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sabato 1 giugno 2013

LETTERE - Marco Tullio Cicerone (Letters - Cicero)


       
LETTERE - Marco Tullio Cicerone 

IMPORTANZA DELL'EPISTOLARIO CICERONIANO 

L'epistolario di Cicerone, quale a noi è pervenuto, consta di 864 lettere; tra queste però ve ne sono 9o, che non furono scritte da lui, ma a lui dirette dai suoi corrispondenti. Tutta la raccolta ci è giunta divisa in quattro gruppi: 

1) Lettere ad Attico, in XVI libri, scritte dal 68 al 44 
2) Lettere ai famigliari, pure in XVI libri, scritte dal 62 al 43 
3) Lettere al fratello Quinto, in III libri, dettate dal 6o al 54 
4) Lettere a Bruto, in II libri, sulla cui autenticità si hanno molti dubbi. 

La prima delle lettere ciceroniane è del 68 a. C. (Cicerone aveva allora 38 anni); l'ultima è del 43, e precede di pochi mesi la data della morte. 

Tutte furono pubblicate postume, a cura del suo dottissimo amico Attico e del fedele liberto Tirone. 

Le lettere di Cicerone hanno un'importanza grandissima, sia come documento della vita intima dell'autore, sia come rappresentazione vivace della società del tempo. 

La figura morale del grande oratore si delinea qui nitida non solo nelle sue buone qualità, che furono moltissime, ma anche nei difetti, che non furono sempre piccoli; per questo, accanto ai sani e nobili sentimenti familiari, alla rettitudine quasi scrupolosa dell'animo, alla devozione alla patria, ci appaiono le debolezze di carattere, le vanità, i tentennamenti politici, le esaltazioni, le disperazioni, ecc. 
Come quadro poi della vita del tempo, l'epistolario ciceroniano è di un valore sommo, poichè porta un contributo di rare e preziose notizie su quel periodo burrascoso e fecondo che, attraverso crisi profonde e lotte sanguinose, preparò la trasformazione delle vecchie forme oligarchiche nel nuovo mondo democratico. 
Per queste le lettere di Cicerone sono un documento coevo di sommo valore. 

Tale fu il giudizio anche degli antichi. 

Cornelio Nepote, infatti, contemporaneo e amico di Cicerone, scrisse questo encomio significativo:- Quae qui legat, non multum desiderabit historiam contextam eorum temporum. Sic enim omnia de studiis principum, vitiis ducum, mutationibus rei publicae scripta sunt, ut nihil in iis non appareat; ei facile existimari possit prudentiam quodam modo esse divinationem (Chi le legge, non sentirà molto il bisogno di una storia organica di quei tempi. Passioni dei capi, vizi dei capitani, rivolgimenti dello Stato, sono stati così accuratamente narrati che nulla in esse è rimasto 
nascosto e si può facilmente ritenere che la saggezza sia una sorta di 
divinazione - Attico, XVI). 

Se anche si debba ammettere che nel giudizio di Cornelio c'è un po' l'ammirazione dell'amico e che l'epistolario di Cicerone, per quanto prezioso, non potrà mai sostituire una narrazione storica, conviene tuttavia riconoscere che quelle lettere ci permettono di vivere la vita di quel tempo turbinoso con una chiarezza e immediatezza, che solo a un contemporaneo potevano essere concesse uguali. 

Alla manifesta spontaneità e freschezza con cui Cicerone rivela i sentimenti più intimi dell'animo suo e di molti suoi contemporanei si accompagnano un'espressione così sciolta, agile e familiare, una ricchezza e vivacità di citazioni, facezie, motti arguti, modi di dire popolareschi, che fanno dell'epistolario ciceroniano un capolavoro letterario. 

Credo siano da leggere tutte le lettere di Cicerone, a mio parere, ancor più di tutte le sue preghiere: non c'è niente di più perfetto delle lettere di Cicerone. 
Beh, se non proprio la cosa più perfetta, le lettere di Cicerone sono, sotto l'aspetto letterario ed estetico, fra le cose più belle e perfette della letteratura latina. 


LA CORRISPONDENZA PRESSO I ROMANI AL TEMPO DI CICERONE

I mezzi comunemente usati dai Romani del tempo di Cicerone per la corrispondenza epistolare erano due: le tabellae o cerae, e la charta o papyrus. 

Le tabellae erano tavolette di legno o d'avorio spalmate di cera; di qui il secondo nome; vi si scriveva sopra con uno stiletto, chiamato stilus o graphium, il quale terminava da una parte a punta e dall'altra in forma larga e piatta; quest'ultima serviva ad appianare la cera, quando si voleva cancellare lo scritto già fatto. 

