venerdì 31 maggio 2013

LA RESISTENZA ANTINAZISTA IN GERMANIA (The anti-Nazi resistance in Germany)


   
La resistenza durante la guerra


I nazisti incominciarono la guerra scatenando il loro apparato repressivo contro il popolo tedesco con ulteriori arresti di migliaia di comunisti, socialdemocratici e altri avversari del regime di Hitler. Molti di essi furono rinchiusi una seconda volta dopo il 1933 dietro gli sbarramenti elettrici dei campi di concentramento. Durante la guerra i nazisti portarono da 3 a 48 il numero dei 'delitti' puniti con la condanna a morte.

Allo scoppio della guerra, il Comitato Centrale del Partito comunista tedesco invitò i suoi membri che lottavano nell'illegalità a propagandare tra il popolo che la guerra provocata dal fascismo tedesco perseguiva obiettivi imperialistici e che il compito di tutti gli antifascisti sarebbe stato quello di manifestare la loro solidarietà con i popoli soggiogati, di adoperarsi per la disfatta e il rovesciamento del regime di Hitler.

La prima vittima del "fronte interno" fu il comunista Heinen di Dessau che fu ucciso il 7 settembre 1939 per ordine di Himmler per "sabotaggio della volontà di difesa".
Nonostante le raccomandazioni di prudenza fatte da organizzazioni socialdemocratiche all'estero ai loro membri all'interno del paese (che invitavano a sperare nella vittoria della democrazia inglese e francese e di astenersi quindi dalla resistenza antifascista dal momento che essa sarebbe stata senza prospettive), anche i socialdemocratici lottavano in un unico fronte contro la guerra, assieme con i loro amici comunisti e senza partito.

Un gruppo di giovani berlinesi diretto dai giovani comunisti Heinz Kapelle e Erich Ziegler, pubblicò il 9 settembre 1939 un volantino in cui, ricordando le vittime della prima guerra mondiale, invitava la gioventù all'azione per il rovesciamento del regime di Hitler e della sua consorteria di bellicisti. Heinz Kapelle doveva pagare il suo coraggio con la vita.

Sempre all'inizio del settembre 1939 un comitato d'azione di socialdemocratici e comunisti fece appello da Berlino a tutto il popolo tedesco perché si unisse in un fronte popolare contro la guerra e il regime nazista. Essi ammonivano che la Germania avrebbe potuto essere salvata solo mediante un'azione unitaria del popolo e che la guerra avrebbe provocato la rovina del paese e del popolo. 
Come a Berlino anche a Dresda, Wiesbaden, Stoccarda, Ulm, Francoforte sul Meno e in molte altre città, gli antifascisti tedeschi si opposero attivamente al regime fascista terrorista e alla guerra.

A causa della insoddisfacente ricerca storica fatta finora nella Repubblica Federale Tedesca sicuramente ci sono ancora molti fatti sconosciuti per quanto riguarda il movimento di resistenza antifascista, la sua lotta, le persecuzioni e le vittime.
Gli eventi bellici provocarono inevitabilmente una internazionalizzazione della guerra, si registrarono episodi di operai tedeschi che sostenevano, nello spirito dell'internazionalismo proletario, prigionieri di guerra polacchi, procurando loro viveri, medicinali e tabacco.

I gruppi della resistenza cercavano e annodavano contatti con deportati e prigionieri di guerra stranieri. Nell'Unione Sovietica, in Francia. Polonia, Jugoslavia e in altri paesi, gli antifascisti davano vita a formazioni partigiane per lottare, armi alla mano, contro gli occupanti hitleriani.

A Berlino, I'organizzazione di resistenti comunisti attorno a Robert Uhrig, contava su estesi legami con fabbriche della Germania centrale e occidentale, della Danimarca, Olanda, Austria e Cecoslovacchia. Essa entrò in contatto con il gruppo guidato da Josef Ròmer. 
Insieme i due gruppi pubblicarono un servizio di informazioni che informava sulla situazione politica interna e quella del fronte. In consultazioni regolari con i consigli di rappresentanza venivano discussi i metodi migliori del lavoro clandestino.

Dopo lo scoppio della guerra, la organizzazione di Robert Uhrig si unificò con i gruppi di Arvid von Harnack e di Harro Schulze-Boysen. Questi ultimi, grazie alle alte posizioni che occupavano in ministeri nazisti, disponevano di grandi possibilità per la lotta illegale. 
Dopo l'unificazione, le due organizzazioni investivano tutti i ceti sociali della popolazione e i più diversi orientamenti politici.

L'organizzazione di resistenza Harnack/Schulze-Boysen preparava manifesti antifascisti nei quali veniva illustrato il carattere terroristico e reazionario della forma fascista di potere e la criminale inutilità della guerra. 
Per il periodo successivo alla caduta della dittatura nazista, gli autori indicavano come prospettiva la creazione di una Germania democratica, basata sulla stretta collaborazione tra tutte le forze progressiste. Partendo da questo principio, essi non indugiarono a far giungere all'Unione Sovietica le informazioni di cui entravano in possesso circa le intenzioni aggressive dello stato maggiore nazista. 
Nei mesi di agosto e settembre del 1942 la Gestapo scoprì I'organizzazione, arrestò più di 600 antifascisti e con l'imputazione di alto tradimento, fece condannare a morte 50 tra uomini e donne. 
Oggi vi sono ancora storici e pubblicisti che giustificano questo delitto perpetrato dalla "giustizia" nazista con i legami del gruppo Harnack/Schulze-Boysen con le autorità sovietiche, giustificando con ciò I'invasione delI'Unione Sovietica, diffamando I'intero movimento di resistenza, e offrendo il loro appoggio ai neonazisti secondo i quali tutti i partigiani e gli emigranti antifascisti sarebbero stati traditori della patria.

