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sabato 25 maggio 2013

GLI INTELLETTUALI E IL FASCISMO (Intellectuals and Fascism)

La ronda dei carcerati - Vincent Van Gogh
      
La prima guerra mondiale e il fascismo sono due nodi storici che modificano notevolmente il panorama della cultura italiana; e infatti c'è stato chi ha voluto far cominciare la vera letteratura del Novecento solo alla fine della guerra.
Bisogna dire che gli intellettuali italiani, nella loro grande maggioranza, non seppero valutare al suo sorgere il carattere e la portata del movimento fascista.

Basterebbe pensare che lo stesso Benedetto Croce, che dopo il 1924 doveva schierarsi decisamente contro quel regime e doveva individuarne con precisione la natura refrattaria a ogni attività culturale ("il fascismo è stato un moto di difesa dell'ordine sociale, patrocinato in prima linea dagli industriali e agrari e, come tale, esso non è solo indifferente alla letteratura e alla cultura, ma intimamente ostile... Con perfetta logica e con piena conoscenza della situazione, il Duce ha detto che per lui "uno squadrista vale di più di un letterato o di un filosofo", così scriveva nelle Pagine sparse),  fu portato in primo tempo a guardare con una certa simpatia lo sviluppo dei "fasci di combattimento".
Egli non esitò ad appoggiare la riforma elettorale fascista (il famigerato listone) augurando che fosse "sentita la necessità di non compromettere I'opera intrapresa di restaurazione politica" e sostenendo che in quel modo si rientrava nella legalità: 

"Quando, per opera stessa del partito dominante, si sarà formata una nuova Camera e una maggioranza, è chiaro che si sarà rientrati nella legalità e nel buon sistema costituzionale. Stimo così grande beneficio la cura a cui il fascismo ha sottoposto I'Italia che mi dò pensiero, piuttosto, che la convalescente non si levi troppo presto di letto, a rischio di qualche grave ricaduta".

Se si tiene presente I'autorità esercitata dal Croce sull'intero arco della cultura italiana, ci si renderà conto del peso che avevano simili orientamenti. I quali, del resto, corrispondevano agli orientamenti dell'intera classe dirigente liberale che vedeva nel fascismo un movimento utilissimo nella lotta contro il socialismo e, al tempo stesso, facilmente riassorbibile nelle istituzioni dello Stato liberale. 
Non c'è da stupirsi dunque della disponibilità verso il fascismo di moltissimi intellettuali.
E non solo perché essi - quando non si pongano apertamente all'opposizione - riflettono sempre in qualche modo gli orientamenti dei gruppi dirigenti da cui derivano, ma anche per la storia specifica degli intellettuali italiani, per il modo come essi si erano formati, per i miti che essi stessi avevano creato e ai quali si erano ispirati.

Il fascismo, infatti, sorse nel nostro Paese con una duplice funzione. In primo luogo quella di rompere e disperdere le organizzazioni indipendenti della classe lavoratrice, e di farlo nell'interesse della "classe media" o "dell'uomo della strada", ma in definitiva, nell'interesse del
grande capitale. In secondo luogo, quella di organizzare la nazione sia spiritualmente, attraverso una intensa propaganda, sia praticamente, con la preparazione militare e una centralizzazione autoritaria, per un'ambiziosa campagna di espansione territoriale. E' vero che per questi scopi - e specialmente per il primo impiega una singolare demagogia "radicale", accoppiata a una meschina propagandistica estremamente moderna; e cerca di costruirsi in una base sociale attraverso organizzazioni di massa create attorno a queste istanze demagogiche. Ciò anzi costituisce un carattere distintivo del fascismo come movimento politico. Ma  la "rivoluzione" quando arriva, e al massimo una ""rivoluzione di palazzo" e, una volta instaurato lo Stato fascista, sono le masse  a essere irregimentate, e non già il capitale, e viene gettato a mare il programma radiale e non già il plus-valore. Se lo Stato corporativo ha un significato economico, oltre a quello di essere un mezzo per controllare le controversie di lavoro, è di essere un meccanismo per dare la sanzione e I'appoggio statale a una più completa e più rigida organizzazione monopolistica dell'industria... 
Il fascismo fu definito un figlio della crisi. E in un certo senso è tale; ma il giudizio è troppo semplicistico. Esso è il figlio di un tipo speciale di crisi: cioè, una crisi del capitalismo monopolistico, traente la sua gravità dal fatto che il sistema si trova la strada sbarrata, sia per lo sviluppo estensivo, che per uno sviluppo più intensivo del campo di sfruttamento. 
Per spezzare questi limiti, nuove e straordinarie misure - misure di dittatura politica - vengono inevitabilmente all'ordine del giorno. Se si dovessero riassumere in breve i presupposti storici del fascismo, si potrebbe parlare di tre fattori dominanti: la sfiducia del capitale di trovare una soluzione normale per le difficoltà create dalla limitazione del campo di investimento; una considerevole e disagiata "classe media", ovvero elementi declassati che, in assenza di altro punto di orientamento, sono maturi per essere conquistati al credo fascista; e una classe lavoratrice abbastanza privilegiata e abbastanza forte per resistere a una normale pressione sul suo tenore di vita, ma sufficientemente disunita e priva di coscienza di classe (almeno nella
sua direzione politica) per essere politicamente debole nell'affermare la sua forza e nel resistere nell'attacco.

