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venerdì 24 maggio 2013

FILIPPO BUONARROTI

   
Di fronte alla nuova filosofia che muovendo dalla Francia, con la diffusione della Enciclopedia, cogli scritti del Voltaire, del Diderot, del Rousseau, sconvolgeva secolari tradizioni, il governo toscano dei Medici poteva dirsi uno dei più tolleranti, e anche dei più aperti alle riforme che nel Settecento, il "secolo dei lumi",  impegnavano i principi contro gli eccessi dei privilegi nobiliari ed ecclesiastici. Ma il timore di una ben più vera e profonda rivoluzione, quale poi nel 1789 si verificò in Francia, lo teneva come gli alti governi vigilante sui pericoli di sovversione e lo spingeva sulla via di una per quanto moderata reazione.

In questo clima nacque a Pisa l'11 settembre 1761, Filippo Buonarroti, primogenito di Leonardo e Maria Bizzarini, dall'antica famiglia che vantava i nomi del grande Michelangelo, del letterato Buonarroti il giovane, di Filippo, ministro di Cosimo III. A 14 anni il padre, dimostrati i quattro quarti di nobiltà, gli aveva ottenuto il titolo di cavaliere di S. Stefano. Compiuti a Firenze gli studi inferiori, cominciati presso i Gesuiti e, soppresso l'Ordine, continuati alla Badia Fiorentina, venne ammesso a Pisa nel collegio della Carovana, per frequentarvi l'università, "già franco della lingua francese, poco men che maestro nella musica e sufficientemente versato nella filosofia", come attestava un suo istitutore.

L'Università di Pisa, aveva, sin dai tempi di Galileo tradizioni progressiste e il giovane studente di diritto si entusiasmò alle nuove dottrine giuridiche e filosofiche specie nelle lezioni dei professori Sarti e Lampredi, e consacrò la sua più accesa ammirazione al Rousseau, teorico della sovranità popolare e dell'eguaglianza, che chiamò "il suo dio". Senonchè il "genio romanzesco" denunciato dai suoi superiori all'inquieto padre, spinse il giovane, nelle vacanze del 1780, a una fuga in Francia, dove mancando di mezzi, si arruolò in uno dei reggimenti della
legione straniera di allora, il Reggimento Reale Italiano, e solo in grazia delle istanze delle autorità toscane, sollecitate dalle suppliche della famiglia, potè liberarsi e rimpatriare. 
In quella occasione si innamorò di Elisabetta Conti, figlia del console toscano a Genova e contro la volontà dei genitori volle sposarla due anni dopo, mentre contemporaneamente conseguiva la laurea.
In attesa di trovare un posto nella magistratura) egli si dedicò al commercio clandestino di libri francesi: ma incappò in una perquisizione e in un sequestro di opere proibite. 
Redattore della Gazzetta Universale di Livorno, allo scoppio della rivoluzione in Francia, salutò con entusiasmo I'avverarsi delle sue aspirazioni e ne fece l'apologia, tanto che il direttore, pur suo buon amico, dovette licenziarlo. Ogni carriera in patria gli era ormai impossibile.

La vicina Corsica, liberatasi da Genova, era divenuta francese: là egli avrebbe potuto servire la Rivoluzione, e sostentare la moglie e i figli senza rinnegare i propri principi.


Giornalista e funzionario in Corsica

Pasquale Paoli
  
Con lo pseudonimo di Abramo Levi Salomon - che ci fa pensare a finanziatori ebrei - egli fondò un Giornale Patriottico di Corsicadiffondendolo anche in Toscana con le notizie delle leggi rivoluzionarie che si applicavano nell'isola. Vi sbarcava nel luglio del 1790 il suo liberatore, Pasquale Paoli, salutato con un pubblico discorso dal Buonarroti. Il discorso venne stampato, questa volta, con il proprio nome e fece scandalo in Toscana, dove una sentenza di bando colpì il suo autore.
Nel novembre il Giornale Patriottico cessò le pubblicazioni, ma il Buonarroti trovò impiego nell'amministrazione e cominciò le pratiche per ottenere la cittadinanza francese, rinnegando così la Toscana, poichè "non si poteva dare nome di patria ad un paese non libero".

