamento della lampada elettrica ad arco. Nelle lampade che si usavano prima dell'invenzione di Jablockov, i carboncini erano disposti su una stessa retta con le estremità che bruciavano rivolte una verso l'altra. Gradatamente i carboncini si consumavano, la distanza tra di essi aumentava e la lampada si spegneva.
Esistevano alcuni sistemi di regolatori per avvicinare i carboncini a seconda del loro consumo,ma erano tutti insicuri.
Jablockov per molto tempo non riuscì a trovare nulla di nuovo per mantenere costante la distanza tra i carboncini. Ma un giorno, come racconta il suo biografo, l'inventore era seduto ad un tavolino di un caffè. Era molto stanco, dopo un intero giorno di lavoro intenso, ed ora, mentre aspettava il pranzo, distrattamente giocava con la matita. Per caso egli la pose parallelamente ad un'altra matita che si trovava sulle carte, e all'improvviso la sua distrazione fu come spazzata via dal vento. Che cosa succede se i carboncini si mettono esattamente così, come queste due matite, parallelamente, e si fa passare l'arco elettrico fra di essi?
Allora non occorrerà nessun avvicinamento e la lunghezza dell'arco sarà costante.
Jablockov controllò questa ipotesi e dopo aver superato alcune difficoltà tecniche si convinse della sua esattezza.
Il problema era stato risolto.
A prima vista sembra che qui abbia aiutato il caso. Ma in effetti non è così. L'inventore aveva lavorato molto su questo problema, vi pensava continuamente, e solo per questo le semplici matite si collegarono nella sua mente con gli elettrodi.


Numerose ricerche del processo del pensiero durante la soluzione di problemi (scolastici, pratici, scientifici) hanno dimostrato che l'ipotesi sull'andamento del processo spesso sorge quando l'uomo osserva qualche altro materiale. Durante i tentativi di risolvere qualche problema nell'uomo si crea il "presentimento" di ciò che deve essere la risposta, ha quale in effetti sia egli ancora non lo sa. Tuttavia, ora perfino un piccolo suggerimento può fargli trovare la soluzione giusta. E' come se l'uomo riconoscesse in esso ciò che gli occorre.

A volte questi suggerimenti provengono da oggetti molto lontani dal problema. Ecco come fu fatta una scoperta dal chimico tedesco del Ottocento Friedrich August Kekulé von Stradonitz (Darmstadt, 7 settembre 1829 – Bonn, 13 luglio 1896). Egli pensò a lungo in che modo raffigurare la molecola del benzolo sotto I'aspetto di una formula di struttura che rispondesse alle particolarità del benzolo (la cui molecola contiene 6 atomi di carbonio e 6 atomi di idrogeno = C6H6).
Il principio di costruzione di questa formula fu trovato da Kekulé del tutto improvvisamente e in circostanze originali. Una volta egli vide una gabbia con le scimmie. Giocando, le scimmie si afferrarono in modo da formare come un anello. Ogni scimmia con una gamba si teneva alla gabbia e con ambedue le mani si teneva all'altra gamba della scimmia vicina. In questa posizione le scimmie formarono un circolo. Questa complessa disposizione delle braccia e delle gambe degli animali spinse lo scienziato a pensare: "Ecco la raffigurazione della formula del benzolo". Ed effettivamente la sua molecola può essere raffigurata come un anello con legami doppi degli atomi di carbonio. Così nacque nella chimica una nuova formula di struttura.


Avanzando un'ipotesi sulla possibile soluzione di un problema, spesso ci rivolgiamo alla nostra passata esperienza, alle conoscenze acquisite risolvendo altri problemi. Questo, naturalmente, ci aiuta molto: infatti spesso i problemi sono simili, affini uno al'altro.

Ma questo a volte ostacola l'avvicinarsi in modo giusto al nuovo problema, non permette di vedere in esso il contenuto originale, non comune, e che esige un metodo particolare. Risolviamo questo problema:


"Su uno scaffale da sinistra a destra vi sono due libri: uno ha 450 pagine, l'altro 470. Nei libri si è introdotto un verme. Esso li ha rosicchiati dalla prima pagina del libro all'ultima del secondo. Quante pagine in tutto ha rosicchiato il verme?".



Provate a risolvere in fretta questo problema. Che cosa bisogna fare e quale risposta si avrà? Evidentemente 920 pagine: infatti occorre sommare le pagine del primo libro con le pagine del secondo; non è forse così?

Molti ragionano così, riferendosi alla propria esperienza. " Se abbiamo due libri, e il verme li ha rosicchiati dalla prima pagina del primo libro fino all'ultima pagina del secondo, allora significa che dobbiamo sommare le loro pagine". 
A prima vista questo sembrerebbe giusto, e la conclusione, quindi, giustificata. Ma questo è vero solo a prima vista! Di nuovo ma attentamente leggete il problema e immaginatevi la posizione dei libri. Meglio, disegnateli o perfino prendete due libri e metteteli da sinistra a destra. L'avete fatto? Avete indovinato dov'è qui il segreto? E' vero: il verme ha rosicchiato in tutto... solo la copertina superiore del primo libro e la copertina inferiore del secondo! Infatti i libri stavano da sinistra a destra, e la copertina superiore del primo libro era a contatto con la copertina inferiore del secondo libro.

