domenica 9 giugno 2013

ETICA PAGANA E ETICA CRISTIANA (Ethics pagan and Christian ethics)

   
Una delle componenti delle persecuzioni dell'impero romano contro i cristiani deve essere stata il senso di estraneità suscitato dalle comunità di attesa cristiana. Le persecuzioni religiose sono un fenomeno complesso, che è stato variamente interpretato. D'altra parte gli imperatori romani non perseguitarono solo la religione cristiana, né solo comunità religiose. Ci furono anche persecuzioni culturali. Ma gli uomini di cultura non diedero la risposta "provocatoria" dei cristiani, reagirono con la fuga, cercando di continuare in qualche modo il loro mestiere, in esilio, in cerchie ristrette di amici.

Un filosofo come Seneca poté opporre il rifiuto al mondo, vedere nel mondo solo follia, disprezzare gli onori, massimo tra i quali il favore imperiale. Alla follia dei più, Seneca offriva come alternativa una vita privata più saggia, che poteva essere vissuta all'interno di un impero guidato da folli e da corrotti.
Qualche volta sperò anche che un saggio potesse arrivare al trono imperiale; e allora sarebbe stato il massimo bene dato agli uomini. E quando, con Marco Aurelio, un saggio arrivò al trono imperiale, la saggezza dell'imperatore-filosofo continuò a essere un fatto di coscienza, e sotto il suo regno le persecuzioni ai cristiani non ebbero fine.

I filosofi cinici più pungenti, gli epicurei più convinti del carattere casuale del mondo, gli stoici più sprezzanti poterono suscitare I'ira dei personaggi pronti a vedere il bene ovunque e I'ordine in ogni manifestazione del mondo, poterono anche attirare la persecuzione imperiale, ma mantennero sempre un legame con la società ufficiale e con i molti gruppi sociali che la componevano
.
Potevano pensare che gli uomini comuni e i loro capi erano folli, persi dietro beni vani; ma c'era un minimo di regole di comportamento, il minimo ritenuto essenziale dai sapienti, che anche gli uomini comuni in qualche modo conoscevano. Eppoi i sapienti non avevano una risposta all'alternativa rappresentata dalla vita comune, che li mettesse su un piano diverso: il confronto tra loro e i folli si giocava sullo stesso terreno; semmai era proprio la gente comune che aveva credenze e pratiche superstiziose nelle quali i sapienti spesso si rifiutavano di credere.

Alle persecuzioni i cristiani risposero organizzandosi in segreto, affrontando il martirio, cedendo, magari solo provvisoriamente, alle imposizioni imperiali, difendendosi. Una parte notevole della letteratura cristiana greca e latina dei primi secoli è proprio costituita da scritti di difesa, da apologie cioè (e questa letteratura si chiama appunto apologetica), con le quali i cristiani tentano di elaborare, sul piano culturale, la difesa di fronte al mondo pagano. Soprattutto da queste apologie risulta il senso di estraneità provato dal mondo pagano nei confronti del cristianesimo; e in gran parte le apologie tentano appunto di far cadere quella barriera e la diffidenza che ne deriva.

Come dicevo, il mondo pagano poteva provare nei confronti dei suoi moralisti, filosofi, predicatori un senso di fastidio, poteva ironizzare sul loro conto, considerarli ingenui, illusi e perfino furbi in malafede, che giocavano una parte vantaggiosa. Essi appaiono come I'ingigantimento, magari la caricatura, di aspetti di vita che il mondo pagano considera propri. Questo non avviene con il cristianesimo. 

I cristiani sono accusati di fare cose che il mondo pagano da nessun punto di vista potrebbe approvare. Essi violano le regole elementari della morale: commettono omicidi, infanticidi, nefandezze sessuali; trasgrediscono le più semplici norme della decenza religiosa: adorano una divinità con la testa d'asino e fanno consistere il loro culto proprio nei delitti che sopra ho già indicato.

I cristiani avevano già dovuto fare i conti con la tradizione ebraica, e avevano finito con I'accettare I'eredità ebraica, anche se questa non veniva più considerata come la condizione necessaria e sufficiente di salvezza. Ben presto un problema analogo si era posto con il mondo non-ebraico, il mondo pagano. Anche qui si era assunta una posizione atta a evitare conflitti: il mondo pagano, la sua organizzazione, le sue potenze, gli impegni che richiedeva potevano essere in gran parte accettati in attesa dell'avvento del regno dei giusti; nel frattempo la morale pagana, teorizzata dai filosofi, in qualche modo riconosciuta dal mondo pagano, poteva diventare la morale minima cristiana.