Andava applicandosi in Corsica la costituzione civile del clero con la confisca dei beni ecclesiastici; ne venne una sollevazione che mise in serio pericolo la vita del Buonarroti, trascinato a forza di popolo per le vie di Bastia e imbarcato per Livorno, il 2 giugno 1791. Chiuso in carcere, riuscì a farsi liberare mostrandosi pentito e ravveduto, mentre lo raggiungevano la moglie e i figli scampati dal tumulto di Bastia. 
Pareva ormai chiuso il ciclo delle sue avventure; ma appena libero e richiamato con elogi e sollecitazioni dal Direttorio dipartimentale, risiedente a Corte, non esitò a tornare in Corsica e a riprendere la sua carica di Commissario, confermata poi dal governo repubblicano costituitosi in Francia nel settembre del 1792. Potè così acquistare una profonda conoscenza delle condizioni dell' isola, dove lo colpì l'equa distribuzione delle piccole proprietà terriere, e mandare a mezzo delle Società popolari da lui istituite, proposte a Parigi per scuole, mezzi di propaganda, lavori pubblici, bonifiche. Inoltre si lanciava coi suoi amici Saliceti e fratelli Buonaparte nella lotta contro Pasquale Paoli, accusato di mirare alla dittatura per staccare la Corsica dalla Francia.

La guerra si era ormai dichiarata tra la Francia rivoluzionaria e le potenze europee coalizzate. 
Nell'aprile 1792 il Buonarroti osò di nuovo tornare in Toscana, apparentemente per riprendervi la famiglia, ma subito segnalato e perseguito con l'accusa, pare, di organizzare elementi favorevoli a uno sbarco francese, si salvò in tempo con la fuga a Genova e poi di nuovo in Corsica. Le vicende di questa fuga lo staccarono ormai per sempre dalla moglie e dai figli, ancora in tenera età, che ripararono definitivamente in Toscana. Egli non rivide più nè loro nè i genitori. Soltanto il fratello Michelangelo gli conservò affetto, dividendone le idee e ricevendone talvolta notizie.

Filippo non aspirava ormai che a consacrarsi al grande rivolgimento che cambiava la faccia del mondo. Si aggregò come oratore propagandista a una spedizione navale contro la Sardegna appartenente alla monarchia dei Savoia; e pur nei rischi di questo attacco respinto, ebbe la soddisfazione di dare uno statuto all'isola occupata di S. Pietro e di ottenerne il voto di annessione alla Francia. Ricordava sempre con orgoglio di aver potuto predicare a quei nuovi cittadini "la dolce dottrina della natura"; aveva creduto scorgere sui loro visi l'amore e la fraternità prendere il posto delle nere passioni. Un ideale morale dominò sempre il fervore rivoluzionario del Buonarroti, che lo faceva sognare non soltanto la fine dell'oppressione e dell'ingiustizia, ma l'elevazione degli animi al disopra degli egoismi, per il bene comune.


Nel vortice della rivoluzione

Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre detto l'Incorruttibile
  
Per portare il voto dell'isola di S. Pietro alla Convenzione - l'Assemblea che governava la Francia repubblicana - e per sollecitare la cittadinanza francese, il Buonarroti si recò a Parigi.
Era la primavera del 1793. La rivoluzione entrava allora nella sua fase più critica il territorio nazionale invaso, all'interno la Vandea insorta. 
Il Buonarroti, ottenuta la cittadinanza il 21 maggio, si iscrive ai Giacobini, il partito che facendo leva sulle masse popolari, dominerà la Convenzione e con la temibile energia del Comitato di Salute Pubblica salverà la Francia e la rivoluzione.
I discorsi di Massimiliano Robespierre traducevano i suoi stessi pensieri: a lui votò una ammirazione che non esitò a dimostrare in tempi nei quali la figura dell'Incorruttibile divenne oggetto di generale esecrazione. Se vi fu una amicizia personale non sappiamo con certezza; una tradizione, forse leggendaria, ci rappresenta il Buonarroti come intimo della casa che ospitava il Robespierre, mentre ne allietava le riunioni con la musica. Così egli ammirò sempre la Costituzione repubblicana del 1793 che estendeva il suffragio a tutto il popolo, compreso il proletariato non abbiente. 
I decreti della Convenzione e del Comitato di Salute pubblica colpivano ormai non più i soli nobili, ma tutti gli accaparratori di ricchezza: ricchezza diveniva sinonimo di interesse egoistico contrario al pubblico bene. 
Il comunismo, già teorizzato nella letteratura del '700 era nell'aria, appariva la logica attuazione del principio di uguaglianza, sembrava annunciarsi in queste misure del Terrore. In realtà erano dettate dalla necessità della guerra: i Giacobini e Robespierre non andavano mai al di là del concetto di una più equa distribuzione dei beni in piccole proprietà. Ma la Virtù civile, esaltata e premiata al posto del potere e della ricchezza e la sua sanzione in una religione deistica, più tardi concretata dal Robespierre nel culto dell'Ente Supremo, appagavano gli ideali del Buonarroti. 
"Io ammiravo", ricordava, "quella metamorfosi per la quale gli interessi personali sì a lungo potenti, si erano fusi nell'interesse comune, diventato la passione di tutti".