Le tavolette avevano gli orli rilevati per sovrapporre, in caso di bisogno, una tavoletta all'altra senza che la scrittura ne ricevesse danno. 
Le tavolette sovrapposte erano tenute insieme da un cordoncino di lino, sul cui nodo chi scriveva apponeva il proprio sigillo a garanzia della segretezza dello scritto. 

Più delle tavolette però era in uso la charta, detta anche papyrus, dalla pianta omonima coltivata sulle rive del Nilo. 

Gli strati sottilissimi tolti dalla corteccia di questa pianta, sovrapposti gli uni agli altri, compressi e tenuti insieme da una sostanza glutinosa, formavano un foglia liscio e compatto, che serviva ottimamente per la scrittura. Più fogli incollati di seguito e arrotolati intorno a un bastoncino più spesso di legno, ma talvolta anche di materie preziose, come l'avorio, costituivano il volumen (volume). 
Il volumen veniva legato con un cordoncino e questo fermato con un nodo; sul nodo si poneva il sigillo. 
Sui fogli del papiro si scriveva con un inchiostro nero fatto di fuliggine e gomma (atramentum); per scrivere si usava una cannuccia (calamus) simile ad una penna d'oca. 


Altro mezzo usato per la corrispondenza era la cartapecora o membrana, consistente in mia pelle conciata con un processo, che si attribuiva ad Eumene II, re di Pergamo; era detta per questo anche pergamena; essendo però molto costosa, era di uso piuttosto raro e riservata per opere importanti, che si volevano conservare a lungo. 

* * * 

La corrispondenza epistolare raggiunse presso i Romani un'importanza e uno sviluppo, che non aveva avuto presso nessun popolo dell'antichità. 

E se ne comprendono le ragioni. 
I figli di Roma, mandati dalla madre patria a governare, sia come militari che come magistrati, gli immensi territori sottomessi, sentirono il bisogno di restare in relazione epistolare, sia con le autorità centrali, sia con gli uomini politici o di cultura più eminenti rimasti nella capitale. 
Si aggiunga a ciò la somma di interessi di ogni specie che si andavano sviluppando fra madre patria e provincie e si spiega come sorgesse la necessità di una corrispondenza epistolare estesa e frequente. 
Lo stato romano però, nonostante i progressi conseguiti nei molteplici rami della sua amministrazione, non riuscì ad organizzare un servizio postale pubblico e regolare per il recapito della corrispondenza. 
Pensò soltanto ad inoltrare i propri atti ufficiali alle persone interessate e lo fece per mezzo di corrieri (cursores) a piedi o a cavallo, che si diramavano per tutta la meravigliosa rete delle strade statali, trovando in luoghi stabiliti o il cavallo di ricambio, o il cursor a pedibus fresco, per continuare la marcia. 
Questi corrieri viaggiavano con la maggiore velocità possibile per quei tempi. 
Il cursor che portò da Roma a Brindisi l'ordine di rimpatrio per Cicerone compì il viaggio in cinque giorni, percorrendo in media 100 chilometri al giorno. 
È una velocità che oggi fa ridere, ma era la massima allora raggiungibile. 
Tutto questo però serviva solo per la corrispondenza di stato. 
A quella privata ciascuno doveva provvedere da sè o con mezzi propri o con quelli che la fortuna forniva. 
Le famiglie nobili e ricche di Roma avevano a propria disposizione un grande numero di servi adibiti, parte alla redazione o copiatura delle lettere, parte al loro recapito. 
I primi si chiamavano amanuenses (a manu servi) o actuarii, gli altri tabellarii, pueri a pedibus, cursores; questi ultimi facevano senza sosta la spola fra Roma e le villeggiature dei padroni, o fra Roma, le provincie e le città vicine. 
Ma quando le lettere andavano lontano, anche le grandi famiglie dovevano affidarsi a mezzi di fortuna. 
Per lo più compivano questi servizi mercanti o viaggiatori, diretti ai luoghi desiderati; in tali casi però non solo quei servizi erano costosi, ma poche garanzie si potevamo avere, sia per la segretezza della corrispondenza, sia per la certezza del recapito. 
Si tentava di ovviare a questi inconvenienti, mandando più copie della stessa lettera e usando parole, il cui senso fosse inteso solo dal destinatario. 

* * * 

I Romani, come noi, come tutti i popoli, scrivevano la loro corrispondenza seguendo alcune regole fisse, che davano alle lettere una forma speciale. 

Tali regole è necessario conoscere, se si vuole intendere un epistolario romano. 
La lettera cominciava col nome del mittente, al quale seguiva, in caso dativo, quello del destinatario. 
Dopo questo nome o fra il primo e il secondo si scriveva una frase di saluto: salutem dicit, "sauta", la quale di solito si abbreviava con le due iniziali maiuscole S. D. o anche solo con la D. 
Esempio: Marco Tullius Cicero Attico S. D. 
Talvolta la frase di saluto si coloriva con l'attributo plurimam, che si abbreviava con l'iniziale P. 
Esempio: Cicero Tironi salutem dicit Plurimarza, abbreviato in S. D. P. 