L'inizio dell'aggressione contro l'Unione Sovietica impose agli antifascisti tedeschi il massimo della risolutezza, dell'audacia e dell'abnegazione. 
Il comunista tedesco Richard Sorge da Tokio e la direzione del gruppo Harnack./Schulze-Boysen comunicarono al governo sovietico la data precisa dell'aggressione nazista. Alla vigilia dello scatenamento dell'operazione Barbarossa, i soldati tedeschi Richter, Liskow e Schulze disertarono e passarono dalla parte dell'Armata Rossa sovietica. Essi avevano compreso che
il loro dovere di antifascisti e di internazionalisti imponeva loro di avvertire Io Stato Sovietico sull'imminenza dell'aggressione. Il sottufficiale Schulze, attraversando a nuoto il fiume San. fu colpito da pallottole tedesche. Prima di morire riuscì tuttavia a comunicare il suo avvertimento.

Con I'aggressione contro l'Unione Sovietica aumentò anche la quantità di materiale di propaganda antifascista stampato e diffuso clandestinamente. 
Secondo i rapporti mensili della Gestapo, dal gennaio al maggio 1941 furono trovati da 62 a 590 scritti e volantini diversi di contenuto antibellico. Nel luglio il numero salì a 3.797 e nell'ottobre a 10.277.
In uno di questi volantini trovati a Berlino si diceva: 

Lavorate piano, nessun'ora straordinaria, la guerra di Hitler non è la vostra guerra. La sconfitta di Hitler è la vostra vittoria!.

Nel settembre del 1941 gli abitanti di Breslau potevano leggere sui muri delle loro case: 

Contro Hitler, per la pace e la libertà! Far crollare Hitler significa libertà e pace!

Alcune delle più importanti organizzazioni di resistenza tentarono di entrare in contatto fra di loro, si misero d'accordo su azioni comuni e si aiutarono a vicenda nella pubblicazione di materiali. 
Nell'autunno del 1941 un gruppo di dirigenti comunisti pubblicò a Berlino il giornale Il fronte interno con il sottotitolo Giornale di lotta Per una nuova Germania libera. A quel giornale collaborarono anche membri del gruppo Harnack./Schulze-Boysen. 
Poco dopo il giornale uscì con inserti speciali in lingua russa, polacca, ceca, francese e italiana rivolgendosi ai deportati e prigionieri di guerra.

Nelle fabbriche, la resistenza antifascista si allargava nelle aziende con il sabotaggio diretto della produzione di armamenti. Antifascisti tedeschi e stranieri trovavano qui un campo di battaglia importante, ma estremamente pericoloso.

La Gestapo compiva grandi sforzi per infrangere la resistenza nelle fabbriche. Nel febbraio del 1942 essa arrestò 200 componenti dei gruppi Uhrig, Budeus e Ròmer. 
Già nel corso dell'istruttoria 16 antifascisti furono assassinati; altri 36 vennero condannati a morte e uccisi. 
Incaricati del Comitato Centrale del Partito comunista tedesco spesso venivano paracadutati in Germania per riannodare i legami fra le singole organizzazioni, per informarne i dirigenti sulla valutazione della situazione fatta dalla direzione del partito, per preparare testi da inserire nel materiale illegale e per creare le condizioni per la diffusione della stampa.

Nessuno di quelli che cadeva nelle mani della Gestapo ne usciva vivo.
Il loro coraggio e la loro fermezza servivano a rafforzate il morale e I'efficacia politica delle organizzazioni di resistenza.

Gli antifascisti tedeschi e i loro compagni stranieri non abbandonavano la lotta nemmeno quando venivano trascinati dai carnefici della Gestapo e delle SS. nei penitenziari e nei campi di concentramento. La loro parola d'ordine era: 

Finchè il regime nazista non sarà battuto dall'impeto dei popoli continueremo a lottare uniti fino all'ultimo respiro!.

Il nazismo tedesco doveva sperimentare come nel proprio paese, a Sachsenhausen, Neuengamme, Buchenwald, Dora, Dachau e Ravensbrùck, così come nei Lager nei territori occupati, internati tedeschi e patrioti stranieri forgiavano un fronte unitario contro i loro aguzzini e assassini. 
La difesa dal terrore, il sabotaggio della produzione di armamento e la preparazione della liberazione erano i compiti che i comitati internazionali dei campi si proponevano e adempivano.

In un periodo di sfrenato odio razziale e di un inconcepibile sciovinismo, i campi di concentramento nazisti diventarono le roccaforti della solidarietà fra persone di razza, lingua e nazionalità diverse, dell'internazionalismo proletario e del vero umanesimo.
  

"A ciascuno il suo" la massima cinicamente posta dai nazisti sui cancelli di Buchenwald.

   
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MARTIRI DELLA RESISTENZA NAZISTA

MARTIRI DELLA RESISTENZA NAZISTA (Martyrs of the Nazi resistance)



Harro Schulze-Boysen (1909-1942) 
 
Harro Schulze-Boysen proveniva da una famiglia borghese; suo padre era capitano di fregata. Fin dalla giovinezza Harro si dimostrò animato da grandi ideali umanitari e dal desiderio di servire il suo popolo. Per un certo tempo egli aveva creduto che i suoi ideali coincidessero con quelli delle organizzazioni giovanili borghesi e nazionalistiche alle quali aveva aderito, Ma ben presto egli si staccò da esse e poco prima dell'instaurazione della dittatura nazista iniziò la pubblicazione clandestina di un giornale, l'Oppositore
Recatosi a studiare legge a Berlino, entrò in contatto con i lavoratori e con i loro problemi.

Nell'aprile del 1933 il regime fascista soppresse il giornale l'Oppositore; Harro Schulze-Boysen fu arrestato e torturato, uno dei suoi collaboratori più stretti fu assassinato. 
Librato, egli pensò di confondere la Gestapo che lo teneva d'occhio iscrivendosi a una scuola di pilotaggio aereo a Warnemùnde. 
Terminati gli studi con esito molto brillante, fu assunto nel servizio informazioni del ministero dell'aeronautica, e poté raggiungere il grado di colonnello.