Non perdeva però di vista il proprio compito reiterando le accuse di tradimento contro il Paoli, difendendosi in tribunale da quelle dei deputati corsi suoi amici, presentando un Quadro del Dipartimento della Corsica con proposte di provvedimenti amministrativi, economici, scolastici, tra cui la divisione di due dipartimenti, che venne infatti adottata.

Ricevuta conferma dei suoi poteri di Commissario nell'isola, intraprese il viaggio attraversando le province francesi in rivolta contro la capitale, e arrestato a Lione per poco non venne giustiziato. Passò ancora l'inverno a Parigi, assistette alla drammatica fine dei Girondini responsabili di quella rivolta e ai primi del 1794 ripartì per il Mezzogiorno. 
Tolone resisteva ancora con l'aiuto degli inglesi. Il Buonarroti vi entrò con le truppe rivoluzionarie vittoriose, ma gli inglesi erano ormai padroni del Mediterraneo e occuparono poi la stessa Corsica col favore del 'traditore' Paoli. Impossibile quindi ritornarvi. 
Impiegato in preparativi militari a Nizza e dintorni, venne a contatto con altri italiani, come il Laurora, il Ranza piemontesi, il Lauberg napoletano, che come lui speravano dalla Rivoluzione la libertà per l'Italia. Già si preparavano congiure contro i Savoia e contro i Borboni, che avrebbero dato inizio al martirologio dei patrioti italiani, sui patiboli o sulle vie dell'esilio.


Il Commissariato di Oneglia

Rivoluzione Francese

   
La prima avanzata francese in Italia si effettuò nella primavera del 1794 e occupò i territori liguri appartenenti al re di Sardegna. Incaricato dell'amministrazione civile di quei territori, dopo aver partecipato all'azione militare come combattente, fu il Buonarroti. Con un proclama infiammato dalla sua sede di Oneglia, il 9 maggio, annunciava agli abitanti la dottrina rivoluzionaria.... 

"La divinità ha creato tutti gli uomini per essere eguali, liberi e destinati alla felicità. Nessuno può, senza l'eccesso della scelleraggine, dirsi padrone di un altro e tanto meno del popolo... Il popolo solo è sovrano... non deve più esistere un solo miserabile nella terra della libertà... La vita e i beni di tutti i cittadini appartengono alla Patria: morire per la Patria è una dolce ricompensa per un buon patriota".

La sua febbrile attività, nel clima allora malsano di Oneglia, si volse ad applicare le nuove leggi, a istituire le scuole gratuite, a imporre tasse sui ricchi, a difendere il popolo contro gli abusi dell'occupazione militare, e contro quegli stessi provvedimenti economici del Terrore, come le requisizioni e i calmieri, quando ne vedeva danneggiati i contadini e compromesso il favore al nuovo regime. Ma al di là del suo territorio egli mirava al resto dell'Italia, coglieva l'occasione di diffondervi stampe rivoluzionarie, di coordinarsi coi gruppi che già operavano a prepararla al prossimo rivolgimento. 
E Oneglia diventò il rifugio dei patrioti, scampati alla reazione dopo la scoperta delle loro congiure in Piemonte e nel Napoletano. A loro il Buonarroti affidò la propaganda le scuole, uffici amministrativi, insieme con altri profughi giunti dalla Corsica, e ne prese la difesa contro le diffidenti autorità francesi. In loro vide annunciarsi la possibilità di un'Italia non più passiva sotto i suoi tiranni, ma capace di sorgere a libertà. E a loro volta ne furono incoraggiati e spronati, mentre egli stesso diventava diffidente contro quei francesi che si dicevano apportatori di libertà e con vessazioni ed abusi si comportavano in modo così diverso dal modello ideale rivoluzionario.

Di più: dopo tre mesi dal suo insediamento crollava in Francia il regime del Terrore, cadeva la testa di Massimiliano Robespierre, cominciava col governo detto di Termidoro la reazione contro i preoccupanti sviluppi sociali della Rivoluzione. I profittatori della Rivoluzione non intendevano veder oltre minacciati i loro benefici, legali o illegali, da quella massa popolare, rimasta esclusa, che pur vi aveva tanto contribuito. 
Non sappiamo fino a che punto il Buonarroti si rese allora conto del cambiamento: è certo che nel dicembre egli diede le dimissioni dichiarando di voler nel raccoglimento "meditare su nuovi modi di giovare alla causa del mondo".