Del resto il cristianesimo aveva già accolto i frutti della letteratura morale pagana attraverso circoli ebraici che si erano avvicinati all'ellenismo e avevano cercato di interpretare I'Antico Testamento alla luce della filosofia greca. Uno dei punti sui quali gli apologisti insistevano, nella difesa del cristianesimo, era appunto la presenza della stessa morale nel mondo cristiano come nel mondo pagano; anzi, aggiungevano, quella morale era praticata dai cristiani molto meglio che dai pagani.

Giustino, uno dei più noti apologisti greci del II secolo, apre quella  che viene chiamata la Seconda Apologia narrando un episodio tipico di vita cristiana. 
Una donna si converte al cristianesimo, diventa temperante e cerca di persuadere alla temperanza anche il marito. Nasce un dissidio matrimoniale, e il marito cerca di vendicarsi della moglie accusandola di essere cristiana e denunciando chi I'aveva convertita. Gli accusati vengono condannati non perchè abbiano davvero commesso qualcosa di male, perchè abbiano ucciso, rubato o trasgredito la morale sessuale, ma solo perchè si chiamano cristiani.

La morale cristiana è in fondo la stessa che hanno insegnato i filosofi antichi, semmai ancora migliorata: amare il prossimo, rispettare la vita degli altri, essere temperanti, questo è quello che fanno i cristiani, e hanno ottime ragioni per farlo, migliori certamente di quelle che hanno i pagani. Infatti i cristiani arrivano a quella disciplina di vita perchè dispongono della rivelazione della verità attraverso le scritture ispirate dalla divinità stessa, e credono che il mondo intero sia opera di Dio, che protegge il genere umano e ne impedisce la distruzione. 
Ciò che divide i cristiani dai pagani è soltanto il nome di cristiani: i pagani non vogliono andare al di là di esso, non vogliono vedere la realtà che esso indica, non vogliono tener conto del comportamento effettivo dei cristiani: a loro basta sentirli confessare la propria fede in Cristo per condannarli, come se il mondo antico non fosse stato pieno di sette filosofiche che esibivano i nomi più diversi.

In fondo Giustino non capisce la estraneità e la diffidenza che il cristianesimo suscita presso i pagani. Egli fa di tutto per assimilare il cristianesimo a una filosofia classica, per trasformarlo in dottrina con diritto di esistenza e propaganda come le altre dottrine. Invoca perfino una teoria di stampo stoico, come quella delle ragioni seminali. Tutti gli uomini hanno un seme di verità in sè, un seme dal quale può svilupparsi una credenza almeno parzialmente vera: nel mondo pagano quei semi hanno dato frutti, e questo spiega perchè nelle filosofie antiche si trovino verità parziali che poi compaiono, in un contesto globale assolutamente vero, nel cristianesimo.

Il tentativo di Giustino consiste nell'assimilare al massimo il cristianesimo a una dottrina filosofica, per permettere alla nuova religione di godere delle libertà e dei canali di diffusione riservati nel mondo antico alle filosofie. In fondo Giustino non capì le ragioni dell'estraneità e della diffidenza che il mondo pagano provava per il cristianesimo, e fece di tutto per far adottare al cristianesimo le vesti di una filosofia classica. 
Trasferitosi dalla Palestina a Roma, aprì una specie di scuola filosofica, per diffondere in questo modo il verbo cristiano. Non ebbe fiducia in questo tentativo di assimilazione Tertulliano, un altro apologista, di lingua latina, appartenente alla chiesa africana. 
Ci sono temi comuni a Giustino e Tertulliano, ma li divide il diverso atteggiamento verso la cultura antica. 

Anche Tertulliano crede che I'ostilità dei pagani per i cristiani sia un'ostilità preconcetta, che si arresta al nome, si rifiuta di andare ai fatti, è subito pronta a dar retta alle voci gratuite sulle nefandezze dei cristiani. Anche Tertulliano ritiene di poter tranquillamente dire che i cristiani sono irreprensibili, che praticano la stessa moralità riconosciuta dai pagani, ma in grado più alto e con migliori ragioni. Ma Tertulliano respinge con fermezza I'assimilazione di cristianesimo e filosofia tentata da Giustino. I filosofi dovrebbero essere perseguitati, perchè essi sono i peggiori critici del mondo pagano, della sua religione e delle sue istituzioni; in realtà i filosofi sono anch'essi figli del mondo pagano, perchè simulano soltanto di voler cercare la verità, mentre di fatto cercano il favore dei potenti e la gloria personale. Perciò i filosofi non posseggono né la virtù né la verità; e se qualche verità hanno detto, I'hanno fatto perchè in qualche modo sono venuti a conoscenza della Sacra Scrittura, anche se non I'hanno riconosciuto.