Le esperienze fatte nelle prigioni naziste avevano contribuito a far maturare in Harro Schulze-Boysen la decisione di combattere con tutte le sue forze Il fascismo: con grande abilità e intelligenza, I'energico ed eroico patriota incominciò a raccogliere intorno a sé numerosi elementi antinazisti.
Già vari anni prima dello scoppio della guerra egli era in contatto con Walter Husemann, Walter Kuchenmeister, Hans Coppi e con altri esponenti comunisti. Essi contribuirono a fargli comprendere i fondamenti economici e sociali e la vera natura dell'imperialismo tedesco e della sua politica guerrafondaia. 
Nello stesso tempo, grazie alla sua posizione ufficiale egli poté renderci conto di tutti gli sforzi fatti dall'Unione Sovietica in favore della pace. Harro Schulze-Boysen si propose allora di appoggiare in tutti i modi questi forzi per mantenere la pace. 
Nel 1938 egli informò la ambasciata sovietica sui preparativi segreti fatti dai fascisti tedeschi nella regione di Barcellona per battere la lotta di liberazione del popolo spagnolo.

All'inizio della seconda guerra mondiale egli entrò in contatto col dottor Arvid Harnack, che come lui era stato, fin dal 1933, alla testa di un circolo antihitleriano. Insieme ai funzionari comunisti John Sieg e Wilhelm Guddorf essi organizzarono uno dei più importanti nuclei di resistenza della seconda guerra mondiale, composto da elementi antifascisti senza partito e da rappresentanti dei partiti dei lavoratori, comunisti e socialisti, uniti in un largo fronte popolare antifascista al quale è stato dato i! nome di Orchestra Rossa (Rote Kapelle).
Alcuni aderenti a questo gruppo erano in grado di avere molti preziosi contatti coi ministeri dell'aeronautica, della propaganda e dell'economia, con i dipartimenti che si occupavano della politica razziale e de! lavoro obbligatorio, con gli alti comandi dell'esercito e della marina. 
Ben presto entrarono nell'organizzazione numerosi scrittori, artisti, diplomatici, ufficiali, giornatisti, insegnanti e medici.

Essa era fiancheggiata da numerosi gruppi di lavoratori dell'industria guidati dai comunisti. Quasi tutti i suoi membri seguivano con grande simpatia la lotta di liberazione del popolo sovietico ed erano fermamente decisi a far fallire i piani aggressivi di Hitler. 
Anche Harro Schulze-Boysen prestò il suo aiuto all'Unione Sovietica a partire dal 1941 fornendo preziose informazioni sulla consistenza della Luftwaffe, sui piani di bombardamento delle città russe, sui depositi di gas tossici, sulle squadriglie dislocate contro I'URSS e altre importanti informazioni.

Venne diffuso largamente un giornale clandestino Fronte interno, al quale collaboravano le più significative personalità del gruppo e che spesso veniva tradotto anche in altre lingue e distribuito tra i lavoratori deportati in Germania dai vari paesi e tra i prigionieri di guerra. L'organizzazione provvedeva anche alla regolare spedizione di lettere ai soldati e agli ufficiali che si trovavano al fronte in cui essi venivano esortati a sabotare la guerra voluta da una cricca criminale. Centinaia di simpatizzanti distribuivano volantini in molte città della Germania.
  
Libertas Schulze-Boisen 
  
L'ardimentosa attività di Harro Schulze-Boisen trovò l'incondizionato appoggio della moglie Libertas che apparteneva ad una nobile famiglia e aveva avuto un'educazione di prim'ordine in Germania, Svizzera e lnghilterra. 
Dal 1933 al 1935 Libertas diresse I'ufficio stampa dell'agenzia berlinese della Metro Goldwyn-Mayer e successivamente lavorò come giornalista in un importante quotidiano di Essen e come consulente artistica presso il centro nazionale del documentario culturale.
Contemporaneamente Libertas Schulze-Boysen svolgeva funzioni di corriere e di collaboratrice per I'organizzazione antifascista.

Il 31 agosto 1942 Harro Schulze-Boysen venne arrestato; pochi giorni dopo fu la volta di sua moglie. Centinaia di antifascisti caddero nei mesi seguenti nelle mani della Gestapo e il tribunale di guerra decretò oltre 50 esecuzioni capitali. 
Harro Schulze-Boysen il cui processo si svolse il 19 dicembre 1942, tenne un atteggiamento coraggioso fino all'ultimo. Sulla parete della cella della morte scrisse: 
In questo supremo momento mi chiedo: ne valeva la pena? La mia risposta è sì perché ho combattuto dalla parte giusta.

Harro e Libertas Schulze-Boysen furono uccisi nella prigione di Berlino-Plotzensee. Lo stesso giorno morirono l'operaio Hans Coppi, il giornalista John Graudenz, Arvid Harnack,  il consigliere d'ambasciata Rudolf von Scheliha, il radiotelegrafista Horst Heilmann, !'operaio Kurt Schulze, la gionalista llse Stobe e una coppia di artisti, Elisabeth e Kurt Schumacher.


  
Arvid Harnack con la moglie Mildres Fisch
  
Arvid Harnack (1901-1942) proveniva da una famiglia di noti studiosi. Dopo aver studiato scienze giuridiche a Jena e a Graz, conseguì nel 1924 la laurea in giurisprudenza. Un anno dopo si recò all'università di Madison (USA) per studiare economia; fu qui che egli conobbe Mildred Fish (1902-1943), una giovane professoressa di letteratura americana.
Dopo essersi sposati, nel 1928 i due giovani si trasferirono in Germania dove continuarono i loto studi a Giessen laureandosi entrambi in filosofia (Arvid Harnack con una tesi sui Movimenti operai pre-marxisti negli Stati Uniti). 
Nel 1930 si stabilirono a Berlino. Mildred Harnack lavorava come traduttrice e lettrice di letteratura americana moderna, insegnava alle scuole serali e teneva conferenze e discussioni al club femminile americano del quale fu per qualche tempo la presidentessa.