Passarono tuttavia altri mesi, finchè la sua passata azione antifeudale attirò l'attenzione de governo centrale, causa le proteste del marchese di Balestrino, che come suddito genovese invocavala restituzione del suo feudo, a torto considerato come quello di un nobile emigrato. Il
Commissario aveva invitato tutti i cittadini a occupare il suo castello e a lavorare le sue terre...
"Poveri abitanti di queste contrade, spogliati da masnadieri che si dicevano signori, oggi andate e rientrate nei campi dei vostri Padri, che codesti avidi usurpatori vi avevano preso, e non sarete defraudati del frutto dei vostri sudori, nè del boccone di pane per pagare debiti ingiusti...".
Così si era loro rivolto in un proclama dell'agosto precedente, provocando l'invasione del feudo.

La lunga pratica si concluse con l'arresto del Commissario, il 5 marzo 1795, e con la sua traduzione a Parigi. Gli era compagna una donna, ligure o provenzale, certa Teresa Poggi, con la quale pare si sia unito secondo le leggi francesi con un matrimonio civile e che fu poi sempre considerata sua moglie.


La congiura degli Eguali
  
Gracco Babeuf
   
A Parigi, nelle carceri del Plessis, mentre si difendeva dall'accusa di terrorismo, rivendicando le assidue cure per la popolazione a lui affidata e i meriti dei profughi italiani, l'ex Commissario di Oneglia venne a contatto con altri democratici colpiti dalla stessa accusa, tra cui François-Noël Babeuf, noto anche come Gracco Babeuf, l'editore del Tribuno del Popolo; che volgeva la sua appassionata eloquenza alla rivendicazione dei poveri contro i ricchi, dei lavoratori contro i loro sfruttatori e parassiti. 
Intanto veniva votata, di nuovo con sistema censitorio, la nuova Costituzione, per cui il potere esecutivo veniva assunto da un Direttorio di 5 membri. Dopo la liberazione dei democratici un affollato club, detto del Pantheon, in cui la polizia segnalava tra i più autorevoli membri il Buonarroti, parve una resurrezione del partito giacobino e venne chiuso d'autorità. Cominciarono allora le riunioni clandestine, che si concentrarono intorno alla persona del Babeuf in un Comitato segreto, cui partecipò il Buonarroti. 
Persuaso anche il Babeuf, dapprima nemico del Robespierre, della necessità di riportare la Rivoluzione alla costituzione del 1793, gli Eguali, come si chiamarono, si proponevano di spingerla oltre, fino all'uguaglianza di fatto e all'abolizione della proprietà. 
Propaganda pubblica e preparazione segreta al rovesciamento del Governo, scritti divulgativi e polemici della dottrina, piani manifesti proclami per l'insurrezione e successivi decreti per le prime riforme, furono il lavoro che il Buonarroti compì a fianco del Babeuf, fino al loro arresto alla vigilia del moto. 
Un tribunale straordinario, dopo un clamoroso processo, in cui gli accusati negarono la congiura, ma sostennero arditamente le loro idee, condannò a morte il Babeuf e un suo complice, il Darthè, e alla deportazione gli altri, fra i quali il Buonarroti, il cui tratto nobile e la generosa eloquenza fecero presa sull'animo dei giudici e del pubblico. Ai morituri egli promise
di consegnare ai posteri la memoria della loro impresa. 
Dopo trent'anni infatti, la storia della cospirazione (Conspiration des Egaux, Bruxelles 1828), pubblicata in Belgio e ben presto diffusa in Francia e in Inghilterra, ravvivò la tradizione rivoluzionaria, rivendicò l'opera del Robespierre e del Babeuf, espose il piano della società fondata sulla "comunione dei beni e, dei lavori", derivato in parte dalle precedenti utopie, in parte dall'esperienza vissuta durante la Rivoluzione, in parte forse rimediato al paragone dei sistemi socialisti sperimentati dall'Owen o proposti dal Saint Simon. 
Quel libro assicurò alla congiura degli Eguali la sua fecondità storica, nella diffusione che ebbe tra le società segrete e gli operai, nel diventare il testo del neo-babuvismo, nell'ispirare altri novatori impegnati nei moti sociali fino al '48 e fino a Karl Marx, che nel Manifesto dei Comunisti ripete il programma dell'Atto di insurrezione degli Eguali. La loro dottrina apparve immatura nelle fasi economiche successive, non fece appello a una coscienza di classe, ma rimase fedele al metodo volontaristico di una dittatura che avrebbe sostituito gradualmente le nuove alle vecchie strutture.