Insomma, nella lotta fra le due classi fondamentali della società moderna - la grande borghesia e il proletariato - il fascismo seppe inserire - come mai prima era avvenuto - le classi medie, la piccola borghesia della città e della campagna, gli strati medi di intellettuali. 
Seppe inserirle in funzione di sostegno dei privilegi e del potere della grande borghesia, ammantando, però, questo scopo reale con una fraseologia demagogica (anche anti-capitalistica) e soprattutto, con alcuni miti e apparenti valori ideali che diedero alle classi medie I'illusione di essere diventate le protagoniste della storia.

In questa complessa operazione confluirono le suggestioni di nuove situazioni create dalla guerra e antichi orientamenti del nostro spirito pubblico. Alludo, per un verso, alla delusione provocata dalla fine  del conflitto che vedeva non solo irrisolti alcuni problemi nazionali (le frontiere orientali) - che pure avevano costituito il supporto ideale e propagandistico della guerra - ma sottovalutato il contributo dell'Italia (esclusa dalla spartizione del bottino delle ex colonie tedesche) e, soprattutto, delusa quell'attesa irrazionale, quasi mistica, che la guerra - in quanto tale - potesse modificare la società (e perciò i reduci delle trincee mal potevano adattarsi all'idea di un ritorno puro e semplice all'assetto politico e sociale esistente prima del 1914). Di qui il mito della vittoria mutilata o tradita.
Per un altro verso alludo alla tradizionale grettezza, allo spirito conservatore, antiegualitario e antisocialista propri di un ceto medio come quello italiano - legato ancora a un'economia prevalentemente agricola e di ceti intellettuali che - per secoli - erano stati assidui mediatori fra i grandi proprietari e le masse contadine. Di qui il mito della tracotanza delle masse e dell'insidia che esse avrebbero portato a quel prestigio sociale che la grande borghesia aveva concesso ai ceti intellettuali come ricompensa della mancanza di un reale prestigio economico e di potere.

Situazioni nuove erano anche la crisi economica in atto negli anni del dopoguerra (inflazione, disoccupazione, carovita), le conseguenti agitazioni popolari, il disordine che esse sembravano provocare e I'incapacità di controllarle in cui sembrava che si trovasse lo Stato. Di
qui il timore diffuso della rivoluzione socialista (timore aggravato dalla rivoluzione russa) e il mito del ritorno e della necessità dello Stato forte. 
Ma, d'altra parte, antica era la crisi del sistema parlamentare, contro il quale abbiamo già visto insorgere gruppi importanti di intellettuali già alla fine dell'Ottocento; sistema parlamentare che sembrava contraddire I'esaltazione individualistica, il mito del superuomo, il culto della violenza, la mistica concezione della missione dell'Italia a primeggiare fra le nazioni e a dominare fra i popoli come ai tempi dell'antica Roma. 
Di qui il nazionalismo esasperato, I'irrazionale culto della patria come devozione religiosa, la considerazione degli avversari del fascismo come anti-italiani, traditori, agenti dello straniero.

L'ansia di ritorno all'ordine assai diffusa - come si è detto - nello spirito pubblico italiano negli anni seguenti la prima guerra mondiale sembra trovare un riflesso letterario nella rivista la Ronda, la rivista mensile che vide la luce nell'aprile del 1919 (e visse sino al novembre 1922, con l'aggiunta di un numero straordinario nel dicembre 1923) e che venne redatta da un gruppo di sette scrittori, Vincenzo Cardarelli (direttore), Riccardo Bacchelli, Antonio Baldini, Bruno Barilli, Emilio Cecchi, Lorenzo Montano e Aurelio Saffi (segretario di redazione).