Con le persone più care si dava calore al saluto con vari aggettivi; si poteva allora avere un inizio come il seguente: Tullius Terentiae suae et pater suavissimae filiae S. D. P. 

Alcune volte il testo della lettera cominciava con questa espressione: Si vales bene est; ego valeo, che di regola si scriveva abbreviato S. V. B. E. E. V., e significava:- Se stai bene, me ne rallegro; io sto bene. 

Le formule di chiusura, le quali però potevano anche mancare, per lo più erano:- Vale, o Cura ut valeas, "cerca di star bene", "abbi cura della tua salute". 

La data, di regola, si poneva in fondo alla lettera; si incominciava con la maiuscola D., che significava data epistula (o litterae), oppure dabam epistulam ecc.; dopo s'indicavano il giorno, il mese e il luogo; seguiva l'anno, espresso col none dei consoli. 

Il luogo si poneva per lo più in ablativo (senza preposizione, se nome di città; altrimenti con la preposizione ex, raramente ab, più raramente de); meno frequente era l'uso del locativo; a questo caso precedeva sempre la parola data (-ae). 
Esempi: D. (=Data) a. d. VI K. Decembr., Dyrrhachio, "Durazzo, 23 nov." (del 48 a. C.) 
Data pridie K. Maj., Brundisii, "Brindisi, 30 aprile" (del 58 a. C.). 
L'ablativo rispondeva alla domanda: Unde?; il locativo a : Ubi?. 

Per ridurre con esattezza le date latine al nostro calendario bisogna tener presente che prima della riforma del calendario, fatta da Cesare nel 45, i mesi di marzo, maggio, luglio e ottobre avevano 31 giorni, il mese di febbraio 28, tutti, gli altri 29. 

* * * 

Cicerone nell'epistolario ha occasione di citare spesso le sue ville, sia perchè da quelle spedisce le sue lettere, sia per altri motivi; non mi pare quindi fuori di proposito fare un cenno delle principali di esse, al fine di rendere più chiara e spedita la lettura di questa opinione. 

La villa maggiormente cara al cuore dell'oratore, per le rimembranze che ad essa lo legavano, era quella avita, la villa, cioè, dove avevano sempre vissuto i suoi antenati e che aveva dato a lui pure i natali. 

Si chiamava Arpinas e si trovava nel municipio di Arpinum, nella Campania, presso l'isola del Fibreno, ora Isola del Liri.
Altra villa cara a Cicerone, e alla quale rivolse particolari cure, adornandola di portici, tempietti e statue, fu il Tusculanum, presso Tusculum, l'odierno Frascati. 
In essa egli si ritirò spesso per attendere tranquillamente agli studi e da essa intitolò l'opera filosofica Tusculanae Disputationes. 

La villa, nella quale l'oratore si recava quando, senza allontanarsi troppo da Roma, voleva liberarsi un po' dal tumulto della vita cittadina, era l'Antias, nei dintorni di Anzio. 

Altra villa ciceroniana del Lazio era Astura, amena e silenziosa, a otto miglia da Anzio, in un'isoletta alla foce del fiume Astura. 
Fu questa la villa che ospitò sugli ultimi giorni il padrone, quando, alla notizia delle proscrizioni dei triumviri, lasciò Frascati e si rifugiò qui con la speranza di salvarsi per mare. 
Si portava invece nel Formianum, altra sua villa, situata presso Formia, tra Fondi e Minturno, non lungi da Gaeta, quando, fallito per i venti contrari il tentativo di fuggire per mare, fu raggiunto dagli sgherri di Antonio e decapitato. 

Tre amenissime ville Cicerone possedette sull'incantevole panorama del Golfo partenopeo; esse erano: il Cumanum, situata a nord del Capo Miseno, presso Cuma, il Puteolanum, a Pozzuoli, e il Pompeianum, a Pompei. 

Per completare questo rapido cenno dei beni ciceroniani ricordo che egli ebbe anche parecchie case in Roma, tra le altre una, splendida, sul Palatino, quella che fu distrutta nel periodo del suo esilio, ma poi riedificata a spese pubbliche dopo il suo ritorno e in seguito alla celebre orazione: Oratio de domo sua ad Pontifices. 

* L'epistolario ciceroniano comprende le "Lettere scelte", dove si enuncia lo scambio di lettere fra "I Grandi" della politica romana all'inizio del conflitto fra Cesare e Pompeo..., quindi le "Lettere ai familiari", a Terenzia la moglie e ai suoi figli...., seguono le "Epistole al fratello Quinto"..., e per finire le "Lettere ad Attico".


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