Per la futura Italia

Napoleone Bonaparte
  
La congiura degli Eguali mirava anche oltre le frontiere della Francia, all'Olanda eretta in repubblica e all'Italia, dove era imminente la nuova offensiva francese, affidata al generale Bonaparte. 
Il Buonarroti, in un opuscolo La pace perpetua coi re auspicava un'alleanza di libere repubbliche che avrebbero tenuto testa alle potenze monarchiche; in un memoriale al governo del Direttorio rappresentava I'Italia come pronta a seguire l'esempio della Francia rivoluzionaria. Lo confermavano i martiri che essa aveva già dato alla libertà, gli esuli, ora raccolti a Nizza, che aspettavano con ansia il momento dell'azione e si tenevano in corrispondenza col Buonarroti. Questi a sua volta, contemporaneamente alla sua attività di congiurato svolgeva quella di ambasciatore, presso il ministro degli esteri Delacroix, di quel primo embrione d'Italia, in lettere e colloqui di drammatica insistenza. L'Italia non doveva diventare terra di conquista o moneta di scambio ai fini della Francia: solo la libertà ne avrebbe fatto una preziosa alleata e il popolo intero sarebbe stato guadagnato dai benefici della rivoluzione; "guerra ai castelli, pace alle capanne: questa massima farà prodigi in Italia "... aveva scritto nel memoriale.

D'altra parte esortava i profughi a non limitare la loro azione a scopi regionalisti... "soprattutto se le frivole distinzioni di essere nati a Napoli, Milano, Genova o Torino spariscano per sempre fra i patrioti. Noi siamo tutti di un medesimo paese e di una medesima patria. Gli italiani sono tutti fratelli". E prospettava loro l'urgenza di una iniziativa italiana che precorresse l'avanzata, creando proprie autorità locali e i deputati di una futura Convenzione Nazionale. Ma i patrioti, avendo parlato a Nizza col nuovo generale, non si sentivano tranquilli, sicchè il Buonarroti in una energica nota al ministro, firmata da lui e da un altro gruppo di esuli a Parigi, incalzava.... "...il governo dia ai suoi generali e agenti ordini positivi di favorire con tutto il loro potere, alla loro entrata in Piemonte, le riunioni pacifiche del popolo e la pronta formazione delle autorità popolari e di un centro unico di potere nazionale e italiano".

L'orecchio del Delacroix, o di Napoleone Bonaparte - col quale il Buonarroti aveva rinnovato l'amicizia ricevendo una sua missione esplorativa nel territorio di Oneglia - non fu del tutto sordo a queste insistenze. Se i profughi, tentata una insurrezione e costituita una repubblica ad Alba, rimasero amaramente delusi dalla pace pattuita col re di Sardegna dopo le fulminee vittorie delle armate francesi, repubbliche almeno formalmente indipendenti furono costituite in Lombardia, nell'Emilia e successivamente in ogni parte della penisola con milizie e autorità italiane e l'introduzione delle attese riforme. 
In esse si distinsero per combattività nelle assemblee e nella stampa, per eroismo nel dramma
della Repubblica Partenopea, quei nostri patrioti detti 'giacobini' o 'unitari', in sospetto dei moderati nostrani e delle autorità francesi come "coda di Robespierre" o, causa le loro passate relazioni col Buonarroti, intinti di babuvismo. 
Effettivamente anche ex babuvisti francesi continuarono I'opera del Buonarroti in favore dell'Italia. Ma I'esigenza sociale dei primi patrioti si scolorì durante il Risorgimento e la patria ridiventò una entità mistica indifferenziata, dove nella realtà prevalsero i privilegi di classe. L'idea della repubblica unitaria tuttavia sopravvisse contro le più moderne soluzioni monarchiche e federative, e il Buonarroti ne fu costantemente sostenitore.

Durante il Direttorio, il Consolato, l'Impero napoleonico, l'opposizione giacobina e unitaria si organizzò segretamente in Italia e fece parte di quel vasto movimento di opposizione antinapoleonica che in Francia fu condotta dalle società segrete della Filadelfia e della Adelfia e in Germania dalla Lega della Virtù.


Societa segrete

Silvio Pellico
  
Quando il Buonarroti, scontato il carcere nel forte di Cherbourg e un periodo di deportazione all'isola di Oléron, fu trasferito nel 1803 a Sospello nelle Alpi Marittime, potè probabilmente rientrare in rapporto con patrioti italiani e nuclei democratici francesi, ma più ancora si sentì libero di agire quando ottenne nel 1806 di risiedere a Ginevra, mentre l'Impero ormai consolidato, si limitava a una sorveglianza poliziesca sui tenaci oppositori, liberali o democratici, tenuti lontani da Parigi. 
Ginevra era uno dei centri di questa opposizione; e il Buonarroti, fondata una loggia massonica - la massoneria era diventata ufficiale durante l'impero - la volse ai suoi fini di risveglio rivoluzionario, provocandone la sconfessione e la chiusura. Si volse allora all'azione segreta, fondando una propria società, che chiamò dei Sublimi Maestri Perfetti la quale conservò le forme e i simboli massonici come mascheramento. 
Dopo la caduta di Napoleone le società segrete favorirono il suo ritorno in Francia, purchè vi garantisse una costituzione liberale, ma Waterloo segnò la caduta definitiva di ogni regime sorto dalla Rivoluzione e in Italia, col Congresso di Vienna, il ritorno delle vecchie dinastie e dell'egemonia austriaca.