L'errore nella soluzione di questo problema è tipico e si incontra in molti uomini che tentano di risolvere un problema subito, afferrando le condizioni solo nel loro aspetto generale, e per il resto appoggiandosi alla propria esperienza passata.
Quando ii risolvono dei problemi è necessario fare un ragionamento preciso, rigoroso e, volendo, controllabile matematicamente. Sulla base delle idee evidenti molti problemi di fisica, di chimica e di altre scienze sono difficili da risolvere, e a volte sono semplicemente impossibili. Infatti i rapporti effettivi delle cose spesso non corrispondono a come vengono concepiti a prima vista. Questo bisogna sempre ricordarlo quando ci incontriamo con problemi nuovi, originali e bisogna controllare con particolare rigore le primitive ipotesi sul possibile andamento del-
la soluzione.



SUL DISCORSO CHE NOI PRONUNCIAMO


L'uomo, a differenza degli animali, è capace di conoscere le caratteristiche delle cose e dei fenomeni, inaccessibili agli organi dei sensi. In questo lo aiuta la parola, il linguaggio. Perciò il pensiero umano a buon diritto può essere chiamato pensiero parlato.

Osserviamo più dettagliatamente il legame tra la parola e il pensiero.
A volte si può sentire questa opinione: "Forse noi pensiamo sempre con I'aiuto delle parole? Spesso ci balena un pensiero, e le parole, adatte per la sua espressione, non ci sono. Perciò ne deriva: il pensiero può sorgere senza parole". 
Questa opinione è profondamente sbagliata. Qui non si distinguono due forme di discorso:
quello esterno, pronunciato ed udito, e quello interno non pronunciato, il discorso fra sè e sè.
In ambedue le forme del discorso l'uomo si basa sulle parole. Esse aiutano a rappresentare le cose, a separare le loro caratteristiche fondamentali, a stabilire i loro legami e rapporti.
Quando vi dicono la parola "vaporiera" voi non solo vi rappresentate la vaporiera, ma percepite anche le sue particolarità: "porta" con l'aiuto del "vapore". Quando voi sentite "calamaio", davanti a voi sorge non solo l'immagine dell'oggetto, ma anche le sue particolarità: questo oggetto è collegato con il concetto del colore nero.
La lingua compie per noi un lavoro difficile. Essa analizza le caratteristiche fondamentali delle cose che noi vediamo, e stabilisce legami e rapporti nei quali essi entrano. La lingua, creata durante tutta la storia dell'umanità, è diventata un'importantissima arma del nostro pensiero e questa sua particolarità si conserva sia durante il discorso sonoro, esterno, sia durante quello interno. Tuttavia la struttura e le funzioni di questo discorso non sono usuali.

Con il discorso esterno noi comunichiamo agli altri uomini i risultati delle nostre riflessioni. Questa comunicazione deve essere distesa, completa, affinchè il nostro pensiero sia comprensibile e accessibile agli altri. Invece il discorso interno serve soltanto come mezzo del pensiero e di comprensione per noi stessi. E poichè nelle nostre conoscenze noi sottintendiamo molte cose non dobbiamo spiegare dettagliatamente a noi stessi il contenuto dei nostri pensieri. Perciò il nostro discorso interno è molto ridotto, limitato al massimo. Proprio questo ci permette di dirigere l'attenzione prima di tutto sul contenuto del nostro pensiero, di svilupparlo, ottenendo nuovi risultati, e in seguito di esporlo dettagliatamente agli altri uomini.
Il processo del pensiero è collegato principalmente con il discorso interno.
Solo per notevoli difficoltà l'uomo può rivolgersi al discorso esterno e pronunciare ad alta voce parti particolarmente difficili del problema che sta risolvendo. Gli uomini che pensano al contenuto del pensiero di solito non notano il proprio discorso interno a causa della sua eccezionale riduzione, brevità, ma questo discorso può essere rivelato con esperimenti speciali.
In caso di difficoltà un aiuto particolare al pensiero lo può dare la parola scritta che si differenzia da quella parlata per il fatto che essa è sempre completa e articolata. Perciò I'uomo che sente la necessità di rendere tutto il processo del pensiero più esatto e completo, spesso si rivolge all'esposizione scritta. Allora il suo pensiero comincia a prendere forme più chiare.
Occorré ricordare che, sebbene il processo del pensiero scorra principalmente sotto forma di discorso interno, tuttavia l'indice della chiarezza e della esattezza, del pensiero è la sua esposizione a voce completa e, soprattutto, scritta.
Chi non è capace di esprimere nel discorso esterno e portare fino alla coscienza degli altri il proprio pensiero, si può dire che non l'abbia bene elaborato "tra sè e sè", non I'abbia sviluppato e chiarito fino in fondo.



PENSANO LE MACCHINE "PENSANTI"?


Una delle invenzioni più sensazionali del nostro tempo sono le macchine calcolatrici elettroniche a calcolo rapido: i computer.
In una serie di casi esse sono capaci di fare il lavoro dell'uomo "pensante". Ma alcuni uomini ammirando i loro successi, identificano il pensiero dell'uomo con il lavoro di calcolo del computer.