Le esperienze, i contatti con membri del partito comunista e lo studio sistematico dei classici del marxismo-leninismo diedero ad Arvid Harnack una visione sempre più chiara dei rapporti e degli avvenimenti sociali e lo indussero ad aderire con entusiasmo alla causa della liberazione della classe operaia. 
Nel 1931 egli fu uno dei fondatori della società operaia per lo studio dell'economia pianificata sovietica divenendone il primo segretario e guidando nell'agosto del 1932 un viaggio di studio di 24 economisti e ingegneri tedeschi nei principali centri industriali dell'URSS.

Fin dal primo momento Arvid e Mildred Harnack si schierarono contro il regime hitleriano di cui studiarono accuratamente le caratteristiche dal punto di vista dell'analisi marxista. 
Quando nel 1936 Arvid entrò in contatto col dirigente comunista John Sieg, poté fornire al movimento antifascista un aiuto concreto grazie alla sua carica di consigliere presso il ministero dell'economia.
Negli anni che precedettero la guerra egli fu in grado di inviare al partito rapporti periodici sul lavoro di preparazione della guerra voluta dagli imperialisti tedeschi.

Arvid e Mildred Harnack entrarono in contatto poco prima dello scoppio delle ostilità con Harro Schulze-Boysen il quale mise a loro disposizione la sua esperienza e comunicò loro il suo indomito coraggio e soprattutto li fece entrare nella sua larga organizzazione antifascista a cui aderivano personalità delle più svariate idee politiche e lavoratori socialisti e comunisti con ampie diramazioni anche alI'estero. 
La necessità di dare all'Unione Sovietica un concreto appoggio nella sua lotta contro il fascismo mondiale, fu sentita in modo particolare da Arvid Harnack che non ebbe paura di rischiare la vita per fornire tutte le importanti informazioni di cui poteva disporre. Egli trasmetteva quasi sempre personalmente i suoi messaggi e fin dalla primavera del 1941 avvertì i dirigenti sovietici che si preparava I'aggressione contro I'URSS.

Nell'agosto-settembre 1942 la Gestapo arrestò centinaia di membri della resistenza tra cui anche Arvid e Mildred Harnack che furono condannati a morte il 19 dicembre. 
Arvid fu impiccato insieme ad Harro Schulze-Boysen e ad altri patrioti tre giorni dopo. 
Mildred fu assassinata due mesi dopo. Sulla parete della cella della morte scrisse in tedesco un verso di Goethe: 

"Ho amato tanto la Germania".
  
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RITRATTO DEL CARDINALE NICOLA ALBERGATI - Jan Van Eyck


RITRATTO DEL CARDINALE NICOLA ALBERGATI (1431 - 1432) 
Jan Van Eyck (1390 circa - 1441) 
Pittore fiammingo 
KUNSTHISTORISCHES MUSEUM VIENNA 
Olio su tavola cm. 34 x 27,5 


Si tratta di un dipinto di dimensioni assai contenute, ma di straordinaria qualità pittorica. 
Il cardinale Albergati è ritratto di tre quarti, nella posa generalmente usata da Van Eyck. 
Il pittore ha dato scarso rilievo allo sfondo, che è indefinito, e al corpo del personaggio, nascosto sotto una grande cappa rossa cardinalizia bordata con guarnizioni di pelliccia chiara. 
Tutta l'attenzione dell'artista si è concentrata sul volto, disegnato con accuratezza maniacale, osservato nei minimi particolari, ruga dopo ruga, capello dopo capello. 
Per compiere questo capolavoro di resa naturalistica Van Eyck eseguì prima del dipinto un disegno a punta d'argento che gli consentì di fissare sulla carta i tratti somatici del cardinale. 
Questo disegno, di qualità eccezionale, è conservato oggi al Kupferstichkabinett di Dresda. 
Accanto al disegno il pittore riportò in una breve iscrizione i diversi colori che avrebbe poi impiegato nella stesura definitiva del dipinto. 
Il disegno è assai più fresco e spontaneo del quadro, ha maggiore immediatezza e individualità. 
Nel dipinto pare quasi che l'artista abbia voluto limare e abbellire i tratti un po' pesanti dell'Albergati. 

Il quadro è menzionato nel 1659 nell'inventario della collezione dell'arciduca Leopoldo Guglielmo, governatore generale dei Paesi Bassi, come opera di Jan Van Eyck. 
Il personaggio è quasi sempre identificato con il cardinale Nicola Albergati, anche se non mancano voci discordanti. 
Infatti alcuni pensano che si tratti del prelato inglese Henri Beaufont. 
Il Museo di Vienna conserva un altro importante ritratto dipinto da Van Eyck, quello dell'orefice di Bruges Jan de Leeuw,che risale al 1436. 


IL CARDINALE ALBERGATI 

Nicola Albergati nacque a Bologna nel 1375. 
Prese i voti nell'ordine dei Certosini e nel 1417 venne proclamato vescovo di Bologna. 

Nel 1426 fu nominato cardinale da papa Martino V..., a Roma ebbe come chiesa titolare Santa Croce di Gerusalemme.

Il suo impegno e le sue riconosciute virtù fecero sì che la sua carriera ecclesiastica si rivolgesse anche a importanti missioni diplomatiche per conto della Santa Sede. 
Infatti fu inviato per ben nove volte in paesi stranieri per compiere ambascerie e tentativi di mediazione e pacificazione. 

Nel 1431 fu in Francia, in Inghilterra e presso il duca di Borgogna per tentare di rappacificare quei territori. 

Sappiamo con certezza che nel mese di dicembre del 1431 si trovava a Bruges, presso la Certosa: è probabile che durante il suo breve soggiorno nelle Fiandre venisse ritratto da Van Eyck. 