Essa apparve subito come una rivista disimpegnata, fatta da scrittori che credevano nell'autosufficienza dei valori letterari e che puntavano, in letteratura, alla restaurazione di una tradizione classica e aristocratica:

"Sullo sfondo corrusco di quegli anni torbidi e grevi, ansiosi e drammatici, la Ronda dal canto suo ambiva a distaccare nitidamente e a salvaguardare con rigore puritano la sua elegante polemica leopardiana, cioè il suo invito ad un ritorno, dopo i disordini e gli equivoci dei due primi decenni del secolo, alla più alta e classica tradizione italiana secondo una esigenza di ordine speculativo, di compostezza e sobrietà formale, di probità e correttezza di mestiere, con I'innesto di una cultura robustamente moderna, aperta alle esperienze e non alle avventure europee, con evidenti indulgenze anglo-sassoni (si pensi alle traduzioni di Stevenson e Chesterton)".

In realtà il disimpegno era apparente (come, del resto, tutti i disimpegni) e all'esigenza di un ritorno all'ordine nel campo letterario corrispondeva (con maggiore o minore consapevolezza) una concezione generale del mondo conservatrice, dall'alto della quale si guardava con sgomento, misto a disprezzo, all'espansione impetuosa del movimento socialista. all'incapacità (o a quella che era ritenuta tale) del regime parlamentare di fronteggiare una situazione sempre più caotica, al crollo (o a quello che sembrava tale) di alcuni valori tradizionali (la patria, la distinzione dei ceti e delle classi, l'ordine del modo di vita piccolo-borghese), alla corruzione di tutta la vita politica nazionale. 
Certo, quelli della Ronda non possono definirsi fascisti avanti lettera, come sembra volesse sostenere il Montano (con il senno di poi) nella Lettera agli amici della Ronda dei 1928. Ma neppure giolittiani e crociani come vuole concludere il Caretti. Perchè se è vero che i rondisti consideravano il fascismo un fenomeno transitorio, è anche vero che non avevano affatto la fiducia nello Stato rappresentativo liberale che caratterizza la posizione del Giolitti o del Croce.
  
A questo principio si piegò tanta parte dell'intellettualità italiana nel ventennio fascista
   
Lungi dal credere nei "valori non transitori della Libertà" il disprezzo dei rondisti verso la politica era disprezzo verso il regime parlamentare, alla cui debolezza si attribuiva la responsabilità delle prepotenze socialiste, ma al quale si attribuivano anche, come colpa, il suffragio universale, le inutili logomachie, la corruzione, i compromessi, il disordine della vita pubblica. 
Le manifestazioni della vita associata disgustano i rondisti, non in se stesse, ma in quanto sono state estese a ceti sociali e a classi, che avrebbero dovuto restarne fuori: e non solo le classi più umili ma anche buona parte di quelle medie il cui ingresso nella vita pubblica aveva avuto un effetto corruttore, togliendola dalle mani di una ristretta élite aristocratica. 
Lungi dall'essere giolittiani i rondisti, se mai, guardano alla destra storica come modello di regime politico, o se vogliamo prendere un esempio più vicino nel tempo, a Sonnino, alla sua polemica contro il regime parlamentare e alla sua esigenza di restaurare I'autorità della monarchia.

Insomma i rondisti non erano certamente dei fascisti inconsapevoli, ma erano dei conservatori consapevoli che "avevano il sentimento di vivere tra rovine e cadaveri non soltanto letterari". 
Essi disperavano che si riuscisse a stabilire I'antico ordine, perché non credevano né alla resipiscenza delle folle, né alla possibilità di un governo dittatoriale, né al rinsavimento della borghesia e alla ripresa del suo coraggio morale. Di queste tre speranze essi consideravano "la prima gratuita, la seconda ingenua, la terza manifestamente insensata". E giudicavano il loro rifugio nei puri valori letterari, non già come una fuga dalla realtà, ma come manifestazione di una sensibilità particolarmente acuta che non riesce a tollerare il mondo che la circonda.

Questo atteggiamento di conservatori che hanno il sentimento di vivere in uno squallido deserto (e che, di conseguenza, saranno pronti ad accogliere il grande ricostruttore) ci introduce anche nel programma più strettamente letterario della Ronda. Il quale, a prima vista, sembra chiarissimo: da una parte, infatti, rifiuta le esperienze letterarie dei primi due decenni del secolo, dall'altra si pone I'esigenza di una restaurazione classicista e di un collegamento con la migliore tradizione italiana, quella che si era interrotta con Leopardi e Manzoni.