Le società segrete rimasero ormai l'unico strumento di lotta politica e si riempirono di malcontenti e di danneggiati dalla reazione, specialmente ufficiali e funzionari civili. In esse continuò l'attività del Buonarroti e dei suoi fidi, particolarmente nell'Italia settentrionale dove, alla vigilia dei moti del '21 in Piemonte, la società dei Sublimi Maestri Perfetti si estendeva dal Piemonte alle Marche e aveva sotto il suo controllo la Federazione Italica. La sua organizzazione in gradi non era soltanto una imitazione della massoneria ma corrispondeva, a somiglianza dell'Illuminismo germanico, a una gradazione di opinioni, dal generico liberalismo costituzionale, tendente a soluzioni moderate sotto l'egida di principi legittimi o napoleonidi, ai repubblicani unitari, e infine al comunismo, tenuto sempre presente dal vecchio superstite della congiura degli Eguali.

Il moto del '21 in Piemonte era stato preceduto da quello del '20 a Napoli dove la Carboneria, importata dalla Francia e divenuta popolare, agì autonomamente, e servì di modello alla Carboneria instaurata in Francia nel 1821. 
Sublimi Maestri Perfetti, che nel Nord avevano assorbito la Carboneria importata dal Murat durante il suo tentativo nel 1815 di costituire un Regno d'Italia alla caduta di Napoleone, e l'Adelfia importata in Piemonte dalla Francia già durante I'Impero, dopo il fallimento dei moti cercarono di riorganizzarsi a mezzo di un agente del Buonarroti, il francese Alessandro Andryane suo discepolo. Ma questi, arrestato a Milano, raggiunse allo Spielberg il Pellico, il
Confalonieri, e le altre vittime dell'oppressione austriaca. 
Così ebbe termine questa fase degli sforzi ancora immaturi degli Italiani verso la libertà.


Il Buonarroti a Ginevra

Federico Confalonieri
  
Il "patriarca delle cospirazioni" viveva a Ginevra poveramente, dando lezioni di musica e di italiano. Esuli e profughi di ogni nazionalità veneravano in lui il superstite della grande Rivoluzione, I'amico, il benefattore, il maestro. Parecchi di essi ricordarono nelle loro memorie il suo scarno e nobile aspetto, il fascino dello sguardo e delle parole eloquenti, di cui è documento il diario dell'infelice Andryane. 
Di fronte alla generazione romantica la figura del Vecchio della Montagna divenne leggendaria, e tale appare nelle vecchie storie del Risorgimento. Ma ben pochi, forse nessuno, la seguiva nel suo credo sociale: "la divina eguaglianza".

Ormai la pressione dell'Austria obbligava l'ospitale Svizzera a disperdere quei centri di cospirazione ai confini del potente Impero. Il Buonarroti, preso particolarmente di mira, causa la scoperta dei segreti dei suoi Sublimi Maestri Perfetti, dopo essere rimasto nascosto per un anno in varie località minori, dovette partire per un nuovo esilio. La devozione che gli tributava una colta ammiratrice, Sarah Desbains, suscitò la gelosia di Teresa, che ormai stanca di tante traversie, rimase a Ginevra.


Il Buonarroti nel Belgio

Diverso e più libero fu l'ambiente in cui, sfuggendo all'artiglio austriaco, si fermò l'eterno proscritto. Pur nella povertà e nelle sofferenze di una malattia d'occhi che lo lasciò semicieco, egli si sentì confortato dalla premurosa amicizia di Luigi De Potter, leader degli oppositori al regime di forzata unione con l'Olanda imposto dalla Restaurazione. E ritrovò esuli ex deputati della gloriosa Convenzione, rievocando in appassionate discussioni l'atmosfera della Rivoluzione. Potè così dedicarsi, con l'assistenza del De Potter, a scrivere e a pubblicare il suo libro sulla Cospirazione degli Eguali. 
Diffidente del gruppo di esuli italiani 'aristocratici' raccolti nel castello di Gaesbeck, mantenne corrispondenza col centro di Londra, dove risiedevano suoi intimi amici (nonostante non lo seguissero fino in fondo nelle sue idee egualitarie), quali il De Meester, il Prati, l'Angeloni.