IL CIMITERO DELL'OTTOCENTO - Cesare Cantù


IL CIMITERO DELL'OTTOCENTO 
Cesare Cantù 
Editore Longanesi - Milano 
  
UN REAZIONARIO MALDICENTE IN MASCHERA LIBERALE 

Non si può dire che di una ristampa di brani scelti dalle molte ed enciclopediche opere di Cesare Cantù si sentisse propriamente il bisogno. E' vero che in esse si ritrovano, sparse nel massimo disordine, notizie anche originali sulla storia universale e sulla storia d'Italia, antica e a lui contemporanea; ma quelle notizie sono ormai passate in testi molto più moderni e aggiornati e non costituiscono perciò un patrimonio per attingere al quale sia necessario riprendere i polverosi volumi del poligrafo lombardo. 

D'altra parte, gli editori di questo riesumato cimitero non hanno evidentemente inteso assolvere un compito informativo, ma piuttosto riproporre all'attenzione del pubblico e in certo senso rivalutare uno scrittore che non sarebbe affatto, come è comunemente e non a torto giudicato, "Irrimediabilmente vecchio, antiquato, inutile", contribuendo così a fornire una lettura che potrebbe valere da correttivo alle oleografie storiche del Risorgimento. 

Ora, è proprio su questo piano che l'impresa è destinata a fallire miseramente. Il giudizio desanctisiano (essere il Cantù un "reazionario in maschera liberale") e quello più argomentato espresso da Benedetto Croce nella sua "Storia della storiografia italiana nel secolo decimonono" (1920) restano perfettamente validi. 

"Tutto ciò che il suo tempo, in Italia e fuori, andò pensando e tentando in fatto di storia - scriveva il Croce -, è giunto all'orecchio del Cantù: e tutto egli ripete, anzi erutta velocemente e affannosamente, dottrine e critiche di dottrine, e in niente si ferma e di nessuna cosa scorge le difficoltà o considera i particolari, e sembra che abbracci tutto e il vero è soltanto che egli tutto tocca e di tutto chiacchiera, e non istringe mai nulla di suo proprio". 

Ma già io storico del Risorgimento Ernesto Masi, oltre un decennio prima, aveva messo i punti sulle 'i', giudicando la "Cronistoria della indipendenza italiana", del Cantù, ..."lo di sfogo di un amor proprio offeso che vuol vendicarsi" e che fa apparire "tutta la rivoluzione italiana come una continua e immorale violazione del diritto, come una continua giunteria, una continua insidia tesa a poteri ingenui; che tutti si lasciano sorprendere e non puniscono traditori e ribelli, se non proprio per forza, e ne impiccano e ne fucilano o ne ghigliottinano sempre i pochi (tira anche il conto), in confronto ai moltissimi che se lo sarebbero meritato". 

Quanto alle capacità che il Cantù avrebbe avuto come ricercatore di documenti (egli fu per lunghi anni, sotto il governo austriaco prima, sotto quello italiano poi, direttore dell'Archivio di Stato di Milano), ha pensato Alessandro Luzio ad illuminarci parlando di "scorribande tumultuarie" di quell'archivista che non esitava ad inviar direttamente al tipografo gli originali di molti documenti "non senza aver scarabocchiato qua e là gli originali di molti documenti in cappello od in coda". 

La rilettura di questa ventina di profili, tratti dal mare magnum della sua produzione con scelta limitata all'Ottocento italiano, conferma la giustezza dei severi giudizi del De Sanctis, del Masi e del Croce. 
Spirito maldicente, pettegolo, iroso, il Cantù non è mai franco, non è mai esplicito: insinua le sue cattiverie con quel tanto di gesuitismo che doveva essergli connaturato, lui sempre amico dei gesuiti nonostante si piccasse di essere un cattolico liberale. 

Di tutto e di tutti disse male , gettando il sasso e nascondendo la mano: come quando, a proposito dei liberali napoletani condannati dalla reazione borbonica, scrive che "ebbero poi nomi di martiri o di eroi quando li sollevò l'onda che allora li sommerse"..., espressione letteralmente esatta, ma che a mala pena cela l'intenzione denigratoria che l'aveva dettata. Del Manzoni, per, spiegare una sua ipotetica timidezza nell'esprimere ad alta voce una presunta riserva sullo Stato liberale unitario, il Cantù scriveva nelle "Reminiscenze" che, avendogli il nuovo governo assegnato 12.00 lire di pensione, "sollevato dal pensiero del dissesto finanziario, ne attestava tale gratitudine, che professavasi impedito dal giudicare spassionatamente gli atti del Governo, e fino a mostrarsene illuso quando non voleva comparire complice". 
E del Manzoni il Cantù si professava grande ammiratore ed antico. 
Vien fatto di dire: dagli amici mi guardi Iddio!... 

E, se potete, leggete questo ritrattino di Cavour... 

"Il popolo una volta lo accusò d'incettatore pei mulini che possedeva, e assalì il suo palazzo: ma egli, ricco abbastanza, mai non rubò, lasciava rubare: favorì il credito mobiliare che menò troppi alla rovina; guastò l'economia col libero scambio, che è buono soltanto quando sono eguali le forze dei paesi contraenti e che sacrificò all'Inghilterra tutte le manifatture italiane... Destro negli affari di borsa, concluse prestiti vantaggiosi, ma i suoi stessi panegiristi l'accusano della leggerezza con cui trattava le finanze: gravò la proprietà, ruppe l'equilibrio fra l'agricoltura e le industrie. I sigari serbano il suo nome per sciagura, come la sua effige i biglietti di corso forzoso. Le tante difficoltà interiori non risolveva né preveniva, bensì le prorogava con l'occupare lo spirito pubblico in complicazione esterne, fatte nascere e mantenute con cura". 

Dove è da notare, a parte ogni altra cosa, che le considerazioni sul liberismo cavouriano dimostrano quanto il Cantù rimanesse al di sotto di ogni comprensione della realtà. E infatti chi leggerà queste pagine si avvedrà che esse non forniscono mai un aiuto alla comprensione storica. 