La teoria delle ragioni seminali è ormai lontana: Tertulliano, avvocato e retore, preferisce rispolverare I'antica dottrina della conoscenza segreta della Scrittura, piuttosto che invocare le teorie filosofiche care a Giustino. E Tertulliano non ha neppure la sfumata prudenza, piena di riguardi, propria di Giustino. Egli non esita a entrare in polemica con il mondo pagano, a indicarlo espressamente come opera di demoni inferiori, a negare la divinità dell'imperatore.

Sul piano culturale la strada di Giustino, quella della filosofia, e la strada di Tertulliano, che pone il cristianesimo in alternativa al mondo pagano, figlio del demonio, rappresentano due vie importanti, che costituiranno due componenti principali della cultura cristiana: ma sul piano della morale Tertulliano e Giustino concordano: c'è una sola morale per pagani e cristiani, e i cristiani sono irreprensibili da questo punto di vista.

Messo di fronte alla necessità di difendersi dal rifiuto e dalla diffidenza del mondo pagano il cristianesimo cerca una base d'intesa con il suo avversario, e la trova proprio nella tesi dell'unità della morale. Ma questa tesi non fu un'arma usata "tatticamente", in malafede; diventò uno strumento per I'elaborazione della cultura cristiana stessa. Del resto già il Nuovo Testamento mostra come le comunità di attesa cristiana avessero accettato la morale ellenistico-ebraica come norma di vita interna, in attesa appunto del compimento della promessa divina.
Ora il periodo dell'attesa tendeva a diventare il grande periodo della storia umana, e I'attesa finiva con il configurarsi come la condizione propria della vita dell'uomo e con il coincidere con tutta la durata della vita umana. L'etica tendeva così a diventare la disciplina permanente della vita dell'uomo sulla terra.

Se i pagani non riuscirono a superare il senso di diffidenza, estraneità, ostilità verso i cristiani, questi non riuscirono mai a capire le ragioni di quell'atteggiamento, convinti com'erano, della propria affinità con la cultura pagana. Questa affinità c'era; ma c'era qualcosa nel cristianesimo che il mondo pagano sentiva come diverso dal semplice prolungamento religioso della propria cultura.

L'etica pagana era nata come tentativo di orientare il comportamento umano attraverso il sapere, e si era configurata come descrizione del comportamento che per lo più gli uomini tengono, o come scoperta di un corpo di norme diverse da quelle seguite dai più, che conoscerebbero solo una morale minima, si era configurata come lo strumento per fondare una nuova società o per sottrarre I'individuo alla società del suo tempo. Un moralista poteva sperare d'influire sui potenti o poteva sperare di diventare un maestro prestigioso circondato da molti scolari; poteva anche tuonare contro i suoi contemporanei, perfino contro i potenti, chè in ogni caso la sua arma erano i discorsi che faceva. Qualche potente avrebbe potuto perdere la pazienza e mandarlo in esilio, ma questo era considerato quasi un fatto fisiologico della società antica.

Giustino poteva pensare di non fare nulla di più, e reclamava gli stessi diritti dei filosofi antichi. Eppure qualcosa di più c'era. I moralisti avevano preteso di insegnare le tecniche per non commettere errori, cioè per non cadere nella colpa, non la tecnica per cancellare le colpe. Queste tecniche erano rimaste patrimonio della magia e delle pratiche religiose, prestazioni complesse pubbliche e private, che non si erano mai legate ai movimenti filosofici di critica della società. 
Il cristianesimo invece univa alla morale universale degli antichi le garanzie religiose di salvezza, di liberazione dalla colpa alla morale universale e alla critica, che essa conteneva, delle società esistenti.
Alla società presente veniva tolto il privilegio, del quale era sempre stata gelosa, di amministrare le tecniche di liberazione dalla colpa: queste tecniche potevano essere applicate solo a chi accettasse di essere fin da ora cittadino di una società dei giusti modellata sull'etica
universale.

La morale universale dei filosofi si armava dell'arma potente della sanzione religiosa. E già Tertulliano tuonava contro la società pagana figlia dei demoni: il giorno in cui i cristiani come lui fossero arrivati al potere non si sarebbero limitati a criticare il mondo dei folli con acuti paradossi, come facevano gli stoici, ma avrebbero dovuto combattere e distruggere la società
uscita dalle tenebre. 
Forse l'estraneità e I'ostilità pagana era un modo di avvertire queste inquietanti novità.
  




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