Si collegò con gruppi di democratici francesi, che probabilmente diresse alla vigilia della rivoluzione del luglio 1830. 
Così esercitò un'influenza notevole sul movimento democratico in Belgio, che pure con una successiva rivoluzione si diede un nuovo governo di cui fu capo provvisorio il De Potter. Il Belgio si liberò così dall'Olanda, ma il governo definitivo fu ancora una monarchia.

Il Buonarroti non fu però presente alla rivoluzione belga, poichè subito dopo le giornate di luglio tornò nella sua patria d'adozione, la Francia.


A Parigi

Marc-Pierre de Voyer de Paulmy conte d'Argenson
  
Nella capitale, che rievocava per lui tante esaltanti memorie, rientrò il condannato di Vendòme sotto il falso nome di J.J.Raymond, non avendo ottenuto la revoca legale del suo bando. Subentrata ai Borboni la monarchia liberale di Luigi Filippo d'Orléans, questa non tardò a violare o restringere le libertà che difendevano gli interessi della ricca borghesia, nuova classe privilegiata, reprimendo l'azione democratica e popolare. Il Buonarroti, o con pseudonimi, o-collaborando all'opera di amici e discepoli tra i quali Carlo Teste, già conosciuto a Bruxelles e Marc-Pierre de Voyer de Paulmy conte d'Argenson (Parigi, 16 agosto 1696 – Parigi, 22 agosto 1764), influì sull'azione legale o semiclandestina del Partito repubblicano, facendo ptevalere l'indirizzo giacobino nelle società degli Amici del Popolo e dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino
Tutti gli storici francesi della Restaurazione parlano della parte ch'egli ebbe nel risveglio della tradizione rivoluzionaria contro il nuovo privilegio della ricchezza, contro le limitazioni al diritto di suffragio, contro le più stridenti ingiustizie sociali, in favore dell'imposta progressiva. La sua fiducia nella capacità politica del popolo era scarsa e perciò ribadiva la necessità di una dittatura provvisoria postrivoluzionaria.
Sconsigliò anche i movimenti prematuri, come quelli di Lione del 1834, ma non esitò a mettere
il suo nome tra i difensori degli accusati per quel moto operaio, processati dalla Camera dei Pari, eretta in Tribunale straordinario: difensori che  invece di poter compiere il loro ufficio furono trasformati in accusati. 
Senza arrivare alla concezione della possibilità e degli strumenti di una lotta di classe di iniziativa dei lavoratori, egli apprezzava i loro sforzi e progettò per loro un giornale, |'Associé
Il suo libro sulla cospirazione degli Eguali circolava tra gli operai, il suo nome con quello del Marat e di Babeuf veniva dato alle sezioni popolari delle società democratiche, dove quello slancio e quell'ansia di giustizia erano compresi più immediatamente che non i sistemi socialisti, come il sansimonismo e il fourierismo, più moderni e scientificamente elaborati.

Le vecchie organizzazioni segrete gli parevano ancora il miglior sistema per l'educazione popolare.


Società segrete dopo il 1830

Già nel Belgio il Buonarroti aveva riorganizzato le società segrete nel Mondo, da cui dipendevano la Carboneria belga da lui riformata, che continuò a tenere le sue adunanze sotto la direzione dei suoi discepoli, i fratelli Delhasse e Guglielmo Francinetti (i quali col De Potter animarono l'opposizione al regime consolidatosi dopo la rivoluzione), nonchè gli "Apofasimeni" per l'Italia, e in seguito, in Francia, la Carboneria, pure riformata col nome di "Carboneria riformata" e poi di "Carboneria Democratica Universale", con un'Alta Vendita la cui autorità si estendeva anche agli esuli polacchi e tedeschi nella Svizzera.


In queste società, dove ormai il mascheramento massonico era ridotto al minimo e più apertamente era divulgato il fine repubblicano ed egualitario, trovò i suoi proseliti Giuseppe Mazzini, esule a Marsiglia, che dapprima ne fu membro e ne seguì le direttive. Il programma repubblicano ed unitario fu costantemente difeso dal Buonarroti contro altre tendenze monarchiche o federaliste di patrioti italiani, per cui il patriarca, diffidente anche di troppi elementi 'aristocratici' aveva disapprovato il progetto monarchico ispiratore dei moti del 1831 nell'Emilia e l'impresa di invasione della Savoia con cui si volevano aiutate quei moti, fallita sul nascere per l'intervento di quello stesso governo francese in cui di nuovo invano avevano sperato gli Italiani. 
Una preventiva rivoluzione in Francia pareva indispensabile per promuovere e rendere duratura una rivoluzione dei popoli oppressi, e di fronte all'involuzione democratica del governo orleanista il Buonarroti raccomandava la prudenza e una lenta preparazione. In quella occasione si era dimesso dal direttorio di un Comitato liberatore, creato dai numerosi esuli italiani, messo in crisi da questo ed altri loro dissensi interni.