E' questo lo scrittore che gli editori, nel profilo premesso alla antologia, vorrebbero additare a modello "nel ripensamento della nostra storia nazionale, che si impone ad ogni italiano colto". 
Nell'atteggiamento ostile che il Cantù tenne dinanzi alla nuova realtà politica creata con l'unità d'Italia, essi pretendono di scorgere un elemento nobile e positivo, "il ricordo delle idealità della giovinezza, la fedeltà, ostinata, sia pure, chiusa e sorda alla esperienza storica, sia pure, ma in sostanza rispettabile, alle dottrine della storiografia e della politica neoguelfa". 

In realtà, l'essere rimasto fermo - gli editori stessi lo ammettono - alle concezioni di trent'anni prima senza accompagnarsi a quei neoguelfì che liberali erano davvero e che si muovevano perciò lungo il corso della storia, era il segno che nell'autore della "Storia universale" l'elemento vitale del neoguelfismo era il clericalismo militante, di cui fece propri tutti i più tipici motivi nella parte ch'egli svolse alla Camera nei primi anni dell'Unità, vero D'Ondes Reggio * milanese, tanto per intenderci. 


* Il barone Vito D'Ondes Reggio, di Palermo, cattolico intransigente, accanito fautore del potere temporale della Chiesa. Deputato al Parlamento italiano, si dimise per protesta dopo il 20 settembre 1870. Fu uno dei fondatori ed ispiratori dell'Azione Cattolica.

giovedì 30 maggio 2013

RITRATTO DI ALVISE MOCENIGO - Jacopo Robusti, detto il Tintoretto

RITRATTO DI ALVISE MOCENIGO (1570 circa) 
Jacopo Robusti, detto il Tintoretto (1515 - 1594) 
Gallerie dell'Accademia a Venezia 
Olio su tela cm. 116 x 97 
   
Questo magnifico ritratto, che raffigura il doge Alvise Mocenigo seduto in posa severa e abbigliato con abiti ufficiali, è uno dei più riusciti lavori di Tintoretto. 

II taglio della figura è molto vicino a quello adottato da Tiziano per ritrarre la serie dei dogi per Palazzo Ducale, purtroppo distrutta dall'incendio che danneggiò seriamente l'edificio nel 1577, modello che riscosse notevole successo fra gli artisti veneziani. 

Quanto i moduli dei due pittori veneziani siano vicini è comprensibile grazie al confronto fra questo ritratto e quello del doge Andrea Ghitti che Tiziano aveva eseguito almeno un trentennio prima. 

Alvise, appartenente alla nobile famiglia Mocenigo, che fino al Settecento fornì valenti uomini alla Repubblica, nacque a Venezia nel 1507. 

Eletto doge di Venezia l'11 novembre del 1570 restò in carica fino alla morte, avvenuta i14 giugno del 1577. 

Sotto il suo dogato si registra la guerra della Repubblica contro Cipro che causò la perdita dell'isola, nonché la gloriosa battaglia di Lepanto del 1571 che arrecò un durissimo colpo alla supremazia della flotta turca nel Mediterraneo. 

I tratti fisiognomici del Mocenigo suggeriscono che all'epoca del ritratto l'uomo avesse circa sessant'anni e forse la commissione fu immediatamente successiva alla sua elezione a doge. 


Questo fu il primo di una serie di ritratti che l'artista realizzò per il suo protettore, fra i quali segnaliamo la "Pala Votiva del Doge Alvise Mocenigo" (Washington, National Gallery) dove il doge è effigiato insieme alla moglie Loredana, e il "Redentore adorato dal Doge Alvise Mocenigo", opera questa destinata a sostituire la perduta decorazione di Tiziano nella Sala del Collegio in Palazzo Ducale, dove il doge compare insieme ai fratelli Giovanni e Nicolò. 

Il dipinto proviene dalla Procuratia "de Ultra" dove risulta citato dal Boschini (1674) come opera del Tintoretto, e da qui spostato alle Gallerie dell'Accademia, dove si trova ancora oggi, durante il periodo Napoleonico, nell'ambito dell'accentramento delle opere d'arte nei grandi musei. 

II ritratto è stato restaurato nel 1959 dal Pellicioli. 



  

martedì 28 maggio 2013

LETTERE AI FAMILIARI - Tullio Marco Cicerone (Epistulae ad Familiares - Letters to his friends - Cicero)

 
Busto di Cicerone presso i Musei Capitolini

LETTERE AI FAMILIARI
(Testo latino a fronte)
Tullio Marco Cicerone
Curato da Alberto Cavarzere
Nota introduttiva di Emanuele Narducci
Editore - BUR Biblioteca Universale Rizzoli
Collana - Classici greci e latini
Data di Pubblicazione 2007
Pagine 1783 - brossura

 
* "Opera monumentale e di vastissimo respiro, le "Lettere ai familiari" di Cicerone si aprono a partire dal 62 a. C. per arrivare al 43 a. C., pochi mesi prima della morte dell'autore e nel pieno della guerra civile. Una raccolta che costituisce una fonte di documentazione ricchissima e inesauribile sulla vita politica del tempo e sulla personalità dell'autore. I sentimenti, gli umori, i gusti, gli affetti, lo stile di vita di Cicerone ma anche dei suoi corrispondenti trapelano da queste pagine ora dure e taglienti, ora dolci e commoventi. Questa edizione è arricchita da un saggio introduttivo di Emanuele Narducci che affronta la storia della fortuna di queste lettere attraverso i secoli, mentre Alberto Cavarzere le inquadra nella temperie storica e ne affronta le principali problematiche. Entrambi i volumi sono corredati da una nota esplicativa generale e da un apparato di note".
    