Gli idoli polemici dei rondisti sono i futuristi, i dannunziani, i vociani: insomma la letteratura chiassosa e avanguardistica che credeva con una formula, con un messaggio, con un'avventura intellettuale di risolvere i problemi più angosciosi della nostra società.

Ma, questa polemica rondesca non si appunta contro la matrice irrazionale di quelle esperienze letterarie, bensì contro gli aspetti più esterni, in specie quelli della lingua e dello stile. 
Insomma quei movimenti, e soprattutto i futuristi, sono messi sotto accusa per la rivoluzione che hanno portato nel lessico, nel periodo, nelle buone creanze stilistiche, nella grammatica. Ad essi si oppone il Leopardi dello Zibaldone, il Leopardi che si studia di diventare uno scrittore elegante, il Leopardi che aveva capito che "fra il Trecento e noi era passato il Cinquecento e s'era formata la lingua nazionale con tutte le sue dissipazioni secolari che ne avevano distrutto, per così dire, il sapore primitivo, in modo che a ritrovarlo occorresse ormai l'arte più consunta, né esso potesse più essere sentito da noi altrimenti che come il piacere squisitissimo e raro, difficile ad ottenersi e quasi illusorio".

I futuristi, quindi, sono paragonati ai bolscevichi, sprezzanti della tradizione, incapaci di apprezzare i valori di una civiltà raffinata ed elegante. Giustamente, è stato osservato che mettere a fuoco il valore sostanzialmente reazionario della scapigliatura post-vociana, del vitalismo dannunziano e dei fuochi fatui futuristi avrebbe potuto voler dire porre in luce anche la natura insidiosamente reazionaria del fascismo, esteriormente anarchico e populista, ufficialmente patriottico e nazionale, intimamente demagogico e illiberale. 
Ma tale messa a fuoco non poteva essere opera, dei rondisti che repugnavano dal disordine formale di quei movimenti ed erano, invece, loro parenti stretti sul piano ideologico e psicologico. 
Voglio dire che al pari dei vociani, dei dannunziani e futuristi essi avevano una concezione irrazionale della realtà che li circondava, un senso di solitudine e di vuoto, sui quali costruivano i loro arabeschi formali preziosi ed ironici.

Decadenti, anch'essi, dunque: e il loro classicismo, lungi dal rifarsi davvero alla tradizione classica caratterizzata dal predominio della ragione, ordinatrice e moderatrice, sugli affetti, può essere piuttosto paragonato all'esigenza di una perfezione tecnica che sorge dal caos stesso di una concezione decadente della vita (basterebbe pensare a Paul Valéry). 
E nell'immediato dopoguerra, più che mai, una proposta veramente classicista non poteva scompagnarsi da una concezione razionale e illuministica (e quindi democratica) della società nazionale: mentre la proposta rondesca (in linea con la sua ispirazione conservatrice e aristocratica) si limitava ad investire le buone maniere degli scrittori, la loro educazione formale, lasciando intatta la materia caotica e sconvolta, sfiduciata e irrazionale del loro mondo morale e intellettuale.
  
Uno squadrista vale più di un letterato o di un filosofo (Mussolini)

* La servitù di un letterato è sempre volontaria, anche quando è passiva. Perciò nessuna scusa può essere veramente riconosciuta a chi macchiò quella dignità, che è essenziale alla natura sacra della parola... Considero tra i giorni più indegni per gli uomini di cultura quello in cui per la prima volta i professori universitari si recarono a prendere le 'direttive' da un segretario del partito. Gli scrittori più onesti non portarono forse la loro compromissione oltre la tessera e I'uso del 'voi' littorio nella conversazione, nelle lettere e nei libri; ma ben pochi tra i poeti nostri migliori e tra i minimi, gli sbarcati o gli ermetici, si sottrassero al compito di una poesia sull'Uomo con la U maiuscola... Un accomodarsi così docile alla mediocre corruzione poteva anche nascere in taluni da non si sa che sprezzo degli uomini; ma era sempre un segno di debolezza, Altri credettero talvolta, o vollero illudersi, d'essere machiavellici contro i grossi padroni: e appunto non s'accorgevano che le concessioni a cui erano costretti Ii contaminavano proprio in quel gioco, sicché essi ne rimanevano vittime quando erano poi forzati a quei più bassi servizi di cui risentivano l'umiliazione. Torre d'avorio? Troppe volte essi ne uscivano per dar incenso ai padroni e per dar biada al proprio stomaco. 
( Francesco Flora)




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