Buonarroti e Mazzini

Giuseppe Mazzini
   
Mantenendo per I'Italia il programma repubblicano ed unitario, Giuseppe Mazzini, la cui personalità si imponeva tra gli esuli, respingeva la dipendenza della rivoluzione italiana dall'iniziativa francese, respingeva la prudenza, ritenendo utili anche i tentativi falliti, accettava seguaci di ogni provenienza, e fondando una sua società, la Giovine Italia, metteva da parte le finalità egualitarie, anteponendo la Nazione alle differenze di classe. 
I due agitatoti collaborarono, con rassegnata sopportazione reciproca, ma ancorua amichevolmente per tutto iI 1832, e fu stretto un patto tra la Giovine Italiai Veri Italiani istituiti dal Buonarroti. Ma il loro contrasto prese toni sempre più aspri, e il Buonarroti condannò una seconda spedizione di Savoia voluta dal Mazzini, distogliendo i suoi dal parteciparvi. La spedizione fallì, come il Buonairoti aveva pronosticato, e il Mazzini non potè più tornare in Francia. 
Fu una triste verifica della debolezza e delle discordie italiane, per cui il Buonarroti fu accusato, nella storiografia del Risorgimento, di senile ostinazione in idee e metodi sorpassati. Certo egli aveva percorso una strada che ai fini del Risorgimento italiano, come esso si realizzò in concreto, rimase senza sbocco. Lo stesso Mazzini del resto, così simile al Buonarroti nel fervore ideale e nella capacità di sacrificio di tutta una vita, riconobbe poi la necessità di internazionalizzare la lotta dei popoli oppressi e di risolvere il problema sociale, nè gli mancarono le più amare delusioni. 
Il suo concetto di accordo tra le classi, che lo opposero al marxismo, non ebbe avvenire nel socialismo, che avanzando sempre più nella concretezza del movimento operaio, richiamò l'interesse dei suoi pionieri, tra cui il Buonarroti. Al suo anacronismo di allora corrisponde l'attualità delle rivoluzioni e delle conquiste proletarie del secolo scorso.


Gli ultimi anni

Ritratto di Filippo Buonarroti (Jeanron)
  
Come a Ginevra, il Buonarroti a Parigi fu circondato di venerazione e di affetto, soccorso quando era possibile non urtare la sua suscettibilità, mentre si sostentava con le lezioni, cimentava gli occhi affaticati con la copiatura di musiche, viveva in dimore popolari, mandava abbastanza regolarmente il suo sussidio mensile a Teresa. Il decadimento fisico, il dolore cagionato dalla perdita della fedele assistente Sarah, morta nel 1835, resero tristi gli ultimi anni del vecchio agitatore, forse ancora attivo nel profondo segreto cui fu costretto il movimento democratico e proletario delle Famiglie, poi delle Stagioni organizzato dal suo discepolo Blanqui.
Ebbe ancora la soddisfazione di veder pubblicata la sua opera in Inghilterra e di corrispondere
con quello, che fu poi il capo del Chartismo, Bronterre O'Brien. A lui mandò il suo ultimo scritto, le Osservazioni su Massimiliano Robespierre, in cui con religioso fervore esaltava il valore morale di una dottrina che voleva le leggi atte a far diventare gli uomini non ricchi, ma moralmente migliori. 
Il conforto di aver speso la vita per questo ideale lo consolò nella morte....
"Vado a raggiungere, disse agli amici che affettuosamente lo assistevano, gli uomini virtuosi che ci diedero tanto buoni esempi".

A malincuore, parendogli venir meno ai principi dell'austera esistenza) aveva accettato alla fine l'ospitalità del ricco, ma provato democratico, D'Argenson; e nella sua dimora si spense il 16 settembre del 1837.
Una piccola folla di amici e di operai ne seguì il feretro sino al cimitero di Montmartre; accanto alla salma fu posta una copia della Cospirazione degli Eguali.

Il fraterno amico Teste, con mille intralci polizieschi, gli fece erigere una stele dove le iscrizioni e perfino il nome sono cancellati dal tempo, ma ancora è intatto il medaglione bronzeo col suo profilo, opera di uno degli artisti d'avanguardia a lui devoti, il David d'Angers.
Un altro dello stesso gruppo, il Jeanron, ne dipinse il ritratto, potentemente espressivo, che si ammira nella galleria del Louvre e che fu esposto a Torino durante le celebrazioni centenarie del Risorgimento.



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