LETTERE A TERENZIA E AI FIGLI

Cicerone sposò Terenzia nel 77 a. C., quando già toccava la trentina.
La giovine apparteneva ad una famiglia ricca e distinta, e questa parentela fu di grande vantaggio a Cicerone, il quale, tornato allora dalla Grecia, dove era andato a rafforzare la sua salute e a perfezionarsi negli studi, era appena conosciuto nel foro e aveva bisogno di conquistarsi l'attenzione e il favore del pubblico.
I due coniugi vissero per moltissimi anni in perfetta armonia, come possiamo giudicare dalle espressioni di tenerezza contenute in una parte della loro corrispondenza (le epoche in cui Cicerone scrisse a Terenzia sono tre: quando andò in esilio, quando fu inviato come proconsole in Cilicia, e durante la guerra civile tra Cesare e Pompeo)...., però, dopo trenta anni di matrimonio, Cicerone divorziò da Terenzia, accusandola di essere stata incurante degli interessi domestici e di avere aggravata la casa di debiti nel tempo in cui egli aveva dovuto vivere lontano dall'Italia e da Roma durante la guerra civile tra Cesare e Pompeo.
Terenzia alla sua volta affermò che Cicerone la ripudiava per sposarsi, come fece, con una fanciulla assai ricca, di nome Publilia, della quale egli era tutore.
Divorziò poi anche da questa, ma rifiutò le nuove nozze che gli proponeva l'amico Irzio, adducendo come pretesto che, essendosi dato alla filosofia, gli era assai difficile occuparsi contemporaneamente della moglie e della filosofia.
Terenzia, ripudiata da Cicerone, passò a nuove nozze per tre volte ancora, con Salustio, lo storico, con Messala Corvino e Vibio Rufo.
Morì di 103 anni.

Da Terenzia Cicerone ebbe due figli, Tullia e Marco.
Tullia stette in casa di Cicerone fino ai 15 anni, poi andò sposa a C. Calpurnio Pisone Frugi, giovine di nobile famiglia e di grande rettitudine.
Egli morì però presto e Tullia si unì in seconde nozze con Furio Crassipede, ma da lui si separò poco dopo per passare a nuove nozze con Publio Cornelio Dolabella.
Da quest'ultimo marito, uomo depravato e diversissimo dalla sua indole mite e dolce, ebbe tali afflizioni, che, costretta a divorziare, si rifugiò triste e sofferente presso il padre.
Morì non molto tempo dopo a Roma, poco più che trentenne.
Avvenente, coltissima, virtuosa, meritò il compianto di tutti.
Cicerone ne fu addoloratissimo.

L'altro figlio, Marco Tullio Cicerone, nacque nel 65 a. C.
Fu educato ed istruito nella casa Paterna.
A 14 anni seguì il padre, quando questi andò come governatore nella Cilicia.
Il ritorno fu un viaggio d'istruzione, poichè fece col padre lunghe soste a Rodi, Efeso ed Atene.
Durante la guerra civile seguì le parti di Pompeo, e si distinse come ufficiale di cavalleria.
Dopo Farsalo si trovò col padre a Brindisi a invocare il perdono di Cesare.
Avvenuta a Filippi la disfatta dell'esercito repubblicano, si recò presso il giovine Pompeo.
Più tarda si mise dalla parte di Ottaviano contro Antonio, l'acerrimo nemico di suo padre, e ottenne nel 30 il consolato.
Non si conosce nè l'anno nè la causa della sua morte.



LETTERE DALL'ESILIO (58-57 a. C.)

1 - Alla famiglia, XIV, 4
Scritta da Brindisi, il 30 aprile del 58 a. C.

La repressione energica della congiura di Catilina, se aveva procurato in un primo tempo a Cicerone il titolo di padre della patria, doveva poi causargli gravissime amarezze.
Infatti nel 58 a. C. il violento demagogo Publio Clodio, eletto tribuno della plebe, propose e fece approvare, parte con le blandizie, parte con le minacce, una legge, la quale diceva: "Chi ha mandato alla morte un cittadino romano senza regolare processo, sta condannato all'esilio".
Nessun nome era indicato nella legge, ma tutti compresero che si voleva colpire Cicerone, il quale, nella sua qualità di console (63 a. C.) aveva e fatto giustiziare in prigione, dopo un processo sommario, i complici di Catilina.
Cicerone, non potendo più sperare aiuto da nessuna parte, nè dai consoli, uomini deboli e patteggianti con Clodio, nè da Pompeo, che non voleva neppur concedergli udienza, nè da Cesare, che, pur avendo tentato di salvarlo, aveva poi ceduto alle pressioni di Clodio, anche per consiglio di autorevoli amici, fra i quali Ortensio e Catone, prese mestamente la via di un volontario esilio (dal marzo del 58 al settembre del 57).
Al momento d'imbarcarsi a Brindisi scrisse questa lettera a Terenzia, a Tullia, a Marco, prendendo da essi commiato con parole vibranti di tenerezza.
In questa lettera appare che Terenzia fu donna molto religiosa..., non se ne può tuttavia dedurre, come fanno alcuni, che Cicerone fosse contrario o anche solo estraneo a questo sentimento..., il grande oratore vuole contrapporre alla vita della moglie, data tutta alla pietà, la sua, piena di lotte e affanni per le vicende del foro e della politica.
Tutto al più si potrà dire che l'espressione è poco riguardosa per gli dei, ma bisogna pensare in quali dolorosi momenti Cicerone scriveva queste cose.


2 - Alla famiglia, XIV, 2 
Scritta a Tessalonica, il 5 ottobre del 58 a. C.