La psicologia dimostra che questa identificazione è illecita. Inoltre i suoi dati aiutano a confrontare il lavoro delle macchine e l'attività mentale, a rivelare la loro differenza sostanziale.
Alla base del confronto viene posto il fatto che le macchine calcolatrici in condizioni determinate danno lo stesso risultato dell'uomo pensante. Per di più, esse lo raggiungono molto più in fretta e più esattamente e spesso fanno ciò che agli uomini è in genere impossibile. Così, al matematico inglese William Shanks (Houghton-le-Spring, 25 gennaio 1812 – giugno 1882) occorsero quasi quindici (!) anni per conoscere il numero "pi greco" con esattezza fino a 707° decimale. Invece la calcolatrice meccanica in meno di 24 ore "tirò fuori" questo numero con 2048 decimali.
Attualmente vi sono computer che giocano a scacchi, che traducono da una lingua all'altra, che risolvono equazioni algebriche con numerose incognite e che fanno molti altri calcoli, che prima di loro erano un "privilegio" del pensiero umano.
Potrebbe sembrare che proprio questa sia la prova dell'identificazione del pensiero dell'uomo con il lavoro delle macchine calcolatrici. Tuttavia questa conclusione è molto affrettata. Prima è necessario comprendere se c'è identificazione nei metodi del conseguimento degli stessi risultati con il pensiero e con il lavoro delle macchine.
La psicologia risponde a questa domanda negativamente. 
Ritorniamo a ciò che si è detto sul pensiero dell'uomo durante la soluzione dei problemi.
Nell'invenzione di Jablockov della sua "candela", nella scoperta di Kekulé della formula dell'anello del benzolo, nell'esercizio dei nove punti si riscontra la caratteristica distintiva del pensiero dell'uomo la capacità di trovare un nuovo principio, un nuovo metodo di soluzione del problema che l'uomo fino ad allora non aveva risolto e i cui metodi di soluzione non gli erano ancora noti. Nell'impostazione di sempre nuovi problemi, nella ricerca di una loro soluzione, per la quale non vi sono ancora sistemi noti, si manifesta il pensiero umano. Con questo si paragonano i metodi già trovati precedentemente e si fanno tentativi per trovare la soluzione in quei campi che potrebbero sembrare non affini al compito da risolvere (ricordiamo le circostanze delle scoperte, fatte da Jablockov e da Kekulé).
Ma è sufficiente che l'uomo trovi il principio della soluzione perchè egli lo trasformi in regola generale, in formula, adottando le quali si può già senza particolari ricerche trovare la soluzione di problemi dello stesso tipo.
Come testimonia la storia della matematica, nei tempi antichi la dimostrazione e l'uso del famoso teorema di Pitagora era una cosa talmente difficile è richiedeva un lavoro di pensiero così teso e complesso, che era considerato il limite della scienza. Ora invece l'uso delle formule che si basano su questo teorema è pienamente accessibile a qualsiasi scolaro che conosce la geometria elementare.
Ma proprio questa ricerca di nuovi problemi, di principi per le loro soluzioni e la determinazione di nuovi metodi di azione in queste o quelle condizioni, non è accessibile alle macchine elettroniche.
In tutte le loro azioni, anche le più complesse, le macchine sono dirette da una particolare scheda di comandi, composta per loro dall'uomo, che già precedentemente ha trovato il principio di soluzione del problema, riprodotto, ripetuto dalla macchina. Questa scheda di comandi, che dà in modo esatto la direzione nelle operazioni durante la soluzione dei problemi del dato tipo, si chiama programma. E la macchina può eseguire qualsiasi lavoro per il quale l'uomo, basandosi sul suo pensiero, ha preliminarmente composto il programma. Senza di esso e, di conseguenza, anche senza l'attività preliminare mentale dell'uomo, la macchina "pensante" non può lavorare.
Essa può determinare il valore di "pi greco" Л con migliaia di decimali, ma solo secondo le regole già scoperte dalI'uomo e da lui registrate nel programma.
In questo modo, la macchina può eseguire solo quelle operazioni il cui principio di realizzazione sia già stato scoperto ed elaborato dall'uomo. Perciò le macchine calcolatrici elettroniche alleggeriscono il lavoro intellettuale dell'uomo, lo liberano dall'esecuzione faticosa del lavoro per il quale è stata trovata una soluzione di principio. Ma queste macchine non potranno mai sostituire lo stesso pensiero e il lavoro intellettuale dell'uomo, diretto alla ricerca dei principi di soluzione dei sempre nuovi problemi presentati dalla vita.
Perciò il termine di "macchina pensante" è una metafora, valida soltanto dove giustamente è stato afferrato il legame tra le macchine elettroniche e il pensiero. Queste macchine adoperano i risultati del lavoro dell'intelligenza dell'uomo, alleggerendolo, ma esse stesse non possiedono il pensiero. 
Il pensiero è proprio solo dell'uomo.


1 commento:

Anonimo ha detto...

apperò!

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