Cicerone, partito da Roma per un volontario esilio, sostò per qualche tempo nelle vicinanze di Taranto, in attesa di notizie più concrete intorno alla natura del bando che doveva colpirlo.
Là venne a sapere che era stato emanato un secondo decreto, per opera di Sesto Clodio, segretario di Publio Clodio, per il quale gli si vietava di stare entro un circuito di 400 miglia (circa 60o chilometri) da Roma.
Egli s'imbarcò allora a Brindisi con il proposito di raggiungere, attraverso la Macedonia, Cizico, città della Propontide.
Ma a Tessalonica si fermò, confortato dalle lettere di Attico, il quale gli annunziava che a Roma le cose andavano mutandosi s suo favore.
Da Tessalonica scrisse questa lettera alla famiglia esprimendo il suo profondo dolore nel sapere pure i suoi cari perseguitati dai Clodiani.



LETTERA DEL PERIODO DEL PROCONSOLATO IN CILICIA (51-50 a. C.)

3 - Alla famiglia XIV, 5
Da Atene, il 18 ottobre del 50 a. C.

Terminato ormai, come proconsole, il governo della sua provincia, durante il quale raccolse molte lodi per l'equità e l'integrità del suo carattere, e, per una fortunata azione militare contro le popolazioni ostili del monte Amano, fu persino proclamato imperator, Cicerone intraprese, il 30 luglio del 5o, la via del ritorno, non senza fare però lunghe e frequenti tappe.
Una di queste avvenne ad Atene, di dove scrisse a Terenzia questa lettera.
In essa annunzia prossimo il suo arrivo e si dichiara pronto ad affrontare i tempestosi eventi che minacciano la repubblica.



LETTERE DEL TEMPO DELLA GUERRA CIVILE (49-47 a. C.).
 
4 - Alla famiglia, XIV, 18
Scritta da Forma, il 22 gennaio 49 a. C.

Le fiamme della guerra civile già divampano.
Cesare, varcato il Rubicone nella notte tra il 10 e l'11 gennaio, s'impadronisce fulmineamente di Rimini, Pesaro, Fano, Ancona, Gubbio, Ascoli, Arezzo.
I suoi avversari abbandonano, spaventati, Roma: Pompeo, i consoli, i magistrati minori, i senatori in gran parte sono in fuga verso Brindisi.
Cicerone pure è col figlio Quinto fra i fuggitivi..., sono rimaste invece a Roma Terenzia e Tullia.
Cicerone però non è tranquillo..., scrive quindi questa lettera invitando la moglie e la figlia a riflettere accuratamente se convenga rimanere a Roma o se sia più opportuno raggiungere lui o ritirarsi in qualche villa lontana dai pericoli della guerra.


5 - Alla famiglia, XIV, 14
Scritta a Minturno, il 25 gennaio 49 a. C.

Fra i moltissimi che, all'annunzio che Cesare aveva passato il Rubicone, fuggirono frettolosamente da Roma, con Pompeo, i consoli e il senato, vi fu anche Cicerone.
Rifugiatosi dapprima a Minturno, sul Garigliano, presso Formia, scrisse di là alla moglie e alla figlia.
La lettera, scritta a Terenzia e a Tullia a nome anche del figlio, e coi titoli, l'uno di consorte e di padre, l'altro di figlio e fratello, dimostra chiaramente quanto affetto esisteva tra loro.


6 - Alla famiglia, XIV, 7
Da Formia, in partenza per l'Oriente, il 7 giugno 49 a. C.

Cicerone si è finalmente deciso: respinti gli inviti di Cesare, le preghiere dell'amico Celio, le esortazioni di Antonio, si è imbarcato insieme col figlio quindicenne a Formia per raggiungere Pompeo in oriente.
A bordo della nave in partenza scrive a Terenzia questa lettera, con la quale la informa di essersi ristabilito in salute e le raccomanda di ritirarsi in qualcuna delle loro ville più lontane dai pericoli della guerra.


7 - Alla famiglia, XIV, 19
Scritta da Brindisi, novembre del 48 a. C.

La libertà della repubblica è caduta a Farsalo con la sconfitta di Pompeo.
Cicerone, ritornato in Italia, si trova con altri Pompeiani a Brindisi, in attesa di avere da Cesare il permesso di avvicinarsi a Roma.
In queste circostanze scrive sconsolato a Terenzia dolendosi delle sue sciagure e soprattutto della malattia della figlia.
Cicerone si affligge per la perdita della libertà repubblicana e per essersi egli implicato nella guerra civile.
A questi dolori pubblici si aggiungono quelli domestici dovuti alla condotta sleale del fratello Quinto e del figlio di lui, e alla cattiva amministrazione della moglie durante la sua essenza.


8 - Alla famiglia, XIV, 12
Scritta da Brindisi, il 4 novembre del 48 a. C.

Cicerone, che aveva seguito Pompeo in Grecia, ritornò subito dopo la sconfitta pompeiana in Italia.
La moglie si congratulò con lui per questo sollecito ritorno e Cicerone rispose con questa lettera quasi scusandosi di essere venuto troppo presto e consigliando la consorte a non recarsi per prudenza da lui.


9 - Alla famiglia, XIV, 23
Da Brindisi, il 12 agosto del 47 a. C.

Cicerone si trovava a Brindisi ancora incerto se accostarsi a Cesare o no..., ma questi lo prevenne con lettere cortesi.
L'oratore scrive a Terenzia dicendo di aver ricevuto queste lettere e di non aver ancora deliberato sul partito da prendere.
Dopo che a Farsalo volse in basso la fortuna di Pompeo e salì quella di Cesare, Cicerone, che, dopo aver tentato di mettere pace tra i due rivali, si era schierato con Pompeo, si vide costretto a difendersi presso il vincitore dalle calunnie del fratello Quinto e da quelle del nipote..., rimase però incerto se accostarsi a Cesare..., ma questi lo prevenne con lettere cortesi.
Di più, giunto Cesare nelle Puglie e visto da lontano Cicerone, che gli si faceva incontro, discese da cavallo e fece a piedi parecchia strada parlando cordialmente con lui.


Una gran bella lettura questa di Cicerone, non serve conoscere il latino perchè la traduzione di Alberto Cavarzere è perfetta, quindi le parole scorrono liete sotto i nostri occhi e il pensiero ci porta lontano..................



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